La Settimana Incom

 

Bocciati

C’era una volta una gatta
Marina La Rosa è tornata, per l’ennesima volta, a parlare del suo rapporto, nella casa della prima edizione del Grande Fratello, con Rocco Casalino ai microfoni di RadioDue: “Se pensi al sesso, non puoi pensare a Rocco Casalino. C’era una tresca tra di noi? Non esageriamo, lui in realtà era un mio slave. Ovviamente sto scherzando”. Stucchevole mémoire.

 

N.c.

Lo spirito del tempo
Gianfranco D’Angelo, 82 anni, prova a fare un discorso (a suo dire) complesso sul carico fiscale in relazione alle pensioni. Ha lavorato per sessant’anni, prende duemila euro di pensione e non vuol rinunciare alla casa in Sardegna. Non staremo qui a disquisire del quanto e del come. Diremo solo che è meglio contare fino a cento (o a duemila) prima di esternare.

 

Cattiva maestra
Notizie da un martedì sera di ottobre. Su Rai1 “Una Pallottola nel cuore” 2 ha conquistato 3.805.000 spettatori pari al 16.3% di share. Su Canale 5 “Temptation Island Vip” (sic) ha raccolto davanti al video 3.652.000 spettatori pari al 20.9% di share. I giornali e i siti titolano: Valeria Marini batte Gigi Proietti. Siamo un paese senza speranza.

 

Promossi

Ornella, che bella

Strepitoso (e super rock) colloquio della Vanoni con Rolling Stone. Sui tormentoni estivi: “Amore, capoeira, la favela, non sa neanche cosa cazzo dice. Comunque ha avuto successo, buon per loro. Si può anche fare una canzone gioiosa, come “Quattro amici al bar”. Quella è intelligente però, è la storia dei ragazzi dell’epoca di Paoli. Era un brano allegro, ripetitivo, che prende – ha venduto un milione di dischi – ma con un testo che piace. Si parlava. Adesso non si parla più. Tutti pensano che col telefonino si risolvano le cose. E invece no, assolutamente no. Questa solitudine, che aumenta sempre di più, è dovuta a questi mezzi. Una volta ci si andava a trovare per forza. La sera ci si riuniva sempre, perché non avevamo i mezzi altrimenti. Ecco perché era vivace la vita. Adesso non ci si incontra più… ci vediamo, sì, forse, mando una mail, poi dieci mail, bah… ridateci il telefono a muro, che ci siamo sempre trovati”.

 

Adieu, adieu, addio al mondo
Se n’è andato l’immenso Charles Aznavour. Tra tutti i ricordi abbiamo scelto quello, ruvido e perciò più autentico, di Gino Paoli che ha rilasciato una bellissima intervista a Marco Molendini sul Messaggero. “Ho sempre avuto una grande stima di quell’armeno duro e bravissimo. Da noi ormai si generalizza sulla definizione di cantautore, che viene data a cani e porci. I cantautori sono quelli che scrivono musica e parole. Come Aznavour, appunto. O come da noi Lucio Dalla. Oggi è cambiato tutto.. Noi eravamo autentici, ci sentivamo dei James Dean”. Oggi manco Gioventù bruciata.

Sicurezza sul lavoro, così si muore senza la cultura della prevenzione

Anche se l’Italia sostiene la formazione e le regole esistono, la contabilità triste degli incidenti sul lavoro continua a indicare un comportamento scorretto di imprese e lavoratori. E non per una carenza di dispositivi o condizioni inadeguate, ma per una mancanza di una più diffusa cultura della sicurezza e della prevenzione che mettano al centro la conoscenza come primo strumento per la riduzione delle vittime sui luoghi di lavoro. Ad accendere il faro su questo sistema è la tre giorni organizzata a Bologna dal 17 al 19 ottobre che ospiterà “Ambiente Lavoro”. In questa, più che nelle passate edizioni, ci si dedicherà alla salute e al benessere come arma fondamentale per una maggiore consapevolezza dei rischi. Resta, infatti, ancora troppo diffusa l’errata convinzione di alcuni lavoratori che, forti dell’esperienza, pensano che si possano trascurare certe regole, esponendo se stessi e gli altri a troppi pericoli che si potrebbero invece evitare. Tant’è che in Italia l’80% degli infortuni sul lavoro si verifica a causa di un comportamento scorretto connesso alla formazione ricevuta oltre che alla propria sensibilità al rischio.

I giochi, però, purtroppo finiscono quando si dà un’occhiata agli ultimi dati pubblicati dall’Inail con il record negativo delle morti sul lavoro. Da gennaio ad agosto 2018 – spiega l’istituto – hanno perso la vita 713 lavoratori. Quasi 3 morti al giorno. Si tratta di ben 31 morti in più rispetto ai 682 del 2017. Un aumento dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti ad agosto con il crollo del ponte Morandi a Genova e con gli incidenti stradali in Puglia, che hanno provocato la morte di braccianti stranieri a Lesina e Foggia. Ma anche sul fronte infortuni e malattie il quadro resta allarmante. Dopo la diminuzione registrata nel 2017, le patologie professionali sono aumentate del 2,3%, arrivando a quota 40.219. Mentre nei primi 8 mesi dell’anno, i casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 419.400 (-0,6%) un calo legato soprattutto alla componente femminile.

Come invertire la rotta? Secondo Raffaele Ferragina, esperto di consulenza e selezioni del personale – che parteciperà a un panel nella tre giorni di Bologna – “occorre far ragionare datori di lavoro e lavoratori sul valore della sicurezza e non solo sull’obbligo attraverso metodi psicoattitudinali che si adattino alla formazione specifica delle persone”. In altre parole, si deve adottare una formazione più mirata per non far vedere alle imprese la sicurezza solo come un costo o ai lavoratori come una cosa noiosa. Eppure l’utilizzo di questi metodi è poco diffuso in Italia, dove prevale una formazione tradizionale, per nulla interattiva. Per questo motivo, i professionisti della formazione hanno cominciato a studiare nuovi approcci, ispirati a un’offerta più coinvolgente come la “Gamification”, che si basa su modalità simil-ludiche per tenere alta l’attenzione dei lavoratori nella fase di apprendimento. Del resto, è noto che il benessere incide sulla produttività: intervenire sull’eliminazione dello stress incide positivamente sulla salute riducendo gli indici di rischio.

Femminismo in copertina. Meglio la sexy e fiera Meb o la rassegnata Carfagna?

Ciao Selvaggia, il tuo articolo di presa per i fondelli sulla Boschi versione pin-up sbiadita mi ha divertito molto, però abbi pazienza: io trovo che questa graziosa signorina abbia un merito. Non cerca consensi e credibilità tramite la solita aria dimessa che si vede in aula, non si mortifica e scolora cercando di apparire anonima e carina senza dare troppo nell’occhio. È bella e ci gioca. L’abbiamo vista spesso su tacchi impegnativi in luoghi istituzionali, si è sempre truccata con cura, la ricordo a eventi mondani con abiti sexy… non trova proprio che questo le faccia onore?

Prenda la Carfagna. La signora – bellissima donna – aveva un passato da velina da farsi perdonare e, quindi, ha fatto il percorso opposto. È partita bomba sexy e dopo qualche mese in politica era la triste copia di se stessa, tailleur da orsolina, capelli corti, trucco invisibile, sex appeal sacrificato sull’altare della credibilità. Lei stessa ci ha fatto capire di essere piegata è rassegnata al pregiudizio: “Sono bella, me la faranno pagare. Cerchiamo di essere invisibili…”.

E guardi che a me è spiaciuto, perché trovo la Carfagna una delle donne più belle in politica insieme a una donna che mi manca molto, la signora Prestigiacomo. Non trova che sia più femminista la Boschi, con i suoi tacchi e il rossetto rosso esibiti con fierezza della Carfagna? Non trova che ci sia una sorta di rivendicazione femminista, per nulla civettuola, in quelle foto di Maria Elena su una rivista per uomini?

Piero

Caro Piero, il problema non era la concessione all’effimero. Il problema era la bruttezza di quel servizio fotografico. Come ha scritto qualcuno sulla mia bacheca Facebook: “Le foto sembrano scattate da un correntista del Monte dei Paschi”. Ecco. Per il resto, spero che la Prestigiacomo le mandi almeno un cuoricino su Twitter.

 

Concedersi i piccoli piaceri è una questione di dignità

Ciao Selvaggia, spero che Di Maio mi legga: potrei essere uno di quelli che avrà il reddito di cittadinanza e che finirà in carcere per le spese immorali. Anzi, domani vado già a costituirmi preventivamente così tolgo a chi di dovere il disturbo di dover fare delle indagini su di me. Ho una piccola attività, sono pieno di debiti, ho 57 anni, mia moglie è una casalinga che ha cresciuto (con me) un figlio mezzo sbandato di 27 anni attualmente a Barcellona a cercar fortuna probabilmente nei portafogli altrui. Lo spread familiare è ai livelli più seri mai registrati. Secondo i miei calcoli, tra due anni saremo più o meno sul lastrico e senza poter contare né sull’età né su antichi risparmi. Naturalmente il nostro tenore di vita è sul misero andante da almeno tre anni, dopo due decenni di relativo benessere. Campiamo con circa mille euro al mese e arriviamo a malapena a fine mese, con salti mortali.

Ebbene, io mangio quasi sempre pasta al burro a pranzo perché mi faccio avanzare 100 euro per le sigarette e due gratta e vinci. E mia moglie non ha rinunciato al colore dal parrucchiere anziché a casa una volta al mese. Altri 70 euro. Sono spese immorali? Secondo Di Maio sì, secondo me no. Comprare da mangiare è sopravvivenza, concedersi piccoli, risibili piaceri è dignità. È non sentirsi di essere venuti al mondo solo per respirare, mangiare e dormire. Mia moglie ha voglia di sentirsi ancora bella a 58 anni, non si sa fare il colore da sola senza sembrare poi una zucca, è immorale che vada da un parrucchiere e sia ancora felice di guardarsi allo specchio? Io fumo e fumare mi serve a sentire meno il peso della vita, è immorale? Di Maio dovrebbe ricordarsi l’antico concetto di dignità operaia “il pane e le rose”. Dignità è vivere per sfamarsi di cibo e, con quel che avanza, del superfluo. Vado ad accendermi una sigaretta.

I miei ossequi.

Davide F.

Verrò a trovarla in carcere con una stecca di Marlboro e regalerò a sua moglie un buono annuale da Jean Louis David, nel caso. Mi tenga aggiornata.

 

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“Il Vesuvio universale”, vivere e soffrire insieme al vulcano

Mi domando se Maria Pace Ottieri abbia sentito il respiro del Vesuvio in ogni punto della immensa città cresciuta sul gigante in sonno, o se sia stata per lei una provocazione e una attrazione inevitabile un libro di suo padre, Ottiero Ottieri, che in Donnarumma all’assalto ha scritto la storia, unica in Italia, dei pescatori delle pendici vesuviane che diventano operai della Olivetti di Pozzuoli , al tempo in cui lo scrittore lavorava nella fabbrica. Certo in questo suo nuovo libro – Il Vesuvio universale, Einaudi – intorno al grande protagonista (il vulcano che nessuno teme non perché sia morto, ma perché è vivo e continua a trasmettere vita). Maria Pace Ottieri ispeziona, con mano attenta e mosse precise, un immenso presepio di passato e futuro, di memoria e predizione (se si sveglia il Vesuvio) di fiducia e di paura (dorme, ci protegge, può esplodere subito), di radici inestricabili e di accenni continui e impossibili alla fuga.

Scegliendo come tema il Vesuvio universale (l’altra faccia del diluvio che ha inondato e cambiato il mondo, crudele e salvifico come tutte le punizioni divine ) l’autrice ha fatto una scelta che è allo stesso tempo letteraria e politica. I suoi personaggi, benché presi dalla vita, benché cercati e trovati arrampicandosi sul vulcano, hanno una nitidezza di immagine (li vedo come figure filmate) e una ansiosa voce carica di esperienza e di speranza che li identifica come personaggi di un grande romanzo di vita e di morte, che per coltivano, proprio qui, con la vita, un legame tenace, mentre il respiro possente del gigante che dorme trasmette insieme la paura della memoria e l’euforia un po’ drogata del luogo assurdo e impossibile che così tanti hanno scelto.

Al libro della Ottieri risponde a distanza una sola trasmissione settimanale di una radio italiana. I radicali tornano a porre la domanda allarmata e perentoria: se il vulcano si sveglia chi fugge, come fugge? (Overshoot, Radio Radicale da Napoli, tutte le domeniche).

Il libro di Maria Pace Ottieri risponde dalla incredibile “location” con tante voce intelligenti, consapevoli e ormai al di la dalla paura: “Noi ci siamo e ci restiamo”.

La paura non detta è il Vesuvio. La festa che viene celebrata è il Vesuvio. Il futuro è la grande nuvola che vediamo in quadri e fotografie. Maria Pace Ottieri ci fa ascoltare voci che sembrano di sopravvissuti. E con materiale di cronaca (intervista e incontri) compone un grande racconto.

“Working poor” all’americana: credito d’imposta che non disincentiva il lavoro

Mentre in Italia si dibatte su un improbabile reddito di cittadinanza che, ove mai vedesse la luce, finirà a essere un sussidio di fatto incondizionato e un disincentivo all’offerta di lavoro, ci sono Paesi che da molto tempo hanno cercato di supportare i cosiddetti working poor, chi lavora ma percepisce un reddito talmente basso da esporre al rischio povertà. Negli Stati Uniti, dal 1975 esiste l’Earned Income Tax Credit (Eitc), un credito d’imposta rimborsabile, che quindi arriva anche agli incapienti sotto forma di assegno, calibrato a beneficio dei lavoratori (inclusi gli autonomi) a reddito medio e basso, in particolare quelli con figli. Ai beneficiari, oggi circa 28 milioni di persone, viene assegnato un importo pari a una percentuale dei loro redditi di lavoro sino a un tetto, oltre il quale l’erogazione resta stabile per un intervallo di reddito, per poi ridursi progressivamente sino ad azzerarsi tra 39mila e 48mila dollari per chi ha figli. Nel 2017, l’importo massimo annuo ottenibile da una famiglia con un figlio era di 3.400 dollari, mentre saliva a poco più di 6mila per tre o più figli a carico. Il lavoratore senza figli ha diritto a un importo annuo di soli 510 dollari, perde il beneficio già intorno ai 15mila dollari e deve inoltre avere un’età compresa tra 25 e 64 anni, vincolo che non si applica a chi ha figli. Gli studi mostrano che l’Eitc incoraggia al lavoro soprattutto i primi percettori di reddito, il cosiddetto capofamiglia, e parrebbe avere un lieve effetto di disincentivo per il coniuge a minor reddito in una coppia.

Nel complesso, tuttavia, l’aumento di offerta di lavoro derivante dall’erogazione prevale sul calo di partecipazione al mercato del lavoro da parte del secondo percettore di reddito di una coppia. L’Eitc si è sin qui dimostrato una misura efficace di contrasto alla povertà, soprattutto infantile, senza deprimere l’offerta di lavoro, aiutando soprattutto le madri single. Uno studio stima che nel 2013 l’Eitc e la sua misura gemella, Child Tax Credit, hanno tolto dalla povertà 9,1 milioni di americani, di cui quasi 5 milioni sono bambini. Il costo di queste misure è pari al 3% della spesa federale, lo 0,7% del Pil, circa 130 miliardi di dollari l’anno. Alcuni legislatori del partito democratico hanno proposto il sostanziale raddoppio della misura, mentre un economista ha suggerito di abbinare l’Eitc a un modesto importo erogato incondizionatamente anche a chi non lavora, quindi un reddito universale di base disegnato in modo tale da non deprimere l’offerta di lavoro. Al netto di queste proposte di revisione e potenziamento, che alimentano il dibattito intellettuale prima che quello politico, il disegno dei meccanismi è fondamentale per non sprecare risorse fiscali e frenare l’offerta di lavoro. Quello che invece con alta probabilità accadrà da noi col reddito di cittadinanza.

Macchinari obsoleti negli ospedali

Un apparecchio nuovo non è garanzia di una diagnosi migliore. Dobbiamo saperlo noi pazienti per non cadere in inganno e devono rendersene conto gli amministratori del Ssn quando pianificano tagli e investimenti. “A fare la differenza è la professionalità del medico”, sottolinea Carmelo Privitera, presidente della Società italiana di radiologia medica. La Corte dei conti, nel rapporto di coordinamento di finanza pubblica 2018, ha evidenziato che il 30% dei mammografi, rmn e tac usati in ospedale hanno più di 10 anni e andrebbero sostituiti. “Bisogna rinnovare solo i macchinari con alte dosi di radiazioni, per gli esami più semplici vanno bene quelli vecchi, clinicamente sono ancora validi”. L’Italia non ha ancora recepito la normativa Ue sulla radioprotezione che obbliga a indicare nel referto la dose di esposizione alle radiazioni. Resta il problema poi della medicina difensiva. “Ogni anno – avverta Privitera – si fanno 110 milioni di diagnosi radiologiche di cui il 30% sono inutili. Una diagnosi adeguata necessita di un confronto tra radiologo e paziente. Anche se il medico è sovraccarico di lavoro, il paziente ha comunque il diritto di incontrarlo”.

I costi nascosti nella bolletta. Maxi-stangata dal 2019: +13%

Per la seconda volta in tre mesi le bollette della luce e del gas hanno registrato un aumento consistente: se a luglio l’energia elettrica ha subito un rincaro del 6,5% (pari a una spesa media di 537 euro), negli ultimi tre mesi del 2018 la maggior parte delle famiglie (quelle che sono nel mercato tutelato) sborseranno il 7,6% in più; mentre sul fronte del metano si è passati dall’8,2% del terzo trimestre (pari a 1.050 euro) all’attuale +6,1%. E i conti sono presto fatti: per una famiglia tipo, l’anno si concluderà con una spesa (al lordo delle tasse) di 552 euro per la luce e 1.096 euro per il gas. Si tratta del secondo maggior incremento dal 2010 a oggi.

Come si dice in questi casi è tutta colpa delle tensioni internazionali con le loro ricadute sui costi record delle materie prime e di approvvigionamento che finiscono così nelle case degli italiani attraverso la bolletta. Ma negli ultimi mesi ci è stato anche spiegato che, grazie a una delle poche e limitate armi a disposizione dell’Arera (l’Autorità dell’Energia), abbiamo pure pagato meno rispetto alla stangata dovuta: il garante è, infatti, intervenuto sia nel terzo che nel quarto trimestre congelando gli oneri di sistema che pesano per un quarto del totale della bolletta e servono a finanziare la messa in sicurezza del nucleare, gli incentivi alle rinnovabili, il sostegno alla ricerca, il bonus sociale destinato alle famiglie meno abbienti, le agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia e per il settore ferroviario. Tanto che se non ci fosse stato l’intervento, le bollette sarebbero cresciute ben oltre i 10 punti percentuali. Come ha fatto l’Arera? Ha attinto ad altre risorse: dalla Cassa per i servizi energetici e ambientali, un ente pubblico che riscuote alcune componenti tariffarie in bolletta da parte degli operatori). Un tesoretto che, tuttavia, ora va restituito perché mette a serio rischio la sostenibilità della Cassa e degli incentivi alle rinnovabili, finanziati dagli oneri di sistema e prelevati in bolletta. Il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, ha spiegato che il percorso di recupero del mancato gettito degli oneri di sistema che ammonta a due miliardi di euro sarà avviato già da gennaio, spalmato sui quattro trimestri del 2019. Un intervento che, però, rischia di far esplodere la bolletta della luce con un aumento percentuale previsto per il primo trimestre del 2019 tra il 10% e il 15% incorporando anche le altre variabili, vale a dire il fattore meteo. Andando incontro al freddo, si consumano più luce e gas e aumenta di conseguenza l’approviggionamento e il dispacciamento della materia prima. Inoltre per gli addetti ai lavori, entro la fine dell’anno la quotazione del prezzo del petrolio arriverà a quota 100 dollari al barile, mentre quella del gas – il combustibile più usato in Italia per produrre energia – sfiorerà il 70% di aumento. Come se non bastasse che, dal primo semestre 2011 al primo semestre 2018 (al netto della sterilizzazione degli oneri), i consumatori abbiano già visto esplodere i costi della bolletta, con un aumento della commercializzazione (+162%), del trasporto dell’energia e della gestione del contatore (+55%), delle imposte (+15%) e degli oneri di sistema (+147%), mentre la spesa per la materia energia (che dovrebbe essere la voce più corposa) è diminuita del 15% con il suo peso in bolletta passato dal 55% al 38%.

A gravare sui bilanci familiari sarà anche il completamento della riforma tariffaria per l’energia elettrica. Una riforma che – ha spiegato l’Arera – “comporterà inevitabili aumenti di spesa annua per larghe fasce della popolazione” con rincari fino al 46% in più per chi consuma meno di 1.500 kWh/anno con 3 kW di potenza, vale a dire anziani, pensionati e famiglie monoreddito, mentre chi ha consumi elevati pagherà di meno. Ma le brutte notizie non finiscono qui. C’è poi, da affrontare una questione ancora aperta che nei prossimi mesi si ripresenterà con un conto assai salato: è il caso dei “morosi”. La storia è nota. Per una serie di ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, l’Arera è stata costretta a stabilire che una parte degli oneri di sistema (circa 200 milioni di euro) lasciati insolventi da alcuni operatori del mercato libero nei confronti dei distributori di rete, da gennaio 2019 potrebbero essere spalmati su tutti i clienti che pagano regolarmente e che si ritroveranno così a versare circa 2 euro in più all’anno. L’Arera deve, invece, ancora comunicare a quanto ammonta il tesoretto che spetta ai venditori coinvolti. Soldi che potrebbero sempre essere richiesti ai clienti. “Questo dimostra come sia necessario affrontare definitivamente la questione degli oneri di sistema che vanno tolti dalla bolletta, perché sono politiche industriali che drogano il mercato”, commenta Marco Vignola, responsabile del settore energia dell’Unione nazionale consumatori. Un clima di incertezza in un settore già disorientato dalla continua proroga della fine del mercato tutelato.

“Orbán ci sta comprando, è come prima del 1989”

Un enorme ficus, alto quasi cinque metri, ha il posto d’onore nel grande open space dove lavorano 60 giornalisti: la redazione di Index. Ma tutto sta per cambiare. La proprietà del più grande, e influente, giornale online dell’Ungheria è passata di mano pochi giorni fa. “Da un’oligarca vicino a un altro molto vicino al governo – spiega Gabor Miklòsi, caporedattore del quotidiano web – ma in mezzo c’è una fondazione e tutta la questione di chi comanda e dove verremo spostati rimane oscura”.

In questo momento ogni cambio di proprietà dei media viene percepito, dalla società civile ungherese, come un tentativo del governo per ottenere maggiore controllo dell’informazione e mitigare i contenuti pubblicati. Dal 2010, quando Fidezs, il partito di Viktor Orbán, ha vinto le prime elezioni, il Paese è sceso di 50 posizioni nella classifica, redatta annualmente da Reporter senza frontiere, della libertà di stampa.

“Se io non potrò continuare a lavorare qui – dice Miklòsi – perché Index perderà indipendenza, allora non potrò fare il mio mestiere in nessun altro posto. Ci sono altri media indipendenti, però non riescono a crescere. Il mercato è distorto dallo stesso governo”. Orbán sta incoraggiando gli imprenditori che gli sono vicino a comprare più media possibile. Questa spinta a omogenizzare l’editoria cancella, di fatto, la diversità che ha caratterizzato la stampa ungheresi dalla transizione del 1989. L’impressione di Miklòsi è che “stia tornado lo Stato-partito. Ero bambino sotto il comunismo, ma ora, da giornalista adulto, è molto duro vedere che la libertà di stampa viene, a poco e poco, cancellata”.

Sono in mani amiche del governo, oltre alle maggiori televisioni commerciali nazionali, tutti i giornali regionali. A chiudere il cerchio c’è un mercato pubblicitario viziato. I piccoli editori non ricevono sovvenzioni statali, ma “l’80/90 percento delle loro entrate pubblicitarie – spiega il giornalista di Index – arriva da campagne governative”. Pubblicare un articolo contro l’esecutivo vorrebbe dire andare a perdere la fonte di sostentamento dei giornalisti stessi. Non c’è bisogno di censura in un sistema che fa dell’autocensura l’unica possibilità di riceve un salario.

La volontà di addomesticare la stampa fa parte del programma di Orbàn sin dal suo primo giorno di governo. Da quando ha preso il potere hanno cambiato proprietà: 11 radio, 20 canali televisivi e 550 giornali . Tutti sono passati nelle mani di uomini d’affari vicini all’esecutivo.

Lo scorso mese è toccato a Hir Tv. Uno dei nuovi proprietari, Zsolt Nyerges, la mattina stessa in cui veniva resa nota la notizia, ha rassicurato la redazione dicendo che nessuno avrebbe mai interferito con il lavoro dei giornalisti. Quella sera non è andato in onda il telegiornale e nemmeno l’approfondimento politico, uno dei programmi di punta della rete. Al loro posto è stato trasmesso, a ripetizione, un recente discorso del capo del governo.

Il tentativo di controllo non si ferma ai soli media nazionali. A inizio maggio Magyar Idök, un quotidiano con ampia diffusione, ha pubblicato un articolo critico verso il lavoro di diversi corrispondenti internazionali. Sono stati citati i giornalisti di Der Spiegel (Germania), Dar Standard (Austria), Libération (Francia), Tages-Anzeiger (Svizzera). “Il governo ungherese – si poteva leggere nel pezzo – dovrebbe considerare delle azioni di risposta al servile lavoro di Keno Verseck, Gregor Mayer, Bernhard Odehnal, Florence La Bruyère e tutti gli altri corrispondenti da Budapest che diffondono le più abominevoli menzogne”. I giornalisti, contrariamente alla richiesta del quotidiano, non sono stati espulsi, ma aver pubblicato una lista, averli schedati pubblicamente, è servito a intimidirli e a rendere sempre più difficile il loro lavoro. Magyar Idök appartiene a Lörinc Mészáros, uno degli uomini più ricchi dell’Ungheria nonché amico d’infanzia di Orbán. Mediaworks Holding, la società di Mészáros, possiede i due terzi dei giornali locali ungheresi. “In Ungheria – continua Miklosì – come in molti altri Paesi, la libertà di stampa è legata al livello di scolarizzazione della popolazione. Chi vive nelle grandi città tende a essere più attento a un’informazione di qualità: ha un migliore acceso a internet e ad attività culturali, ha a disposizioni più fonti, dai giornali online a quelli stranieri. Le persone che invece, hanno avuto un breve percorso scolastico, hanno meno possibilità di informarsi, di avere un’idea completa su quanto accade”. In quest’ultimo caso i giornali locali e i telegiornali sono le uniche possibili fonti di notizie. Con una campagna lunga anni, che mischia antisemitismo, criminalizzazione delle ong, notizie false, islamofobia e xenofobismo il governo è stato molto bravo a stigmatizzare i media indipendenti. Per Miklosì alcuni temi sono stati trattati “dalla stampa di propaganda con molta forza, creando una falsa percezione. Per esempio al momento non c’è un problema sulla questione migratoria, anche se si continua a parlare di invasione”. In Ungheria, che ha una popolazione di 10 milioni di abitanti, la quota di richiedenti asilo fissata da Orbàn e di 5 mila profughi l’anno, lo 0,0005% dei cittadini.

“Da tempo il governo ripete senza sosta – dice Blanka Zöldi, giornalista investigativa in forza alla redazione di Direkt36 – che in Ungheria non c’è posto per stranieri, soprattutto per chi scappa da guerre e persecuzioni. Contemporaneamente, lo stesso primo ministro, ha allestito il programma ‘visti d’oro’. Si tratta di una struttura legislativa che permette a investitori stranieri di ottenere diversi tipi di documenti: dalla residenza alla cittadinanza ungherese”. C’è un vero e proprio tariffario ministeriale, con 250 mila euro si ottiene la residenza, per la cittadinanza oltre il doppio. “Questi soldi non vanno direttamente al Stato – continua la Zöldi – ma passano da un ristretto gruppo di aziende con sede legale in paradisi fiscali. Stiamo parlando di quasi 20 mila casi, ognuno dei quali ha pagato tra i 20 e i 30 mila euro per il servizio a ditte offshore. Non sappiamo chi ha veramente beneficiato di questi soldi, ma diverse inchieste giornalistiche collegano le imprese d’intermediazione con l’élite politica di Budapest”.

La risposta dei media vicini al regime ungherese, la maggior parte, all’inchiesta di Direkt36 è stata una forte campagna contro la redazione. “Non abbiamo ricevuto alcuna pressione dal governo – conclude la giornalista – ma siamo messi sotto torchio da altri giornali. Con una gestione così falsata dell’informazione la grande sfida di questa redazione è quella di non diventare un gruppo di attivisti, di non essere contro il governo a priori. Dobbiamo continuare a raccontare quanto accade senza alcun pregiudizio”.

Sierra Leone – Dal trono alla povertà assoluta

Aveva compiuto da 3 giorni 25 anni quando divenne il capo di Stato più giovane del mondo nel 1992. Il furente Valentine Strasser (in foto) defenestrò il generale Joseph Momoh, al potere dal 1985, anno in cui per la prima volta in Sierra Leone le urne erano state aperte per scegliere il presidente. Fu un’elezione con un candidato solo e un partito unico. Quello di Momoh: l’Apc, Congresso del popolo, scelto all’epoca dal 99.85% dei votanti. Il ragazzino cresciuto per le strade di Freetown, Valentine, con un pugno di soldati coetanei, gli strappò il potere all’alba dei ’90. Il suo alleato in quel colpo di stato si chiamava Julius Maada Bio, che divenne suo nemico quattro anni dopo. Bio, con un secondo colpo di stato nel 1996, costrinse Valentine alla fuga. Sopravvissuto a due attentati, provò a studiare legge in Gran Bretagna, fallì e tornò in patria. Sparito da allora dalle file degli eserciti e dalle cronache del Paese, l’uomo che fu il leader più giovane di una nazione, vive oggi povero, alcolizzato e scalzo per le strade di Freetown. Parabole di “grandi” africani, destini che si sono incrociati per finire ai lati opposti della storia. Maada Bio, quel giovane brigadiere suo amico, è diventato presidente del Paese alle ultime elezioni, lo scorso aprile.

Africa, contro i vecchi tiranni l’urlo dei nuovi Lumumba

“Questa lotta non inizia e non finisce con me. Nella mia voce c’è l’eco di milioni di persone. Il presidente è al potere da quando avevo 4 anni”. Basco rosso, stella dorata, denti bianchi. Robert Kyagulanyi quando canta è Bobby Wine. Uscito dai set dei suoi video trash pop, è entrato in politica. “Freeee Uganda: siamo una generazione ottimista, non abbiamo niente da perdere oltre la nostra vita. Basta corruzione, basta povertà: liberiamo l’Uganda”. Bobby ha 36 anni, 74 ne ha Yoweri Museveni, presidente di un Paese dove “l’85% della popolazione ha meno di 35 anni”. Accusato dal capo dello Stato di tradimento, Bobby è finito in carcere ed è stato torturato, diventando però la speranza di tutti i giovani ugandesi che, da fan, sono diventati suoi sostenitori politici. Museveni è abbastanza vecchio da avere paura di Bobby, che è abbastanza giovane da non averne e sfidarlo: “Non me ne andrò. Certo che ho paura, ma ho un solo Paese”.

Il continente con i presidenti più vecchi al mondo ha la popolazione mondiale più giovane in assoluto e ora i tasselli del mosaico africano si stanno muovendo. Giovani rivoluzionari crescono, eredi di quel Patrice Lumumba ucciso dal regime del generale Mobutu in Congo nel 1961. I candidati sfidanti oggi sono capitani coraggiosi, velleitari e impreparati, ma vogliono tirare giù dal trono la vecchia guardia dei presidenti-dinosauro, che abbandonano il loro potere stantio e corrotto solo alla morte. L’Africa che cerca di arginare la fuga in Europa, creando condizioni di vita migliori, si trova in Zimbawue, Cameroon, Sudafrica, Rwanda. Se c’è una nuova faglia politica che ora spacca in due la storia è questa: “Da un lato gli oppressi, dall’altro gli oppressori”, ripete Wine.

In Rwanda Diane Rwigara, 38 anni, è finita in prigione “per incitamento alla rivolta” per aver pubblicamente criticato il regime di Paul Kagame. Attivista per i diritti delle donne, si è candidata alle elezioni presidenziali 2017 e poche ore dopo sono state diffuse foto in cui era nuda. Offesa e vilipesa, non è diventata muta: ha continuato a parlare di sanità per tutti e libertà di parola, per finire estromessa, per dettagli tecnici, dalla corsa elettorale. Il vecchio presidente ha vinto con quasi il 99% delle preferenze.

Sta per finire l’anno delle urne africane. Milioni di votanti e migliaia i candidati nel 2018: delle 54 nazioni più di 20 hanno scelto candidati da nord a sud, ma sono stati giorni di cronaca nera più che politica, per i morti degli scontri, politici e tribali. In Sierra Leone, a Kambia, in scontri violenti tra i due partiti del Paese, l’Apc, Congresso di tutto il popolo, e il Slpp, Partito del popolo, c’è stata anche una vittima.

Ieri il Camerun ha scelto se sostituire Paul Biya, un presidente di 85 anni, che rimane in carica da 36. Il Paese resta polarizzato dagli implacabili scontri tra le regioni anglofone – che si sentono discriminate – e quelle della maggioranza, francofone. La divisione, arrivata con l’uomo bianco, risale a quando il Camerun neppure era Stato, ma solo una colonia.

In Sudafrica il quasi 70enne Ramaphosa verrà sfidato alle prossime elezioni 2019 da Mmusi Maimane, nato nel 1980, e Julius Malema, classe 1981. Nessuno spodesta invece Teodoro Obiang, da 39 anni a capo della Guinea Equatoriale, dove sedeva prima suo zio, defenestrato dal nipote nel 1979. Nello Stato microscopico, con vastissimi giacimenti di petrolio, una corte francese ha condannato il figlio di Obiang per corruzione. Da Teodoro a Teodorin: il rampollo playboy è anche vicepresidente del padre, ha milioni di dollari investiti in America, decine di Ferrari e una collezione di oggetti di Michael Jackson dal valore di 2 milioni.

Joseph Kabila, da 17 anni al vertice della Repubblica democratica del Congo, ha detto che le elezioni del prossimo 23 dicembre sono “irreversibili”, o almeno così le ha definite, con baffi neri e barba bianca, nel suo ultimo discorso all’Onu, promettendo “di fare tutto per garantire che siano pacifiche”. Lui non si ricandiderà ma lo farà il suo delfino, quello che tutti chiamano il “Medvedev” di Kinshasa, l’uomo ombra, Emmanuel Ramazani Shadary, 58 anni. Omar Bashir in Sudan governa da 28 anni, un anno in più di Idris Deby in Ciad. Da 19 anni sono al potere Denis Sassou Nguess in Congo e in Algeria Abdelaziz Bouteflika. In Eritrea l’autocrate Isaias Afeweki resiste da 25 anni.

Erano 24 i candidati, vecchi e giovani, alle presidenziali dello scorso 29 luglio in Mali. Accesso ad internet limitato, terrorismo islamico che fa scorrere sangue quanto quello tribale: le urne sono diventate teatro di sparatorie e attentati e chi è andato a votare in alcune zone è andato a morire. Alla fine, dopo un ballottaggio contro il candidato d’opposizione Soumaila Cisse, l’uomo che era già al potere ci è rimasto: il presidente Ibrahim Boubacar Keita, 72 anni, già premier dal 1994. Emmerson Mnangagwa, 76 anni, successore di Mugabe, 94 anni, ha appena proposto di alzare il limite di età (attualmente è 40 anni) per i candidati alla presidenza dello Zimbabwe per “fermare gli immaturi”. In mente ha un uomo, il suo sfidante Nelson Chamisa, il volto 40enne del Movimento per il cambiamento democratico. Contro una gioventù che ritiene imprudente e canaglia si scaglia la vecchia guardia quando osserva quella nuova, a cui assomigliava terribilmente mezzo secolo prima, quando ha conquistato il potere mai abbandonato. Forse la storia questa volta sarà nuova e i giovani africani la cambieranno. Oppure andrà come è sempre andata. Lo ha detto anche Bobby Wine: “Lo so, lo so che il presidente ha promesso le stesse cose quando aveva la mia età”.