Qualche consiglio personale a chi farà la fiction tv sul Duce di Scurati

Il “tomo del momento”, per come lo definisce sul Fatto Fabrizio d’Esposito, diventa una serie televisiva. M. Il figlio del secolo, il libro Bompiani con cui Antonio Scurati prova a raccontare Benito Mussolini e il fascismo come un romanzo di un io corale è già un progetto di Wildside, la casa di produzione di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, per farne un successo nel solco di altri fortunati titoli, da The Young Pope di Paolo Sorrentino a L’amica geniale tratto dal felicissimo bestseller di Elena Ferrante. Buon per loro, anzi, beati loro così pronti a mieter piccioli dall’ingegno, ma il caso M – inevitabilmente “autobiografia dell’Italia”, dunque ghiotta occasione – ci solletica un consiglio non richiesto. Ed è quello di dar fondo a un’immaginazione ancor più impegnativa. C’è da farne, insomma – del figlio del fabbro – una sorta di Chanson de Benito. Altrimenti niente, neppure metterci mano. Nel solco dell’intuizione di Scurati – farne un romanzo “in cui d’inventato non c’è nulla” – non si può inciampare nel dogma dell’anti. Ogni anti proviene – come ogni anti – dallo stesso fondamento essenziale di ciò contro cui è anti. La sceneggiatura patirebbe, manco a dirlo, di ovvietà. E fare per come s’è fatto sempre – l’anti – garantisce forse la proiezione in anteprima al Quirinale ma non arriva a quagliare il climax narrativo, si smoscia nell’etica, sbanda nell’etichetta e s’imbraca nella rimozione del non detto. Il motivo principale per cui M di Scurati piace è proprio nella potenza totemica di M, la M in quanto tale stampata sulla copertina del libro di cui è perfino secondario – nella consacrazione del successo – leggerlo per intero. Un precedente – un caso editoriale internazionale – fu il Mussolini di Renzo De Felice: un capolavoro della storiografia in più tomi voracemente acquistato dal pubblico e neppure letto ma “posseduto”. Un bestseller, quello, “voluto” in virtù di un crisma, il revisionismo, presto svelatosi nella magia del mercato come un procedimento di distanza – un vero e proprio occhio terzo nella lettura critica – perfetto anche per farne chanson a-ideologica. Giuliano Ferrara sostiene, giustamente, che in tema di comunismo l’unico revisionismo che funziona è quello fatto dagli ex comunisti. François Furet, lo storico francese, fa testo. Renzo De Felice, storico del fascismo, non era certo un ex fascista, motivo per cui il revisionismo su M non arriva mai a compimento. Ma sono i famosi dettagli della storia. Intanto, il consiglio non richiesto alla spett. Wildside: il revisionismo è un metodo di coerenza drammaturgica, specie nella serialità “in cui d’inventato non c’è nulla”. C’è l’epos e – trattandosi di uno specialissimo “io” – immedesimazione. Quella che garantisce il successo a un prodotto commerciale.

 

Caro Pietrangelo, io sono “anti” com’è “anti” la nostra Costituzione, e proprio per questo non censuro il tuo articolo, che è “pro”. Ovviamente una serie televisiva biografica dovrebbe raccontare Mussolini per quello che è stato: tante cose, ma soprattutto un tiranno che rovinò l’Italia con la guerra, la privò della libertà con la dittatura e le tolse la dignità con le leggi razziali.

M.Trav

Il centro di accoglienza di Lesbo e l’effetto ‘palla di neve’ nelle università

L’oggetto della mail era intrigante: palle di neve. Che sarà? Un invito in montagna in questa stagione? Foto di bimbi felici? Il mittente era un mio collega di Scienze politiche, Davide Galliani. Docente di diritto pubblico, ma soprattutto di “diritti fondamentali”. Leggo e non trovo promesse di giochi invernali né foto virali. La mail è bella, scoppia di gioia, di emozione: “Ho ricevuto da Lesbo, in Grecia, una chiamata sul cellulare. Era una ragazza che lavorava come attivista per i diritti umani nel centro di accoglienza sull’isola. Mi ha detto che il mio nome le era stato fatto da una studentessa di un mio corso qui in facoltà. Ha iniziato a raccontarmi cosa accade in quell’isola, ma voleva dirmi del caso di un ragazzo siriano di soli 21 anni. Appena finito il racconto, le ho detto di mandarmi un documento con scritto nero su bianco quello che mi aveva raccontato”.

Davide Galliani, è uno che non si tira indietro. Il diritto lo regala a chi nulla ne sa e magari neanche sa leggerlo. Racconta che alla ragazza, arrivata a lui attraverso un fantastico telefono senza fili, ha spiegato che avrebbe provveduto a leggere il documento, a farci mettere il timbro da un avvocato e a spedire il tutto via fax alla Corte di Strasburgo. Obiettivo, salvare il ragazzo siriano torturato in Siria, che piuttosto che essere espulso in Turchia dal centro di Lesbo, è disposto a uccidersi. Sa con certezza che, grazie agli accordi con l’Europa, dalla Turchia verrebbe rimandato proprio là dove l’hanno torturato. Davide, che è professore assai più giovane di me, ha allegato alla mail il ricorso presentato a Strasburgo. Ma la ragione della sua lettera non è il compiacimento professionale. È qualcosa che vorrebbe far arrivare a tutti gli insegnanti.

“Ho deciso di raccontarvi questa storia per un solo motivo. Facciamo un lavoro straordinario, una nostra studentessa sparsa in giro per il mondo è in grado di salvare davvero e realmente vite umane. Non salveremo mai l’umanità, ma iniziando a salvare singole vite umane facciamo quello che dobbiamo fare. E la cosa che più mi riempie il cuore è sapere che la nostra facoltà, i nostri corsi di laurea, i nostri insegnamenti sono in grado anche di salvare vite umane. Di fatto, il merito del ricorso va tutto ascritto a questa ragazza che ha deciso di vivere con i migranti sull’isola di Lesbo. Io ho fatto veramente poco, è incredibile che sia stata lei, con la sua penna, i suoi occhi, la sua esperienza all’origine di tutto. Se la Corte concederà la misura sospensiva, via fax arriverà (magari anche nel giro di due giorni) l’ordine di sospendere l’espulsione. Se così andrà, mi auguro che la piccola palla di neve possa diventare una piccola valanga, perché come lui ce ne sono tantissimi altri”.

Eccole, le palle di neve. Davide aggiunge i suoi dubbi: “Chissà le autorità dell’isola, e poi la Corte… abbiamo fatto una cosa buona ma poi chissà come finisce”. Pochi giorni e annuncia: è finita bene. La Corte ha risposto, ed è intervenuta. Ha chiesto al governo greco cosa ha fatto per la salute del ragazzo siriano. Il giovane è stato riportato al centro di Lesbo, dove la sua situazione sanitaria viene tenuta sotto controllo. Ora però dobbiamo rispondere anche noi alla Corte: dobbiamo replicare a quanto ha detto il governo che, in sostanza, sostiene che l’ospedale lo ha imbottito di tranquillanti per evitare che si suicidasse. In ogni caso abbiamo ottenuto la cosa più importante, tirare fuori il ragazzo da quell’inferno, che era prima di tutto un inferno interiore. Si sarebbe ucciso senz’altro”.

Poi il lampo che sembra arrivare da Riace. “Nelle Università dovremmo insegnare non dico la disobbedienza civile, ma certo la giustizia nel modo di pensare. Se ci fai caso, professore deriva da profiteri, quindi da pro e fateor, ossia ‘dichiarare pubblicamente’. Per me significa impegnare la nostra responsabilità a votarsi a una causa, a darne testimonianza. Non insegniamo ‘quale’ causa, ma insegniamo l’impegno, la dedizione, la passione, il prendere pubblicamente posizione. Ecco, la storia della nostra ragazza a Lesbo è una grande storia perché in lei è passato il nostro dovere di insegnare bene. Vedi, io credo che quella ragazza, la cui voce è incredibilmente sicura e certa, come se conoscesse perfettamente il mondo e le sue aberrazioni, insegna a noi insegnanti che siamo importanti”. Ecco, questo è un dialogo (a una voce) che può svolgersi in una università pubblica. Ripartiamo da qui?

Tra Padre Pio e l’ulivista Scoppola, Conte si proclama bergogliano

Il governo gialloverde e la questione cattolica, come si diceva un tempo. Sinora l’ostentazione della fede cristiana, pacchiana e strumentale allo stesso tempo, è stata un tratto distintivo della parte di estrema destra della maggioranza, quella leghista. E non solo per l’ormai famoso rosario stretto da Matteo Salvini al comizio conclusivo davanti al Duomo di Milano, alle ultime Politiche, ma anche per le sortite tradizionaliste del ministro Fontana contro l’aborto e la dottrina dell’omosessualismo, come la chiamano i clericali anti-Bergoglio sui loro siti d’informazione.

Per riassumere: un “governo crociato”, così definito dalla copertina dall’Espresso di due settimane fa, perfettamente allineato, inoltre, con l’opposizione farisea che contrasta papa Francesco con ogni mezzo, dalle confutazioni teologiche ai dossier sulla pedofilia.

A tentare di spezzare questa narrazione di un cattolicesimo guerriero e padano è arrivata giovedì scorso la lunga intervista del premier Giuseppe Conte al condirettore di Famiglia Cristiana, Luciano Regolo. Ossia al settimanale di maggior diffusione tra i credenti che l’estate scorsa ha accostato il ministro dell’Interno a Satana (Vade retro Salvini) per i migranti fermati in mezzo al mare.

Il premier fa una difesa scontata del suo governo, peraltro molto ingessata, ma concede un paio di novità non secondarie su altri punti. Partendo ovviamente dalla sua devozione per Padre Pio – Conte è di San Giovanni Rotondo – il giurista chiamato a Palazzo Chigi giudica “vili e meschini” gli attacchi a Bergoglio da parte della “destra radicale e sovranista”. Compreso quel monsignor Viganò, inquisitore a scoppio ritardato sulla pedofilia in Vaticano.

E quando poi Regolo gli chiede un’opinione sul ritorno di un partito dei cattolici, Conte risponde: “Per parafrasare liberamente il pensiero di Scoppola, più che a una rinnovata ‘democrazia cristiana’ penso piuttosto a una ‘democrazia dei cristiani’”. Pietro Scoppola, già senatore dc, è stato tra i più grandi esponenti e studiosi del cattolicesimo democratico. Nonché ulivista convinto.

Le rivoluzioni del costume non sono brunch fighetti

Fatte le debite proporzioni e aggiornamenti, se la rivoluzione non è un pranzo di gala, #MeToo non è un brunch. In un anno ne abbiamo visti di eccessi, dalla protesta contro i nudi femminili esposti nei musei all’anatomia dell’avance, come se uomini e donne adulti e sani di mente non sapessero distinguere fra corteggiamento gradito e stalking molesto. Ma la storia dice che a ogni empowerment culturale femminile corrisponde una battaglia contro l’aggressività maschile, una pretesa di maggior rispetto, nei comportamenti e anche nelle parole. L’amor cortese e lo stilnovo, che hanno incivilito il Medioevo riscattandolo dai secoli bui, sono fioriti sotto l’egida e l’impulso di colte ed erudite castellane; le letteratissime dame del Seicento francese, denominate “preziose”, hanno raffinato i costumi e il vocabolario dei loro contemporanei, ancora rozzi e guerreschi. #MeToo, e perfino il politically correct, con tutte le sue ambiguità, a volte ridicole e involute quanto le tortuose perifrasi delle précieuses, stanno facendo la stessa cosa, in un’epoca in cui le donne leggono e studiano più degli uomini e scrivono quanto loro. E scatenano le stesse reazioni stizzite, denigratorie, a tratti isteriche, non solo fra gli uomini ma anche fra le donne – e mi ci metto anch’io: eh cavolo, censurare Balthus e Schiele!

Denunciare una mano morta vent’anni dopo! Proprio perché sono d’accordo nella sostanza, vorrei che #MeToo fosse sempre autoevidente, equilibrato, inattaccabile a critiche o a beffe, nell’era social più deleterie delle critiche. Ma le rivoluzioni del costume non sono brunch fighetti. Ci si macchia e si fanno briciole. A proposito: la prima in Occidente a usare la forchetta, nel XI secolo, fu la nobile moglie di un doge. Se gli sfottò e gli anatemi dei conservatori l’avessero scoraggiata, forse oggi mangeremmo ancora con le mani.

Evento radicale e liberatorio ma a rimetterci sono solo le donne

Un anno di #MeToo è passato eppure ci sembra sia passato un secolo. E questo già vuol dire che è stato un evento radicale e liberatorio, che non ha guardato in faccia a nessuno, se è vero che ne sono stati travolti attori ultranoti, da Kevin Spacey a Dustin Hoffman, registi del calibro di Woody Allen, comici, ma anche fotografi, chef, allenatori, calciatori, direttori d’orchestra, giornalisti e persino giudici. Mentre cadevano le teste, alcune dopo processi mediatici altri dopo processi veri e propri, in molti si sono chiesti se il #MeToo si fosse trasformato in un movimento puritano e bigotto – basti ricordare la protesta di Catherine Deneuve in nome della “libertà di importunare” – ma soprattutto illiberale. Dove la voce della donna vale in quanto donna, e non importa se i fatti sono di 30 anni fa.

In realtà a favore del #metoo parlano non solo i diversi codici penali – che stabiliscono esattamente cosa significhi il consenso a un atto sessuale e quando si verifichi invece un abuso – ma anche i numeri, impressionanti, se è vero che solo in Italia oltre 3 milioni di donne hanno subito molestie negli ultimi tre anni: il che significa che il problema è il silenzio e non la denuncia. Purtroppo, invece, qui, dove ancora si crede che se una donna tace vuol dire che sta acconsentendo, il movimento ha riscosso ironie e dileggio. E quando qualcuno è stato accusato – vedi Fausto Brizzi – si è scatenata una battaglia furibonda per difenderlo e denigrare le donne. Donne la cui voce resta flebile, come ha dimostrato la lettera collettiva delle attrici italiani, toccante, me senza che uscisse un nome. L’unica a subire conseguenze lavorative è stata, ironia della sorte, una donna, Asia Argento. Mentre, per fare un esempio, il calciatore Ronaldo viene accusato della stessa cosa, cioè aver pagato per un silenzio, e nessuno, ça va sans dire, gli chiede di dimettersi.

Il subcommissario e la “presidentessa”

“Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”, cantava De Gregori a Nino che aveva paura di sbagliare un calcio di rigore. E chissà, forse non è da particolari come questo, l’idea di eleggere Martina Colombari, 43 anni, ex Miss Italia 1991, presidente del calcio femminile, che si giudica un movimento come quello del pallone italico. E però, i particolari cominciano a essere tanti; così tanti da diventare indizi, per non dire prove. Tessere di un puzzle che va sempre più chiaramente componendosi anche se tutti fingono di non vedere: il puzzle del “Condominio Juventus”. Domanda: sapete come il calcio italiano, quello che negli ultimi anni ha allungato i suoi tentacoli piazzando Andrea Agnelli, presidente Juve, a capo dell’Eca (la confraternita dei grandi club europei), Evelina Christillin, pupilla della Real Casa, nel Consiglio Fifa, Michele Uva, direttore generale Figc nonché strenuo difensore di Agnelli nell’inchiesta Juve-‘ndrangheta, vice presidente Uefa e Roberto Rosetti, ex arbitro torinese, presidente della Commissione arbitri Uefa, sapete – dicevamo – come si è giunti alla candidatura di Martina Colombari, moglie di Alessandro Costacurta sub commissario Figc e opinionista Sky? È la Gazzetta a raccontarcelo. “La scelta – trascriviamo testualmente – è ricaduta sulla Colombari al termine di un vertice tra il direttore generale della Figc, Michele Uva, il responsabile dei settori giovanile e femminile della Juventus Stefano Braghin, e Alessandro Costacurta, che della Colombari è marito da 14 anni”.

Avete capito bene: occorre eleggere il presidente del calcio femminile e due alti rappresentanti federali si riuniscono col tecnico della Juves donne (chissà perchè non del Tavagnacco o dell’orobica Bergamo) e decidono che nessuno è meglio della moglie del subcommissario: quello che in tv, a dispetto del suo passato milanista è riuscito nell’impresa di dire che “Pjanic e Matuidi sono il miglior centrocampo del mondo”, e pazienza se al Real giocano Modric, Kroos e Casemiro, l’importante è compiacere gli amministratori del Condominio. Per la cronaca: l’assemblea elettiva prevista per domani a Cremona è stata rinviata. Che qualcuno voglia ribellarsi? Voi direte: dopo la D’Amico che intervista Buffon, con Costacurta che sistema la moglie a capo del calcio femminile si è superato il limite, ormai Federazione e Juve sono diventate una cosa sola, due cuori e una capanna che fanno e disfano, eleggono Rosetti e silurano Collina e insediano in ruoli apicali i propri congiunti, meglio se simpatizzanti-Juve come da sempre lo è la bella Martina. Beh, siete maliziosi. Perché nel vertice a tre, onde evitare di essere accusati di partigianeria, i nostri eroi hanno individuato una candidatura alternativa a prova di bomba (e di critiche): quella di Walter Veltroni, l’ex segretario Pd, tifosissimo bianconero, che ha curato la mostra “Black and White Time: 120 anni di Juventus” tenuta al J-Museum dell’Allianz Stadium a Torino. Insomma: con una bella mano di vernice bianca e nera il calcio italiano sta portando a termine il suo processo di ristrutturazione. Tra poco, quando giocherà la nazionale l’inno di Mameli sarà sostituito dall’inno “Juve, storia di un grande amore” e tutti diranno che si tratta di cosa buona e giusta. Il calcio è finito, andate in pace. Amen.

Attenzione, attraversamento migranti sull’autostrada

L’iconografia non è una scienza esatta, ma qualcosa dice. Il segnale stradale che invita gli automobilisti alla prudenza per non travolgere famiglie intere che attraversano l’autostrada fu commissionato nel 1989 dal California Department of Transportation a un grafico di ascendenza indo-americana, John Hood, ma fu messo in opera in un solo tratto stradale, l’ultima parte della Interstate 5, quella prossima al confine messicano, lungo la costa del Pacifico oltre San Diego. Dunque, gli esseri umani a cui gli automobilisti sono invitati a prestare attenzione sono migranti illegali che hanno appena attraversato il confine e, pur di raggiungere il territorio Usa, potrebbero azzardarsi ad attraversare un’affollatissima autostrada.

Questo segnale stradale non si può confondere con quelli collocati presso edifici scolastici, che mostrano bambini quietamente diretti a scuola. La famiglia di migranti del cartello californiano, invece, sta correndo, scappa via da qualcuno che teme. Il padre e la madre poggiano al suolo un solo piede, mentre la bambina con le treccine, presa per mano dalla mamma, nemmeno tocca terra. Fuggono per evitare che la polizia li arresti, ma potrebbero essere investiti e uccisi.

Il parallelo iconografico giusto è dunque un altro, quello con i cartelli stradali che mettono in guardia gli automobilisti dagli animali selvaggi che potrebbero tagliar loro la strada. In America spesso viene indicato anche il nome della bestia in questione: per esempio, dove c’è rischio di imbattersi in un cervo ci sono segnali stradali che ne mostrano la sagoma mentre corre, con la scritta “Deer Crossing”.

I cartelli con la famiglia di migranti collocati sulla Freeway erano varie decine, ma sul posto ne sono rimasti pochi, anche perché intanto sono diventati di moda come oggetto di collezione, e infatti se ne trovano in vendita ogni tanto su eBay e simili. Ora, nessuno negherà che chi ha commissionato, disegnato, prodotto, collocato quei cartelli avesse anche l’intenzione di salvare vite umane. Ma c’è qualcosa di più in questo ridurre un’intera famiglia di esseri umani ad anonime sagome che corrono nel buio come bestie selvagge, senza sapersi fermare nemmeno davanti all’imponente nastro d’asfalto di una trafficatissima autostrada.

Il migrante viene qui rappresentato come radicalmente altro dal cittadino americano che sta guidando e che potrebbe ucciderlo. Sul cartello non è scritto (come nel caso del cervo) il nome di chi corre per la strada, ma una sola parola: “Caution”, attenzione. Esortazione rivolta, come tutti i cartelli di tutte le autostrade, a chi guida: sia prudente l’automobilista, visto che il migrante non sa esserlo! La prudenza è virtù degli americani, non di un qualche migrante che potrebbe far cose che un bravo yankee non farebbe mai, attraversare un’autostrada trascinando anche i bambini in un rischio mortale. Forse sarà così selvaggio da non sapere che cos’è un’autostrada? O non capisce niente perché preso dal terrore di essere arrestato mentre tenta di valicare il confine? L’automobilista viene invitato a salvare la vita dei migranti, ma anche a guardare dall’alto in basso la loro condizione umana. E che cosa mai penserà chi ha acquistato su eBay un cartello come questo? Lo considererà forse una neutra “opera d’arte” da appendere in salotto? Intanto Banksy ha interpretato da par suo questo segnale stradale (2011): le sagome sono identiche, ma corrono per far volare un aquilone, la loro speranza di una vita migliore.

L’esperienza dei migranti sul confine Usa-Messico è stata descritta mille volte, per esempio in un’impressionante installazione di Alejandro Iñárritu alla Fondazione Prada di Milano, Carne y Arena, che costringeva gli spettatori a mettersi nei panni dei migranti. Un ex agente della polizia americana di confine, Francisco Cantù (origini messicane, cognome brianzolo), ha descritto in un libro, The Line Becomes a River (2017), la sua lenta conversione dalla routine dei respingimenti all’identificazione emotiva con le ragioni dei migranti. Ma il miglior commento a quel che accade su quella linea di confine si legge in un racconto di Carlos Fuentes, Rio Grande, Rio Bravo, dove l’agente-protagonista “detesta i migranti illegali, ma al tempo stesso li ama, perché ne ha strettamente bisogno”. Senza di loro, infatti, non ci sarebbero operazioni di polizia, pattuglie, discorsi sui respingimenti, spese per le armi o gli elicotteri, eccetera. Ma nonostante tutto, nonostante Donald Trump, i muri e le restrizioni e i cartelli stradali, quel confine non può essere sigillato, come nessun confine mai poté esserlo nella storia umana. Qualcosa da imparare da storie come questa c’è forse anche per chi si affaccia su quel vasto intreccio di autostrade che si chiama Mediterraneo. Perché anche dalle nostre parti c’è chi detesta i migranti ma ne ha bisogno, e se ne serve per i propri scopi.

Una nuova terra dei fuochi a pochi passi dai Templi

A guardare quei terreni in piena estate si ha come l’impressione di stare in un quadro di Van Gogh, dove il giallo del grano si mischia con l’azzurro del cielo. Ad opera finita però è caduto il pennello nero, il nero dell’inquinamento, dell’immondizia, della notte illuminata solo dal fuoco. Il paesaggio marchiato è quello di Jòppolo Giancaxio, piccolo e grazioso paese dell’entroterra siciliano, che conta circa mille abitanti ma una vasta estensione prevalentemente su terreni agricoli: messi seriamente a rischio da una sorta di Terra dei fuochi girgentana, uno sfregio alla natura profonda della Sicilia più aspra e brulla, complessa e dimenticata.

Ma in questo piccolo borgo a 18 chilometri dalla Valle dei Templi, anzi, l’apertura di un centro di compostaggio – ora sotto sequestro in seguito all’indagine della Procura di Agrigento – venne salutata come una manna dal cielo da tutti, dalla soddisfazione alla delusione però il passo è breve: “Le attività dell’impianto sono cominciate nel 2014 – spiega Claudia Casa, direttore di Legambiente Sicilia – dopo qualche mese dall’avvio delle attività riceviamo una lettera dai cittadini delle due contrade (Realturco e Manicalunga), i quali lamentavano la troppa puzza e chiedevano di intervenire”. Da quel momento sarà un’escalation verso l’inferno di fuochi e aria irrespirabile.

Allertati dai cittadini, infatti, i tecnici di Legambiente scoprono così un cospicuo deposito di materiale fangoso stimato – si legge nella documentazione – in “diverse centinaia di metri cubi di sostanza nerastra”. Questa si trovava addirittura nell’area facente parte del sito di importanza comunitaria delle Maccalube, luogo dove persistono dei vulcanelli sotterranei di grande richiamo turistico, per la maggior parte in territorio dell’antico comune di Aragona, oggi sotto sequestro in seguito dell’esplosione che uccise due bambini di 7 e 9 anni nel giugno del 2015. Proprio in quel luogo, in contrada Poio del Signore, i rilievi portarono all’accertamento di una discarica di consistenza fangosa non associabile a compost: “Osservando il materiale – si legge nella relazione di Legambiente – si notano inglobati in esso diverse sostanze di natura organica e sostanze plastiche (sacchi, bottiglie, frammenti plastici)”. Il fatto viene accertato anche dai carabinieri di Jòppolo Giancaxio e dai vigili urbani del paese, che ne fanno ricadere la paternità alla ditta Giglione, obbligata da un’ordinanza del sindaco Angelo Portella alla rimozione del materiale e alla bonifica dei luoghi. Quello era però solo l’inizio: “Da lì è un crescendo di denunce da parte dei cittadini – continua Claudia Casa, presidente anche del circolo Legambiente Rabat di Jòppolo Giancaxio – in molti lamentano l’odore insopportabile dovuto al crescere dell’attività del centro”.

A percepirlo sono anche i malcapitati cittadini di paesi e paesini limitrofi, da Aragona fino a Raffadali e Agrigento, nella zona industriale e in alcune frazioni. La ditta, però, continua a crescere e acquista altri terreni circostanti, proseguendo l’attività senza alcun freno. I cittadini non ci stanno e formano il comitato Aria Pulita: “Con bambini al seguito siamo andati a protestare in una seduta del Consiglio comunale con le mascherine – spiegano – e abbiamo chiesto spiegazioni, poi abbiamo fatto un esposto-denuncia”.

La situazione sembra, infatti, insostenibile: chi vive vicino al centro di compostaggio ha maledetto il giorno che ha comprato la casa, costretto, soprattutto di sera, a dover uscire con un fazzoletto al naso, denunciando tosse e conati di vomito, oltre a difficoltà respiratorie. Del caso s’interessa anche la Digos di Agrigento, e se i carabinieri nel 2016 non avevano trovato irregolarità, un anno più tardi l’attività investigativa, eseguita con i funzionari dell’Arpa, portò al sequestro, confermato successivamente, dell’impianto: quel giorno il sistema di filtraggio venne trovato spento (“senza un logico motivo” si legge nelle carte delle indagini) ma a preoccupare fu altro: “Veniva notato un tubo – c’è scritto nella documentazione – da dove fuoriusciva del liquido scuro, (…) vicino alla confluenza con un torrente d’acqua, affluente del fiume Akragas”. Quell’acqua – rileverà l’Arpa – possedeva “elevati indici di inquinamento chimico”. Il sequestro però non ha fermato l’attività del centro, continuata poi in altri terreni.

Proprio in uno di questi, grande quasi due ettari è accaduto l’ultimo grave fatto che ha fatto insorgere i cittadini: “Da tre giorni sentivamo puzza di plastica bruciata – spiega Ludovico Carlino, presidente del comitato – abbiamo scoperto uno spettacolo indicibile: rifiuti incendiati, tra cui anche plastica, e poi seppelliti sotto al terreno. La scena era da terra dei fuochi: quattro cumuli giganteschi di immondizia coperta dal terriccio”. Sono serviti due giorni di lavoro per spegnere quell’incendio, in seguito l’ispezione della Digos ha portato al sequestro anche di questo terreno, appartenente sempre alla ditta Giglione.

Spenti i fuochi nel terreno solo da poco, la questione si è adesso accesa sul piano politico: “Abbiamo chiesto al Consiglio comunale un’assemblea per predisporre un piano di monitoraggio ambientale del territorio con indagini commissionate dal Comune, indipendenti rispetto a quelle effettuate dagli organi predisposti al controllo, al fine di rassicurare ulteriormente la cittadinanza”. Il sindaco Giuseppe Portella, però, prende le distanze dalla protesta e spiega che già da tempo monitora la situazione: “L’opposizione sta venendo fuori solo adesso, è inutile chiedere a me un’assemblea. Per il centro di compostaggio sono in corso gli accertamenti, le forze dell’ordine stanno lavorando. Noi abbiamo già segnalato a chi di competenza”.

L’inchiesta della procura di Agrigento oggi proseguono a carico di Vittoria Cuffaro, in qualità di amministratore unico della ditta, e di Pietro Giglione, in qualità di procuratore generale della società: sono indagati per dispersione di rifiuti, inquinamento ambientale e inquinamento della falda acquifera. Quest’ultimo capo di accusa è stato aggiunto dopo la perquisizione al centro di compostaggio, attualmente fermo e sotto sequestro.

Intanto i cittadini di Jòppolo Giancaxio e delle campagne circostanti adesso sperano che l’aria torni limpida come un tempo in quest’angolo di Sicilia che guarda alle rovine dei templi, simbolo inestimabile della grande civiltà perduta e forse troppo spesso poco rispettata.

In America – Il caso “Erin Brockovich”

Il titolo è quello del film del 2000 diretto da Steven Soderbergh con Julia Roberts. Ma il nome è quello vero dell’ambientalista eroina che sconfisse la Pacific Gas & Eletric. La vicenda è nota. La Brockovich convinse i residenti di Hinkley, in California, a portare in tribunale la società accusandola di aver contaminato le falde acquifere della cittadina con cromo esavalente. Alla fine, la battaglia legale fu vinta e la PG&E dovette pagare un conto molto salato: 333 milioni di dollari.
Era il 1996. Ma è da decenni che la class action è il terrore della grande industria americana, l’arma di distruzione di massa
in mano ai consumatori e ai loro potenti avvocati. Un prodotto difettoso, un danno alla salute dei clienti hanno già fatto mettere in ginocchio le più grandi multinazionali: dal tabacco all’automobile.

Class action, palla al Senato. Ma poi c’è anche l’Europa

Un passo in avanti per ricominciare da zero. È quanto accaduto lo scorso 3 ottobre alla class action italiana quando la Camera – approvando la prima versione della legge che riscrive l’azione di risarcimento collettivo (per agire basta che un gruppo di persone voglia tutelare un determinato diritto, comune a tutti) – ha riportato il provvedimento allo stesso punto di partenza del 3 giugno 2015, la data in cui i deputati della scorsa legislatura hanno votato un testo abbastanza simile. La differenza è che allora il relatore era il cinquestelle Alfonso Bonafede (l’attuale ministro della Giustizia), mentre oggi è la collega di partito Angela Salafia. Nel mezzo c’è stato il passaggio al Senato, col niet del governo targato Pd ufficializzato dall’allora ministra Maria Elena Boschi. A un’assemblea di Confindustria, la Boschi aveva infatti annunciato che sulla legge c’erano “più punti da rivedere al Senato”. Parole che sono suonate come musica per le orecchie dei grandi industriali i quali da sempre temono che la class action possa trasformarsi per loro in un boomerang facendo esplodere i contenziosi complicando la vita ai grandi capitani d’impresa.

Ora, però, la riforma si è rimessa in carreggiata e a testimoniarlo c’è l’ampio consenso bipartisan con cui la Camera ha votato il progetto di legge: oltre a M5s anche Lega, Pd e Leu si sono espressi in favore, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia si sono astenuti. L’unica consolazione per i forzisti è che Giusi Bartolozzi, la relatrice di minoranza, ha ottenuto lo stop alla retroattività della norma richiesta dalle associazioni dei consumatori: le nuove regole saranno valide solo per i fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge. E cioè dopo il via libera del Senato. Esclusa, quindi, la possibilità di richiedere un cospicuo risarcimento dai gestori telefonici per la beffa delle bollette a 28 giorni.

Un testo, insomma, che sembra avere tutte le capacità per salvaguardare i diritti di tutti i cittadini, per i più vari tipi di violazione: dai trasporti che non funzionano all’incolumità dei residenti che si sentono minacciati dall’installazione di una nuova antenna, pericolosa per la salute, dalle buche in città passando ai danni subiti dagli abbonati al canale sportivo che non riesce a trasmettere una partita di calcio. Insomma, tutti quei casi che fino ad oggi sono stati citati dalle varie associazioni dei consumatori più come minaccia che come strumento giuridico, consapevoli di non poter ottenere nulla. E a dire che la class action non abbia mai funzionato sono i numeri: introdotta con la legge Finanziaria del 2008 e modificata nel 2012 con il decreto Liberalizzazioni – facendo così sfumare la possibilità di farla utilizzare ai risparmiatori coinvolti nei crac finanziari Parmalat, Cirio e Argentina – tra il 2010 e il 2016, su 58 azioni di classe proposte, soltanto 10 sono state dichiarate ammissibili e addirittura solo 2 sono state quelle vinte dai ricorrenti tra costi altissimi, difficoltà a pubblicizzare le azioni intraprese in vista di altre adesioni, lentezza processuale e paletti burocratici. Eppure quando si parla di class action il pensiero va al modello americano delle azioni collettive da miliardi di dollari di risarcimenti. Basti pensare ai 23,6 miliardi di dollari pagati nel 2014 dal colosso Usa del tabacco RJ Reynolds accusata di non aver pubblicizzava abbastanza i pericoli per la salute, ai 3 miliardi e mezzo di dollari che la più grande società costruttrice di protesi al seno ha liquidato alle donne che hanno riportato malattie autoimmunitarie dopo l’impianto o ai 333 milioni di dollari ottenuti dall’ambientalista eroina (interpretata nel film Erin Brockovich da Julia Roberts) portando in tribunale la Pacific Gas & Eletric Co con l’accusa di aver contaminato le falde acquifere della città.

Inutile però confrontare l’azione collettiva americana con quella italiana: nel sistema Usa vige il meccanismo dell’opt-out, vale a dire che vale per tutti e chi non vuole aderire deve specificarlo, mentre in Italia continua a restare l’opt-in e, quindi, l’adesione attraverso la pubblicità da parte degli enti promotori che, fino ad oggi, sono state solo le associazioni dei consumatori. Tra le novità che, invece, caratterizzano la nuova class action all’italiana spiccano l’ampliamento delle categorie che potranno proporre l’azione collettiva, la possibilità di ottenere una liquidazione anche se non si partecipa alla causa e l’introduzione del coordinatore delle domande di liquidazione che dovrebbe accelerare il risarcimento. Nel dettaglio, si concretizza il passaggio della class action dall’articolo 140 bis del Codice del consumo a un titolo nuovo del Codice civile con la possibilità di esercitare un’azione di classe su tutti i diritti e non solo per chi rientra nella qualifica di consumatore. Inoltre, se l’ordinamento in vigore prevede che dopo il giudizio di ammissibilità venga imposto un periodo di tempo limitato per consentire la pubblicizzazione dell’azione di classe, il nuovo disegno di legge concede fino a 150 giorni dopo la condanna per aderire. Ed ancora: viene prevista la figura del rappresentante comune degli aderenti, che si occupa di coordinare le adesioni successive alla sentenza e liquidare i risarcimenti e le spese legali con risarcimenti più veloci e nessun passaggio burocratico. Una rivoluzione che rischia, però, di scontrarsi con due ostacoli: non solo bisogna aspettare il passaggio al Senato, ma si corre anche il rischio di un cortocircuito con la direttiva europea sulla class action (la cosiddetta New Deal per i consumatori ) che – richiesta a gran voce dopo lo scandalo del Dieselgate – sarà esaminata nei prossimi mesi con la concreta possibilità che quella in salsa italiana venga smantellata.