Tensione sul Def. Lo spread oltre 300 dopo lo stop dell’Ue

Sale ancora la tensione sui mercati, specie sui titoli di Stato italiani, dopo la prima bocciatura da parte della Commissione europea della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che fa da base per la manovra. Venerdì è arrivata la lettera dei commissari europei Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici al ministro dell’Economia Giovanni Tria, in cui si prospettava “una deviazione significativa dal percorso di bilancio, il che è motivo di seria preoccupazione”. La richiesta al governo italiano è di “assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni”. Cioè tenere il deficit pubblico del 2019 all’1,6% del Pil, il tetto massimo per mostrare il miglioramento chiesto dall’Ue a cui si era impegnato Tria, invece del 2,4% (che scende al 2,1 e all’1,8% nel 2020-2021) deciso dal governo.

La lettera era arrivata a mercati chiusi. Ieri si è visto il primo effetto. Milano ha chiuso a -2,4%, la peggiore d’Europa, trascinata dal crollo dei titoli bancari. Lo spread, il differenziale di rischio tra i titoli di Stato italiani e tedeschi ha chiuso a 306 punti dai 285 di venerdì, con il rendimento del decennale italiano salito al 3,56%, il più alto da febbraio 2014. Anche lo spread sui titoli a due anni è salito a 300 punti, ai massimi dal maggio scorso, quando si arrivò alla crisi istituzionale col Quirinale sulla formazione del governo. Le tensioni sui titoli di Stato al momento riguardano solo l’Italia. Non c’è contagio.

Ieri la giornata è corsa senza scontri sulla manovra con Bruxelles. A parlare è stato invece il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, incontrando la stampa estera. “La speranza è che non ci sia uno scontro in Europa che si traduca in una crisi finanziaria che non interessa a nessuno”, spiega l’economista a cui il Colle ha precluso la poltrona oggi di Tria. Secondo Savona, “la manovra dal punto di vista della logica economica e della necessità pratica, è moderata” e le regole che sono state disegnate a livello comunitario non possono essere accettate alla stregua di un “pilota automatico” altrimenti il rischio è che l’Ue faccia la fine di una “nave che va contro un iceberg”.

Per il ministro la crescita del 2019 innescata dal maggior deficit potrà arrivare anche al 2% e al 3% nel 2020, contro l’1,5% e l’1,6% previsto nei documenti di bilancio. L’auspicio di Savona è poi che la Bce, che a fine anno fermerà il massiccio programma di acquisti di debito pubblico (limitandosi a reinvestire i titoli in scadenza) non lascerà l’Italia scoperta: “Draghi resta lì fino al 2019, non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in crisi”. Oltre a far salire i costi di finanziamento dell’Italia, la salita dello spread colpisce il comparto bancario, ieri a picco in Borsa. Secondo un report di Credit Suisse, con uno spread sopra 400 le banche italiane sarebbero costrette a varare nuovi aumenti di capitale visto che l’aumento erode il patrimonio degli istituti. Difficile capire se si arriverà ai livelli di fine 2011.

Nel suo report domenicale, il capo economista di Unicredit Erik Nielsen spiega che, più che i decimali di deficit, i rischi arrivano dall’interazione tra le scelte dei grandi hedge fund e le agenzie di rating. Le tre grandi per ora giudicano il debito italiano due tacche sopra il livello “spazzatura”. Standard & Poor’s darà il suo giudizio il 26 ottobre. Probabilmente cambierà l’outlook da stabile a negativo, evitando un declassamento (almeno fino alla prima metà del 2019), ma il fatto che Moody’s abbia già collocato l’Italia in prospettiva downgrade (da annunciare a fine ottobre) potrebbe spingerla a una bocciatura. Per Nielsen, i picchi di spread di maggio e agosto sono stati innescati dalla fuga dei grandi fondi, le cui mosse influenzano le agenzie di rating (“una forza destabilizzante nell’architettura dell’eurozona”). Molto dipenderà dai contenuti della manovra e dallo scontro con l’Ue.

Pronta piattaforma alternativa da parte di Cgil, Cisl e Uil

La manovra fa compattare Cgil, Cisl e Uil che in una segreteria unitaria tenutasi ieri pomeriggio hanno deciso di mettere a punto una piattaforma unitaria. Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo giudicano “debole” il Def in cui lo sviluppo e il lavoro “sono i grandi assenti”. Una manovra “del tutto insufficiente per far ripartire il Paese”. A partire da questi primi elementi, spiegano i tre dirigenti sindacali, “abbiamo deciso di lavorare insieme per costruire una piattaforma Cgil Cisl e Uil”, ha proseguito Camusso. Per quanto riguarda la riforma del fisco, ha sottolineato Barbagallo, “vanno ridotte le tasse sul lavoro e sui pensionati. Il reddito di cittadinanza viene giudicato “fumoso” mentre più attenzione viene riposta sulla “quota 100” per le pensioni rispetto anche se, dicono, manca un riferimento sulla previdenza per i giovani e le donne e la separazione tra previdenza e assistenza. Preoccupazione, infine, sul condono e quindi sull’evasione fiscale. Cgil, Cisl e Uil si preparano a redigere una piattaforma unitaria mentre Matteo Salvini provoca: “Se la Cgil è contraria allora significa che stiamo lavorando bene”.

Gse, verso la nomina del giudice Santoro

Sembrava fatta. Ma dopo sette fumate nere in quasi tre mesi e decine di candidati, anche ieri pomeriggio è saltata la nomina di presidente e amministratore delegato del Gestore dei servizi elettrici (Gse) rinviando a oggi pomeriggio alle 17 la nona assemblea.

Una poltrona poco glamour, ma di sostanza visto che gestisce 16 miliardi l’anno di incentivi alle fonti rinnovabili, intorno alla quale si combatte una battaglia dietro le quinte tra il ministero dell’Economia, azionista al 100%, e il ministero competente, quello dello Sviluppo economico con il ministro Luigi Di Maio che continua a puntarci con il nuovo decreto che riforma gli incentivi sulle rinnovabili già sul suo tavolo. Le ragioni della mancata nomina sarebbero legate al possibile conflitto d’interesse del candidato Roberto Moneta (di nomina Pd) tra il suo attuale ruolo di direttore del dipartimento Efficienza energetica di Enea, dove valuta i progetti che attestano gli obiettivi di risparmio energetico fissati per le aziende (tra cui 4 società su cui stanno indagando 12 procure) e il suo futuro in Gse dove potrebbe trovarsi a valutare progetti di operatori a cui Enea ha fatto consulenza.

Uno stallo che ha spinto prima il Mef a minacciare il commissariamento e poi ad accettare il possibile sdoppiamento delle cariche: quella di amministratore delegato a Moneta e quella di presidente a Francesco Vetrò, presidente del Comitato di Gestione della Cassa per il settore elettrico (Csea), un ente pubblico economico che si occupa della riscossione di alcune componenti tariffarie in bolletta, tra cui gli oneri di sistema che incentivano le rinnovabili. Ma su Vetrò (la cui nomina arriva dal Mise), peserebbe – riporta il Velino – lo spostamento nel 2016 di oltre un miliardo di euro di fondi del Csea dal Monte dei Paschi dei Siena verso Bancoposta, con un rendimento però più basso. Una coppia che nelle ultime ore di ieri sera sembrerebbe aver perso quota: nella assemblea di oggi non ci sarebbe, infatti, nessuno sdoppiamento delle cariche e nessun commissariamento grazie alla nomina di un profilo di garanzia, appoggiata anche dal governo, che converge su Sergio Santoro, presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato. Di lui si ricorda l’esperienza a capo dell’allora Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, poi diventata l’odierna Anac. Ma Santoro è stato anche consigliere del governo Berlusconi nel 2005 per l’attività di monitoraggio e trasparenza amministrativa e dell’allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Ma soprattutto la scorsa estate è stato candidati alla presidenza del Consiglio di Stato, vantando la maggiore anzianità di servizio. Carica poi assegnata a Filippo Patroni Griffi.

Il curriculum di Santoro sarebbe arrivato sul tavolo del Mef già lo scorso venerdì e la fumata di ieri sarebbe solo servita per prendere tempo e consentire il via libera nella seduta di oggi. Santoro è un esperto in energia: da presidente della sesta sezione del Consiglio di Stato anche lo scorso giugno si è occupato dei ricorsi che riguardano le tariffe incentivanti alle aziende.

Il centrodestra spera in Salvini: lite coi 5Stelle sul maxi condono

Sulla pace fiscale nella maggioranza è guerra aperta. Con la bozza del collegato fiscale alla manovra circolata nel fine settimana sembrava che si fosse arrivati a un armistizio tra le due anime del governo, fondato sul varo di una semplice “rottamazione ter” delle cartelle esattoriali. Il testo, messo a punto dai tecnici del ministero dell’Economia (ovviamente su input politico) aveva subito ricevuto un avallo implicito dai Cinquestelle, che avevano solo invitato alla cautela chi dai giornali cercava conferme sulla bozza. “Il testo non è ancora stato bollinato dal governo” era l’avvertimento, cioè da Salvini, il quale ha aspettato il primo giorno lavorativo per esternare sulla questione. E dopo la tirata d’orecchie arrivata dai media berlusconiani, che nel weekend avevano visto impallidire la promessa di un robusto condono basato su un’oblazione “a saldo e stralcio” (“È finto anche il condono” titolava ieri Il Giornale della famiglia Berlusconi), la Lega è corsa ai ripari.

Si va avanti sull’idea originaria della pace fiscale così come pensata dal Carroccio e che piace tanto all’elettorato del centrodestra: condono calcolato sull’intero ammontare delle cartelle esattoriali emesse tra il 2000 e il 2018, con uno sconto che comprenda anche l’imposta evasa e non solo sanzioni e interessi (come nella rottamazione). La levata di scudi dei media che al contrario avevano denunciato quello che era a tutti gli effetti ancora un condono – per giunta in perfetta continuità con le sanatorie dei governi Renzi e Gentiloni – aveva indotto anche il vicepremier Luigi Di Maio, ma per ragioni opposte, a innestare una marcia indietro ancora più rapida. “Vogliamo aiutare soltanto le persone che si sono trovate in difficoltà, che non potevano pagare le tasse e che si sono ritrovate bloccate in una spirale infernale da cui non si esce più – ha provato a spiegare domenica il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, a margine della sua visita in Basilicata –. A condoni o scudi fiscali ci opporremmo, non siamo d’accordo, l’ho sempre detto”. E ieri è arrivata la dichiarazione dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, che ignorando del tutto la versione del decreto fiscale che sarà collegato alla manovra diffusa due giorni prima, ormai figlia di nessuno, tira dritto come se niente fosse, proseguendo la polemica che sembrava superata dagli eventi sul tetto da applicare all’ammontare delle cartelle entro il quale si può “far pace” con il fisco.

“La pace fiscale non sarà una rottamazione. Il provvedimento è per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi, ma non è riuscito a pagare. Lo Stato incassa quello che non avrebbe mai incassato, e tu torni a lavorare in pace”, twitta di buon mattino il ministro dell’Interno. Che più tardi, in un’intervista radiofonica, articola la solita proposta leghista: il condono riguarderà tutti i debiti “fino a 500 mila euro” e sarà un intervento “a saldo e stralcio” non solo su interessi e sanzioni ma anche “sul capitale. Non sarà una classica rottamazione ma un intervento a gamba tesa”, ha spiegato. “La pace fiscale che voglio portare fino in fondo – ha aggiunto – è quella di milioni di italiani costretti a vivere da fantasmi che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e poi gli è andata male e si portano dietro cartelle che non pagheranno mai”. Più avanti Salvini propone a corollario della manovra fiscale anche l’aliquota (o una delle aliquote visto che in passato si era parlato nella versione autentica di tre scaglioni) da applicare: “Se hai un debito di 80 mila euro non è che se te ne chiedo 70 rateizzati tu me li dai, ma, se te ne chiedo il 15 per cento, io Stato incasso quello che non avrei mai incassato e tu torni a lavorare e a pagarci sopra le tasse”. Insomma una stretta di mano e la vacca rimane tua. Un’ipotesi che per i 5Stelle sarebbe improponibile.

In queste ore le trattative sono così riprese a ritmi più febbrili di prima. Il sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Bitonci, denuncia in televisione la “fuga di notizie operata dai funzionari degli uffici per boicottare il lavoro di questo governo” e annuncia un incontro “tecnico” per oggi al ministero dell’Economia sulla pace fiscale. Sull’estensione del condono anche ai contenziosi tributari, per ora, non c’è scontro. La bozza del testo prevedeva la possibilità per chi vince in primo o secondo grado di chiudere a conto la lite con l’Erario.

La differenza

Hanno scritto di un’intercettazione fra Rosario Crocetta che taceva divertito mentre un amico medico auspicava l’assassinio di Lucia Borsellino come quello del padre Paolo, e non era vero. Hanno scritto di troll russi dietro la campagna web contro Mattarella, e non era vero. Hanno scritto che il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, nel caso Consip, era stato “smascherato come impostore e falsario di passaggi politicamente significativi dell’inchiesta”; e aveva “consegnato a Marco Lillo la notizia del coinvolgimento di Del Sette”, insomma era lui “la mano che dà da mangiare al Fatto” per “far cadere Renzi” (fra l’altro già caduto da solo), ma non era vero; e, quando la Cassazione scagionò Scafarto per i suoi “errori involontari”, si scordarono di informarne i lettori. Hanno scritto che Di Maio situava Matera in Puglia anziché in Basilicata, e non era vero. Hanno scritto che l’Italia, se rinunciasse al Tav Torino-Lione, dovrebbe pagare “penali” miliardarie, e non è vero (glielo fece notare l’ex pm Livio Pepino in una lettera, ma non la pubblicarono). Hanno scritto che Marcello Foa, aspirante presidente Rai, è un fabbricante di fake news tant’è che ha scritto un libro per “spiegare come si falsifica l’informazione al servizio dei governi”, ma non è vero (il suo Gli stregoni della notizia, al contrario, smonta le fake news al servizio dei governi). Hanno scritto che c’è la Russia di Putin dietro le fake news filo-M5S&Lega, e non era vero.

Hanno scritto che il premier Conte voleva trasferirsi dalla cattedra di Firenze a quella di Roma con un concorso “confezionato su misura”, e non era vero (il bando era standard). Hanno taciuto sulla tesi di dottorato in larghe parti copiata dalla Madia. Hanno nascosto la bocciatura del Jobs Act di Renzi dalla Corte costituzionale (“Lavoro, su Jobs Act e Cig si ritorna al passato”: nessun riferimento nella titolazione alla Consulta e all’incostituzionalità). Hanno nascosto, mentre tutti gli altri giornali ne parlavano, l’inchiesta per la soffiata di Renzi a De Benedetti sul decreto Banche popolari, usata dall’Ingegnere per guadagnare in Borsa 600 mila euro in due minuti, forse perché troppo impegnati a fare decine di titoli su “Spelacchio” (un albero di Natale). Hanno fatto il taglia e cuci dei messaggi di Di Maio alla Raggi per spacciarlo come “bugiardo” e “garante” di Raffaele Marra in Campidoglio, mentre ne sollecitava il trasferimento. Hanno taciuto per giorni il nome dei Benetton, primi azionisti della concessionaria Autostrade (sponsor de La Repubblica delle Idee), dopo il crollo del Ponte Morandi.

Hanno scritto che il ponte era crollato anche per il no del M5S alla Gronda, che però fu bloccata da chi governava città e regione (centrosinistra e centrodestra) e per giunta contemplava l’uso del viadotto Morandi. Hanno scritto di probabili legami con la Casaleggio di tal Beatrice Di Maio e delle sue fake news anti-renziane e non si sono mai scusati quando si è scoperto che era la moglie di Brunetta. Hanno accostato le leggi razziali del fascismo al decreto Sicurezza di Salvini. Hanno pubblicato una bozza apocrifa e superata del contratto di governo giallo-verde facendo credere che prevedesse l’uscita dell’Italia dall’euro e scatenando spread e mercati. Hanno nascosto il sequestro di 150 milioni e di due giornali all’amico editore-costruttore catanese Ciancio Sanfilippo. Hanno spacciato lo scandalo Parnasi come una storia di tangenti al M5S, mentre i partiti finanziati dal costruttore sono gli altri (Pd, Lega e FI). Hanno elogiato Monti quando ha ritirato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020 e massacrato la Raggi quando ha ritirato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. Hanno scritto che le polizze intestate dal dirigente Romeo all’ignara Raggi celavano “tesoretti segreti” per “garantire un serbatoio di voti a destra”, dunque era “vicina” l’“accusa di corruzione”, ma non era vero. Hanno dipinto l’assessora Paola Muraro come infiltrata di Mafia Capitale e della “destraccia” nella giunta capitolina, salvo poi intervistarla dopo le dimissioni come grande esperta di rifiuti. Hanno nascosto l’attacco di Rondolino, che sull’Unità dava del “mafiosetto di quartiere” a Saviano, reo di aver criticato la Boschi, mentre il Fatto restò solo a difenderlo. Hanno minimizzato le epurazioni dalla Rai renziana di Gabanelli, Giannini e Giletti come ordinaria amministrazione.

Hanno fatto questo e altro, i giornali del gruppo Gedi (Repubblica-Espresso-Stampa), ma noi siamo solidali con loro per gli attacchi di Di Maio, per tre motivi. 1) Nessun politico deve permettersi di dare pagelle ai giornalisti, tantopiù se sta al vertice del governo. 2) Quando il Fatto subiva trattamenti anche peggiori da Renzi e dai suoi killer, non ci giunse alcuna solidarietà, ma noi non siamo come loro. 3) Finché usciamo tutti in edicola, la gente può notare la differenza.

Ps.Per la serie “Chiamate la neuro”, segnaliamo i delirii di Carlo Bonini (Repubblica) all’autorevole Radio Cusano Campus: “Il Fatto Quotidiano specifica che non prende alcun finanziamento pubblico? È una furbizia. Siccome i lettori del Fatto sono in buona parte elettori del M5S, è un modo per raffigurare ai lettori del M5S che la terra è tonda e non quadrata, dopodiché la terra è tonda”. Il pover’uomo ignora che il Fatto è nato prima del M5S e la nostra scelta di non ricevere finanziamenti pubblici prescinde dalle intenzioni di voto dei nostri lettori (peraltro note solo a lui). Volendo, Bonini potrebbe raccontarci degli aiuti statali (o a spese degli altri giornalisti) ricevuti dal suo gruppo per contratti di solidarietà, prepensionamenti & affini. E regalarci una delle sue grandi inchieste sui vertici Gedi indagati per una truffa milionaria all’Inps.

L’accidia, il letargo e le zanzare

Risveglio! Una luce fioca tra le fessure della serranda filtra ed entra nella mia stanza, mi fa capire a modo suo che è cominciato un altro giorno. Meno male che non piove, se no mi alzo fra una settimana. La pigrizia m’inchioda al materasso, anzi si potrebbe chiamare accidia, il più misterioso dei vizi capitali. La macchinetta del caffè è già pronta, ma il pensiero di alzarmi e accendere il gas mi fa fatica, sono incline all’ozio. Voglio rifarmi una vita tra le lenzuola. “Baciami sulla bocca ultima estate, dimmi che non andrai tanto lontano…”. I versi del poeta Sandro Penna fanno il paio nel mio cuore con la canzone dei Righeira… “sto diventando grande, lo sai che non mi va”. Vorrei essere una tartaruga, una talpa, un orso, un qualsiasi animale che va in letargo, e allora provo a immaginarmi tale. Mi accuccio tra le lenzuola con la testa sotto il cuscino e provo a riaddormentarmi. Cosa sognano gli orsi? Fiumi di salmoni saltellanti, cortecce che grondano miele, una nuova primavera, un referendum contro la caccia senza quorum! Io odio la caccia, odio le armi, odio chi solo concepisce di uccidere una creatura per sport. Molti non sono d’accordo: “L’uomo è cacciatore dalla preistoria, i cinghiali ci stanno invadendo e come la mettiamo col fabbisogno proteico necessario?”. Non facciamo confusione per cortesia, un po’ di rispetto per il creato e i suoi abitanti. Silenzio! Ho voglia di dormire. Le voci della mia mente finalmente iniziano a smorzarsi, quando arriva una zanzara, di quelle nuove, appena arrivate, la chiamano tigre. Maledetta! Mi ha punto, la devo uccidere la stronza, perché una cosa sono gli orsi, una cosa sono le zanzare. Ma perché il Signore ha creato le zanzare? Boh. Forse quel giorno non aveva tanta voglia di alzarsi, in un colpo solo ha creato l’accidia e le zanzare.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

L’arte dell’insulto secondo i romani Plauto e Cicerone

“Assassini politici”, “terroristi”, “incendiari”: gli insulti tra esponenti politici, di governo e di opposizione, hanno reso incandescente il quadro politico italiano e internazionale. E in effetti non vi è dubbio che la nobile “arte dell’insulto”, per dirla con Borges, sia stata la vera protagonista dinanzi alla surreale inconsistenza del dibattito politico e ai balletti sulla manovra economica del governo Conte. Anche nell’antichità si ricorreva sovente all’insulto, alla volgarità più spinta non come armi dialettiche ma per colpire duramente un avversario politico. Una delle offese più ricorrenti ed efficaci perché minavano assai la credibilità del destinatario era l’ebrietas, la dedizione all’alcol. E su questo terreno il ministro dell’Interno italiano ha calcato la mano verso il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker: “Parlo con persone sobrie”. L’abbandonarsi a simili contumelie non destava sorprese nelle commedie popolari di Plauto: “Avanti, continua a versare in quel tuo abisso senza fondo, sciacqua subito la tua fogna!”; “Guarda questa carogna come si riempie la gola tracannando vino!”, faceva esclamare ad alcuni personaggi il commediografo. Ma pure voci assai più sorvegliate, come Cicerone, non rinunciavano a proferire quell’insulto. Celebre un passo delle Filippiche, zibaldone di accuse e insulti a Marco Antonio, in cui l’oratore lo accusava di aver “tracannato tanto vino, da vomitare il giorno dopo, davanti agli occhi dei Romani” nel corso di un’assemblea popolare (Filippiche 2.25.63). Tuttavia, mentre sull’ebrietas di Marco Antonio vi è un’assoluta convergenza delle fonti antiche, su Juncker c’è soltanto un algoritmo di Google.

Scorpione: in famiglia tregua idilliaca. Capricorno, almeno sforzati di dire tvb

 

ARIETE – Tienilo acceso, gridano Gheno e Mastroianni (Longanesi): si riferiscono al cervello, non allo smartphone, quel pernicioso scrigno in cui “il mondo appare a nostra immagine e somiglianza. La rete ci dà sempre ragione”. Ma evita di ascoltarla: sul tuo amore si sbaglia.

 

TORO – In Siberia -71° (Rizzoli) Simone Moro racconta: “Non sono mai caduto in simili tranelli, ho sempre cercato di mantenermi immune a critiche che mirano a metterti sotto pressione”. È esattamente quello che devi fare tu in ufficio: fregatene degli altrui (pre)giudizi.

 

GEMELLI – Giovanna Zucca (DeAPlaneta) ha un’idea precisa sull’amore: “Se non ti impegni a fare di questo rapporto una relazione vera, ti lascio per sempre”. Capito? Se ci tieni al Noi due, metti da parte l’ego e l’allegra vita da scapolo/zitella.

 

CANCRO – Come Luigi Lo Cascio (Feltrinelli) fai di Ogni ricordo un fiore, non un rimpianto: “Le nostre lacrime non sono pronte: è ancora troppo giovane il dolore”. Macché, è ancora troppo giovane l’amore: smettila di stare un passo indietro col partner.

 

LEONE – In Una yurta sull’Appennino (Einaudi) ci sono “quelli che restano, i pazzi”, e poi ci sono “le pecore, sensibili, vulnerabili allo stress”: Marco Scolastici dice che appartieni alla prima specie, quella degli svitati che perseverano. Fai bene, presto frutti in arrivo sul lavoro.

 

VERGINE – “Quando c’è la nudità, c’è sempre la curiosità di andare oltre”, dice Cesare Rimini citando non so chi. Stai ben attento alle Parole delle cose (La nave di Teseo): per te non c’è alcuna nudità in vista, né possibilità di andare oltre una candida amicizia.

 

BILANCIA – Il grido di Antonio Moresco (Sem) è per te: “I fiori fanno a gara nell’attrarre le farfalle, i calabroni, le vespe. Però i fiori stanno fermi, sono gli insetti a muoversi”. Smettila di essere scostante e buttati nella relazione come un’ape operosa, o l’amante si stuferà.

 

SCORPIONE – Dedica da Susanna Tamaro (Solferino): Il tuo sguardo illumina il mondo, “ed è questa assenza di legami, questa mancanza di progetti a renderti pronto ad accogliere tutto il dolore del mondo”. Ma anche il bene, tranquillo: in famiglia tregua idilliaca.

 

SAGITTARIO – Dai tuoi occhi solamente Francesca Diotallevi (Neri Pozza) ha capito una cosa: “Che sono i libri a venire da te, quando ne hanno voglia. Quando è il momento giusto. Funziona così: ti vengono a cercare”. Anche i vecchi spasimanti: preparati.

 

CAPRICORNO – Gino & Michele e Francesco Bozza hanno raccolto una nuova antologia di aforismi: Anche le formiche nel loro piccolo postano (Baldini+Castoldi). Uno per te: “Tutti sanno dire ti amo. Pochi sanno dire Gewürztraminer”. Sforzati almeno di dire tvb.

 

ACQUARIO – Contro la melanconia stagionale Karl Ryberg ti consiglia Il potere della luce che cura (Sperling & Kupfer): “Nel mondo sviluppato trascorriamo il 90% del tempo al chiuso. Smettiamola di temere il sole”. Goditi le ultime giornate calde sul terrazzo, e in buona compagnia.

 

PESCI – Scrive Guido Barbujani (Bompiani): “È un’arma a doppio taglio, la sincerità. A parte che si può essere sinceramente santi o sinceramente stronzi”. Ti stai comportando come i secondi e non hai alibi. Peccato, perché l’attuale partner è una certezza, Tutto il resto è provvisorio.

Facce di casta

 

Bocciati

Sussurri e grida

È piu’ forte di lui, Claudio Borghi proprio non riesce a trattenersi: “Sono straconvinto che l’Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi. Il fatto di avere il controllo sui propri mezzi di politica monetaria è condizione necessaria – ma non sufficiente – per realizzare l’ambizioso ed enorme programma di risanamento”. Eppure è l’ennesima volta che i mercati reagiscono ai sussurri dell’economista con grida sguaiate. Alla base di tutto dev’esserci quel senso di onnipotenza che prova la farfalla quando con un battito d’ali provoca un uragano dall’altra parte del mondo, altrimenti non si capisce cosa spinga il presidente della Commissione Bilancio a muovere ostinatamente le labbra ai microfoni per provocare una tempesta in Borsa. È lui stesso a ripetere che i suoi non sono che auspici e vagheggiamenti: “È ridicolo. Sono 7 anni che dico che l’Italia starebbe meglio fuori dall’euro. Ma da quando si è formata l’alleanza con il M5s ripeto che questo non è nel programma di governo. È la mia opinione, ma sono in minoranza e quindi non si fa, punto”. E allora la domanda: ma che lo ripeti a fa’?

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Promossi

Ammissioni
A differenza di quanto hanno sostenuto in molti prendendo confusamente le difese di Mimmo Lucano, la magistratura si è limitata ad interpretare la parte in commedia che il sindaco di Riace le aveva assegnato. Perché quando un politico sceglie di ‘disobbedire’ platealmente a una legge, non lo fa sperando di farla franca, ma proprio affinché la magistratura, intervenendo, offra l’occasione di ridiscutere la legge stessa. Il senso di questo sembra averlo colto Matteo Orfini: “Penso sia stato un errore non riuscire a modificare almeno una parte della Bossi-Fini, perché oggi fare integrazione in questo paese è difficilissimo e scaricato sulle spalle di sindaci che spesso non hanno gli strumenti amministrativi per farlo”. Chi vuole sostenere Mimmo Lucano non deve inveire contro chi fa rispettare la legge, ma guardare invece alla sostanza di quella legge che il sindaco ha ritenuto necessario violare per privilegiare l’etica e il buonsenso.

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Mara forza nove
Un buon esempio di come far rispettare le istituzioni lo ha dato Mara Carfagna. La parlamentare forzista si è trovata a presiedere l’Aula durante il question time del ministro dell’Interno sulla nave Diciotti e sulla questione migranti.
Salvini ovviamente non ha perso l’occasione per provocare l’opposizione facendo ironia sulle numerose assenze tra i banchi.
La vicepresidente ha deciso di non lasciar correre l’atteggiamento supponente e irrispettoso del ministro e gli ha fatto presente come gli scranni vuoti fossero dovuti alle Commissioni parlamentari che si stavano tenendo in contemporanea; e quando il ministro con fare liquidatorio l’ha invitata a lasciarlo parlare, la Carfagna ha colto l’occasione di ricordare al leader leghista un concetto su cui è duro di comprendonio: “Lei è libero di parlare, ma non di attaccare il Parlamento. Le sembrerà strano, ministro, ma le regole valgono anche per lei”. Farsi rispettare facendo rispettare le istituzioni è un goal niente male.

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La giusta battaglia contro i nuovi manager feudali

L’ufficio, si sa, è una “caserma per cretini”, in cui “la mente è costretta a occupazioni analoghe a quelle dei cavalli che fan girare una giostra (sbadigliano orrendamente e muoiono presto)”: dell’inutilità delle mansioni impiegatizie ci aveva già messo in guardia Balzac a metà dell’Ottocento. Ora, però, David Graeber rincara la dose, denunciando la proliferazione dei Bullshit Jobs – “lavori del cavolo” nella traduzione suggerita, “stronzate di lavori” secondo la nostra –, ultima deriva del turbocapitalismo.

L’antropologo della London School affida a un saggio omonimo ricerche e riflessioni su mercato e lavoro, che oggi non è più produttivo ma ha “fine e significato in sé”: da qui la perniciosa superfetazione di incarichi senza senso, superflui, pericolosi.

Lo studio nasce da un articolo del 2013 sulla rivista Strike!, cui è seguita ampia eco mediatica e 250 testimonianze dirette, il cui paradosso è: perché non lavoriamo tutti 3-4 ore al giorno come ci consentirebbe la tecnologia? Graeber addossa la responsabilità all’“ideologia neoliberale, un progetto politico camuffato da economico” (marxismo al contrario). Non solo è l’offerta a determinare la domanda (Scuola di Francoforte docet), ma la fabbrica di offerte è più attiva che mai, generando bisogni inutili e dannosi.

Bullshit – stronzate – sono tutte quelle “occupazioni che nemmeno chi le svolge può giustificarne l’esistenza”: perciò, il sicario della mafia non ha spazio nella rigorosa sistematizzazione, mentre l’innocua segretaria sì. Le categorie incriminate sono cinque: innanzitutto i tirapiedi, moderni “servitori feudali, sicofanti, galoppini”, che esistono solo per legittimare il potere del capo, dai valletti agli addetti alla reception agli assistenti degli assistenti degli assistenti.

Secondi vengono gli sgherri: lobbisti, esperti di Pr, addetti al marketing e ai call center, legali d’azienda. Segni particolari: l’aggressività, l’inganno, l’insistenza. Poi ci sono i ricucitori, il cui compito è “risolvere problemi che non dovrebbero esistere”, perlopiù informatici. I barracaselle sono la versione moderna dei “mammiferi pennuti” di Balzac: burocrati; produttori compulsivi di power point, slide, dossier; commissari che accertano i fatti e certificano la qualità; impiegati che sfornano rapporti; organizzatori di riunioni seriali, per cui “la realtà è quella che esiste sulla carta”. Ultimi arrivano i supervisori, che assegnano lavoro ad altri o che creano mansioni ex novo, pericolosissimi “generatori di insensatezza”.

Oltre a stigmatizzare il “regime di feudalesimo manageriale” – che comporta una escalation di violenza spirituale, infelicità, frustrazione, odio, sospetto, rancori e “cicatrici all’anima collettiva” –, l’intellettuale propone una pars construens, lui che è pure un attivista e considerato ispiratore dello slogan di Occupy Wall Street (“We are the 99 per cent”). Pur restio a suggerire “pratiche politiche” (Weber docet), Graeber azzarda la soluzione finale: un “reddito minimo universale” che, in primis, “separi il lavoro dalla retribuzione”.