Solo 40 squadre “pro” tra A e B, sgravi per la C

Solo 40 squadre professionistiche, contratti di apprendistato e agevolazioni fiscali per i piccoli club, revisione della giustizia sportiva con azzeramento degli attuali organi e magari l’Europeo 2028 da organizzare in casa per ristrutturare i vecchi stadi del Paese.

È tutto nero su bianco nel programma di Gabriele Gravina, prossimo presidente della Federcalcio: un “contratto di governo”, come quello tra Lega e M5S, per le riforme che il pallone italiano non è mai riuscito a fare, nemmeno nel tanto invocato commissariamento da parte del Coni che si è risolto in un flop totale. Il 22 ottobre la Figc torna al voto: Gravina, dirigente di lungo corso e attuale n. 1 della Serie C, è candidato unico, sostenuto dalla sua Lega Pro, dilettanti, arbitri e allenatori. Il provvedimento più atteso è sempre la riforma dei campionati. I tanti fallimenti hanno dimostrato che il sistema non è in grado di sostenere oltre 100 squadre professionistiche: nel giro di un paio d’anni saranno più che dimezzate. La grande novità è il ritorno del semiprofessionismo: il piano è che dalla stagione 2020/2021 ci siano solo due tornei pro, Serie A e Serie B, entrambi a 20 squadre; la Serie C (sempre con 3 gironi da 20) diventerà invece un’area intermedia verso il dilettantismo. Perché il progetto funzioni serve l’intervento del governo, pronto a modificare la vecchia legge del 1981 sul professionismo sportivo: cambierà lo status dei club, che potranno avvalersi di un nuovo contratto di apprendistato per i giovani calciatori (forse fino a 26 anni) con oneri minori. Grazie a questo e altri vantaggi di natura fiscale-tributaria già previsti per l’associazionismo sportivo, le società di Serie C (che oggi faticano ad arrivare a fine stagione) dovrebbero respirare. Nessuno stravolgimento del format, però, anche promozioni e retrocessioni restano invariate: la speranza è che questo, insieme a un meccanismo più stringente di controlli su bilanci e proprietà, basti per rendere il sistema sostenibile. Inoltre potrebbe essere introdotto un meccanismo di flessibilità sul contratto dei giocatori, con una riduzione automatica dello stipendio fino al 60% in caso di retrocessione o di crisi aziendale (è una delle richieste della Lega Serie A).

Il nuovo corso metterà mano alla giustizia sportiva, che negli ultimi mesi è stata un disastro (delega al vice Sibilia). Questione di leggi (competenza del Coni e del governo), ma anche di persone: su richiesta della maggioranza, gli attuali vertici saranno invitati a rimettere il mandato, a partire dai presidenti dei tribunali federali Cesare Mastrocola e Giuseppe Santoro (in bilico il procuratore Giuseppe Pecoraro). Verrà stilato un albo da cui pescare i nuovi giudici sportivi, indipendenti e senza conflitti d’interessi con altri organi (anche della giustizia amministrativa). Soprattutto in uscita pare esserci l’attuale direttore generale Michele Uva, figura centrale durante il commissariamento ma che non sarà più prevista nel nuovo statuto (accanto al presidente solo il segretario).

C’è spazio anche per un piccolo sogno: l’organizzazione di Euro 2028 (un pallino proprio del dg Uva). Idea che piacerebbe anche al n. 1 del Coni, Giovanni Malagò, patito dei grandi eventi, e permetterebbe un’accelerata sul piano delle infrastrutture. Il mandato di Gravina durerà solo due anni (fino alla conclusione del quadriennio olimpico) ma come si vede il programma guarda più avanti: il patto di ferro sottoscritto da Lega Pro e Dilettanti (che da soli valgono il 51% dei voti) va oltre il 2020 e prevede che al prossimo giro Gravina passerà il testimone al capo dei Dilettanti, Cosimo Sibilia.

Obiettivo 1% del Pil: i lavoratori della cultura battono cassa

“Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali”. Dietro a questo striscione – uno dei tanti – hanno sfilato ieri a Roma i lavoratori della cultura nella prima manifestazione nazionale che rivendica più investimenti e contratti di lavoro coerenti. Partiti in corteo sotto la pioggia da Porta San Paolo, centinaia di “precari della cultura”, storici, archeologi, archivisti, bibliotecari, musicisti, attori si sono ritrovati a Piazza Mastai per chiedere alle Istituzioni investimenti che portino la spesa per la cultura in Italia all’1,5 del Pil, il rispetto dei contratti nazionali, il riconoscimento delle professioni dei beni culturali, maggiori finanziamenti per lo spettacolo, riduzione della precarietà estrema che caratterizza il settore. Sul palco è salito, tra gli altri, il coreografo Luciano Cannito che ha criticato la chiusura dei corpi di ballo e ha rivolto un appello alla politica per una maggiore tutela del mondo della danza. Federico Trastulli, segretario generale aggiunto della Uil Pa Mibac, ha dichiarato: “Abbiamo bisogno di investimenti seri e massicci. Non riusciamo ad arrivare all’1% di Pil da investire in cultura. Non abbiamo solamente bisogno di nuove assunzioni, ma abbiamo bisogno di qualità. È necessario avere un occhio di riguardo per le professioni maggiormente qualificate e dobbiamo adeguare i profili professionali ai cambiamenti del mercato del lavoro”. Giacomo Cossu, coordinatore della Rete della Conoscenza, ha aggiunto: ”Oggi siamo in piazza per rivendicare l’accesso gratuito alla Cultura. Gli studenti sono costretti a pagare per accedere a musei, teatri e concerti: la cultura è indispensabile per l’autodeterminazione, perciò non può avere un costo”.

Sveva Casati Modignani e l’operaio innamorato che si ispira a Landini

Treno veloce, Roma-Milano. È un pomeriggio di fine settembre ma fa ancora caldissimo. Il destino, sotto forma di algoritmo che assegna i posti, si presenta in una carrozza di seconda classe: Maurizio Landini sale e si trova seduto accanto ad alcuni delegati della Fiom, di ritorno da una missione nella Capitale. Dopo qualche minuto di chiacchiere, l’ex segretario tira fuori un libro e si mette a leggere. Ed è qui che i colleghi cominciano a darsi di gomito, strabuzzando gli occhi: ha il naso infilato in un romanzo d’amore.

Poi, nel brusio dello scompartimento, si sente il rumore di una videocamera. “Mi sono accorto che mi stavano fotografando”, racconta divertito Landini. “Allora ho chiuso il libro che avevo già letto ma stavo ‘ripassando’. E ho spiegato che andavo a Milano proprio a presentare quel romanzo”. Intanto arriva la notifica di un sms. “Un compagno aveva mandato la mia foto con il libro a sua moglie. E lei gli aveva risposto così: ‘Solo gli uomini tosti possono leggere un libro della Sveva’”. Il volume in questione – in copertina una ragazza e una rosa rossa – è in effetti Suite 405, ultima fatica di Sveva Casati Modignani. Ma avrebbe potuto intitolarsi anche “Il pane e le rose”, perché si parla sì (comme d’habitude) d’amore, ma anche degli altri demoni, tra cui il lavoro. Ed è qui che entra in gioco Landini a cui si ispira uno dei protagonisti, Giovanni, sindacalista gentiluomo. “Un personaggio praticamente perfetto. Ma io non sono così, ne ho tanti di difetti”, si schernisce lui. L’autrice invece non è per nulla d’accordo: “Maurizio è un uomo dolcissimo. Che si appassiona e si scalda molto per le battaglie in cui crede, ma che è anche profondamente, autenticamente, mite”.

Si sono conosciuti perché Sveva, probabilmente la scrittrice più amata d’Italia, lo ha cercato alla Fiom. Voleva incontrarlo per sapere tutto della fabbrica. Così la signora con il filo di perle ha incontrato il sindacalista: una strana, e pure riuscitissima, coppia. “Oltre che di fabbrica, operai e capitale, abbiamo parlato di mille cose”, racconta Landini. “Sveva non ha preso neanche un appunto: ha una memoria di ferro, mi ha colpito molto. Ha voluto sapere molti dettagli, si è soffermata sulle sfumature: è una donna molto curiosa e una persona intellettualmente interessante. È stata davvero una scoperta”. I temi sociali, per chi conosce i romanzi di Sveva, non sono per nulla una novità. “In Dieci e lode”, ricorda lei, “mi ero occupata della scuola. Probabilmente il prossimo libro sarà ambientato in un ospedale: purtroppo la sanità è, anche, una grande ferita. In ogni romanzo racconto la nostra società, a cornice di storie in cui tutti si possano immedesimare. In Anna dagli occhi verdi c’era l’Italia degli anni Ottanta, un Paese che oggi che non esiste più. Con Maurizio siamo riusciti a incontrarci solo d’estate, al mare. Sono andata a trovarlo a Gabicce, dove trascorre le vacanze. E lui mi ha raccontato un sacco di cose interessanti dei del suo mondo. È un sindacalista che ama i suoi operai, ma non sono tutti così: non tutti dormono nelle pensioncine e viaggiano in seconda classe”.

E non tutti i “padroni” sono illuminati come Lamberto Rissotto che nel romanzo è l’antagonista di Giovanni. “Ho voluto disegnare due modelli, due figure esemplari. Il sindacalista onesto e appassionato e l’industriale che invece di delocalizzare investe in formazione e innovazioni tecnologiche. Per la sua figura mi sono ispirata a Giancarlo Rampezzotti, che è stato un grande”. Perfezione a parte, sono molte le caratteristiche di Giovanni in cui si rispecchia Maurizio. “È vero. La figura della madre del sindacalista, per esempio, assomiglia alla mia, che è stata molto importante per me. E poi mi ritrovo in alcuni episodi. Per esempio in come Giovanni decide di diventare sindacalista. Dopo l’apprendistato sono stato assunto come saldatore. Lavoravo anche all’aperto, sia d’estate che d’inverno. Ma stare otto ore all’aperto tra novembre e febbraio non è uno scherzo. Io il freddo lo soffro moltissimo, e c’erano inverni gelati nella Bassa. È stata la mia prima battaglia, provare a lavorare un’ora di meno durante i mesi più rigidi”.

E pure questo è amore.

“Sul cornicione con la Ferri. I pugni chiusi con i Volonté. E che paura l’ago di Craxi”

Mara Venier ha trentanove di febbre, occhiali da sole a mascherare gli occhi lucidi, tre dita dei piedi doloranti, forse il mignolo fratturato (“sarebbe la terza volta”) e i legamenti rovinati (“grazie a un incidente in diretta con Luca Giurato: mi dovevo operare anni fa, ho evitato. Appena finisce la trasmissione, neanche torno in camerino, tolgo i tacchi e ogni volta ho il ginocchio gonfio”). Eppure: “Quando si accende l’occhio della telecamera non sento nulla, scatta la magia, vado avanti e penso: ‘Col cazzo che mi arrendo’”. E in Rai brindano, gaudenti dopo una stagione dolorosa targata Parodi: quest’anno Domenica in è tornata In per ascolti, applausi e sospiri di sollievo come non accadeva da tempo, “ma a giugno smetto”. Tanto per dire. “No, è vero, il mio contratto è di un anno. E poi ho appena sentito Claudia (Mori) e lei ha in mente una fiction con me protagonista e lei produttrice. Idea bellissima”. Nel frattempo? “Sono a Roma, la mia città d’adozione, a certi colori e a Campo de’ Fiori non posso rinunciare”.

Arrivata prestissimo.

Intanto mi sono sposata nel 1968. In pieno ’68.

Partecipava?

Non sapevo neanche cosa fosse.

Impegnata con le nozze.

Ho detto sì a Francesco Ferracini il 13 giugno di quell’anno, e già incinta: lui era il più bel ragazzo di Venezia e dopo la cerimonia mi ha comunicato: ‘Questa sera parto per Roma, ho un lavoro’.

E lei?

Sono tornata con i miei genitori nella nostra casa da ferrovieri. Da quel giorno Francesco è scomparso e per un lungo periodo.

Contenti i suoi…

Persone semplici, modeste, papà ferroviere, mamma sarta; mi guardavano e non dicevano nulla, non infierivano.

Proprio silenti?

Solo papà sbottava un po’, mamma no; ma è stato un periodo strano, direi convulso, sviluppato su improvvisi strappi e forti certezze, basandomi su scelte drastiche prese più d’istinto che di ragione.

Mamma giovanissima.

Avevo 17 anni, con Elisabetta nata prematura e in pericolo; lo stesso giorno arriva la suora e placida mi suggerisce: ‘Meglio battezzarla, subito’. Va bene. ‘Come si chiama la piccola?’. Non lo so. Qual è il suo nome? ‘Suor Elisabetta’. Mi piace.

Lei di cosa viveva?

Sfilate con i campionari: arrivavano i rappresentanti con un furgone pieno di vestiti, quindi andavamo per negozi e indossavo gli abiti per i proprietari degli esercizi. Prendevo 5.000 lire al giorno.

Nel frattempo suo marito?

Dopo un anno di latitanza non ne potevo più, la situazione era insostenibile, e poi ogni volta che uscivo di casa sentivo il quartiere mormorarmi dietro, ero quella messa incinta e abbandonata.

Scandalo.

Per l’epoca, sì. Così parto per Roma per chiudere con Francesco, vestita con un cappottino realizzato da mamma e una valigia tipo quelle di cartone.

Un po’ Totò e Peppino a Milano.

Arrivo alla stazione di Roma e Francesco mi viene a prendere in Rolls Royce con altri amici; Roberto Capucci alla guida. La strada per casa passava dal Pincio, lì vedo un tramonto da lacrime, un maggio meraviglioso, dei colori indimenticabili: ‘Da qui non vado più via’, penso.

E poi?

Francesco viveva in un appartamento di artisti, tutti omosessuali, non venivo considerata, tanto da farmi dormire per giorni su un divano.

Come si è “alzata”, da quel divano?

Grazie a Roberto Capucci: ‘Devo realizzare un servizio per una rivista statunitense, vuoi farmi da modella?’.

E…

Accetto e da Cenerentola mi tramuta in principessa: sette giorni di lavoro per 700 mila lire di paga: un piccolo tesoro che investo in un affitto e strappo mio marito da quella casa.

Lui accetta.

Non felicissimo, mi segue anche se il matrimonio era realmente finito, e lui era molto cambiato…

A 18 anni aveva già carattere.

Per niente.

Non pare…

Ero impaurita, piangevo sempre.

La sostanza è altro.

È istinto di sopravvivenza.

Grazie a suo marito è entrata nel cinema.

Francesco puntava molto su un suo futuro da attore e ogni tanto lo accompagnavo sui set; in una di queste occasioni il regista, Sergio Capogna, mi vede e assegna il ruolo da protagonista di una storia tratta da Pratolini.

Pratolini lo conosceva?

Per niente: nella vita ho scoperto tutto con modalità estemporanee.

Come andava a scuola?

Asina.

Estemporanee…

Frequentavo un mondo di persone colte e impegnate: attori, registi e fotografi; da loro apprendevo.

Del gruppo di allora, chi ha fatto carriera?

Più o meno nessuno; forse solo io.

Come mai?

Conoscevo la vita, sapevo cosa vuol dire il bisogno; sin da bambina mamma mi spediva dai ferrovieri per i conti delle riparazioni, e ci andavo nonostante la vergogna: ‘Mara, se non incassi, non mangiamo’, mentre papà mi chiedeva di fermarmi per l’acquisto di due sigarette Alpha. Due.

Politicamente, suo padre?

Fan di Almirante.

“Il Ferroviere” di Germi lo ha mai visto?

È il mio film preferito, ed è esattamente la vita di papà: piango ogni volta che lo vedo, anche lui cardiopatico e musicista; spesso lo recuperavo in osteria.

Sul suo primo set conosce Pier Paolo Capponi.

Poi padre del mio secondo figlio. Lui era un attore molto impegnato, non di sinistra, di più, e grazie a lui scopro un altro mondo, quello di Gian Maria e Claudio Volonté.

Pci e dintorni.

In piazza Farnese esisteva la libreria ‘Il tempo ritrovato’, il proprietario era nostro amico, esponente comunista; allora ci ritrovavamo lì: parlavano, progettavano, si illudevano; nel frattempo decido di aprire a Campo de’ Fiori un negozio di vestiti usati. Di stracci. E lo chiamo ‘Al tempo perso’.

Lei comunista tra comunisti?

Manifestazioni, cortei, occupazioni femministe.

Pugno chiuso al cielo.

Molte volte.

Convinta.

Stavo in prima fila e mi beccavo pure le botte (riflette due secondi); forse ero complessata e volevo riscattarmi, però ci credevo.

Suo padre era distrutto.

Ignaro.

Quindi occupava.

Una volta con Gabriella (Ferri) e i nostri figli piccoli, siamo andate a picchettare in un palazzo di via del Governo Vecchio: tre giorni ferme lì.

Roba seria.

Altre donne, in particolare del Partito radicale, ci portavano da mangiare; finché una sera arriva Seva, marito di Gabriella: entra nel palazzo e viene fisicamente aggredito dalle altre donne; lui era un uomo buonissimo, lo adoravo, allora mi incazzo, lo difendo e mando a quel paese le femministe.

Gabriella Ferri.

Abbiamo passato anni insieme, un talento incredibile, ma profondamente insicura e tormentata. Troppo spesso folle.

Era preoccupata per lei.

Credo di averle salvato la vita in due o tre occasioni: una volta a Pescara l’ho trovata in piedi sul cornicione, si voleva buttare di sotto, io aggrappata a lei, e sotto la polizia e i vigili del fuoco.

Difficile aiutarla.

Si è sempre fatta del male.

Personalità d’impatto.

In qualche modo la subivo, ero sottomessa; rispetto a lei banale.

Nel frattempo lei era pure una stracciarola.

Amica di tutti i delinquenti di Campo de’ Fiori: venivano a trovare me e la mia socia romagnola, una bonissima; non solo: vicino a noi c’era la caserma dei carabinieri, e il comandante frequentava il negozio e ci corteggiava.

Risultato?

I ladroni portavano la pizza bianca, il comandante il prosciutto e la mortadella. E io: ‘Bravi, qui dentro siamo uguali, fuori come preferite’. Allora uno degli amici più cari era un tal ‘Fettina’: una mattina mi rubano il motorino, dopo mezzora l’ho ritrovato intonso davanti al negozio.

Oltre agli stracci, recitava: erano gli anni delle commedie sexy…

Me le hanno offerte, però mi sentivo brutta, troppo magra. C’è giusto una scena di nudo nel mio primo film, poi basta; ah, forse ero anche puritana e pudica e poi i miei genitori li avevo già provati abbastanza con figlia e matrimonio.

Comunque lei è sopravvissuta ai Settanta.

Dove ho visto e vissuto di tutto, ma sono sempre stata molto attenta.

Droga?

Tantissima, ma non ci sono mai realmente caduta. Ricordo una sera nella casa di campagna di Claudio Volonté, situazione molto hippy, con mia mamma presente: a fine cena era un classico sedersi in circolo e passarsi la canna.

Con sua madre?

Non mi sottraevo mai al rito, anche se non aspiravo. Quindi la prendo e tiro un paio di boccate, subito dopo la passo a mamma: ‘Cos’è ‘sta roba?’. Fuma o si offendono. Ubbidisce: una delle serate più divertenti della mia vita.

Le fece effetto?

Felicissima!

Gian Maria Volonté.

L’ho conosciuto bene dopo il suicidio di suo fratello Claudio, allora mio migliore amico. La settimana successiva alla sua morte, ci arriva una lettera scritta dallo stesso Claudio poco prima del gesto finale; quella lettera l’ho portata a Gian Maria. Lui e il mio compagno di allora erano molto affini politicamente.

Claudio Volonté prima, Gabriella Ferri poi: entrambi suicidi.

Con la differenza che di Gabriella l’ho sempre saputo, ero certa sarebbe finita così; il suo errore più grande è stato andare via da Campo de’ Fiori e scegliere la campagna: Campo era il nostro posto delle fragole.

Campo.

Ci vado sempre, anche tre volte la settimana, lì sento odore di casa.

Anche se è di Venezia.

Non ci metto piede da tre anni, da quando è morta mia madre. E non mi manca. Mentre di Campo avverto l’esigenza.

Proprio a Campo ha convissuto a lungo con Melania Rizzoli, oggi assessore in Lombardia.

Otto anni e sono i più divertenti della mia vita: eravamo felici e non lo sapevamo; io portavo in dote il mondo dello spettacolo, lei frequentava i politici, era medico di molti di loro.

Ha frequentato il potere.

Non mi ha mai particolarmente affascinato, molti neanche li conoscevo: a loro preferivo uno come Renzo Arbore; però per evitare gaffe Melania mi preparava su nomi e ruoli; bonariamente mi rimproverava perché non ero e non sono in grado di utilizzare il ‘lei’.

Tra i politici c’era pure Bettino Craxi.

Quando sono rimasta incinta di Renzo (Arbore), ho subito avuto problemi e minacce di aborto, quindi giornate intere a letto: ogni tanto passava a casa per vedere la situazione e magari Melania gli bucava il dito per misurare l’insulina. Un pomeriggio per sbaglio mi pungo con uno dei suoi aghi già utilizzato.

Partita la paranoia.

Totale! Per mesi ho temuto di essermi contagiata qualcosa.

Il virus craxiano.

Però era un tipo veramente simpatico.

Lei incarna anche la leggerezza degli anni Ottanta.

Davvero? Non credevo.

Complice il matrimonio con Calà…

E passo da una storia d’amore con un attore impegnato e di sinistra a Jerry, esattamente l’opposto: avevo voglia di ridere e di spensieratezza; lui allo stesso tempo ricopriva il ruolo del compagno e del figlio.

Del figlio?

Ho vissuto momenti duri con il mio ex compagno e per un periodo non ho visto neanche il mio piccolo, e in qualche modo Jerry sopperiva a quella assenza.

Lui eterno bambino.

Sì, beccato al bagno della nostra festa di matrimonio mentre pomiciava con una. Incontenibile.

Lei come madre.

Ingombrante. Un giorno prendo il motorino e vado a prendere mia figlia a scuola, lei era in prima media; il giorno dopo mi guarda e gelida mi dice: ‘Non farlo mai più, tutti i miei amici ti hanno guardato il culo e hanno detto che sei bella’.

Ingombrante e…

Presente. Però penso di essere meglio come nonna.

Spesso viene fotografata con la Ferilli.

Se Melania è famiglia, Sabrina è l’amica del cuore.

Com’è?

Simpatica, profonda, commovente. Mi fa riflettere. Mi chiama e mi segnala un articolo di giornale; se fosse un uomo la sposerei subito.

Siamo a un anno dal #Metoo…

E allora ribadisco un concetto: bisogna differenziare tra molestia e violenza, altrimenti la confusione è totale.

Proviamo.

Se uno ti corteggia in un certo modo, magari piazza la mano sul ginocchio, non è violenza, e basta dargli due pizze in faccia.

Le è capitato spesso.

Magari mi accompagnavano la sera a casa e partiva il tentativo di un bacio, e se non mi andava li sistemavo.

Anche oggi?

Con me purtroppo non ci provano più, quindi non parlo a titolo personale, ma se continuiamo così terrorizziamo gli uomini.

Spesso ha ringraziato la De Filippi per averla riportata in tv.

Resta un punto fermo della mia vita. A lei dirò sempre grazie.

Una sua debolezza.

Sono fragile, molto emotiva.

Sicura?

Quante volte mi sono commossa durante l’intervista?

Almeno tre.

Sono così.

(Gabriella Ferri cantava in “Sempre”: “Ognuno è un cantastoria. Tante facce nella memoria. Tanto di tutto tanto di niente. Le parole di tanta gente. Tanto buio tanto colore. Tanta noia tanto amore. Tante sciocchezze tante passioni. Tanto silenzio tante canzoni”).

3 domande a Janaina Cesar: “Torneranno i militari”

“Se vincerà Bolsonaro sarà il caos, il Paese rischia di piombare daccapo in una dittatura militare”. La giornalista Janaina Cesar, corrispondente freelance per diverse riviste brasiliane in Europa, ospite del festival Internazionale a Ferrara, afferma: “Il Brasile sembra aver dimenticato la sua storia, è sconfortante”. Oggi si vota dopo una campagna elettorale durissima, il candidato del partito Social-Liberale Bolsonaro (definito il Trump brasiliano) è saldamente in testa nei sondaggi.

Come andrà a finire?

Temo malissimo. Bolsonaro ha il pieno appoggio dei latifondisti e dell’oligarchia economica brasiliana. È un misogino che elogia apertamente la dittatura militare che ha subito il nostro Paese e ha già dichiarato apertamente che le comunità indigene non avranno alcun diritto alla terra. Non concederà loro un centimetro, del resto alle spalle di Bolsonaro ci sono i proprietari terrieri che vogliono mettere le mani su quelle terre ricchissime.

Cosa accadrà?

Ci saranno altri scontri con i contadini e gli indigeni, altro sangue, altri morti. Bolsonaro è un ultra neo-liberista che ha il pieno appoggio dei gruppi imprenditoriali. Potrebbe abolire la tredicesima ai lavoratori e lanciare un piano di privatizzazione. Sarebbe una strada senza ritorno per il Paese.

E sul fronte militare?

Bolsonaro benedice la giunta militare pubblicamente. Con lui i militari torneranno al potere legalmente e a quel punto tutto è davvero possibile. I brasiliani sembrano ciechi, colpevolizzando il Partito dei Lavoratori che è stato travolto dagli scandali sulla corruzione, spingono al potere un fascista.

Tornerà in patria per scrivere?

Non saprei. In Brasile sta circolando una lista dei giornalisti che si sono opposti a Bolsonaro e non so se ci sia il mio nome.

L’incubo di mezzo Brasile: Bolsonaro subito vincente

Non si vedono più gli inconfondibili sbandieratori dei partiti e l’ossessivo volantinaggio politico che avevano segnato le precedenti campagne elettorali nelle strade di Rio de Janeiro.

La campagna elettorale si è trasferita altrove, sugli smartphone dei brasiliani che si scambiano in maniera compulsiva messaggi, ponendo fine anche a lunghe amicizie, spezzate dall’ideologia politica di un Paese spaccato da una polarizzazione iniziata il giorno dopo la vittoria di Dilma Rousseff alle Presidenziali del 2014. Oggi 141.824.000 brasiliani voteranno per scegliere non solo il presidente della Repubblica, ma anche governatori, deputati e senatori. Si vota per riavere un presidente eletto democraticamente, dopo la destituzione della presidente Rousseff, avvenuta attraverso un impeachment istituzionale: per milioni di brasiliani un “golpe”.

Il clima elettorale è teso, incerto e minaccioso. Jair Messias Bolsonaro – l’ex capitano che corre con il Psl per la presidenza della Repubblica – mostra una pericolosa retorica reazionaria, filo militarista, contraria a ogni diritto umano che fa rammentare gli anni della dittatura militare terminata solo 33 anni fa in Brasile. Secondo la statistica di DataPoder360 di venerdì, Bolsonaro avrebbe il 30 per cento delle preferenze dei brasiliani: al secondo posto, con il 25 per cento delle intenzioni di voto, si trova il candidato del Pt, Fernando Haddad, il paulistano di origine libanese, scelto dall’ex presidente Inacio Lula, che lo ha nominato per sostituirlo, dopo che la sua corsa è stata bloccata dal Tribunale superiore elettorale a causa della sua condanna a 12 anni. Al terzo posto si trova Ciro Gomes, il candidato del Pdt, che otterrebbe il 15 per cento delle preferenze. Bolsonaro cerca a tutti i costi un’immediata vittoria, poiché teme il secondo turno; tutti gli istituti di statistica sono concordi nell’affermare che l’ex militare è ancora il candidato più rigettato in assoluto dagli elettori.

La sua vittoria al primo turno, secondo gli esperti, sembrerebbe, anche se non impossibile, “molto difficile”. Gli sforzi dei suoi collaboratori al marketing politico si concentrano sul web dopo che le maniera tradizionale di fare campagna in televisione e in strada si è dimostrata superata, anche per gli altri candidati. È online che si è formata nei giorni scorsi Mulheres unidas contra Bolsonaro, un gruppo composto da oltre due milioni di donne; sulla rete sono state attaccate da hackers che hanno tentato di sabotare l’immensa mobilitazione popolare femminile che ha organizzato le grandi manifestazioni nazionali contro Bolsonaro avvenute il 29 settembre, sotto lo slogan “Lui no”.

La propaganda sul web di Bolsonaro – per gli avversari con massiccio ricorso a notizie fasulle – ha scatenato la reazione di Haddad e Ciro, che si sono lamentati per lo “scorretto e volgare” comportamento del capitano. A sua discolpa, Bolsonaro ha replicato che non è responsabile di ogni contenuto pubblicato dai suoi sostenitori.

Il 62 per cento dei brasiliani, secondo l’istituto Ipsos, crede e condivide, senza controllare, le notizie che piombano nei loro cellulari. Per evitare a tutti i costi il secondo turno, Bolsonaro ha tessuto negli ultimi giorni alleanze con i principali leader della tradizionale destra brasiliana. Sono latifondisti, militari, imprenditori ultra conservatori e neo pentecostali, come Edir Macedo, che dirige da Miami la Chiesa Universale del regno di Dio, un impero religioso che si estende in Africa e in Europa.

Preoccupata per la giovane democrazia brasiliana, una missione d’osservatori internazionali, sotto la supervisione dell’Organizzazione degli Stati americani, vigilerà sull’andamento del voto in Brasile: sarà la prima volta.

Papa all’offensiva: tolleranza zero su Viganò e gli scandali

Nessuno scontro diretto con monsignor Carlo Maria Viganò, di cui non viene fatto neppure il nome. Nessun contro-dossier, come ipotizzato da qualcuno. Solo la rivendicazione che, se certi atteggiamenti del passato possono sembrare “non coerenti” con l’attuale “tolleranza zero” sugli abusi, quelle coperture oggi non sono più tollerate né accettabili. Oltre all’annuncio di nuove verifiche sul caso dell’ex cardinale Theodore McCarrick, colpevole di abusi omosessuali su seminaristi e di recente privato della porpora da Francesco. Questi, in sintesi, i “chiarimenti” attesi da giorni, e pubblicati con un comunicato della Santa Sede, sul “memoriale” dell’ex nunzio negli Usa che accusa il Papa d’aver ignorato le informazioni da lui dategli nel giugno 2013 sui misfatti di McCarrick e di non aver tenuto conto della “sanzione” di vita riservata imposta da Benedetto XVI all’allora cardinale: perciò Viganò ha chiesto anche le dimissioni di Bergoglio. La nota spiega che è stato il Papa, “consapevole e preoccupato per lo smarrimento” che le accuse a McCarrick “stanno causando nella coscienza dei fedeli”, a disporne la diffusione. E ricorda che nel settembre 2017, l’Arcidiocesi di New York “ha segnalato alla Santa Sede che un uomo accusava l’allora cardinale McCarrick di aver abusato di lui” negli anni ‘70. Il Papa “ha disposto un’indagine approfondita”, svolta dall’Arcidiocesi di New York, e la documentazione è stata trasmessa alla Congregazione per la Dottrina della Fede. “Poiché nel corso dell’indagine sono emersi gravi indizi”, il Papa “ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo dal Collegio cardinalizio, ordinandogli la proibizione dell’esercizio del ministero pubblico e l’obbligo di condurre una vita di preghiera e di penitenza”. La Santa Sede “è consapevole che dall’esame dei fatti e delle circostanze potrebbero emergere delle scelte che non sarebbero coerenti con l’approccio odierno a tali questioni”. Tuttavia, come ha detto il Papa, “seguiremo la strada della verità, ovunque possa portarci”: “Sia gli abusi sia la loro copertura non possono essere più tollerati e un diverso trattamento per i vescovi che li hanno commessi o li hanno coperti rappresenta una forma di clericalismo mai più accettabile”.

Trasporti tedeschi allo sfascio, sindrome italiana

Oltre 4.000 chilometri di code su autostrade e tangenziali al giorno nel 2017, già 2,8 milioni di passeggeri da risarcire da parte delle compagnie aeree per i disservizi subiti tra gennaio e settembre 2018, imminente rischio di divieti di circolazione per i veicoli diesel (anche Euro 5) in diverse città. La Germania dei trasporti è “terremotata”, ma dalla fine del 2019 comincerà a far cassa con un pedaggio riservato ai soli automobilisti stranieri: la soluzione è stata avallata dall’Unione europea anche se l’Austria si è ribellata ed ha aperto un contenzioso a livello comunitario. Costretta dall’Ue ad abbassare le gabelle per i veicoli industriali, la Germania ha anche esteso la rete a pagamento e abbassato la soglia di esclusione. Gli incassi serviranno a finanziare il piano di mostruosi investimenti varato dal precedente governo di grande coalizione: 270 miliardi di euro in 15 anni per strade (il 12,4% di ponti e viadotti è in condizioni giudicate “insufficienti”), ferrovie e canali.

La mancata apertura dello nuovo aeroporto di Berlino ne è l’esempio: gli inviti per l’inaugurazione erano pronti nell’autunno 2012. Nel 2017 la società di gestione ha annunciato l’avvio dell’operatività per l’ottobre 2020.

Per chi vola il 2018 è stato un calvario: a Francoforte, il primo scalo tedesco, il terzo d’Europa e hub principale della più grande compagnia aerea del Vecchio Continente, la Lufthansa, solo tra l’11 ed il 31 agosto Handelsblatt ha calcolato 49.910 aerei in ritardo (oltre i 15 minuti) su 150.610. Con i 3.230 cancellati la quota di irregolarità raggiunge il 35,3%.

Per i soli disservizi subiti tra gennaio e il 22 settembre i vettori dovrebbero risarcire in Germania 2,8 milioni di clienti. Ai quali, secondo il portale AirHelp, spetterebbero qualcosa come 823 milioni di euro, che i consumatori omettono di rivendicare, malgrado siano previsti dalla Carta dei diritti dei passeggeri. La Deutsche Bahn, le ferrovie pubbliche, continuano a non riuscire a garantire la puntualità dell’alta velocità (che, dicono le statistiche, è più lenta di quella italiana): in agosto solo 3 Ice su 10 sono arrivati in orario. Però ha già previsto un nuovo rincaro dei biglietti.

Nonostante la procedura d’infrazione per l’aria inquinata in molte città e le vittorie in tribunale degli ambientalisti con gli obblighi di far scattare i divieti di circolazione per le auto diesel estesi anche alle Euro 5, il governo continua a non sanzionare i costruttori. Milioni di pendolari rischiano di non poter più accedere ad alcune grandi città perché le loro auto relativamente nuove sono “inquinanti”. Il governo della Grande Coalizione (GroKo) ha promesso deroghe per gli artigiani e per i veicoli Euro 4 e 5 che emettono meno di 270 mg/km di NOx, valore doppio rispetto ai limiti di legge, e ulteriori incentivi per cambiare auto (fino a 10.000 euro), ma non è chiaro se il bonus sia cumulabile agli sconti esistenti. I tedeschi, proprio come gli italiani, non vogliono e non hanno i soldi per continuare a comprare auto più moderne quando gli era stato assicurato solo un paio di anni fa che quelle che stavano acquistando erano rispettose dell’ambiente. Al volante delle quali, secondo l’Adac, l’automobil club tedesco, sono rimasti imbottigliati per 457.000 ore, il 9% in più rispetto al 2016.

Il torneo delle spie: gli 007 (russi) giocano a pallone

Negli spogliatoi e fuori dal campo la chiamavano komanda delle spie. Con un numero sulla schiena per 90 minuti, smettevano di essere fantasmi. Come i colletti bianchi che scappano dagli uffici a fine giornata, anche le spie russe per rilassarsi qualche ora alla settimana andavano a tirare calci al cuoio di un pallone. Almeno lo faceva Evgeny Serebryakov, uno dei 4 “vermi delle sabbie”, gruppo di hacker Sandworm del dipartimento cyberattacchi Gru, servizi segreti militari, arrestati il 13 aprile dalle intelligence olandese e britannica. Mocassini e impermeabili, computer e antenne, preparavano un cyberattacco all’Opac, Organizzazione proibizione armi chimiche.

Evgeny amava molto il futbòl. Dal 2011 al 2013 “ha giocato per noi, ed era anche discreto. Tutti sapevamo che lui era uno di quei ragazzi: un agente governativo”, ha detto Yan Yershov, 25 anni, al Moscow Times. Evgeny non era l’unico giocatore dei Radiks a lavorare per i servizi segreti: “La nostra è conosciuta come la komanda delle spie, quasi tutti lavorano per qualche agenzia d’intelligence”. E negli spogliatoi i giocatori non si parlavano “di quello che facevano tutti i giorni”. Terzini, attaccanti, portieri dei Radiks: anonimi calciatori dilettanti sul campo verde. Su quello del grande gioco dello spionaggio internazionale segreti giocatori professionisti. Se facevano goal potevano esultare. Se una missione era compiuta dovevano rimanere silenti e tornare alla casa madre, la Gru.

“I vostri successi restano nel silenzio, solo i vostri fallimenti fanno rumore”, disse John Kennedy alle sue spie durante la Guerra Fredda.

Dopo quella dei Radiks, è cominciata un’altra partita: quella dei giornalisti russi ed europei alla ricerca di altri errori e tonfi delle spie russe. Quando i reporter investigativi di Bellingcat hanno identificato l’uomo accusato dell’avvelenamento di Skripal a Salisbury nel colonnello pluridecorato Gru Anatoly Chepiga, il Cremlino ha riferito che nessuno con quel nome rispondeva all’appello. Non ci hanno creduto e hanno continuato ad investigare i giornalisti di Radio Svaboda, pubblicando la foto di Chepiga sul muro della gloria del Dvoku, accademia Gru, una galleria dove vengono esposti solo i ritratti degli alunni più meritevoli.

L’uomo che ha detto alla tv statale Russia Today di chiamarsi Aleksandr Petrov e di essere stato “solo in vacanza a Salisbury” è stato un cadetto del reparto d’élite dal 2009 al 2015. Novaya Gazeta ha trovato e intervistato un ex soldato del dipartimento Spetznaz che ha riconosciuto il suo ex amico. Per i reporter del Dossier center, fondazione dell’ex magnate Mikhail Khodorkovsky nemico di Putin, Chepiga ha partecipato a due missioni in Ucraina, – prima per la fuga di Yanukovich, poi in Crimea-. Imprese che sul petto di Chepiga hanno fatto brillare la medaglia di “Eroe della patria” che conferisce Putin.

In Unione Sovietica se nominavi la Gru, potevi finire in carcere anche solo per averne rivelato l’esistenza, ha detto un ex agente disertore, Viktor Suvorov. Ora decenni di addestramento massacrante e devozione alla segretezza dei membri sono andati in fumo per Google, qualche testardo reporter, la registrazione di una vecchia Lada, la ricevuta di un taxi e una foto di Evgeny sulla tessera ufficiale della Lfl, Lega del calcio amatori Mosca. Le partite si perdono, le missioni si falliscono e prima che questa lo fosse, Yan ha detto che Evgeny su Whatsapp mandava ancora messaggi di incoraggiamento alla squadra.

Mail Box

 

La Calabria è ancora una terra abbandonata a se stessa

La Calabria è ancora una volta una terra di serie Z. Ieri nessun giornale nazionale (nemmeno voi) portava in prima pagina la tragedia. Eppure sarebbe giusto che i grandi giornali andassero a intervistare Angelo Frijia per ricordare la moglie Stefania Signore e vedere come la loro vita fosse lontana dagli stereotipi con cui vengono spesso descritti i giovani meridionali. Una ragazza spazzata via non dalla malasorte, ma dall’incuria dell’uomo. Una ragazza diplomata al Liceo linguistico Campanella che per vivere lavorava preso un call center e che, dopo il turno di lavoro, passa dalla casa dei suoceri a Curinga per prendere i due figlioletti e tornare a casa, perché a casa non li può lasciare visto che il marito, operatore turistico, lavora come meccanico in un’officina e di certo non esistono scuole materne in cui lasciare il piccolo il pomeriggio.

Un maledetto pomeriggio, come tanti altri, che prevedeva per Stefania ancora lavoro con la preparazione della cena e che invece si è concluso su una strada provinciale con il fango che l’ha inghiottita. Una vita come quella di tante altre ragazze calabresi che fanno salti mortali per avere una famiglia e nello stesso tempo poter lavorare. Lavori precari, mal retribuiti, spesso a nero.

Come siamo lontani dallo stereotipo dei giovani sfaccendati, vagabondi, che vivono con la pensione dei genitori, delle nonne, che pensano solo a divertirsi. E poi sentir dire dai grandi soloni che la lotta al precariato non si può fare, che il reddito di cittadinanza non è una manna per quelli sul divano. Mi auguro che questo governo, che tanta fiducia ottiene nella popolazione meridionale, non si dimentichi di questa tragedia sia con una presenza in Calabria nei prossimi giorni, sia intervenendo con misure urgenti contro il dissesto e la cattiva gestione del territorio. E mi auguro che vi sia una presenza del Presidente del Consiglio al funerale di Stefania Signore, il volto migliore dei giovani calabresi. Questa tragedia non si può archiviare in un giorno con le solite belle parole.

Pino Tassi

 

Se non ci sono le condizioni per la caccia, si può abolire

Non si può morire a 18 anni perché fai una passeggiata nei boschi con il cane, restare uccisi o feriti mentre giochi nel cortile di casa con i bambini, cerchi funghi, vai in bici o svolgi una delle tante attività all’aria aperta che richiamano sempre più italiani. La diffusione, enorme, di vere e proprie armi “da guerra”, usate per la caccia agli ungulati, ha trasformato il nostro paese in un campo minato dove, di fatto, fino alla chiusura della stagione venatoria, viene sospeso il diritto costituzionale a fruire del patrimonio ambientale di tutta la comunità. Questo tema da anni non rientra più tra quelli all’ attenzione di stampa e politici, anche se la caccia in Italia uccide ogni anno decine di persone. Nel totale disinteresse, in meno di un mese di caccia abbiamo avuto non solo diversi morti, tra cui il terribile caso di Nathan a Ventimiglia, ma decine e decine di casi di uccisioni di specie particolarmente protette come il piccolo capovaccaio, forse l’ultimo della sua specie in Italia, oltre a falchi pescatori, rapaci di ogni specie e tanti altri animali, sopravvissuti alle trasformazioni del territorio e all’inquinamento, che la caccia sta decimando in modo insostenibile. La caccia non è un diritto ma una concessione che fa lo Stato, sottoponendola a specifiche condizioni. Se, come è evidente, il rispetto di queste condizioni non c’è più anche perché nessuno le fa più rispettare, non ci sono più le condizioni per l’esercizio di questa attività in un territorio urbanizzato e vissuto come il nostro.

Francesco Maria Mantero

 

Disobbedienza civile, perché gli obiettori possono farla?

Mimmo Lucano, sindaco di Riace, si trova a convivere durante il suo mandato con leggi “fasciste” dettate dalle emergenze elettorali, scritte da ministri dell’Interno dichiaratamente o subdolamente “fascisti”. Ritiene le leggi sbagliate, agisce in modo da aggirarle, consente a degli immigrati di restare “irregolarmente” sul territorio italiano. Scoperto, viene incriminato e arrestato (seppur ai domiciliari) sospeso dalla carica e rinviato a giudizio.

Questa si chiama correttamente disobbedienza civile o obiezione di coscienza alla legge.

Il medico cattolico sceglie deliberatamente di fare il medico chirurgo, il ginecologo o l’anestesista nonostante sappia già che una legge dello Stato, la 194 del ‘78, è in contrasto con i suoi dogmi religiosi. Una volta assunto si dichiara “obiettore di coscienza” e si rifiuta di eseguire operazioni che possano causare la morte dei feti anche quando questo mette a rischio la vita della donna. Grazie alle lobby della sanità fa anche carriera all’interno della struttura scaricando ai colleghi (ovviamente sempre più rari perché “’cca nisciuno è fesso”) il lavoro che lui si rifiuta di svolgere. Questo si chiama correttamente boicottaggio di una legge dello Stato. L’obiezione di coscienza, o disobbedienza civile, può essere tale solo quando sconti di persona il peso delle tue azioni e non quando le fai scontare agli altri. È chiara la differenza?

Alessandro Chiometti