Lega: “Niente accordo con la Germania sui migranti di ritorno”

Continua a tenere banco la polemica Italia-Germania sui cosiddetti “dublinanti”, i migranti secondari che Berlino vorrebbe far tornare in Italia, il primo paese dove sono approdati. Il ministro dell’Interno Horst Seehofer sarebbe pronto a riportare nei confini italiani (in aereo) circa 20 mila migranti che si sono spostati in Germania nel 2017. Matteo Salvini ha minacciato la chiusura degli aeroporti. Per ora i primi voli previsti per questa settimana sono stati annullati. Salvini tiene il punto: “La storia dei migranti che tornano dalla Germani non esiste, non sta né in cielo né in terra. Ho saputo del volo charter da un giornalista, non da un atto formale da parte del governo tedesco, che poi ha smentito l’esistenza di quel volo”, ha detto in un’intervista a Rtl 102.5. È intervenuto sull’argomento – per chiuderlo – anche il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, anche lui della Lega: “Per il rimpatrio in Italia di richiedenti asilo dalla Germania non ci saranno charter. Perché ci possano essere modalità diverse, rispetto a quelle già previste – ha detto al Messaggero – serve un accordo bilaterale che al momento non c’è”.

In Europa i Cinque Stelle sono più affini al Pd che alla Lega

Matteo Salvini lo chiama “fronte della libertà”, un’alleanza forse con candidati comuni tra la Lega e il Rassemblement National di Marine Le Pen, ieri in pellegrinaggio a Roma. E i Cinque Stelle? Di sicuro non ne faranno parte, cosa che renderà la campagna elettorale per le elezioni europee di maggio 2019 complicata per Luigi Di Maio e soci.

Il 12 settembre i rappresentanti del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo hanno votato a favore delle sanzioni contro l’Ungheria per le politiche autoritarie del premier Viktor Orbán, membro del Partito popolare europeo ma sostenuto da Salvini, Le Pen ed euroscettici vari. Non è stato soltanto un episodio. Se misuriamo l’atteggiamento dei Cinque Stelle sull’Europa dai loro voti al Parlamento europeo, si capisce perché sembra impossibile replicare a Bruxelles la coabitazione che osserviamo in Italia. Ecco i dati che abbiamo chiesto di elaborare a Davide Ferrari, ricercatore di Votewatch, uno dei più influenti think tank europei che conduce analisi sul processo decisionale. Si scopre così che il M5S ha votato come Ukip – gli indipendentisti inglesi all’origine della Brexit, parte dello stesso gruppo parlamentare – soltanto nel 27 per cento dei casi, mentre la percentuale sale al 70 per cento nel confronto con Gue, la sinistra cui appartiene, per esempio, Barbara Spinelli. La coincidenza di voti tra Lega e Cinque Stelle è più bassa, 50 per cento, inferiore alla quota di voti uguali tra M5S e Pd, 58 per cento.

Le affinità con la Lega dipendono soprattutto dall’essere entrambi all’opposizione di quella grande coalizione Ppe-socialisti che ha retto la legislatura europea dal 2014.

Se si guarda ai comportamenti di voto sui singoli dossier, spiega Davide Ferrari di Votewatch, i Cinque Stelle si possono definire “più eurocritici che euroscettici”. Alcuni esempi: sono abbastanza allineati con la Lega sui dossier a più alta temperatura politica, come la gestione dell’euro e il commercio internazionale (trattati di libero scambio), ma su alcuni dossier “europeisti” le posizioni si divaricano. I Cinque Stelle hanno votato a favore delle liste transnazionali (proposta che non è passata) per redistribuire i posti lasciati liberi dagli inglesi, in uscita dalla Ue, mentre la Lega era contraria. Il M5S è favorevole a discutere le regole su come l’Ue deve comportarsi con i “profughi climatici”, quelli che devono fuggire a causa dei cambiamenti ambientali. La Lega non vuole sentirne parlare.

Per quanto diversi, però, Lega e M5S rischiano di finire dalla stessa parte, cioè all’opposizione. Perché la “grande coalizione” tra Ppe e S&D (i socialisti) è finita ma soltanto per essere sostituita da una “super coalizione” che includerà anche i liberali e, chissà, En Marche! di Emmanuel Macron.

Secondo Votewatch, S&D e Ppe hanno smesso di spartirsi le poltrone con il bilancino quando al posto del socialista Martin Schulz i popolari hanno preso anche la guida del Parlamento con Antonio Tajani, dopo la Commissione (Jean Claude Juncker) e il Consiglio (Donald Tusk). Ma le due forze politiche hanno continuato a votare insieme, nel 76 per cento dei casi. Il dibattito politico “si sta spostando a destra”, osserva Davide Ferrari, ma il Ppe vota come i partiti sovranisti alla sua destra solo nel 30 per cento dei casi, perfino sull’immigrazione. Pare quindi improbabile che si arrivi a una coalizione allargata che qualcuno immaginava dopo l’incontro a Milano tra Salvini e Orbán a fine agosto.

Lo schema sarà ancora, chissà se per l’ultima volta, una maggioranza di partiti tradizionali più o meno europeisti contro partiti e movimenti anti-europei. Anche se le incognite sono molte e potrebbero condizionare le scelte di campo dei Cinque Stelle. La cancelliera tedesca ha investito come prossimo presidente della Commissione Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare. Ma gli contende quel ruolo tra i conservatori Alexander Stubb, atleta di triathlon soprannominato “Iron Man”, ex primo ministro finlandese. In teoria dovrebbero sfidarsi per conquistare la carica di Spitzenkandidat del Ppe nel sistema nato nel 2014: ogni partito individua il suo candidato e poi il Consiglio europeo (cioè i governi nazionali) può scegliere il presidente soltanto tra questi, partendo dal più votato, altrimenti i partiti non daranno la fiducia in Parlamento. Un sistema che doveva imporre la forza del Parlamento sui governi, ma che si sta sgretolando, contestato anche da Macron che vuole riportare il potere decisionale tutto al Consiglio (dove, come Francia, lui pesa molto di più e può provare a imporre il francese Michel Barnier, Ppe, capo negoziatore per la Brexit). Anche i socialisti sono nei guai: l’unico formalmente in corsa è lo sconosciuto Maros Sefcovic, vicepresidente slovacco della Commissione. Scalpitava Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici che in questi giorni duella col governo italiano sulla manovra, ma non è riuscito ad avere neppure il sostegno del suo Partito socialista in Francia e ha detto di non correre. Avrebbe avuto qualche possibilità Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera, ma l’Italia, e soprattutto il Pd, non l’hanno sostenuta.

A queste spaccature dentro i partiti e tra partiti si aggiungono quelle tra governi: secondo l’analisi di Votewatch, stanno aumentando i voti a maggioranza invece che all’unanimità dentro il Consiglio europeo. Una buona notizia perché l’unanimità significa che tutti hanno potere di veto e questo rallenta l’integrazione, ma indica anche che alcuni governi – come quelli dell’Est nel gruppo di Visegrad –, possono poi raccontare alle proprie opinioni pubbliche di non condividere le regole e le decisioni che si trovano a subire, e questo alimenta sentimenti euroscettici. Il caos istituzionale e politico è tale, al momento, che ipotizzare le ripercussioni delle elezioni europee sul governo e la politica italiana pare un azzardo eccessivo.

Alla Lega non piace il festival “Sabir”: “Via il patrocinio Rai”

“E’ una manifestazione in cui vengono demonizzate le politiche di alcuni esecutivi, soprattutto di quello italiano”. È quanto si legge nell’interrogazione parlamentare formulata da Daniele Belotti e Simona Pergreffi, entrambi leghisti, che hanno chiesto in Commissione di Vigilanza che la Rai tolga il proprio patrocinio a Sabir, il festival delle culture mediterranee in programma a Palermo dall’11 al 14 ottobre. Secondo Belotti e Pergreffi, la tv pubblica non dovrebbe sponsorizzare manifestazioni che ospitano dibattiti e corsi di formazione “dal carattere fortemente politico con posizioni dichiaratamente avverse alla linea dell’attuale governo“. Filippo Miraglia dell’Arci ha ribattuto che “semplicemente, sulle locandine compare il logo della Rai” e che “i giornalisti della tv pubblica seguiranno i dibattiti e poi decideranno, in autonomia, che fare”. Per i leghisti, però, “Sabir” si spingerebbe anche oltre, e cioè prevederebbe convegni, in vista delle Europee 2019, contro movimenti definiti “reazionari” e “oscurantisti”. Par di capire, la stessa Lega.

Di Maio a Pechino: volo in economy, ma hotel a 5Stelle

Il biglietto aereo era in classe economica, ma l’albergo dove il vicepremier ha soggiornato con la sua delegazione era un cinque stelle extra-lusso, con jacuzzi, spa e piscina panoramica. Tana per Luigi Di Maio, viene da dire leggendo il pezzo pubblicato ieri sul sito de l’Espresso in cui si racconta come il capo politico del M5S, durante la sua visita in Cina di una ventina di giorni fa, abbia dimorato al Four Seasons, l’hotel più lussuoso della città. Sfarzo che stride con il video in cui, alla partenza da Fiumicino il 19 settembre, il ministro del Lavoro mostrava il biglietto in classe Economy. Insomma, Di Maio e la delegazione di oltre una dozzina di persone, secondo l’Espresso, non hanno lesinato sull’albergo a Pechino, dove sono rimasti due notti. “Uomini vicinissimi a Di Maio – spiega l’articolo – affermano che il prezzo pagato per ogni stanza è quello di un quattro stelle e che le cifre sborsate (‘2-300 euro a notte per stanza a notte’) sono congrue rispetto ai regolamenti ministeriali.

Il vicepremier sui social pubblica il “prestanome” della ’ndrangheta

Non è la prima volta che Matteo Salvini scivola su una buccia di banana nei social network, ma stavolta il capo della Lega si è spinto un po’ più in là: non ha pubblicato una notizia falsa come gli era già successo in passato, ma ha dato voce a un pregiudicato, “un prestanome della ’ndrangheta” secondo l’antimafia.

Ieri mattina il ministro ha scritto un post sui suoi profili per attaccare Mimmo Lucano, il sindaco di Riace agli arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Per farlo ha usato un video: “Se avete due minuti, sentite cosa diceva questo cittadino di Riace parlando del sindaco”. Quel “cittadino di Riace” che critica Lucano non è uno qualsiasi, si chiama Pietro Domenico Zucco. È un politico locale che di recente si è avvicinato a Noi con Salvini, la costola meridionale della Lega. Soprattutto, ha gravi precedenti penali: è stato arrestato nel 2011 e condannato in via definitiva nel 2015 a quattro anni e mezzo per trasferimento fraudolento di valori. La direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria l’ha definito un “affiliato” alla cosca Ruga, in pratica un prestanome di una ‘ndrina. Lo stesso Salvini che definisce le mafie “una merda” e “un cancro” ieri gli ha regalato la fama su Facebook e Twitter.

La solitudine dell’uomo dimenticato e della sinistra che pensava al capitale

Pubblichiamo un estratto del libro “Diseguali. Il lato oscuro del lavoro” di Ernesto Paolozzi e Luigi Vicinanza, edizioni Guida.

 

Nel mondo contemporaneo otto persone da sole detengono 426 miliardi di dollari. Questa cifra è l’equivalente di ciò che deve spartirsi una metà della popolazione mondiale; cioè circa 3,5 miliardi di persone.

La concentrazione della ricchezza in poche mani contraddistingue il nuovo ordine mondiale, ma è fenomeno con radici nel secolo scorso. In meno di 40 anni, tra il 1975 e il 2012, circa il 47 per cento della crescita totale dei redditi, al lordo delle imposte, ha premiato chi già era collocato tra i più ricchi, una minoranza dell’1 per cento della popolazione mondiale.

(…) Nell’Europa in cerca d’identità il solco scavato tra governati e governanti non ha precedenti dagli anni della fine della Seconda guerra. Un contagio politico senza confini. I partiti storici della ricostruzione post-bellica, i cattolici popolari, i socialisti e i liberal-democratici, si stanno rivelando culturalmente disarmati nel fronteggiare una complessità impressionante di processi sociali: la recessione economica, l’impoverimento delle classi intermedie, l’immigrazione disperata, le tensioni etniche, la paura del terrorismo dentro casa, l’espansione del fanatismo islamico. Una concentrazione di fattori critici che di fatto chiude un’epoca durata settant’anni durante la quale le sorti magnifiche e progressive del Vecchio Continente ci hanno assicurato pace, sviluppo, benessere, welfare e cooperazione; almeno per chi è nato al di qua della cortina di ferro.

Siamo nell’epoca del Grande Disordine. Mancano modelli di società in grado di supplire il crollo degli schemi novecenteschi. Su entrambe le sponde dell’Atlantico le classi dirigenti sono state incapaci, ciascuna per il proprio grado di responsabilità, di dare risposte alla Grande Crisi scoppiata nel 2008 e non ancora superata, nel corso della quale i ceti medi e le classi lavoratrici hanno pagato un prezzo salatissimo. I pochi ricchi sempre più ricchi. Le classi di mezzo impoverite e impaurite. Non si intravedono modelli di società in grado di sostituire il crollo degli schemi novecenteschi.

La globalizzazione si è trasformata in uno scardinamento delle classi sociali e delle faticose conquiste dei ceti produttivi. La sinistra – da Tony Blair a Bill Clinton fino alle nostre derivazioni nazionali – l’ha raccontata come un’opportunità per tutti mentre sotto i colpi di una crisi economica devastante la propria base sociale di riferimento impaurita dalle trasformazioni cercava protezione sociale altrove.

La reazione è nel populismo (che definiamo così per comodità di espressione ma con difetto concettuale), che ha occupato gli spazi lasciati maledettamente vuoti dalle culture politiche tradizionali. Lo schema storico destra/sinistra è saltato, sostituito dalla rappresentazione dello scontro di chi è dentro il sistema e di chi si sente escluso.

Il forgotten man, l’uomo dimenticato, solo, emarginato, è diventato una categoria della politica. Agendo sulla paura delle comunità, rivolgendosi alle solitudini individuali e collettive, contrapponendo un mitico popolo puro e vessato ai privilegi delle élite, il populismo insidia oggi le nostre sfibrate istituzioni di democrazia rappresentativa.

Un tempo le forze della sinistra avrebbero sostenuto la cultura della complessità facendosi carico di indirizzare verso il cambiamento politico la sofferenza dei ceti più poveri. Oggi tocca ad altri trarne profitto nell’urna. Una storica sconfitta culturale, prima ancora che politica.

* direttore de Il Tirreno

L’internazionale populista di Bannon nasce in un’abbazia

“Zafferano”, “Lattato di ferro”, “Bicarb. di Soda”: sulle etichette delle ampolle ci sono i nomi dei preparati. Nella stanza accanto sono conservate le “erbe crude” e non mancano boccette di oppio. L’antica farmacia è uno dei gioielli dell’Abbazia di Trisulti, ex monastero e oggi laboratorio del sovranismo che verrà, quello in via di creazione quasi alchemica, misteriosa e inquietante come quei preparati. Un percorso tortuoso per arrivarci, la Certosa si staglia in mezzo ai Monti Ernici, in Ciociaria. In un “ordinario” lunedì mattina c’è una scolaresca: le visite fanno parte delle attività di finanziamento del Dignitatis Humanae Institute, la Fondazione che la gestisce, diretta da Benjamin Harnwell, un 42enne del Leicestershire, ex funzionario del Parlamento europeo (lavorava per Nirj Deva del gruppo dei Cristiano riformisti).

Jeans, camicia blu e cravatta scura, Harnwell ha vinto nel 2016 il bando del ministero della Cultura per ottenere la concessione dell’Abbazia (per 19 anni), che ha ospitato tre ordini monacali dal 1204 al 2014 (benedettini, certosini, cistercensi). Oggi qui ci abitano in tre: lui, un monaco superstite e un cuoco. Racconta: “Promuoveremo il progetto dell’Occidente giudeo cristiano con Steve Bannon contro le minacce esistenziali dell’Islam jihadista e del secolarismo militante che non tollera il cattolicesimo”. Per questo progetto, le antiche cellette dei monaci (circa 54, distribuite su due piani), che si dipanano in oscuri corridoi e affacciano a strapiombo sui monti, verranno trasformate in camerette per due. Al piano più alto ci saranno i dormitori: 300 studenti per volta da tutto il mondo seguiranno percorsi di politica, economia, sociologia internazionale.

Chi saranno i professori? “Non posso ancora dirlo”, dice Harnwell. Si parte quest’estate a Roma (il lavoro che serve per sistemare l’Abbazia è lungo), dopo si farà qui. “Bannon sostiene che non ci sarà nessuno al mondo che farà una cosa simile. Gli studenti dovranno diffondere gli insegnamenti nei loro Paesi”. Per Harnwell non sono preda del “secolarismo militante”, “l’Italia, l’Ungheria, la Polonia. E poi, gli Usa di Trump, la Russia”. È in Italia dal 2014 e racconta di essersi trasferito qui in base a una sua “intuizione”: “L’Europa ha un progetto non per i popoli, ma solo per la classe dirigente che lavora nelle sue istituzioni”.

Il reticolo di rapporti di cui l’Abbazia intende essere crocevia è più tortuoso degli ambienti che la compongono: il refettorio, la Chiesa, il chiostro, i giardini con in fondo la statua della Madonna, la vasca. Si passa da spazi curatissimi a veri cantieri. Nelle cellette i letti sono fatti. Perché? “Vengono degli amici”, dice Harnwell. Quali? Nessuna risposta. Racconta di aver iniziato a pensare all’Istituto dopo la bocciatura di Rocco Buttiglione a commissario nel 2004. Motivo ufficiale? In audizione aveva espresso la necessità di fare una distinzione tra “morale” e “diritto”: “Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, ma non un crimine”. Harnwell la vede nello stesso modo: con Buttiglione è in contatto perenne. E si dice contro “l’omicidio dei bambini nel grembo delle madri”. A presiedere il Consiglio di garanzia della Dignitatis Humanae c’è Raymond Burke, il prelato statunitense fiero oppositore di Papa Francesco. Bannon si inserisce in questo quadro nel 2014, in occasione di un convegno in Vaticano.

Durante l’ultima visita a Roma, l’ex guru di Trump ha fatto una riunione con il sottosegretario agli Esteri leghista, Guglielmo Picchi, Mischaël Modrikamen (fondatore di The Movement, il “movimento” creato da Bannon) e lo stesso Harnwell. Di che s’è parlato? “Non posso dirlo”. Picchi ha molto frequentato l’Inghilterra in occasione della Brexit. Harnwell i protagonisti di quella battaglia li conosce tutti, anche Matthew Elliot, tra i fondatori dell’organizzazione “Gli amici conservatori della Russia”, poi a capo del Leave. Molte strade passano per la Gran Bretagna.

Intanto Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e ambasciatore leghista nella destra identitaria, sta interloquendo proprio coi Cristiano riformisti per cui lavorò a suo tempo Harnwell in vista di un’alleanza per le Europee di maggio. “Non credo all’istituzione politica della Ue”, dice invece il gestore dell’abbazia di Trisulti. È per la sua dissoluzione? “Vedremo”. Questo progetto chi lo finanzia? “Amici italiani e stranieri”, risponde la nostra guida, quasi distrattamente. Si può avere una lista? “Non è possibile”. Ovvio. Un altro mistero. “Abbiamo solo 4 minuti, poi l’interrogatorio deve finire”, chiosa lui, mentre si dirige fuori.

L’abbraccio Salvini-Le Pen: “Non ci guideranno dagli Usa”

La storia di Marine Le Pen e Matteo Salvini inizia con una sedia vuota. A Torino il 15 settembre 2013 l’ex giovane padano si fa incoronare segretario della Lega Nord: è l’inizio del dopo Bossi, l’alba del partito nazionalista. Lepenista. Marine dovrebbe essere l’ospite d’onore ma è assente, lascia un messaggio di auguri e scuse: è impegnata per le elezioni municipali francesi. Salvini la incontra un mese più tardi a Strasburgo. Quest’estate Le Pen ha ricordato come quel giovane politico italiano (che partiva da un magro 3%) ci tenesse tanto a farsi un selfie con lei. Cinque anni e molti selfie dopo il rapporto tra i due è cambiato parecchio. È la presidente del Front National – nel frattempo rinominato Rassemblement – che prende un aereo per Roma per incontrare l’inventore del partito nazionalista italiano, uno a cui è riuscito il passo che lei ha mancato: portare la destra populista al governo.

Le Pen e Salvini aprono di fatto la campagna per le Europee di maggio 2019. Quel voto sarà “un momento storico con la S maiuscola”, assicura la francese, e farà “emergere un’Europa delle nazioni, che rifiuta il mondialismo e la globalizzazione selvaggia”. Salvini pronuncia nome e cognome dei “nemici” del continente: sono Pierre Moscovici e Claude Juncker, i burocrati “chiusi nel bunker di Bruxelles”.

La strategia di Matteo e Marine resta vaga: un generico “fronte della libertà” che dovrebbe affermarsi con la definitiva ascesa elettorale delle destre euroscettiche (“Ci troveremo tutti a Bruxelles dopo le vittorie nei nostri paesi”, dice la politica francese).

L’operazione Salvini-Le Pen è una celebrazione reciproca più che un annuncio concreto, i confini dell’operazione sono tutt’altro che definiti. Al momento i partiti delle destre nazionali a Strasburgo vanno in ordine sparso tra varie famiglie europee (popolari, liberali, euroscettici). Salvini non chiarisce e anzi tiene ancora le mani su più tavoli: “Io non posso imporre coalizioni a nessuno. Escludo solo i socialisti europei, che sono amici della speculazione finanziaria. Il partito popolare invece deve decidere se vuole essere ancora alleato della sinistra”.

Ogni intervento nella piccola sala stampa viene sottolineato da una pioggia di applausi della nutrita claque dell’Ugl. L’incontro si svolge negli uffici del sindacato della destra sociale (in via delle Botteghe Oscure, di fronte alla vecchia sede del Pci). Per far spazio ai “padroni di casa” diversi giornalisti vengono lasciati fuori. L’effetto è un rimbombo da stadio a ogni frase del “Capitano” e della sua collega. In prima fila c’è Claudio Durigon, ex vicesegretario Ugl che oggi è la cinghia di trasmissione tra Salvini e la destra post fascista romana. È lui che ha traghettato questo sindacato in orbita Lega; il regista di questi applausi e questi voti (e per questo è stato premiato con la nomina di sottosegretario al Lavoro).

Al di là delle cerimonie sullo stato di grazia delle destre europee (e alla solita battuta su Saviano: “Con Macron spero non si siano fatti un selfie svestiti, come usa il presidente francese”), Salvini accenna quello che pare proprio un cambio di strategia: “Oggi non voglio rispondere a domande sull’immigrazione – esordisce – Mi pare che su questo tema abbiamo già dimostrato molto. Vorrei parlare di lavoro, di crescita, di pensioni, di agricoltura”. Durante l’ora abbondante di conferenza stampa, ripete la parola “lavoro” in diverse occasioni e sempre con grande enfasi. E pure nel pranzo privto con Le Pen, i due non sfiorano nemmeno il tema migranti (riferiscono dallo staff del vicepremier). Proprio ieri mattina, casualità, la Stampa ha pubblicato un sondaggio sugli argomenti che interessano agli elettori: il lavoro è al primo posto col 38%, mentre l’immigrazione sarebbe una preoccupazione solo per il 5,9% degli italiani. Per la Lega di governo e la sua comunicazione potrebbe essere il momento di un cambio di passo.

Il secondo messaggio dalla conferenza romana è invece indirizzato a Steve Bannon, padre putativo del populismo internazionale e promotore di The Movement, fondazione-contenitore delle emergenti destre europee. All’ex consigliere di Trump viene consigliato, in sostanza, di comparire un po’ meno: “Bannon non è un cittadino europeo, ma americano – dice Le Pen – Siamo contenti che voglia aiutarci, ma sia chiaro che saremo noi a strutturare la forza sovranista che ha lo scopo di salvare l’Europa”. Anche Salvini – che pure ha aderito a The Movement – inizia a trovare un po’ troppo invadente il protagonismo dell’ex stratega del presidente degli Stati Uniti.

Fico a Bruxelles: “C’è dialogo con l’Ue. Ora abbassare i toni”

Il presidente della Camera ostenta ottimismo: “Non sono preoccupato perché alla fine tra istituzioni il dialogo viene sempre. Un dialogo costruttivo e quindi sulle varie questioni si troveranno soluzioni che aiuteranno l’Ue e l’Italia”. E il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, lo loda: “Discussione positiva con Roberto Fico: discorso europeista apprezzabile”. È in questo scambio di messaggi di pace il senso della visita di ieri di Roberto Fico a Bruxelles. Una missione in cui il veterano del M5S ha dichiaratamente cercato di spegnere lo scontro tra il governo italiano e i commissari europei. “Abbiamo convenuto tutti di abbassare i toni, abbiamo messo al centro il dialogo e la cooperazione costruttiva, nessuno vuole attaccare nessun altro”, ha dichiarato in un punto stampa, dopo aver incontrato Moscovici. Ma Fico ha visto anche i leader dei vari gruppi del Parlamento europeo. “Incontri molto franchi, che sono andati tutti molto bene”, ha assicurato il presidente della Camera. E il Matteo Salvini che ieri ha definito Moscovici “nemico dell’Europa”? “Non commento” ha schivato Fico.

La Cassazione: Alpa e Conte nello stesso studio

Ci sono una decina di provvedimenti pubblicati sulle banche dati che documentano difese legali nella stessa causa, per lo stesso cliente, dei professori Guido Alpa e Giuseppe Conte. Tre di questi provvedimenti danno per scontato che Alpa e Conte abbiano uno studio in comune. Un dato interessante alla luce della polemica sollevata da’inchiesta di Repubblica e cavalcata dal Pd con un’interrogazione. La questione è quella del ‘conflitto di interessi’ che avrebbe dovuto indurre il commissario di esame Guido Alpa ad astenersi dalla commissione che giudicò nel 2002 Conte idoneo al ruolo di professore ordinario. Alpa condivideva allora lo studio con Conte? E lo condivide tuttora?

L’Autorità Anticorruzione nel 2017 ha stabilito che “la collaborazione professionale tra candidato e commissario o la comunanza di vita, per assurgere a causa di incompatibilità, deve presupporre una comunione di interessi economici o di vita tra gli stessi di particolare intensità”. Per Anac ci vuole “un vero e proprio sodalizio professionale”.

Raffaele Cantone ieri a Radio Capital ha detto che le spiegazioni fornite dal presidente Conte gli appaiono “plausibili, chiare e condivisibili”. Però resta un dato: Conte sul suo curriculum presentato nel 2013 e pubblicato sul sito della Camera sostiene “dal 2002 ha aperto un nuovo studio legale con il prof. avv. Guido Alpa”. Versione corretta ieri in una lettera al quotidiano La Repubblica così: “siamo stati ‘coinquilini’ utilizzando una segreteria comune, che serviva anche altri studi professionali, tutti collocati nello stesso stabile (…) mantenendo tuttavia distinte le rispettive attività professionali”.

La replica di Conte a Repubblica sminuisce la difesa comune effettuata con Alpa per il Garante della Privacy poco prima del concorso da lui vinto nel 2002. In anni più recenti però i giudici ritengono, a torto o a ragione, che Alpa e Conte abbiano uno studio in comune. Nella sentenza del 10 giugno del 2017, la terza sezione giurisdizionale centrale della Corte dei Conti di Roma, presidente Angelo Canale, sul ricorso presentato il 13 marzo del 2017 per Aldo Smolizza, un ex dirigente della Croce Rossa, scrive “professori Guido Alpa e Giuseppe Conte ed elettivamente domiciliato presso lo studio di questi ultimi, alla Piazza Cairoli, n.6”.

La prima sezione Civile della Cassazione, presidente Stefano Schirò, giudica l’11 giugno del 2018 su un altro ricorso (diverso da quello di cui parla Repubblica) presentato per il Garante della privacy contro l’Agenzia delle Entrate. L’Autorità Garante secondo la Corte è “rappresentata e difesa, giusta procura speciale apposta a margine del controricorso, dagli Avvocati Prof. Guido Alpa e Prof. Giuseppe Conte, presso il cui studio elettivamente domicilia”. Anche nella sentenza della seconda sezione civile, 12046 del 17 maggio 2010, i giudici scrivono “L.A. rappresentato e difeso, dagli Avv. Alpa Guido e Giuseppe Conte, elettivamente domiciliato presso il loro studio in Roma”. Al Fatto risulta che Conte e Alpa abbiano emesso due fatture separate per le loro prestazioni nei confronti del Garante. Dal punto di vista formale quindi nessuna comunanza di interessi.