Non avrai altro Dio all’infuori della Pasta

Venerano uno spaghetto volante, il loro Paradiso è un vulcano che erutta birra e indossano uno scolapasta come copricapo religioso. Tutto questo è la Chiesa pastafariana italiana, emanazione nostrana di un culto nato nel 2005 negli Stati Uniti per volere di Bobby Henderson, che reagì alla decisione del consiglio per l’istruzione del Kansas di insegnare il creazionismo nelle scuole come un’alternativa alla teoria dell’evoluzione. Henderson decise allora di spargere il mito del Prodigioso Spaghetto Volante, la divinità a forma di spaghetti e polpette da cui tutto ebbe inizio, chiedendo che gli venisse riconosciuta pari dignità rispetto a tutte le altre religioni. Da allora – carboidrati a go-go – i suoi adepti ne hanno fatta di strada, tanto che adesso la capa spirituale italiana porterà il suo culto anche in un blog su MicroMega.

Lei si chiama Emanuela Marmo, ha 39 anni ed è nata a Sarno (Salerno) ma si firmerà col suo nome religioso: Pappessa Scialatiella Piccante I. E guai a chi non prende seriamente la cosa: certo, vien facile dire che il pastafarianesimo sia una grande provocazione per smascherare le contraddizioni delle altre religioni – e forse lo è – ma gli adepti considerano il loro credo tutt’altro che scherzoso. L’ironia, semmai, è nel modo di comunicare, non certo nei contenuti: “Perché una divinità con una testa d’elefante – si chiede la Pappessa – è ritenuta credibile e un dio fatto di spaghetti no? Per quale motivo non ci facciamo problemi per un Dio che cammina sulle acque ma sorridiamo del pastafarianesimo?”.

Domande su cui da tempo le chiese dello Spaghetto volante di tutto il mondo incalzano le istituzioni locali. In Italia per il momento il culto non è riconosciuto come una religione: “Siamo un’associazione religiosa – spiega Pappessa Scialatiella Piccante I – e abbiamo intenzione di chiedere il riconoscimento, ma per poterlo fare dobbiamo avere dei requisiti giuridici che stiamo perfezionando”.

Serviranno tempo e nuovi iscritti (per il momento i soci sono solo 300), ma intanto in giro per il mondo i pastafariani lottano a mani nude contro la burocrazia. Senza dimenticare, molto prosaicamente, il vil denaro: se i pastafariani riuscissero a farsi riconoscere come religione, potrebbero rientrare nella distribuzione dell’8 per mille, il gettito che ogni anno garantisce circa un miliardo di euro alla Chiesa cattolica e 200 milioni ad altre undici confessioni. A quel punto, altro che spaghettate.

Nel 2014 Jessica Steinhauser, residente nello Utah, è riuscita a farsi accettare come foto della patente una sua immagine con lo scolapasta in testa. Nello stesso anno Christopher Schaeffer, membro del consiglio comunale di Pomfret, ha giurato con in testa il sacro copricapo, diventando il primo politico pastafariano americano eletto a incarico pubblico. In Nuova Zelanda il culto ha invece ottenuto il suo scopo fino in fondo ed è riconosciutao come religione, mentre in Olanda dopo un primo permesso è arrivato lo stop da parte del Consiglio di Stato.

Piccoli passi che danno coraggio ai pastafariani italiani, che intanto diffondono il verbo: “La birra è la nostra bevanda sacra, Bobby Henderson è il nostro profeta e, a differenza delle altri religioni, noi non ci fondiamo su dogmi e pure la capa spiriturale può fallire”. Non c’è alcuna punizione per chi non crede e nessun divieto di offendere il Prodogioso. È tutto scritto negli otto condimenti, dettati dallo Spaghetto Volante al pirata Mosey sul monte Sugo. Che c’entra un pirata in questa storia? I pirati sono il popolo eletto dal Prodigioso: non a caso, spiegano i pastafariani, da quando il numero di pirati sulla Terra è diminuito sono iniziati molti dei guai del mondo, a partire dal surriscaldamento globale.

Un’altra provocazione? Forse, ma serve a dimostrare che non sempre correlazione vuol dire causalità. Il pastafarinesimo, poi, porta con sé diverse battaglie sociali: “Il nostro culto è intimo – chiarisce la Pappessa – e pensiamo che la laicità sia la condizione primaria di qualsiasi democrazia, altrimenti le religioni entrano in conflitto per condizionare il pubblico con i propri insegnamenti”. E poi ci sono le manifestazioni per la libertà sessuale, per l’eutanasia e “per tutto ciò che esalti la scelta dell’individuo”. Facendo i conti con chi prende tutto come un gioco un po’ da matti: “È un paradosso, – dice la Pappessa – se sei felice, ridi del mondo e utilizzi l’ironia sembra che tu non possa dire cose serie. Non abbiamo bisogno di piangere o di picchiare per denunciare quel che non va”.

Ristoranti e bar galleggianti con la benedizione di Christo

Cosa posso fare se mi credo Christo? Beh, posso provare a camminare sulle acque di un lago svizzero. Non si tratta di una deriva mistico-maniacale, ma di una manifestazione, straordinariamente esplicita, della riduzione dell’arte contemporanea a purissimo marketing. Andiamo con ordine. Qualcuno ricorderà l’estate del 2016, quando il notissimo artista americano di origini bulgare, Christo Yavachev, fece costruire sul Lago d’Iseo una passerella di tre chilometri e mezzo, sulla quale, in sedici giorni, camminò un milione e mezzo di persone. L’installazione costò alle casse pubbliche oltre due milioni di euro, e Legambiente fece notare che il tutto si era risolto spostando al lago il rito del fine settimana al mare: lunghissime code di auto sgasanti in entrata e poi in uscita, e nel mezzo solo la camminata sull’acqua.

Senza conoscenza, godimento o anche solo contatto con l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico circostante. L’arte al servizio del consumismo: non una provocazione, ma una rassicurante conferma del nostro singolare stile di vita. Una lettura severa, si dirà. Forse: ma ciò che sta per succedere in Canton Ticino sembra confermarla in pieno.

Qui, con precisione svizzera e furbizia tutta italica, è in corso di approvazione il progetto WoW: Walk on Water (quando si dice l’understatement). Un gruppo di imprenditori ticinesi, appoggiato dal governo cantonale, vuole costruire una passerella pedonale sull’acqua del Lago Maggiore, ovviamente nella parte elvetica: “Tra Ascona e il Parco Botanico delle Isole di Brissago, eliminando quello che è uno degli handicap più pesanti per il Parco Botanico, ovvero la sua raggiungibilità limitata alla navigazione lacuale”. Un italianissimo giro di parole attraverso cui il progetto rivela l’insospettabile: e cioè che un’isola ha l’inconveniente di essere in mezzo all’acqua.

Da qua la “necessità” di una passerella lunga tre chilometri, larga quanto un’autostrada a quattro corsie e costruita con 220.000 cubi di polietilene ad alta densità: una pista galleggiante che nelle intenzioni dei progettisti dovrebbe rimanere lì per cinque anni a partire dal 2019, e che costerà circa 30 milioni di euro. “Anche Ubs, il più grande istituto bancario Svizzero – informa con entusiasmo la relazione tecnica ufficiale – crede strenuamente nel progetto ed è disposto ad assumerne la gestione finanziaria”.

Lo scopo dichiarato dell’impresa sembra difficilmente contestabile: “La passerella galleggiante è concepita come una passeggiata attrezzata che attraversando il paesaggio del lago offre un’esperienza unica per riscoprire gli elementi del territorio. Una serie di contenuti ritma questo nuovo percorso e offre ai visitatori servizi e percorsi tematici legati ai temi dell’arte del paesaggio e del territorio”. Su questa pretesa vocazione ambientale fa leva il vero colpo di genio dei progettisti, cioè presentare questa enorme striscia di plastica come “modifica puntuale (locale) del Piano Cantonale dei sentieri escursionistici”: escamotage per farsi autorizzare qualcosa che giammai le regole ticinesi e confederali avrebbero altrimenti consentito di costruire (mica siamo in Italia!).

Ancora per qualche giorno, i cittadini svizzeri possono presentare osservazioni e obiezioni al progetto, e qualcuno sta cominciando a reagire. La Società ticinese per l’arte e la natura mi ha scritto di ritenere che “alla base del progetto in questione vi siano idee e mentalità pericolose per la conservazione del nostro paesaggio, definito bene comune dalla legge cantonale sullo sviluppo territoriale; in particolare, gli obiettivi principali accampati a giustificazione del progetto sono dettati da una visione mercificatrice del territorio ticinese”.

E l’architetto ticinese Cristiana Storelli si è fatta pubblicamente alcune domande: “Valorizzare, certo… ma è proprio con quella proposta che si valorizza per davvero il (un) territorio? Usare, certo… ma è quello il modo (la proposta) più appropriato per usarlo con l’intento di renderlo godibile alla popolazione? Creare un ponte-passerella, mascherato sotto la parola sentiero escursionistico (forse sperando di eludere qualche trafila?)… per andare (passeggiare, già) all’isola-parco-botanico, in modo da invadere o meglio far invadere un luogo prezioso che male sopporta invasioni come nelle previsioni degli autori?”. Per rispondere si deve guardare lo schema della passerella, che spiega da dove verrà il reddito: si tratta di un vero centro commerciale galleggiante, con due ristoranti, tre punti di ristoro e due bar. E considerare che ogni giorni sono previste 20.000 persone, di cui però solo 1000 saranno ammesse all’isola: dunque la passerella non è un mezzo, ma un fine.

Ora, in tutto questo uno si chiede: è un puro caso la somiglianza con la passerella che Christo aveva installato sul Lago d’Iseo, a meno di duecento chilometri di distanza? Con ammirevole faccia tosta, i promotori svizzeri hanno sempre negato il nesso, ma quando, in agosto, Christo è stato a Locarno ha benedetto l’imitazione, dandole il suo “via libera” (così la stampa locale). La morale di questa storia – che viene da un’Italia che non è Italia ma è Italia – è assai istruttiva: quando l’arte diventa puro consumo non c’è più bisogno di arte. Il gioco si fa scoperto: e conta solo la dimensione economica dell’evento. Non serve più nemmeno l’artista, con la sua aura: bastano una cordata di imprenditori e un gruppo bancario potente.

Impossibile non far propria la mirabile conclusione dell’architetto Storelli: “Forse questa ‘cazzata’, in fase embrionale oso sperare, aiuta a chinarsi sul patrimonio, che è di tutti, con la dovuta attenzione, la dovuta sensibilità e il dovuto rispetto”. E, aggiungo, aiuta anche a domandarsi quale sia, oggi, la vera funzione dell’arte.

Ospedali: servono 20 mila medici

Il Sistema sanitario italiano, nell’anno del suo quarantesimo compleanno, è a secco di medici. Ne mancano già almeno 10mila. Introvabili anestesisti, pediatri, ginecologi e medici di pronto soccorso. Reparti ridotti all’osso, con turni massacranti anche di 70 ore a settimana, e assistenza a rischio tilt: la direttiva europea sull’orario di lavoro per il personale sanitario impone un limite di 48 ore di lavoro settimanali (straordinari compresi) ma nei nostri ospedali viene spesso violata.

Il sindacato Anaao – che ha proclamato diversi giorni di sciopero per ottobre – stima tra 5 anni la fuoriuscita di più di 45mila camici bianchi che saranno sostituiti da 25mila colleghi creando un vuoto di 20mila posti; causa l’impennata di pensionamenti: 35mila da qui al 2022 (e circa 10mila tra il 2015 e il 2017), e una mancata programmazione per il futuro. A bloccare l’ingresso di nuovi medici è l’imbuto formativo. ll Miur per il 2017/2018 ha finanziato 6200 borse di formazione, meno delle 8569 richieste dalle Regioni. Il risultato è che ai bandi non si presenta quasi più nessuno. Un quadro che si complica con la fuga di medici dal pubblico al privato, che offre contratti più vantaggiosi. Matteo Scardigli, anestesista, si è licenziato dall’azienda ospedaliera di Verona per trasferirsi in una clinica privata di Firenze: “Guadagno più del triplo e non ho turni infernali, di notte o nei festivi, con 18 pazienti da seguire da solo”. Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao, spiega: “Se passa quota 100 nel 2019 spariranno 25mila medici in più, un disastro. La sopravvivenza del sistema sanitario non è una questione di soldi ma di scelte politiche. Abbiamo chiesto al governo di aumentare i contratti di formazione e assumere gli specializzandi all’ultimo anno per coprire i turni”. Intanto per tamponare l’emergenza le aziende infilano nei pronto soccorso medici senza specializzazione, acquistano prestazioni in intramoenia, e ricorrono a specialisti a gettone, assunti da cooperative o società esterne, che prendono fino a 90 euro lorde l’ora.

Alto Adige. Per frenare la fuga verso l’Austria la Provincia autonoma di Bolzano con una legge di luglio consente l’assunzione di medici senza specializzazione come in Austria, contrariamente a quanto previsto dalla normativa nazionale che vieta qualsiasi forma di assunzione a medici privi di specializzazione.

Trentino. L’azienda provinciale è andata a caccia di medici all’estero, pagando annunci sulla stampa tedesca, austriaca, francese, inglese. Per attirare personale ha trasformato i concorsi per posti temporanei, che vanno deserti, in concorsi per assunzioni a tempo indeterminato.

Lombardia. “Negli ospedali di Tradate, Codogno, Merate e Voghera di notte l’anestesista è solo reperibile e a Pavia uno dei due di turno è in reperibilità sostitutiva”, denuncia Cristina Mascheroni di Aaroi-Emac. Per non avere morti sulla coscienza c’è chi dorme in hotel o in reparto (con il cartellino non timbrato). Chiuso ad aprile il punto nascita di Codogno per carenza di ginecologi. La Regione ha varato una legge che consente agli specializzandi all’ultimo anno di fare assistenza ma il governo ha impugnato la norma.

Veneto. Esodo di almeno 70 medici nel privato da gennaio. Il caso più critico a Camposampiero: su 8 pediatri, 3 hanno dato le dimissioni e altri 3 le hanno annunciate. In altre pediatrie l’attività è portata avanti da medici gettonisti. A Rovigo vogliono esternalizzare il 118 perché nei reparti sono a corto di anestesisti. Centri trasfusionali ko: orari ridotti di prelievo, ritardi nella elaborazione dei dati e molti meno donatori.

Piemonte. Su 25 pediatrie 10 ricorrono a medici a chiamata. Il reparto più sofferente ad Alba: i pediatri gettonisti coprono 25 notti al mese. Tutto il punto nascite di Borgosesia è passato nelle mani di una cooperativa. Affidati totalmente a medici a chiamata, da fuori regione (dalla Sicilia anche), il pronto soccorso di Cuorgnè e Lanzo. Quello di Chivasso solo parzialmente.

Friuli Venezia Giulia. Appaltati a una cooperativa i pronto soccorso di Sacile e Maniago. Valtiero Fregonese (Anaao): “Un solo medico reperibile allo stesso tempo nei reparti di urologia e gastroenterologia dei 4 presidi ospedalieri dell’Aas2 Basso Friulana-Isontina distanti tra di loro circa 30 km, con disagi lavorativi e logistici”.

Valle d’Aosta. Stop agli incentivi per chi arriva da fuori regione e per tappare i buchi si ricorre a una decina di “medici in affitto”. Nella stagione estiva 3 gettonisti hanno garantito l’apertura del pronto soccorso ortopedico dell’ospedale Parini. Esternalizzate visite ed ecografie cardiologiche presso cliniche private convenzionate.

Liguria. “Fino a 4 mesi di ferie accumulate e 200mila ore di lavoro extra”, denuncia il segretario Anaao Giovanni Battista Traverso. I disagi peggiori nell’Asl di Savona: per la mancanza di anestesisti e ortopedici si fanno 500 operazioni in meno l’anno (-15%). La gestione di 3 presidi (Albenga, Cairo Montenotte, Bordighera) passerà al privato accreditato che dovrà riaprire i pronto soccorso in ciascuna struttura.

Sardegna. Ridotte le visite cardiologiche in tutti i presidi dell’Ats (azienda per la tutela della salute). Decimati i radiologi, soprattutto a Sassari, con tempi dilatati per ecografie, tac e risonanze. A Oristano l’emodinamica è aperta solo 6 ore al giorno, l’Obi è stato chiuso e si fanno 15 interventi in meno alla settimana.

Emilia Romagna. Per evitare il collasso dei pronto soccorso richiesta la collaborazione di medici neolaureati e specializzandi (in partita iva) per i codici più semplici. Al Maggiore di Parma è andato deserto un bando per il pronto soccorso: la scadenza è stata posticipata sperando si presenti qualcuno.

Toscana. Oltre 10 milioni di euro investiti dalla Regione per comprare prestazioni in regime di intramoenia: esami di diagnostica, visite ambulatoriali e interventi chirurgici. “Molti specializzandi del Sud finito il percorso di formazione tornano a casa e ci lasciano a piedi. Bisogna formare medici che restino in Toscana” è la richiesta del segretario Anaao Flavio Civitelli.

Umbria. Nell’azienda ospedaliera di Perugia “i dottorandi fanno attività clinica nonostante il contratto di ricerca – spiega David Giannandrea di Anaao giovani –, gli specializzandi assistono i pazienti senza tutor e negli ambulatori ci sono medici assunti da associazioni terze”.

Lazio. Nell’Asl di Latina 204 medici su 770, quasi il 30%, sono precari e in corsia si lavora fino a 70 ore a settimana. All’ospedale Spaziani di Frosinone le sale operatorie sono rallentate dalla carenza di anestesisti. “Ci sono pazienti con tumore in attesa da maggio e uno da dicembre” denuncia Tommaso Trementozzi di Anaao.

Abruzzo. Specialisti in fuga nelle cliniche del Nord. Spariti gli allergologi all’Aquila, a Castel di Sangro il pronto soccorso funziona a singhiozzo.

Marche. Tutte le guardie notturne pediatriche all’ospedale di Urbino sono state appaltate a pediatri in pensione. Nella provincia di Ancona i bandi per i pronto soccorso sono andati a vuoto e si continua a lavorare saltando riposi e ferie. Preoccupato il segretario Anaao Oriano Mercante: “Per coprire 30 notti perdiamo 60 turni diurni, metà del personale, perché dopo 12 ore di lavoro la legge impone 11 ore di riposo”.

Molise. Un reparto di ortopedia e uno di pediatria dovranno chiudere perché nessuno partecipa ai bandi e si fa fatica a trovare anche i liberi professionisti. A Isernia per esempio mancano 4 ortopedici su 8 e a breve uno andrà in pensione: con 3 soli ortopedici il reparto si blocca se non si accorpano le risorse.

Puglia. A rischio chiusura il punto nascita di San Severo e 3 ortopedie su 4 dell’Asl di Taranto. Al Ss. Annunziata il 118 ha metà dell’organico e il pronto soccorso ricorrerà ai neolaureati per i codici bianchi e verdi. A Manduria al bando hanno risposto 2 urologi dall’Albania. E la Asl di Foggia “nel 2017 ha sforato di 200mila euro il tetto di spesa per comprare prestazioni in intramoenia”, spiega Giosafatte Pallotta di Anaao,

Basilicata. Il budget di 900mila euro per comprare prestazioni aggiuntive quest’anno verrà usato tutto, mentre nel 2017 la spesa si era fermata a 800mila euro. Medici reperibili anche dopo la guardia notturna e psichiatri in prestito dall’Asl2 di Salerno per sopperire alle carenze nell’ospedale di Villa d’Agri.

Campania. A Napoli per un intervento al femore si aspettano almeno 10 giorni e si parcheggiano pazienti in sala operatoria perché le rianimazioni sono intasate. Al San Paolo gli ortopedici operano a giorni alterni e il nuovo ospedale del Mare è ancora in attesa di 286 medici su 433 in pianta organica.

Calabria. Chiuse a Locri la radiologia e l’ortopedia. “Se ti rompi una gamba per la radiografia vai a Polistena, a quasi 50 km, poi torni a Locri e se ti serve un gesso ritorni a Polistena, dove però di notte l’ortopedico è solo reperibile, oppure vai a Reggio Calabria, che dista 100 km”, spiega il segretario Anaao Filippo Larussa. Gli ospedali di Praia a Mare e di Trebisacce rimangono in parte chiusi per la difficoltà di reclutare personale.

Sicilia. Anestesisti e chirurghi reperibili nei turni pomeridiani perché in reparto il personale non basta. Intanto la Regione ha promosso la mobilità interregionale per attirare sull’isola chi ha studiato e ha iniziato a lavorare al Nord e c’è chi torna a casa.

Solidarietà ai colleghi del gruppo Gedi

Quando giornali e siti d’informazione chiudono, dichiarano esuberi o sono costretti a contratti di solidarietà, a rimetterci non sono solo i giornalisti ma anche il pluralismo e quindi la democrazia. Il mercato editoriale e quello pubblicitario vivono situazioni di estrema difficoltà, connesse anche alle trasformazioni tecnologiche e al peso dei colossi della rete e dei trust tv, che un vicepremier e ministro del Lavoro senz’altro conosce, o almeno dovrebbe conoscere, meglio di noi. È inaccettabile che Luigi Di Maio liquidi i problemi di un importante gruppo come Gedi che edita Repubblica, L’Espresso, La Stampa e altre testate, sostenendo che “nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”, con offensivi riferimenti a “bufale” e “fake news” e cioè a una linea editoriale che non gli piace. Un’informazione libera e di qualità risponde al primario interesse di un Paese al quale non può certo bastare la propaganda di chi sta al governo. La nostra solidarietà ai giornalisti e a tutti i lavoratori del gruppo Gedi e delle testate in crisi.

In Brasile è avanti il “destro” Bolsonaro, ma al ballottaggio può vincere Haddad

A 33 anni dalla fine della dittatura militare, la democrazia brasiliana si trova a un bivio: il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro è arrivato al primo turno delle elezioni presidenziali con un vantaggio così evidente nei sondaggi che si è vantato di poterle vincere anche al primo turno, ma tutto indica invece che dovrà affrontare Fernando Haddad, il delfino di Lula da Silva, nel ballottaggio del 28 ottobre. A urne chiuse, in attesa dello spoglio durante la notte (ora italiana), i sondaggi vedono largamente in testa col 35% il populista Bolsonaro, leader del PSL, e al secondo posto, con il 22% – ma con un buon margine su tutti gli altri 11 candidati – il leader del Partito dei Lavoratori Haddad. Saranno loro due ad affrontarsi nel ballottaggio del 28 ottobre in uno scontro dall’esito incerto e con un elettorato estremamente polarizzato. “Merito” di Bolsonaro, 63 anni, ex capitano dell’esercito che guarda a Donald Trump e ha espresso posizioni reazionarie su neri, donne e omosessuali. Fino a un paio d’anni fa, Bolsonaro era solo una presenza costante nei programmi di intrattenimento tv. Poi l’ascesa in un Paese lacerato, diviso dalla corruzione e in crisi economica, cavalcando sfiducia e insicurezza crescente.

Non è solo l’accoltellamento all’addome di un mese fa da parte di un sostenitore di Lula ad averlo rafforzato: a spingere Bolsonaro verso il palazzo di Brasilia sono soprattutto i mercati, le chiese evangeliche e le potenti lobby dei coltivatori. Il suo bacino di voti arriva anche dalla pancia del Paese, stanca degli scandali che hanno visto finire in carcere l’ex presidente eroe dei lavoratori Lula e l’impeachment della sua delfina Dilma Rousseff, destituita nel 2016 per aver truccato i conti pubblici.

Lula ha sperato fino alla fine di correre – sondaggi alla mano, avrebbe comodamente vinto anche dal carcere se la sua candidatura non fosse stata esclusa dalla magistratura – ma poi è stato sostituito con un candidato debole. Haddad, 55 anni, nato a San Paolo, di origine libanese, è un avvocato, docente e scrittore diventato ministro e poi sindaco della sua città. Sconosciuto al Paese, ha avuto solo un mese per cercare di uscire dal cono d’ombra di Lula. Ora, però, dovrà decidere se scegliere posizioni più moderate e meno conflittuali con i mercati, dimostrando che un figlio di immigrati libanesi è all’altezza del compito che il Partito dei Lavoratori gli richiede: sconfiggere Bolsonaro al ballottaggio sfruttando il sistema del doppio turno brasiliano e raccogliendo contro di lui i voti degli altri candidati di sinistra.

Genova, per il ponte tornano in corsa Gavio, l’Anas e Toto

La trattativa tra governo e commissario straordinario sulle modifiche parlamentari al decreto per Genova prosegue, ma l’esito inizia a intuirsi. Come Il Fatto ha già raccontato, il sindaco Marco Bucci, prima di accettare, aveva chiesto che fosse rimosso il divieto di partecipare alla ricostruzione per le aziende collegate alle concessionarie delle corsie: il niet grillino su Autostrade per l’Italia (e cioè Pavimental e Spea) non è aggirabile e allora Bucci – ma anche il suo sponsor Giovanni Toti e gli alleati della Lega – s’è attestato su “chi non ha avuto a che fare col ponte Morandi non può essere escluso”. Che si vada in questa direzione lo ammette, in sostanza, lo stesso ministro Danilo Toninelli in un’intervista alla Stampa: “Autostrade non ricostruirà quel ponte, che ha fatto cadere per sete di profitto. Questo è certo. Vedremo se non restringere troppo il raggio d’azione ad altri”.

Fonti di governo fanno sapere che il decreto, che sta per iniziare il suo iter parlamentare, dovrebbe essere modificato in questo senso (oltre che per aumentare i fondi concessi a Genova e, in particolare, al porto). E quindi chi tornerà in ballo? Soprattutto tre grandi aziende, attualmente escluse, potranno partecipare con speranze alla procedura negoziata – cioè su invito del commissario – descritta dal decreto: Itinere dei Gavio; la Toto costruzioni; la società pubblica Anas.

Per come è scritto il testo oggi sarebbero tutte e tre escluse, insieme ad altre imprese che avrebbero le capacità tecniche ed economiche per ricostruire il ponte. In Italia – spiega una fonte del ministero delle Infrastrutture – a queste condizioni ci sarebbe un’azienda molto favorita per l’assegnazione dei lavori: la Cimolai, società di Pordenone con un fatturato da 362 milioni di euro. Il decreto, insomma, rischierebbe di partorire un bando su misura. Soluzione indesiderata. Anche perché – dicono dal ministero – l’obiettivo ora è “isolare” Autostrade e evitare di saldare i suoi interessi a quelli degli altri concessionari.

La preoccupazione è forse sensata, ma magari avrebbe dovuto cogliere il governo nella lunga fase di scrittura del decreto, prima e dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri. C’è un altro problema: se il decreto sarà riscritto e alla fine dovesse spuntarla il gruppo Gavio sarebbe, come vedremo, assai imbarazzante per il commissario Bucci. La possibilità esiste e non è piccola visto che i Gavio già operano nel territorio ligure da protagonisti: gestiscono, attraverso loro controllate, la A12 Sestri Levante-Livorno-La Spezia come pure la A6 Torino-Savona e, soprattutto, la A10 (quella del Morandi) nel tratto che va da Savona a Ventimiglia. Sarebbe dunque più che titolata, la loro Itinere, a lavorare alla ricostruzione del ponte, ma metterebbe il commissario in una posizione delicata.

Come ha scritto l’Espresso, i Gavio sono stati infatti tra i grandi finanziatori della Fondazione Change di Toti. Il 28 ottobre 2016 gli hanno bonifico 15 mila euro attraverso Terminal San Giorgio Srl, società del Gruppo nel porto di Genova; a giugno 2017 altri 20mila euro sono stati donati da un’altra azienda del gruppo (Autoservice 24). Cosa c’entra Bucci? Non solo Toti è il suo padrino politico, ma la fondazione Change ha contribuito alla campagna elettorale che lo ha portato al municipio di Genova con una donazione da 102mila euro.

Salvini e Seehofer si azzuffano sui “Dublinanti”

S’erano abbastanza amati, Matteo Salvini e Horst Seehofer, ministri dell’Interno politicamente scorretti di Italia e Germania. Entrambi parlavano la stessa lingua: “Difesa delle frontiere esterne dell’Europa”. Ovvero, basta migranti nella grande casa comune. Era l’ “asse dei volenterosi” insieme al collega austriaco Herbert Kickl: un fronte politico da far valere ai tavoli di Bruxelles. Seehofer aveva un ulteriore credito di simpatia, da parte del “Capitano”, per essere la spina nel fianco di Angela Merkel, l’uomo che minacciava di mettere fine al suo ultradecennale cancellierato.

Beh, l’amicizia tra i due è definitivamente tramontata. Il motivo della rottura è lo stesso che aveva propiziato l’idillio: gli immigrati. In particolare i famigerati “movimenti secondari”, quelli di chi approda in un paese europeo (tipicamente l’Italia) e poi si sposta in un altro. Per gli altrettanto famigerati accordi di Dublino, di quei migranti dovrebbe continuare a occuparsi lo Stato d’approdo.

Così Seehofer, carte alla mano, vorrebbe restituire migliaia di “dublinanti” a Salvini: quei 20mila richiedenti asilo che nel 2017 si sono registrati in Italia e poi si sono spostati in direzione Berlino (e Baviera). Il nostro, ovviamente, non ne ha intenzione.

Il ministro tedesco insiste: sostiene di avere un patto sul respingimento dei “dublinanti” formulato insieme al leghista a inizio settembre (“mancano solo le firme”). Per Salvini è un accordo puramente virtuale: qualsiasi possibile intesa sarebbe comunque a “saldo zero”; l’Italia potrebbe essere disposta a riprendersi i “suoi” richiedenti asilo solo se il peso di tutti i movimenti “primari” – gli sbarchi – venisse davvero distribuito a livello europeo in modo equo.

Com’è, come non è, nelle ultime 48 ore la temperatura tra i due ex amici si è alzata parecchio. I corrispondenti tedeschi di Repubblica e Corriere della Sera hanno dato notizia che la Germania sarebbe pronta a far tornare in Italia i primi 40 “dublinanti” in aereo: i voli sarebbero stati programmati per questa settimana.

Il capo della Lega l’ha presa malissimo e ha reagito subito con un grande classico, la chiusura degli (aero)porti: “Se qualcuno, a Berlino o a Bruxelles, pensa di scaricare in Italia decine di immigrati con dei voli charter non autorizzati, sappia che non c’è e non ci sarà nessun aeroporto disponibile”.

L’ex amico Seehofer per ora ha messo l’operazione in stand by. Più avanti si vedrà. Quel che è certo è che l’asse dei volenterosi è ormai un bel ricordo: che brutto smacco sarebbe per il virile Capitano dover mostrare ai suoi elettori che in Europa c’è qualcuno più “salviniano” di lui, che però gioca con un’altra casacca.

Ecco chi sono i Re del Debito e che può accadere domani

Nonostante sia quasi un’ossessione collettiva, il debito pubblico non è il male: in quell’aggregato ci sono, per dire, anche le scuole o gli ospedali. Né certo è l’unica variabile che conta nell’economia di un Paese: come quasi tutte le cose della vita dipende dal contesto. Ad esempio, lo stock del debito – cioè il suo livello nominale – significa poco: Italia e Germania, in euro, hanno debiti pubblici simili eppure il loro peso sul Pil, la ricchezza prodotta nel Paese, è assai diverso. La crescita è, infatti, per consenso unanime l’unica via per stabilizzare o ridurre il debito insieme, ovviamente, a una pragmatica politica di bilancio: già questo dovrebbe far capire al lettore quanto sia semplicistico dire “meno deficit, meno debito” dato che la spesa dello Stato incide sulla ricchezza nazionale.

Visto, però, che molti in questi giorni si strappano le vesti sui decimali di deficit, in questa tabella (ripresa in parte da Formiche.it) facciamo un’operazione sul modello “a brigante, brigante e mezzo”: come vedete, infatti, i “Re del debito” quanto ad aumento medio giornaliero dello stock sono tutti alfieri del bilancio responsabile e dei mercati che non vanno contraddetti.

Giuliano Amato, che si ritrovò a fronteggiare la crisi del 1992, guida la classifica con 342 milioni di euro al giorno. Lo segue, un po’ a sorpresa, Paolo Gentiloni con 309 milioni di euro: si tratta dell’ex premier che ha dichiarato giusto qualche giorno fa che “le manovre a debito creano cocci”. Terzo con 242 milioni di euro al giorno è Mario Monti, la personificazione stessa del bilancio responsabile, anche lui al governo durante una violenta crisi economica. Curioso notare come nella top ten, chiusa da Matteo Renzi, ci siano 7 premier della Seconda Repubblica e solo 3 della Prima e non a caso tutti degli anni Ottanta.

Questo ci consente di passare alla parte sinistra del grafico in cui si dà conto dell’assai più rilevante rapporto tra debito e Pil. Qui il racconto è più complesso. L’Italia entra negli anni Ottanta con un debito inferiore al 60 per cento del Pil, il famigerato parametro di Maastricht. In quel decennio, però, il rapporto raddoppia e lo fa, all’ingrosso, per due motivi: ai problemi di assestamento del sistema produttivo seguiti all’entrata nello Sme (il genitore dell’euro) il 1° gennaio 1979 segue il divieto per la Banca d’Italia di acquistare i titoli residuali alle aste del debito (il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Bankitalia del 1981). Di fatto, negli anni 80, una spesa pubblica molto alta per sostenere il sistema produttivo e il welfare (non seguita peraltro da un’analoga crescita delle entrate fiscali) si è accoppiata all’esplosione dei rendimenti del debito pubblico causata dal divorzio (da quel momento il prezzo lo hanno fatto i “mercati”).

Nell’Ue di Maastricht entriamo con un rapporto debito-Pil che s’avvia a toccare e poi sfonda il 120%: da quel momento, però, quell’indicatore cala sia col centrosinistra che con Berlusconi fino a scendere nel 2007 sotto al 100% del Prodotto (come la Francia oggi) e senza pareggio di bilancio.

Poi c’è il mondo di oggi che inizia, lo vedete dal grafico, con la crisi dei subprime scoppiata in Usa nel 2007: il rapporto debito-Pil torna al 116% del Pil in tre anni e lì arriva Monti, sospinto dalla crisi dello spread. Col premier del rigore, il rapporto cresce di altri 13 punti in due anni per il semplice motivo che la manovra “salva-Italia” manda il Paese in recessione: se fosse politicamente necessario, come sostiene il senatore a vita, per permettere a Draghi di varare il suo Quantitative easing non è argomento di queste righe.

Adesso, peraltro, la Bce si appresta a finirla con gli strumenti espansivi e dunque sarebbe ancor meno comprensibile una manovra recessiva (che fa aumentare il rapporto debito-Pil) in assenza di contropartite possibili.

P.S. In ultimo va restituito a Paolo Gentiloni quel che è suo: grazie a una crescita mondiale particolarmente sostenuta che ha trainato anche il Pil italiano, è l’unico premier del decennio ad aver ridotto, seppur di pochissimo, il livello di debito sul Pil.

Ma mi faccia il piacere

Lui. “Tanti nemici tanto onore”, “Chi si ferma è perduto!”, “Me ne frego!” (Matteo Salvini, segretario della Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, 29.7, 2.8 e 29.9). Ma questo chi si crede di essere?

Poveri ragazzi. “Quando la domenica sera scopri che dovevano fare: ricerca con foto (stampante rotta) su Carlo Magno, Inglese, Matematica e ti hanno detto ‘papà non ho compiti’ mentre la piccola negozia come un delegato USB x andare a letto. Gestire 3 figli è più duro di 4 Ministeri. È ufficiale” (Carlo Calenda, Pd, ex ministro dello Sviluppo Economico, Twitter, 23.9). Dài, Carletto, che prima o poi qualcosa che sai fare lo trovi.

Vieni avanti, aretino. “Etruria, per Boschi senior il pm chiede l’archiviazione: ‘Non ingannò i risparmiatori’” (Repubblica, 30.9). Furono i risparmiatori a ingannare lui.

Di vedetta. “Il piano di Mattarella per sorvegliare la manovra quando arriva in Aula” (Corriere della sera, 5.10). Un binocolo.

Razzate. “Al 99,9 per cento mi iscrivo alla Lega, voglio candidarmi alle Europee. Matteo fa le cose che penso io. Sa quello che valgo, una volta mi ha detto che sono l’unico che parla con i coreani e può impedire una guerra” (Antonio Razzi, ex senatore Idv e poi di FI, La Zanzara, Radio24, 1.10). Alla Lega mancava giusto l’intellettuale di riferimento.

Tutti giù per terra. “La struttura-partito del Pd è come il ponte Morandi, che sta crollando sotto gli occhi di tutti” (Simone Mazzucca, dirigente Pd di Genova, già assistente della ministra Pinotti, Repubblica, 2013). Però, almeno col ponte, il Pd ha vinto: è crollato prima.

I veri reati (altrui). “Gliel’ho detto anche al gip: signor giudice, mi state arrestando per questo in una Regione controllata dalle mafie e diventata la pattumiera d’Europa che qui scarica i rifiuti tossici, navi dei veleni, ecomafie?” (Domenico Lucano, sindaco di Riace agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illecito affidamento di appalti, 7.10). Quindi se uno, puta caso, rapina una banca in Calabria, si può?

Scambio di identità. “Di Maio dice ‘me ne frego di Europa e spread’” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 7.10). No, tesoro, quello che oggi dice che se ne frega è Salvini e ieri era Berlusconi, e quindi anche tu.

Crisi di identità. “Noi coi 5Stelle condividiamo il reddito di cittadinanza per i cittadini che non hanno nessuna entrata: è la nostra prima preoccupazione”, “Quando il centrodestra tornerà al governo affronterà l’emergenza di quei 4 milioni 750 mila italiani in povertà assoluta, versando un reddito di dignità di mille euro mensili” (Silvio Berlusconi, presidente FI, 22 e 27.12.2017). “Il reddito di cittadinanza è una bufala, una barzelletta, una presa in giro per gli italiani”, “Il reddito di cittadinanza è un disastro, una misura negativa, distruttiva, un grande buco nero che fa esplodere i conti dello Stato” (Berlusconi, 3 e 4.10.2018). È ufficiale: s’è guardato allo specchio e ha perso conoscenza.

Il portafortuna. “Quanti eravate nel 2009? 25 persone. Da questo nucleo parte una storia che oggi porta a 250 persone, una cinquantina assunte lo scorso anno con il Jobs Act, una storia che porta ad avere persone di straordinaria qualità che ci rendono orgogliosi di essere italiani. Io mi aspetto che siate presto dentro il grande progetto di Expo. Grazie a nome dell’Italia, un Paese che ha un passato meraviglioso, ma tanta fame di futuro” (Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario Pd, alla sede di Pomezia dell’Ads Group, 2.3.2016). “È fallita l’Ads, la società che nel 2016 per Renzi era un modello. L’ad Pietro Biscu: ‘Colpa dell’ingresso di Luigi Dagostino’… Pagamenti arrivati in ritardo, conseguenti debiti col fisco e soprattutto l’ingresso di un socio – legato a Tiziano Renzi – poi rivelatosi sbagliato a causa dei suoi guai con la giustizia” (ilfattoquotidiano.it, 3.10). Quando passa lui, non c’è neppure bisogno di Fassino.

Il titolo della settimana/1. “Frongia: Sceglievamo i dirigenti con l’aiuto di Raffaele Marra” (Corriere della sera, sulla testimonianza dell’assessore al processo Raggi, 6.10). Incredibile: per il personale si facevano aiutare dal capo del Personale. Roba da arresto.

Il titolo della settimana/2. “Anche se farà causa per la concessione, Autostrade non penalizzerà i genovesi” (Marco Patuano, Ad di Edizione, holding della famiglia Benetton che controlla Autostrade Spa, La Stampa, 5.10). Avete capito bene: sono i Benetton che fanno causa allo Stato italiano, cioè a noi cittadini, e non viceversa. Però non penalizzeranno i genovesi, a parte, a parte 43 morti e un ponte crollato. Bontà loro.