Albero Angela, record d’ascolti da Pompei alla Sistina

Fossimo in San Gennaro saremmo invidiosi. Il patrono di Napoli scioglie il sangue ogni anno puntuale, ma c’è qualcuno che in video realizza un prodigio più grande. Alberto Angela scioglie i bassifondi dei social, al suo apparire i feroci e indefessi odiatori si ammansiscono d’un tratto: solo zucchero, miele e cuoricini. Sciogliere l’Auditel e battere Maria De Filippi (Ulisse Rai1) non pare altrettanto facile, ma sfidarla il sabato sera resta un’impresa degna di essere indagata da Roberto Giacobbo, e vanta più imitatori della Settimana Enigmistica, ultimo Matteo Renzi che gli fa il verso nel documentario La Mia Firenze. Pensate, direbbe lo stesso Angela con le sue pause estatiche, pensate: tutto questo si… realizza… parlando di Pom…pei, della Cappella… Sistina, e dello straordinario fascino di… Cleo…patra.

Pensate: non è vero che la cultura non tira, dipende da chi ce la frulla e ci accompagna. L’archetipo televisivo è l’Uomo in Lebole di un intramontabile Carosello (“Ho un debole per l’uomo in Lebole”), ma Angela ha un’arma segreta in più, la notte. Consumato tombeur de share, si aggira per la Domus dei Vettii o sul Ponte dei Sospiri (e languide carezze) sempre e solo col favore delle tenebre. Giusto: quando mai Romeo si piazza sotto il balcone di Giulietta a mezzogiorno? “In televisione chi comanda è la vecchia” diceva Alberto Sordi, infatti la vecchia è contenta, ma anche la giovane non scherza. E la Rete va in brodo di giuggiole: ha un debole per l’Uomo in Angela.

Medicina al liceo per rendere tutti più sani

C’è una proposta di legge a firma della deputata 5Stelle Vittoria Casa che ci colpisce per lucidità. L’idea è di portare la “educazione sanitaria nelle classi delle scuole superiori di primo e secondo grado”, e detta così può anche sembrare una trovata da pubblicità-progresso per mettere il Movimento al riparo dalle accuse di anti-vaccinismo e scie-chimichismo da cui purtroppo non è del tutto immune. Da parte nostra, siamo convinti che l’idea dell’insegnamento della Medicina nelle scuole sia rivoluzionaria (la estenderemmo anche alle scuole primarie).

Intanto, per una mera questione didattica: è giusto fornire agli studenti gli strumenti per passare un test d’ingresso da molti giudicato impossibile per chi viene da scuole pubbliche (posto che siamo d’accordo coi giovani comunisti che hanno protestato a Perugia: il numero chiuso per la facoltà di Medicina va abolito). Non che, in una Nazione i cui 45 mila medici di base andranno in pensione nei prossimi 5 anni, si debba diventare tutti medici: è compito dello Stato assicurare il benessere dei cittadini, e il welfare va potenziato, non affidato ai pazienti affinché si curino da soli. Ma che i cittadini di domani abbiano i rudimenti per valutare il proprio stato di salute, nella consapevolezza dei diritti di tutti in ambito medico e assistenziale, non può che essere un progresso civile. La deputata Casa lo spiega in un video su Facebook con garbo obamiano (per parte di moglie): la salute non è “solo assenza di malattia ma promozione di stile di vita corretti”. Speriamo che la proposta non si limiti a propagandare le solite misure politicamente corrette sullo stile di vita sano, con la colpevolizzazione delle mamme che fanno spesa nella grande distribuzione invece di nutrire i figli con le mele bio di Eataly. Noi vorremmo che la Medicina diventasse una materia di studi al pari della Matematica e della Geografia (e della Storia dell’Arte: abolirla è follia pura), affinché i cittadini di domani siano tolti dallo stato di superstizione e ignoranza riguardo la propria salute. Perciò la proposta di dedicare 20 ore per quadrimestre alla disciplina medica all’interno nel corso di Scienze, compresa l’educazione sessuale contro la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e le misure di primo soccorso, ci sembra ottima. A patto che ad insegnare siano docenti in materie cliniche, medici e specialisti pagati dallo Stato e non dalle scuole trasformate in aziende, né dalle case farmaceutiche o da una qualche multinazionale del cibo. Inoltre, mettere i cittadini nelle condizioni di saper leggere i sintomi più comuni eviterebbe l’ingolfamento degli ambulatori, l’assalto ai Pronto Soccorso, che ormai (lo sanno al ministero?) sono l’antro degli Inferi, e liste d’attesa bibliche per esami costosi e invasivi che spesso i medici di famiglia prescrivono per preservarsi da eventuali cause penali (per parte sua Renzi, con la diplomata classica Lorenzin, risolse la tragedia della Sanità pubblica a modo suo: mettendo a carico dei cittadini 208 esami prima gratuiti definendoli “inutili”, così da incentivare il ricorso ai privati).

Qualcuno può obiettare che sarebbe un passo verso la medicalizzazione nevrotica della società; al contrario, crediamo che coltivare un atteggiamento laico nei confronti della malattia come normale stato della vita biologica sia l’unico modo serio per togliere terreno sotto ai piedi a tutti i ciarlatani che approfittano della fragilità di persone spesso senza speranza, limitare il potere delle multinazionali dei farmaci che patologizzano qualsiasi disturbo, e neutralizzare il dominio dei motori di ricerca, strumenti del capitale, nella diagnosi nevrotica di sintomi a quel punto non più terrorizzanti ma scientificamente intelligibili. (Già che ci siamo, tifiamo per la reintroduzione del medico scolastico, figura istituita con un decreto del presidente della Repubblica del 1961).

Il candidato Richetti esattamente a metà tra Matteo e Renzi

Matteo Richetti si è ufficialmente candidato al ruolo di segretario del Pd. Nulla di clamoroso: prevederlo era facilissimo. Il Matteo dotato del Pd, con quel suo tono furbamente autocelebrativo, ha detto: “Mi hanno chiesto se fossi matto. La vera follia è starsene con le mani in mano mentre questo Paese è governato da Salvini e Di Maio. E io dovrei stare fermo ad aspettare le tattiche, le cene?”. Richetti, dunque, lo fa per noi: per salvarci dai populisti, dai sovranisti e dalle Tenebre. Grazie Matteo. Questa rubrica ha già parlato di Richetti, non per sadismo ma perché il personaggio è uno dei pochi under 45 pidini dotati di talento. Il 7 aprile scorso, il senatore di Sassuolo ha varato l’enigmatica corrente “Harambee”, con l’intento di “smuovere il trauma del 4 marzo”. Un “trauma” a cui Richetti ha contribuito in prima persona, essendosi ridotto da fine 2016 – giusto a ridosso del referendum del 4 dicembre – a zelante portavoce ventriloquo di Renzi. Vederlo zimbellato dal Matteo (al tempo) più noto era avvilente: non tanto per noi, quanto per lui. Dopo essere stato renziano della prima ora, Richetti aveva rotto con Renzi per motivi più personali che politici. A quel punto, durante la fugace ma spietata età dell’oro renziana, era stato relegato ai margini: una sorta di via di mezzo tra renzismo e civatismo. A microfoni spenti, prima e dopo le puntate dei talk show, Richetti riservava critiche durissime a Renzi e renzismo. Roba che, in confronto, Di Battista è Gozi. Poi però, in diretta, menava puntualmente il can per l’aia. Da buon democristiano emiliano. Pareva attendere il perdono del Tondo di Rignano, che è infatti arrivato dopo una puntata di Otto e mezzo nel settembre 2016, durante la quale Richetti perorò la causa del “sì” al referendum. Lo ricordo bene perché a quella puntata c’ero anch’io. Richetti non disse nulla di clamoroso, ma il solo fatto di apparire più convincente di Genny Migliore esaltò il Tragedia. Che, a quel punto, lo richiamò a sé.

Di colpo Richetti cominciò mestamente a scodinzolare, ripetendo i mantra renziani e subendo passivamente le sue angherie quando quell’altro lo sfotteva sui chili di troppo e i capelli che cadevano. Scene terribili: quello straziante periodo vissuto da scendiletto renzico resterà una colpa imperdonabile. Richetti è però uomo intelligente, oltre che ambizioso, gradevole e scaltro. E dunque si è candidato. A Otto e mezzo, incalzato da Damilano, è arrivato a dire che è impossibile che lui perda: di sicuro l’autostima non gli manca. Durante la puntata di giovedì scorso, Richetti non ha voluto infierire sul servizio fotografico della Boschi (che lui ben conosce). Ha detto che il suo Pd vuol tenere insieme Corbyn e Macron, che è un po’ come dire “Sono vegano, ma la chianina mi fa impazzire di brutto”. E si è guardato bene dallo sciogliere il dilemma di fondo: la sua candidatura è o non è renziana? Su questo Richetti sta nel vago, speranzoso di calamitare quei renziani in fuga dal Bomba e al tempo stesso ostili a Zingaretti. Richetti fa bene a porsi come obiettivo un Pd “diverso”, ma tale discontinuità non può prescindere dal riconoscere come Renzi sia stato l’Armageddon di sinistra e partito. Invece lui sta nel mezzo, convinto che paraculismo e supercazzole gli garantiscano l’ambito scranno. Sarà forse per questo che, dopo aver sentito con attenzione i quaranta minuti di semi-monologo richettiano su La7, mi sentivo carico come una blatta, reduce magari da un simposio su Hegel moderato da Raimo. Non solo: di quei 40 minuti, a ben pensarci, non ci avevo capito nulla. Forse anche meno.

Csm: caro ministro, respinga gli attacchi

Da più tempo questo giornale sostiene che l’estrazione a sorte dei membri togati è l’unico sistema in grado di risolvere in radice il problema della degenerazione correntizia che, da anni, caratterizza negativamente l’attività del Consiglio Superiore della Magistratura. Solo chi non vuol capire può sostenere che non esiste il problema della “correntocrazia” che si risolve in quella occupazione del Csm da parte delle correnti, mirabilmente descritta da Riccardo Iacona nel libro Palazzo di ingiustizia e coraggiosamente denunziata dal gruppo di “Autonomia e Indipendenza” in un coraggioso documento.

Anche gli attuali governanti nell’accordo di programma hanno dato atto dell’esistenza delle “attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura che si intendono rimuovere attraverso la revisione del sistema di elezione sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati”.

Ora, è proprio in attuazione di tale programma che il ministro di Giustizia – cui si sono rivolti 106 magistrati chiedendo di introdurre “il sorteggio per selezionare i candidati per la elezione dei 16 togati” – il 4 ottobre scorso ha annunciato una riforma del Csm che prevede una “fase di sorteggio non integrale”, scatenando la immediata, stizzosa, reazione dell’Associazione Nazionale Magistrati che, in persona del suo Presidente, ha così tuonato: “Il sorteggio per la scelta dei componenti del Csm è incostituzionale. Nessuna compagine democratica e rappresentativa può essere scelta affidandosi al bussolotto o alla dea bendata, neanche gli organi più semplici, neanche i rappresentanti di classe degli alunni, figuriamoci un organo a rilevanza costituzionale come il Csm. Si eviti di percorrere questa strada perché le conseguenze negative per il sistema giudiziario sarebbero enormi. Non sono queste le riforme che servono per migliorare il servizio ai cittadini”.

Si osserva, in primo luogo, che un sistema integrato che si articoli in due fasi – la prima con il sorteggio di un congruo numero di magistrati per ciascuna categoria (ad es. cinque volte il numero da eleggere), la seconda con le votazioni – non è incostituzionale, tale potendo essere ritenuto un sistema di sorteggio “puro”, atteso il termine “eletti” contenuto nell’articolo 104 della Costituzione. Del resto, questo giornale (26.7.2018) ha ricordato che il sistema “integrato” è stato già utilizzato dal legislatore ordinario come strumento di imparzialità nella composizione di organi che svolgano funzioni amministrative. Quanto all’esempio dei “rappresentanti di classe degli alunni”, si osserva che gli studenti solitamente eleggono quali loro rappresentanti di classe i compagni più capaci e meritevoli, e ciò non sembra caratterizzare, il più delle volte, l’operato delle correnti nella scelta dei rispettivi candidati, se è vero, come è vero, che di nomine impugnate e ribaltate da Tar e Consiglio di Stato, nella storia del Csm, si è perso oramai il conto, tant’è che, ancora il 3 ottobre, il Consiglio di Stato ha rilevato che la delibera di nomina a Procuratore di Trani “manifestava una irragionevole incoerenza nell’attività amministrativa”. E, allora, è proprio sicuro il presidente dell’Anm che, a fronte di una siffatta intollerabile situazione, il sistema proposto del ministro avrà “conseguenze negative enormi (sic!) per il sistema giudiziario” e non sia, al contrario idoneo a garantire i principi di imparzialità e di buon andamento della Pubblica amministrazione, costituzionalmente garantiti, oggi inficiati dal controllo invasivo, improprio, delle correnti?

Resista il ministro dagli attacchi virulenti che chiameranno in causa, a sproposito, la Costituzione, la democrazia rappresentativa, il pluralismo e, ovviamente, l’indipendenza della magistratura. Vada avanti, perché è stata finalmente aperta una breccia nell’arbitrario blocco di potere di queste associazioni private, accumulato proprio attraverso i vari sistemi elettorali succedutisi nel tempo che hanno consentito alle correnti il controllo pregnante sulla designazione dei candidati e sugli esiti elettorali.

Non so se è vero ma mi indigno: finti scandali social

In questi giorni due notizie arrivate da Facebook sono diventate un caso nazionale, con accesi dibattiti sui social e servizi su giornali e trasmissioni televisive. La prima riguarda il caso della ragazza di colore che ha raccontato sulla sua pagina Facebook di essere andata a un colloquio di lavoro per un posto da cameriera e di essersi sentita dire: “Sei nera, ai clienti faresti schifo”. La seconda riguarda la mamma del bambino autistico che ha organizzato la festa di compleanno per i 4 anni del figlio, festa disertata da tutta la classe.

Anche lei aveva raccontato l’episodio di discriminazione su Facebook. Un mese fa un altro fatto analogo: una ragazza di Napoli aveva pubblicato un lungo post in cui descriveva le persecuzioni subite da mesi da uno stalker e giornali e tv si erano occupati di lei. Esistono numerosi precedenti, ma mi soffermo su questi più recenti perché hanno in comune un particolare: le storie vengono credute senza alcuna verifica. Atti di fede giornalistica.

Nel caso della ragazza di colore non esiste il nome del ristorante né del ristoratore. Il giorno dopo qualcuno si insospettisce e chiede chiarimenti. “Non ho avuto il tempo di sapere il nome, mi ha salutato subito. Il numero di telefono non ce l’ho perché il mio iPhone cancella le chiamate vecchie”. A parte che la versione è abbastanza improbabile, che chieda i tabulati al suo operatore, così ci toglie questo sgradevole dubbio.

Nel caso della ragazza stalkizzata a Napoli poi, c’è lei, Marta, che in questo lungo post strappalacrime premette di essere stata sempre pedinata in zone dove non ci sono telecamere (come fa a saperlo? È della Digos?), parla di graffi sanguinanti procurati con delle chiavi e il referto invece descrive un livido sul collo, afferma che lui le ha citofonato per mezzora e lei anziché chiamare la polizia ha messo la testa sotto il cuscino per non sentire… e così via. Una versione dei fatti di cui dubiterebbe pure un prete in confessionale che viene data per buona da giornali e tv che la eleggono a eroina che non si rassegna alla violenza sulle donne. Peccato che l’indagine (in corso) non sia ancora arrivata da nessuna parte.

Infine, il caso più eclatante: Maria Giovanna Carlini, cartomante, mamma residente a Cavezzo, Modena, carica un video su Facebook. È alla festa di compleanno del figlio autistico, si dice amareggiata perché ha invitato tutta la classe del bambino ma si è presentato solo un compagno. Dice che le altre mamme neppure hanno risposto al suo invito. Il video diventa virale, la storia del bambino autistico lasciato solo diventa un caso, la stampa intervista la signora, le Iene fanno l’agguato fuori dalla scuola alle mamme cattive e organizzano un altro compleanno al bimbo per fare giustizia. A nessuno viene in mente che la signora possa aver raccontato semplicemente la sua versione dei fatti. Decido dunque di verificare e scopro un po’ di cose: la signora è un tipo un po’ particolare. No-vax convinta, ha una bacheca Facebook che pullula di contenuti discutibili, da “i migranti andrebbero accolti a sprangate” a “Mussolini si starà rivoltando nella tomba”. Minaccia di denunciare un ospedale perché ha somministrato un anti-nausea alla figlia, parla di liti con famiglia e pediatri, organizza collette per la sua associazione e pure per farsi comprare il passeggino della figlia ma, soprattutto, già a giugno descrive un rapporto non idilliaco con le altre mamme della classe. A suo dire alcune non la invitano alle feste, altre non la ringraziano abbastanza per i regali. Minaccia: “Ci vediamo a settembre”. E a settembre manda via chat un invito per il compleanno del bambino, specificando che non vuole regali ma se possibile una donazione alla sua associazione. Su 23 mamme cinque declinano per impegni, 10 non rispondono, una dice sì, le altre non erano inserite neppure nella chat perché nuove. Dunque la mamma sa che la festa sarà un flop, ma la fa comunque. A quel punto fa un video in cui non ammette di essere lei il problema, ma la butta sul pietismo. Non specifica che era in cattivi rapporti con parte della classe e che l’altra metà neppure la conosce perché ci sono bambini nuovi. Fa partire l’ondata di fango sulle altre mamme, le quali finiscono a insultate ovunque.

Telefono alla signora Giovanna per capire qualcosa di più. “Non ho mai parlato di discriminazione da parte delle mamme perché mio figlio è autistico”, premette. E allora qual è stato il problema? “Sono state maleducate”. Perché si è parlato di discriminazione? “Ma io tante mamme manco le conoscevo, erano nuove, altri bambini erano malati! Sono i giornali che hanno parlato di autismo per fare clic”. È vero che lei non ha invitato cinque bambini e sono tutti stranieri? “Io non lo so chi ci fosse nella chat e chi no”. Perché ha fatto comunque la festa a suo figlio sapendo che sarebbe stata disertata? “C’erano sette bambini non della classe, uno pure di colore, non sono razzista”. Beh, dice che i migranti vanno accolti a sprangate. “Vorrei vedere lei con un figlio disabile a cui lo Stato non riconosce nulla! Io ho fondato una Onlus per sostenere le spese!”. Vedo che nella nota spese include 200 euro di conto dall’omeopata, le pare il caso? “A questo non rispondo”. È vero che lei è indagata per una truffa alle assicurazioni in Sardegna? “Non rispondo”. Suo figlio è vaccinato? “No, non è vaccinabile”. Chi lo dice? “Ho un certificato medico”. Chi è il medico? “Un medico”. E perché non è vaccinabile? “Ci sono indagini genetiche in corso”. Ha detto che soffre della sindrome di Asperger sul suo blog. “No, la diagnosi è autismo grave, non esiste distinzione”. Chi ha fatto la diagnosi? “Il Cardarelli di Modena e lo Stella Maris di Pisa”. È vero che lei fa fare una dieta speciale a suo figlio? “Fa una dieta priva di glutine, latte e caseina”. Perché? “Aveva l’otite e senza latticini non gli viene più, il grasso del latte ristagna”. E perché le mamme non sono venute alla festa? “Perché mio figlio ha una mamma cogliona che dice le cose come stanno. Poi mi hanno riferito che alcune non sono venute perché mio figlio senza vaccini è infettivo”. Ma lei è sicura di rendere la vita più facile a suo figlio? A scuola ha creato un clima di tensione. “Ha visto che le mamme neppure rispondevano alle domande delle Iene?”. Forse perché non sono tenute a spiegare in tv che lei non è simpatica. Un’ultima cosa: lei collega l’autismo di suo figlio a cosa? “A un insieme di fattori. E non lo vaccino perché a lui i vaccini possono scatenare qualcosa che geneticamente è latente. Lo vaccinerei in Svizzera, lì ci sono vaccini puliti, non contaminati”.

Parola di Giovanna Carlini, cartomante e vittima di un equivoco. Sì, del ruolo e della responsabilità dell’informazione oggi.

La bancarotta della lingua

In questi anni la lingua del potere si è fatta più immediata, più comprensibile.

Salvini si capisce cosa dice, parla una lingua da bar. Curiosamente sembra rimasta immobile la lingua dei rivoluzionari. Se entrate in un centro sociale colpisce subito che la lingua e l’abbigliamento sono molto simili a quelli di quarant’anni fa.

Oggi, almeno nel parlare, sembra esserci più movimento in alto che in basso. Basta dare uno sguardo a Facebook per vedere che lingua usano le persone. Una lingua collutorio che passa di bocca in bocca. Si fa fatica a riconoscere un’intonazione personale.

Una volta non era così. I contadini parlavano poco, ma quando parlavano c’era un gusto della parola, un piacere del narrare.

Oggi le classi dominanti cercano di parlare la lingua del popolo, ma il popolo parla male e quindi le classi dominanti parlano male.

Non è una questione di poco conto. La lingua è tutto ciò che siamo e trascurare la sua salute è un grave errore. Forse non ci sarà la bancarotta economica, ma siamo molto vicini alla bancarotta della lingua.

“Soldi per favorire le aziende del farmaco”

Non c’era modo di fermarsi, la fame di denaro secondo l’accusa passava anche sopra i propri pazienti ai quali venivano dati farmaci con uno scopo ben preciso: incrementarne l’uso e farli così entrare nel prontuario regionale. Il tutto con soddisfazione delle case farmaceutiche ben felici di ripagare lo sforzo con denaro, utilità o finanziamenti per congressi internazionali.

La vicenda che ha portato agli arresti domiciliari Franco Aversa, 70 anni, professore ordinario di Malattie del sangue all’Università di Parma nonché primario di Ematologia e del Centro trapianti di midollo osseo dell’azienda sanitaria locale, rimette sul tavolo il rapporto tra medici e multinazionali del farmaco. L’indagine, conclusa il 3 ottobre, riguarda 28 persone e sei aziende del settore. Oltre ad Aversa (accusato di corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità), è indagato anche il primario di Medicina e chirurgia, Antonio Mutti. Un nome questo che lega l’inchiesta della scorsa settimana a quella che, mesi fa, ha coinvolto il primario Guido Fanelli.

Ma torniamo al professor Aversa, il quale, nel luglio del 2015, dopo che Gilead, multinazionale del farmaco americana, conferma la sponsorizzazione di un congresso, “prescriveva – scrive la Procura – un trattamento con il farmaco Zydelig al primo paziente del Nord Italia, prima che il farmaco venisse inserito nel prontuario regionale”. Della prescrizione avvenuta, Aversa informa la responsabile italiana della casa farmaceutica. Aversa, scrive la Procura, “accettava di continuare a prescrivere lo Zydelig”. Faceva di più: “Proponeva di premere sui componenti del GReFO, di cui Aversa faceva parte, affinché esprimessero rapidamente il loro parere favorevole all’inserimento del farmaco nel prontuario regionale”. Il GReFo è il Gruppo regionale sui farmaci oncologici, e ha il compito di valutare la qualità di un medicinale. Il 19 febbraio 2016 la giunta regionale approva l’inserimento del farmaco nel prontuario regionale. Il ritorno per Aversa, contabilizzato dalla Procura, fu di 40 mila euro. Ci sono poi i concorsi ritenuti truccati. Aversa vince il concorso di professore ordinario. Concorso ad hoc. Per questa vicenda sono indagati, oltre ad Aversa e Mutti, altri 4 pubblici ufficiali.

Savona, le “camicie nere” sulla lapide ai caduti. Imbarazzo e polemiche

Una lapide dedicata alle camicie nere. A Savona, città del presidente partigiano, Sandro Pertini.

Immaginate la scena sabato al cimitero. Si inaugura una lapide ai caduti della Seconda guerra mondiale. Tutte le autorità schierate: la sindaca Ilaria Caprioglio (centrodestra), il prefetto, le associazioni dei combattenti, religiosi. Poi la bandiera scivola via e scopre il marmo con l’elenco delle Forze Armate: “Alpini, artiglieri, autieri, bersaglieri, camicie nere, carabinieri…”. E cala un silenzio, verrebbe da dire, di tomba. Colpi di tosse. Gente che si dà di gomito. Poi l’imbarazzo esplode.

Ma com’è andata?“Noi non ne sapevamo niente”, giura e spergiura la sindaca Caprioglio, “L’associazione ‘Opera nazionale per i caduti senza croce’ che da sempre gestisce quell’area del cimitero ci ha chiesto l’autorizzazione per due nuove lapidi. Abbiamo detto di sì”. Ma poi ecco spuntare le camicie nere: “Siamo rimasti di sasso”. Le foto ritraggono i membri dell’associazione sorridenti e le autorità con un’espressione a dir poco imbarazzata. Però nessuno, pare, se n’è andato: i fascisti commemorati dalle autorità della Repubblica. “Ovviamente mi dissocio. Ho convocato Enrico Albertazzi, presidente savonese dell’associazione per avere spiegazioni”, assicura Caprioglio. Lui, Albertazzi, non fa un plissé: “Spiace per questa polemica. Ma ignorare la presenza del corpo delle Camicie Nere fra i militari savonesi regolarmente inquadrati sarebbe stato un atto oltraggioso”.

Succede a Savona, dove pochi giorni fa è stata danneggiata una lapide partigiana. Città rossa, una volta, oggi di centrodestra. In attesa che, magari, ci pensino le autorità, ieri qualcuno ha messo un pezzo di nastro adesivo: via le camicie nere.

Proiettile a Claudio Fava dopo la legge anti-massoni

Il metodo è antico ma non è mai stato abbandonato da Cosa Nostra e da chi, in questi anni, se n’è servito: il “c’è posta per te” con proiettile in busta. In questo caso, calibro 7,65, indirizzato al presidente dell’Antimafia siciliana Claudio Fava, già vicepresidente di quella nazionale, giornalista professionista, figlio di Pippo Fava, ucciso da killer mafiosi nel gennaio del 1984, qualche settimana dopo avere denunciato le collusioni mafiose ai più alti livelli, finanziari e istituzionali, nel programma di Enzo Biagi.

A trovare il bossolo nella busta vuota, senza alcuno scritto, sono stati i collaboratori di Fava nella posta del mattino giunta ieri al primo piano di palazzo dei Normanni, negli uffici della commissione dove sono piombati dopo pochi muniti gli agenti della Digos sequestrando proiettile e busta per le prime analisi. “In questo momento non ho commenti da fare. Posso solo dire che si va avanti nonostante le intimidazioni” ha detto Claudio Fava, che ha ricevuto manifestazioni di solidarietà diffuse, dal Pd al M5S e al presidente della Regione Nello Musumeci: “Episodi di intimidazione grave come questo vanno condannati – ha detto Musumeci – senza tentennamenti”.

Protagonista in queste settimane di un’azione politica di contrasto ai sistemi criminali mafiosi su vari fronti, Fava da due mesi è impegnato a fare luce in commissione sulle mistificazioni in nome di un’antimafia fasulla e i legami, anche istituzionali, della lobby imprenditoriale guidata dall’ex vicepresidente di Confindustria Antonello Montante, finito in carcere con l’accusa di avere messo in piedi una rete di dossieraggio con la complicità, finora presunta, di vertici dei servizi segreti, di polizia, carabinieri e guardia di finanza e anche dell’ex presidente del Senato Renato Schifani. Ma Fava è impegnato anche a chiarire, con l’apertura di un’altra istruttoria, le deviazioni e misteri, ancora irrisolti a distanza di 26 anni, del depistaggio istituzionale delle indagini sulla strage di via D’Amelio. E proprio qualche giorno fa aveva preannunciato il deposito, ormai prossimo, delle relazioni conclusive che puntano a togliere livelli di opacità alle due vicende, stesso obbiettivo del disegno di legge, presentato dallo stesso Fava, e approvato dall’Assemblea regionale il 4 ottobre scorso, che impone ai deputati a dichiarare la loro appartenenza alla massoneria. Risultato “ancora più importante – aveva detto Fava – avendo in Sicilia una tradizione spesso molesta tra massonerie, logge, politica, funzione pubblica, amministrazione”.

E infine, la scorsa settimana Fava è intervenuto sul sequestro di 150 milioni di euro all’editore catanese Mario Ciancio, considerato uno dei potenti “intoccabili” di Sicilia, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, proponendo di restituire il giornale sequestrato, La Sicilia, ai giornalisti che hanno raccontato davvero collusioni e protezioni del sistema mafioso: “Dopo l’arresto di Mussolini molti giornali che fino al giorno prima erano megafono del regime, vennero offerti a direttori che li trasformarono in quotidiani simbolo dell’antifascismo – aveva detto –. Così può essere anche con La Sicilia”.

Sanità, l’Anac fa la revisione di spesa: risparmi da 1 miliardo

Revisione della spesa come principale fonte di ulteriori investimenti rispetto a quanto già stanziato, almeno per ora: il ministero della Salute lo dice da settimane rispondendo all’opposizione e ieri, a supporto, è arrivato un dossier dell’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Dai cerotti ai pasti ospedalieri, dalle siringhe ai dispositivi per il diabete, secondo l’indagine le Regioni potrebbero risparmiare ogni anno quasi un miliardo se si uniformassero i prezzi delle forniture a quelli pagati dalle regioni ‘virtuose’ o ai cosiddetti “prezzi standard”. Nello specifico, per presidi e dispositivi medici come siringhe, ovatta e cerotti, che costano complessivamente alle Regioni 75 milioni di euro, se ne potrebbero risparmiare 15. Per il servizio di pulizia, che costa 1,2 miliardi di euro, se ne potrebbero risparmiare 210. Per i pasti ospedalieri si spendono annualmente 750 milioni e se ne potrebbero risparmiare 95. Per lavare lenzuola e biancheria si spendono 500 milioni, se ne potrebbero risparmiare 100. E ancora, per i dispositivi per il diabete, gli ultimi analizzati, si spendono 510 milioni, ma se ne potrebbero risparmiare 215. Infine 300 milioni nell’area dei farmaci. Totale: 935 milioni di euro.