Il Nobel alle radici profonde della crescita

Il Nobel per l’Economia va a Paul Romer e William Nordhaus per aver capito alcune cose fondamentali di ciò che tutti i politici promettono, spesso invano: la crescita. L’approccio neoclassico nel modello che ha fruttato il premio Nobel a Robert Solow nel 1987 considerava l’innovazione tecnologica una variabile esogena. Nel mondo di Solow, i Paesi più poveri dovevano crescere più in fretta di quelli ricchi per recuperare la distanza (catch up). Mentre quelli già industrializzati dovevano continuare a investire per ottenere tassi di crescita comunque bassi, colpa della legge dei rendimenti decrescenti del capitale.

Negli anni Ottanta Romer, 63 anni, studi a Chicago e oggi docente alla New York University, dimostra invece che ci sono differenze nei tassi di crescita che perdurano e questo si spiega con il fatto che l’innovazione non è qualcosa che cade dall’alto come la celebre mela sulla testa di Isaac Newton, ma è un prodotto della società, una variabile endogena. E se a far sviluppare davvero un’economia sono le idee e non il capitale, anche la legge dei rendimenti decrescenti non vale più. Perché le idee, una volta prodotte, possono diffondersi gratis, a tutti, e generare altre idee che a loro volta produrranno innovazione e crescita. Romer studia quali sono le istituzioni che permettono di sprigionare il potenziale di crescita delle idee: bisogna trovare il giusto equilibrio tra la diffusione della conoscenza, soprattutto quella generata dalla ricerca di base, e la necessità di remunerare l’investimento necessario per produrla (per esempio garantendo l’esclusiva per un certo periodo con un brevetto).

Anche William Nordhaus, 77 anni, ha complicato parecchio l’idea di crescita, introducendo la più rilevante delle “esternalità negative”: l’ambiente. Come Romer – e questa è la ragione per cui sono stati premiati col Nobel insieme – anche Nordhaus trasforma alcune variabili esogene in endogene: la natura non è soltanto un vincolo esterno alla crescita (c’è chi ha le foreste o il petrolio e chi non li ha), ma i cambiamenti nell’ambiente influenzano la società e viceversa. Negli anni Settanta Nordhaus si produce in un titanico sforzo di basare modelli di macroeconomia su dati che arrivano da altre discipline, ingegneria, chimica, biologia. Dati che vengono lavorati da un suo giovane dottorando, Paul Krugman, che poi diventerà famoso e vincerà un Nobel nel 2008 per i suoi modelli di commercio internazionale (e per l’opposizione a George W. Bush).

Nordhaus, oggi docente a Yale, si richiama a un celebre economista degli anni Venti, Arthur Pigou, amico di John Maynard Keynes, che già allora auspicava tasse per compensare le esternalità negative causate dalle emissioni inquinanti. Nordhaus aggiorna la stessa proposta elaborando lo schema di un sistema di tasse sulle emissioni globali da far pagare in modo uniforme ai diversi Paesi. L’uso dei modelli economici applicati all’ambiente consente a Nordhaus di fare anche previsioni quantitative molto precise (per quanto possono esserlo quelle che vogliono stimare orizzonti di decenni o secoli) su quanto vengono ridotte le emissioni di anidride carbonica da un certo schema di tassazione.

L’Accademia di Stoccolma unisce i due economisti nel Nobel perché entrambi hanno “fatto passi cruciali nell’affrontare le questioni decisive sul futuro dell’umanità”. Come sempre il Nobel per l’Economia contiene un forte messaggio politico: la ricerca scientifica ha dimostrato che il nostro futuro collettivo dipende dall’ambiente. Ora tocca alla politica, Donald Trump incluso, comportarsi di conseguenza.

Clima, si tratta sui limiti. E l’Onu lancia l’allarme

Ieri, giorno in cui si diffonde l’approvazione del Rapporto Speciale sul Riscaldamento Globale voluto dai governi di tutto il mondo e redatto dagli scienziati dell’Onu, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha incontrato a Bruxelles il Commissario europeo al clima, Miguel Arias Canete, e quello all’Ambiente, Karmenu Vella. A maggio l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia europea non solo per aver superato i limiti di biossido di azoto (NO2) e di particolato (Pm10) nelle città ma anche per non aver presentato – quando era ministro Gian Luca Galletti – un piano ambientale soddisfacente per la Commissione.

Durante l’incontro il ministero ha messo sul piatto due obiettivi: il rispetto dei termini per la consegna del Piano nazionale integrato sul clima ed energia e un piano di finanziamento per la realizzazione di colonnine elettriche e in genere per la mobilità elettrica. Il primo progetto è anche nella nota di aggiornamento del Def, un programma che dovrà essere basato su mobilità sostenibile – nella forma specifica della mobilità elettrica –, sblocco del mercato nazionale delle fonti rinnovabili e lotta alla povertà energetica. Tra le misure economiche, è prevista la proroga della detrazione per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici delle imprese mentre si prevedono, per la mobilità elettrica e le colonnine, 72 milioni di euro stanziati dal ministero dell’Ambiente e quasi 28 da quello delle infrastrutture. Ieri si è parlato anche di un piano coordinato per eliminare le auto Diesel Euro 3 dalla circolazione e il ministero dei Trasporti sta cercando le risorse per eventuali incentivi .

Nella sua corsa nazionale all’elettrico, sul piano internazionale l’Italia si schiera intanto tra i super-buoni: oggi, al Consiglio Ambiente a Lussemburgo, dove è previsto che i Paesi dell’Unione adottino una posizione comune sulla Cop 24, la Conferenza sui Cambiamenti Climatici che si terrà a Katowice in Polonia a dicembre (quando i governi riesamineranno il Trattato di Parigi) rilancia il target fissato a giugno, ovvero il taglio delle emissioni del 40% entro il 2030 e del 15% al 2025. Una posizione consapevole della distanza dagli altri Paesi: la Germania, ad esempio, vorrebbe mantenere l’impostazione della Commissione Ue, con taglio del 30% al 2030. “Il nostro obiettivo è contribuire a trovare la migliore e più alta mediazione possibile – spiegano dal ministero -. Stiamo lavorando di sponda con i Paesi del blocco più ambizioso” che include Francia e Svezia.

L’allarme delle ultime ore sul riscaldamento globale arriva dal report dell’Ipcc, il Panel intergovernativo sui Cambiamenti Climatici, realizzato su oltre 6 mila studi scientifici e curato da 91 autori da tutto il mondo su mandato dei governi. Il punto: il riscaldamento globale aumenterà di 1,5 gradi entro il 2030 e sarebbe meglio si fermasse senza arrivare all’obiettivo dell’Accordo di Parigi che prevede un aumento delle temperature medie di 2 gradi. È la corsa al male minore. Il rapporto sottolinea l’impatto dei cambiamenti climatici che potrebbero essere evitati limitando il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Un paio su tutti: entro il 2100, l’innalzamento del livello del mare sarebbe più basso di 10 centimetri e la probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio sarebbe una in un secolo invece di una ogni 10 anni. Inoltre, le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento mentre a 2 gradi se ne perderebbe il 99 per cento. Praticamente la totalità.

Aggrediti poliziotti impegnati in controlli anti-caporalato

Sabato pomeriggio durante un servizio anti-caporalato e contro l’immigrazione clandestina nelle campagne di Borgo Mezzanone, vicino Foggia, alcuni agenti della Polizia Stradale del Distaccamento di Cerignola, dopo aver fermato un gambiano che aveva cercato di investirli con la propria automobile, sono stati accerchiati da numerosi altri cittadini stranieri e aggrediti a calci e pugni. Il gambiano, di 26 anni, è stato arrestato con l’accusa di resistenza, violenza e lesioni a pubblico ufficiale. Dopo aver provato a investire i poliziotti, il giovane, con precedenti, è fuggito inseguito dagli agenti e ha provato più volte a speronare l’auto della polizia. Non riuscendo a seminare i poliziotti tra le strade di campagna, l’uomo si è fermato vicino a un insediamento di migranti nei pressi del Centro accoglienza e richiedenti asilo (Cara) della zona. Dopo un inseguimento a piedi, gli agenti sono riusciti a bloccare l’uomo. Secondo il sindacato di polizia Sap erano circa 50 gli extracomunitari che si sono scagliati contro i due poliziotti.

L’Antitrust: “Autostrade resti fuori, Gavio & C. no”

Anche l’Antitrust, in audizione alla Camera sul decreto per Genova, “benedice” il ritorno tra le aziende che potranno ricostruire il ponte Morandi delle concessionarie che non siano Autostrade per l’Italia, come chiesto pure dal Commissario straordinario Marco Bucci: si tratta, in primo luogo, della Itinere del gruppo Gavio, della Toto costruzioni e dell’Anas.

Ha spiegato il segretario generale dell’Authority, Filippo Arena: “L’esclusione, sotto il profilo della concorrenza, potrebbe giustificarsi solo con riferimento al concessionario della tratta autostradale interessata dai lavori”, ma “non sembra trovare adeguata giustificazione l’esclusione di tutti gli altri concessionari”. In sostanza, vietare alla società dei Benetton di ricostruire “appare funzionale a evitare di replicare nel mercato a valle dei lavori, gli effetti della chiusura alla concorrenza del mercato a monte, in cui l’affidatario del titolo concessorio, beneficiario di proroghe dello stesso, non è stato individuato con gara” (e peraltro in futuro, dice l’Autorità garante della Concorrenza, “andranno evitate ulteriori proroghe”).

Com’è evidente, il rischio sono i ricorsi di Autostrade contro la sua esclusione dalla ricostruzione del ponte (e, più avanti, sulla revoca della concessione): “Il decreto abbiamo iniziato a esaminarlo la settimana scorsa e abbiamo chiesto agli avvocati di fare una valutazione: non abbiamo ancora una posizione, che dovrà essere espressa dal cda”, ha spiegato, sempre in audizione alla Camera, l’amministratore delegato di Aspi, Giovanni Castellucci, prima di contestare anche l’Antitrust. La ricostruzione della vicenda è, per così dire, storiograficamente ardita: “La concessione ci è stata affidata con una gara in occasione della privatizzazione. È stata una gara sulla concessionaria e non sulla concessione, ma nei fatti i due oggetti erano coincidenti”.

Tornando al Garante della Concorrenza, ieri ha dato un sostanziale via libera anche alle procedure “accelerate” per la ricostruzione del ponte di Genova affidate al commissario straordinario legibus soluto (con l’eccezione, fortunatamente, delle norme penali): “Se nell’attuale situazione l’affidamento tramite procedura negoziata appare giustificato, tale modulo dovrà essere limitato a quanto strettamente necessario a far fronte alle condizioni di urgenza e indifferibilità dell’intervento di ricostruzione e dovrà essere, in ogni caso, rispettoso dei principi di trasparenza e di non discriminazione”.

Il sindaco Marco Bucci, comunque, dovrà stare attento a non incorrere, in particolare, in violazioni delle norme europee: “Grande attenzione va prestata nell’individuare il perimetro degli affidamenti da attribuire tramite procedura negoziata, soprattutto in considerazione dell’ampiezza della formula usata dal decreto”, tanto più che “una rigorosa delimitazione delle attività necessarie e indifferibili da eseguire con tempesitività, consentirebbe di assicurare la corretta applicazione del requisito dell’estrema urgenza, che giustifica la deroga rispetto alle procedure di affidamento a evidenza pubblica”.

Sensori “sbagliati” sul ponte Genova, gli sfollati in piazza

Perturbazioni politiche e prime contestazioni. Ma per fortuna cielo sereno. Perché si scopre che i primi sensori sistemati per verificare la stabilità del Morandi non funzionano con il brutto tempo. E a Genova in autunno le piogge sono frequenti e abbondanti.

Erano già forti le polemiche sulla lentezza con cui si è provveduto all’installazione dei sensori che dovrebbero tra l’altro permettere agli sfollati di rientrare nelle case a recuperare le loro cose. Ma ecco che si scopre un “dettaglio”: si tratta di sensori ottici. Quindi, ammette un esperto che ne ha seguito l’installazione, “in caso di maltempo, pioggia forte o nuvole basse, non sono più affidabili”. Insomma, bisogna sperare nel bel tempo.

Un ulteriore tassello che rischia di accendere gli animi. Perché Genova comincia ad arrabbiarsi. Contestazioni, fischi e frasi taglienti, nessuno ieri è stato risparmiato: dal sindaco-commissario Marco Bucci al governatore Giovanni Toti, passando per la consigliera regionale M5S Alice Salvatore e il ministro Danilo Toninelli. Che si è mosso per Genova dribblando le manifestazioni.

Ieri era una giornata calda: in Prefettura l’incontro tra le autorità (in primis Toninelli) e la Commissaria Europea Violeta Bulc. Nello stesso momento a pochi passi, in piazza De Ferrari, gli abitanti della Valpolcevera sfilavano per la prima volta in corteo. Chiedendo di non essere dimenticati. Criticando aspramente il decreto del governo. Proprio nella piazza dove il 14 settembre oltre diecimila persone si erano raccolte a un mese dalla tragedia. E il premier Giuseppe Conte aveva raccolto applausi a scena aperta sventolando un mazzo di fogli (“il decreto”, anche se poi è cambiato parecchio). Dopo meno di un mese i politici della maggioranza non hanno più un’accoglienza calorosa. Prima tocca ad Alice Salvatore, numero uno del M5S in Regione: “Andatevene via”, le urlano. Non è la prima contestazione contro i Cinque Stelle locali, dopo le critiche dei comitati No-Tav contrari al Terzo Valico che si sono sentiti abbandonati dai grillini.

Ma le critiche non risparmiano neanche Bucci e Toti. Loro che, fino a oggi, erano stati ovunque accolti da applausi e – soprattutto Bucci – paiono godere di grande popolarità. Appena, però, arrivano in piazza De Ferrari ecco che dalla gente della Valpolcevera arriva una bordata di fischi. Poi un urlo: “Buffone”.

E non è finita. “Siamo qui per chiedere soprattutto la riapertura delle strade, c’è una comunità di 50 mila abitanti, quella della Valpolcevera e senza contare l’entroterra, che non può più sopportare questo immobilismo”, spiega Franco Ravera che guida il comitato degli sfollati. Aggiunge: “Il decreto finora è insufficiente”. Accanto a lui uno striscione: “Oltre il ponte c’è…”, è scritto. Già a nord del Morandi vivono decine di migliaia di persone che sono tagliate fuori da tutto: “Lavoro, strade, sanità”, scandiscono al megafono. Sono abitanti, lavoratori, studenti e commercianti come Luca Pittaluga che racconta: “Sono qui come proprietario di una casa e commerciante. Ho un appartamento in zona rossa. E la mia attività commerciale in pochi mesi ha perso il 60 per cento del fatturato”. È uno dei tanti.

Così nasce lo scontento che da settimane ha preso di mira sui social anche Toninelli. Ieri il ministro ha evitato la folla, ma si è visto arrivare una frecciata durante una riunione ristretta e blindatissima con alcuni rappresentanti degli sfollati (stampa e curiosi tenuti a debita distanza). Ravera non ha usato tanti giri di parole: “Adesso basta musse”, espressione parecchio colorita (meglio non tradurla letteralmente) che in genovese vale più o meno “basta balle”.

Chissà se adesso cambierà qualcosa dopo le promesse di aiuti europei portate dalla commissaria Bulc: “Sono qui perché voglio offrire l’assistenza dell’Europa. L’Europa è pronta a fare la propria parte per aiutare Genova e la Regione con l’obiettivo di ridare il futuro a questo territorio”. In particolare Bruxelles potrebbe dare il via libera a procedure più snelle per gare e appalti. “Al Governo italiano – ha commentato Toninelli – piace molto l’Europa che si occupa delle persone, dei problemi concreti dei cittadini, come stiamo provando a fare anche oggi qui”.

Ma ormai immancabile è arrivata la coda polemica che comincia a snervare i genovesi: “Questo è un decreto scritto con il cuore”, ha detto Toninelli. Immediato il controcanto di Toti: “Speriamo sia scritto anche con il cervello”.

L’aria in un mese è cambiata. Con risultati quasi paradossali: “Maurizio Martina (il segretario Pd coperto di fischi ai funerali, ndr) è venuto tre volte dal ponte senza farsi pubblicità”, racconta uno sfollato, “Invece ogni volta che arriva Matteo Salvini prima lo sappiamo dai social”.

Detenuti al 41-bis, lecita la telecamera puntata verso il bagno

“Non comporta l’illegittima compromissione di un diritto” la videosorveglianza continua in una cella, con telecamera a bassa risoluzione puntata sull’ingresso del bagno. Lo scrive la Cassazione annullando, su ricorso del ministero della Giustizia, la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna che censurava la telecamera con inquadratura verso il bagno nella cella del boss Giuseppe Madonia (al 41-bis). Si tratta di una telecamera a bassa risoluzione, con immagini sfocate, diretta verso la sola porta e una porzione del lavandino. Secondo il Tribunale di sorveglianza, anche in caso di un detenuto sottoposto a un regime speciale per ragioni di sicurezza, “l’uso di strumenti di intrusione nella sfera privata” deve “calibrarsi in relazione alle reali necessità della specifica situazione da affrontare” o si viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Invece, secondo il ministero, nel ricorso in Cassazione, tale videosorveglianza continua nella cella è proporzionata e conforme ai doveri istituzionali. È stata adottata “con ponderazione tenendo conto dell’elevatissimo livello di pericolosità di Madonia” e per “prevenire evasioni e comunicazioni fraudolente”.

Bonafede studia il sorteggio parziale. Le correnti gli chiedono un confronto

La riforma elettorale del Csm si farà. Su questo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non intende cambiare idea, polemiche o meno dei magistrati, convinto com’è che sia l’unico modo per fermare la “correntocrazia”. Ma se intraprenderà la via del sorteggio che l’Anm ritiene dalle conseguenze “disastrose” o un’altra via, ancora in via Arenula ci stanno pensando.

La questione delle nomine lottizzate è annosa ma ci sono state denunce che hanno imposto il dibattito: da quella di Piercamillo Davigo che ha parlato dell’inaccettabile “Uno a te, uno a me” al libro di Riccardo Iacona con Alfredo Robledo, Palazzo di ingiustizia, all’interno del quale c’è l’intervista ad Andrea Mirenda, giudice di sorveglianza di Verona, che rinunciò a diventare presidente della sezione fallimentare contro “un carrierismo sfrenato, arbitrario e lottizzato”. Mirenda e un centinaio di altri magistrati sono stati i promotori di un documento: “Liberate il Csm dalle correnti”, alla vigilia delle elezioni Csm. A metà settembre, alcuni di quei magistrati sono andati al ministero a perorare la causa di una legge che istituisca il sorteggio per eleggere i togati del Consiglio. Milena Balsamo, Andrea Reale e Carmen Giuffrida, faccia a faccia con il capo di Gabinetto Fulvio Baldi hanno premesso che i firmatari sono “assolutamente favorevoli al libero associazionismo”, dunque alle correnti, ma il problema è “l’invadenza lottizzatoria delle stesse”, pertanto, l’unico strumento per bloccare il correntismo e le nomine lottizzate del Csm, a loro avviso, è il “sorteggio secco” dei candidati al Consiglio. Hanno, però, prospettato una seconda soluzione qualora questo tipo di sorteggio risultasse incostituzionale: “L’adozione del sorteggio preliminare di un numero multiplo di candidati rispetto al numero dei consiglieri e successiva elezione dei magistrati sorteggiati tra i disponibili e gli eleggibili”. Per arrivare al “semi sorteggio” si dovrebbe modificare la legge elettorale per i consiglieri “con un sistema maggioritario uninominale”.

Il ministro ci sta pensando seriamente anche perché la settimana scorsa l’ha detto pubblicamente e ha annunciato che tra le ipotesi allo studio c’è quella che prevede “una fase di sorteggio non integrale”, quindi non un’estrazione a sorte “secca” perché sarebbe necessaria “una riforma della Costituzione nemmeno auspicabile”. Un’ipotesi “incostituzionale” anche questa secondo il presidente dell’Anm, Francesco Minisci.

A dire il vero l’idea del sorteggio, sia pure non integrale, non convince neppure la maggioranza dei magistrati che vogliono la riforma. Robledo, magistrato a Torino, ci dice che lo convince di più l’ipotesi di AeI, la corrente “davighiana”. Ovvero piccoli collegi uninominali su base regionale “come per l’elezione del Senato, che spingerebbero le correnti a candidare magistrati capaci e apprezzati da chi, sul territorio, sa e può votare con più consapevolezza”. I magistrati di Area (sinistra) vogliono una riforma che garantisca “pluralismo e libertà di scelta, quindi in senso contrario al sorteggio, rimedio peggiore del male”, ha detto il presidente Maurizio Carbone, che ha chiesto un tavolo tecnico al ministro. Stessa richiesta è stata avanzata da AeI che ritiene fondamentale il confronto ministro-magistrati.

Csm, si riparte da Woodcock. Ipotesi astensione per Ermini

Casi politicamente sensibili per il nuovo Csm già dall’inizio dei lavori: dal processo disciplinare a Woodcock, al rifiuto del ministro Alfonso Bonafede di avere tra i suoi funzionari l’ex ministra e magistrato Anna Finocchiaro, a un altro processo disciplinare, quello al governatore pugliese e toga in aspettativa Michele Emiliano, alla grossa partita della Procura di Roma.

Si comincia con Anna Finocchiaro, magistrato per sei anni fino al 1987 ed esponente di punta del Pci-Pds-Ds- Pd per oltre 30 anni. Il caso, però, dovrebbe chiudersi senza scossoni perché Finocchiaro ha fatto domanda per andare in pensione anche se ha tempo fino al 31 dicembre per ripensarci. La vicenda, come rivelato dal Fatto, risale a maggio quando l’allora ministro uscente della Giustizia Andrea Orlando, poiché Finocchiaro non ricandidata, sarebbe dovuta tornare a indossare la toga, chiese al Csm il suo collocamento fuori ruolo al ministero, così come per Doris Lo Moro. A giugno il via libera del vecchio plenum, ma Bonafede, solo per Finocchiaro, ha fatto sapere che non intende avvalersi della sua collaborazione. Il nuovo plenum, mercoledì, dovrà prendere atto della sua decisione e rimandare la pratica alla Quarta che chiederà al ministero se ci sono i requisiti per il pensionamento. Insomma, la richiesta della Finocchiaro taglia la testa al toro.

A novembre, invece, tornerà a tenere banco il caso che durante i governi Renzi e Gentiloni ha scatenato tempeste dentro e fuori dal Csm: il processo disciplinare, alle battute finali, a carico di Henry John Woodcock e Celeste Carrano, sotto accusa per la conduzione dell’indagine Consip che ha coinvolto, tra gli altri, Tiziano Renzi e Luca Lotti. Alla prossima udienza, fissata dall’ex collegio per il 5 novembre – in astratto – potrebbe essere sollevata una incompatibilità. La sezione disciplinare è sempre presieduta dal vicepresidente del Csm, in questo caso David Ermini. Il suo vice è Fulvio Gigliotti, uno dei “prof” in quota M5s. Gli altri membri sono i togati Piercamillo Davigo, Giuseppe Cascini, Corrado Cartoni e Marco Mancinetti. L’incompatibilità potrebbe essere ravvisata per il presidente Ermini poiché da parlamentare del Pd attaccò gli inquirenti di Consip: “Prima si prende di mira Renzi e poi si lavora sulle indagini? Ci sono mandanti?”. Ermini, però, per apparire imparziale oltre che esserlo, potrebbe decidere di astenersi oppure scegliere una via diplomatica ma che porta allo stesso risultato: prendere per quel giorno un impegno istituzionale e così far modificare il collegio. Gigliotti a quel punto presiederebbe e subentrerebbe al suo posto uno dei laici “supplenti”: Cavanna (Lega); Donati (M5s) e Cerabona (FI). Altra ipotesi: le difese di Woodcock e Carrano potrebbero invitare Ermini ad astenersi o avanzare richiesta di ricusazione.

Poiché nel collegio c’è anche Davigo, il magistrato più votato, amato e odiato di questo Consiglio, è sceso in campo Il Foglio, secondo il quale “piuttosto che valutare criticamente l’operato di un magistrato preferirebbe probabilmente tagliarsi un piede”. Cita pure un’intervista al Fatto: quando il Csm non tutela un pm da attacchi del governo e lo processa pure “prima ancora che vengano processati gli imputati… c’è da restare esterrefatti”. Anche la Prima commissione del Csm si occupa dell’operato dei magistrati, ma per condotte non dolose. La presiede Alessio Lanzi, laico di FI, avvocato di Fedele Confalonieri e David Mills. La vice è Alessandra Dal Moro, giudice milanese di Area (sinistra ). Come pm c’è il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita di AeI. Anche la Prima ha ereditato il fascicolo Consip, incredibilmente rimasto in sospeso nonostante le testimonianze favorevoli ai pm degli ex vertici della Procura di Napoli.

Altro processo disciplinare sotto i riflettori, con data da fissare, è quello a Emiliano. L’ultima puntata risale a luglio scorso quando la Consulta ha stabilito che è legittimo l’illecito disciplinare previsto per chi, magistrato anche in aspettativa, si iscrive a un partito o partecipi in maniera sistematica alla sua attività. Cioè, è legittimo il processo ad Emiliano, toga in aspettativa da 13 anni e pure candidato alle primarie del Pd.

La Quinta, che si occupa di nomine, avrà gli occhi puntati l’anno prossimo quando ci sarà la grande partita del successore di Giuseppe Pignatone, a capo della Procura di Roma fino a maggio. Presidente Gianluigi Morlini, giudice di Bologna di Unicost (centristi), il vice è Basile. Altro laico è Gigliotti. Ne fa parte pure Davigo. Per ora il candidato favorito e che piace pure a Pignatone, si dice a piazzale Clodio, è l’attuale procuratore di Palermo Franco Lo Voi, di MI, che gode di apprezzamenti trasversali.

Casellati fortunata: il Senato ti dà il vitalizio, la Camera no

Anche i ricchi piangono, a modo loro. Ne sanno qualcosa Michele Vietti ed Enrico La Loggia. Le loro ferite si sono riaperte qualche giorno fa, quando Il Fatto ha raccontato del vitalizio arretrato accordato all’attuale presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per i quattro anni passati al Csm. Palazzo Madama presto aprirà i cordoni della borsa per liquidarle il dovuto dopo averne accolto il ricorso una manciata di giorni fa. A Vietti e La Loggia, invece, la Camera ha risposto picche: niente assegno vitalizio per gli anni che li hanno visti impegnati rispettivamente come vicepresidente a Palazzo dei Marescialli e come membro dell’organo di autogoverno della magistratura contabile.

Racconta l’ex Udc Vietti, ironico ma non troppo: “È evidente che la giustizia domestica (l’autodichìa) non è uguale per tutti: il vitalizio l’hanno dato a tutti tranne che a me”. E aggiunge: “Chiesi di goderne anche nel quadriennio al Csm dopo che Guido Calvi mi disse che lui stesso aveva fatto ricorso per ottenerne l’erogazione. Ma il Senato a lui lo ha concesso, a me la Camera lo ha negato pure se siamo stati eletti al Csm lo stesso giorno dal Parlamento in seduta comune”. Insomma una beffa per Vietti che aveva chiesto persino di investire la Consulta della questione, ma senza successo: non se ne fa un grande cruccio, adesso, pure se i circa 200 mila euro che non gli sono stati riconosciuti gli avrebbero certo fatto comodo. A ogni modo può godere del vitalizio dalla fine del 2014, ossia da quando non è più al Csm. Una signora cifra, tutto sommato, anche dopo il ricalcolo imposto dal presidente della Camera, Roberto Fico: il suo assegno subirà una sforbiciata di circa 1.000 euro rispetto ai 4.000 che ha maturato per le quattro legislature trascorse a Montecitorio prima di sbarcare nel 2010, a 56 anni, a Palazzo dei Marescialli. Vietti ha un solo rammarico: “Da vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura avevo chiesto che la Camera decidesse il ricorso solo alla fine del mio mandato per una questione di buon gusto. Forse se avessi sollecitato una decisione tempestiva sarebbe andata diversamente… Non mi lamento, anche se la disparità di trattamento accordata dal Senato in tanti casi analoghi è piuttosto macroscopica”, conclude rifiutandosi, elegantemente, di commentare la fortuna della Casellati.

Ed Enrico La Loggia? Anche a lui la Camera ha bocciato entrambi i ricorsi, esattamente come a Vietti. Solo che nel suo caso la “iella”, si fa per dire, è stata doppia: La Loggia infatti ha sforato l’erogazione del vitalizio concesso a Casellati per un nulla. “Sono stato in Parlamento complessivamente per 25 anni, di cui 12 passati a Palazzo Madama. Ma quando sono stato eletto al Consiglio di presidenza della Corte dei Conti ero deputato. E quindi l’amministrazione che ha deciso sul godimento dell’assegno è stata la Camera”, dice al Fatto con serenità siciliana, quasi olimpica. Anche nel suo caso gli uffici di Montecitorio sono stati inflessibili rispetto al divieto di cumulo tra il trattamento vitalizio spettante agli ex-deputati e gli incarichi retribuiti a carico della finanza pubblica, come quello alla Corte dei Conti.

Il buon La Loggia non ha più quell’incarico dal 17 settembre: “Dal giorno successivo ho diritto a percepire il vitalizio che avevo già maturato quando a 66 anni ho lasciato il Parlamento. E che non subirà grandi tagli col ricalcolo imposto da Roberto Fico”. Un assegno da 5 mila euro. Netti.

La fantasia all’opposizione: Macron, De Luca, Riace…

Quante divisioni ha oggi la sinistra, ma non nel senso staliniano di truppe?

Tante, troppe e che fanno temere una traversata nel deserto ancora più lunga del solito, in questi cupi tempi di populismo e xenofobia.

I padri del deserto rosso, dunque. E anche le madri.

Domenica scorsa sul manifesto la veneranda Luciana Castellina, sinistra radicale e comunista, ha indicato “un modello” per l’invocata palingenesi nella bella, colorata e doverosa manifestazione di Riace, in Calabria, a sostegno del coraggioso sindaco Mimmo Lucano. Un modello però – seguendo il percorso più nostalgico che politico di Castellina – che torce la testa talmente all’indietro al punto da far risorgere persino Lotta Continua, grazie al suo antico leader Adriano Sofri, altro illustre manifestante: “Una storia lunga che si dipana per Riace, con noi c’è anche Lotta Continua, nella persona di Adriano Sofri”. Bene. Saranno contenti a Repubblica, nella persona del direttore Mario Calabresi.

Già, Repubblica. Il grande quotidiano-partito del centrosinistra, stavolta nella persona del fondatore Eugenio Scalfari, continua a proporre un metafisico Movimento azzurro per l’Italia e per l’Europa (come se in materia di azzurri non avessimo dato già abbastanza in questo povero Paese) che potrebbe raccogliere il 20 per cento alle prossime Europee grazie a Pier Ferdinando Casini, a Fabrizio Barca, al minuscolo partito della comunità di Sant’Egidio alias Demos – Democrazia solidale – di Andrea Riccardi e Mario Giro, ben visto finanche da Paolo Gentiloni. Il fondatore immagina di sommare il venti per cento dei neoazzurri e il venti del Pd, che nel frattempo deve fuoriuscire dal renzismo insieme allo stesso Renzi: “Deve far parte del gruppo dirigente anche senza essere il segretario”. Augurissimi.

Siamo nel cuore di quel fronte antisovranista che dovrebbe andare da Macron a Tsipras, in cui il nuovo ambasciatore del centrismo macroniano è nientemeno che Roberto Saviano, invitato all’Eliseo dal presidente francese. Da Macron a Tsipras, quindi, fino alle fritture di pesce di Vincenzo De Luca, governatore campano. E qui irrompe la rotonda figura dell’homo novus democratico: Nicola Zingaretti.

Il candidato più quotato alle primarie del Pd aveva promesso sfracelli ergendosi sulle macerie dem come liquidatore del renzismo e garante della discontinuità. Piano piano, invece, il timore di non farcela ha consigliato al governatore del Lazio – che politicamente non è mai stato un cuor di leone – di non rompere. E così, nel silenzio generale, è passato all’inclusione. Dapprima ha detto che in Campania il Pd deve ripartire da De Luca e dal clientelismo da frittura (augurissimi bis) e poi, in omaggio alla teoria scalfariana della fuoriuscita dal renzismo con Renzi stesso, ha definito l’ex Rottamatore “una risorsa”. Non solo.

Il titolo della convention che Zingaretti ha organizzato per questo fine settimana a Roma richiama una famosa canzone neofascista ancora in auge. Questo il titolo: “Piazza Grande – il domani appartiene a chi ha il coraggio di inventarlo”. E questa la canzone dei fasci: “Il domani appartiene a noi”. Tra lui e gli azzurri immaginati dal Fondatore si tratta di un vistoso cedimento inconscio alle suggestioni e ai colori della destra.

Senza dimenticare che con il passare delle ore aumentano i candidati alle primarie del Pd: “Più candidati segretario che elettori”, per dirla con Peppino Caldarola su Lettera 43. Dopo Matteo Richetti, hanno deciso di contendere la leadership a Zingaretti anche il riformista rosso Cesare Damiano e l’ex lettiano Francesco Boccia, oggi sostenitore con Michele Emiliano del dialogo tra Pd e Cinquestelle. Il M5S è lo spettro che aleggia sulle divisioni di questo panorama frastagliato. Per un motivo numerico, innanzitutto: quasi la metà dei voti grillini, alle Politiche del 4 marzo, provengono da sinistra.

E se nel Pd adesso l’imperativo è scongiurare la scissione renziana, c’è chi l’ha già consumata ancor prima di imbarcarsi. Potere al popolo si scinde da Rifondazione comunista. O viceversa. L’estetica abbagliante della notizia non diminuisce. È accaduto sempre in questo fine settimana. I dirigenti di Rifondazione, in testa il segretario Maurizio Acerbo, hanno rotto con Pap (la portavoce è la napoletana Viola Carofalo) alla vigilia della votazione online sullo Statuto. Il Prc ha lamentato la mancata pubblicazione sul sito di un testo di presentazione.

In realtà lo scontro è politico. Rifondazione vorrebbe un “Quarto polo” alle Europee, un cartello elettorale con de Magistris e l’Altra Europa. Pap, al contrario, s’interroga su un “soggetto unitario”.