L’operazione sincerità di Gentiloni per le Europee

E niente. La realtà continua a non intaccare la narrazione della sinistra rosée. Ieri, sia detto senza ironia, due leader del Pd – Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni – hanno entusiasticamente aderito alla formula “da Macron a Tsipras” a indicare il campo di forze con cui presentarsi alle Europee. “Sono convinto che vinceremo”, ha detto il secondo, grazie a una semplice formula: “Volete tornare all’Italietta?”. Conclusione: “Può piacere o no, ma sarà una scelta montanelliana…”. Gentiloni, insomma, punta sul fatto che l’elettorato (presso cui, dice, “il sentimento pro-europeo cresce”) si turi il naso come il celebre giornalista con la Dc e voti per “da Macron a Tsipras” (ma Tsipras, come l’agnello che giace col lupo di Woody Allen, dormirà ben poco) e questo nonostante l’odore non proprio piacevole che promana da quell’agglomerato. Ora, si può pensare quel che si vuole di questo modo di presentarsi, come dell’armamentario retorico stantio che l’accompagna (“Italietta”, “restare o no in Europa”, “i 70 anni di pace”, etc), però non può non essere apprezzata la sincerità dello slogan sottostante: facciamo schifo, ma gli altri di più. Noi però, che non amiamo la pubblicità comparativa, chiediamo un ulteriore sforzo di coraggio alla coalizione a venire, una sorta di ultima Thule della propaganda politica: votaci, facciamo schifo proprio come te. Noi, solleticati sull’autostima e l’eterno senso di colpa, potremmo persino cedere. Certo, non c’è da sperare nei grandi numeri, ma nicchia per nicchia tanto vale sperimentare no?

La lealtà presa a pesci in faccia

Nel 2003 il produttore e regista Eduardo Fiorillo mi propose di partecipare a un format che avrebbe chiamato Cyrano e che sarebbe dovuto andare in onda in terza serata su Rai Due diretta dal leghista Antonio Marano. Io non vi avevo nemmeno la parte del conduttore (per questo c’era la bella, brava e sperimentata Francesca Roveda) dovevo solo dare un filo coeso ai vari spezzoni dello spettacolo che trattavano di vecchiaia, di narcisismo, della morte cioè di argomenti politicamente neutri. Senza nemmeno aver visto la pilota che avevamo fatto negli studi Rai di corso Sempione a Milano e che peraltro non avevamo nemmeno montato, Fiorillo si sentì chiamare da Marano, che parlava da Roma: “Devi togliere di mezzo Massimo Fini. Tu naturalmente puoi fare la trasmissione”. Fiorillo si rifiutò. Ci fu un incontro con Marano il giorno precedente la trasmissione che era stata annunciata su tutti i giornali.

Il Don Abbondio Marano a suo modo fu onesto. Disse: “A questo punto la puntata l’ho vista. Potrei dirle che lei non buca il video, che ci sono dei difetti e altre cose del genere. Ma non me la sento, perché non è così. È che su di lei c’è un veto politico aziendale da parte di persona cui non posso resistere”. La trasmissione andò in onda con altro nome (Borderline), senza di me. Non era quindi una censura sui contenuti, ma antropologica, sulla persona sulla cui spalla era stata appiccicata una stella gialla come per gli ebrei durante il nazismo. Per censure anche meno gravi sui media si è sempre scatenato il putiferio. Per me ci fu solo silenzio. Michele Santoro si degnò di dire che era una ben piccola cosa rispetto a quello che aveva dovuto subire lui. Peccato che dopo l’editto bulgaro di Berlusconi avesse trovato subito un posto come parlamentare europeo nella lista Uniti nell’Ulivo. Un giornalista indipendente, come si è sempre dichiarato a gran voce Santoro, non fa il parlamentare né europeo né italiano e nemmeno il consigliere comunale.

Nel giugno del 2004 partecipai con il mio gruppo, Movimento Zero, alle manifestazioni anti-Bush a Roma. Un parlamentare dei Comunisti italiani avvicinò uno dei pulotti affermando che noi non potevamo stare in piazza perché eravamo “fascisti”. Fui portato su un cellulare, identificato, fermato per un’ora. Se una cosa del genere fosse successa a qualsiasi altro giornalista italiano si sarebbero sollevati tutti i giornali e il sindacato per “il gravissimo attentato alla libertà di stampa”. Per me ci fu solo silenzio. Peggio. Il Corriere della Sera scrisse che inalberavamo uno striscione-shock “Noi con i Talebani”. Vero. Peccato che sottacesse l’altra parte dello striscione che diceva “per l’autodeterminazione dei popoli”. Faccio da troppi anni questo mestiere per non conoscere le manipolazioni di cui sono capaci i media. Non dicono menzogne, dicono mezze verità che sono peggio di una menzogna. In una questione che conosco bene, l’Afghanistan, questa operazione l’ho vista fare mille volte da tutti i giornali, nessuno escluso.

Il 29 giugno 1985 scrissi sulla Domenica del Corriere un pezzo molto critico su Sandro Pertini che, dopo il suo primo settennato, voleva ad ottantanove anni ricandidarsi alla Presidenza della Repubblica (“Il presidente ch’io vorrei”, 29.6.1985). Il presidente “democratico”, quello “amato da tutti gli italiani”, “quello che si comporta come ognuno di noi”, chiese la testa mia e del direttore, Pierluigi Magnaschi, e le ottenne. A un Costanzo Show cercai di raccontare questa storia ma il conduttore mi bloccò. Più recentemente, in concomitanza di non mi ricordo quale celebrazione di Pertini, volevo riprendere sul Fatto quell’episodio che era solo emblematico delle prepotenze, a esser lievi, di cui Pertini si era reso responsabile durante il suo settennato. Marco Travaglio mi bloccò: “Non si parla male dei morti”. Ora, per me, se delle persone hanno commesso delle mascalzonate quando erano vive, non è che diventino sante solo perché sono morte. A questo proposito c’è da notare una cosa curiosa. Tutte le volte che muore qualcuno in qualche circostanza drammatica è sempre “un padre affettuoso”, “un marito esemplare”, “una gran bella persona”. Lo sarà anche, ma allora mi chiedo come mai questo Paese sia pieno di furfanti.

Ho sempre rispettato la legge, il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto il numero dei lestofanti che sono in libertà, e non mi riferisco ai mafiosi o ai camorristi che perlomeno sono criminali dichiarati, ma ai colletti bianchi in circolazione, dai Formigoni agli Scajola ai Verdini in una lista che sarebbe infinita. Ho sempre pagato le tasse, il che dovrebbe essere ovvio ma in Italia ovvio non è, visto l’enorme numero degli evasori fiscali e degli ancora più astuti “elusori”.

Non mi sono mai imbandato in partiti, lobbies, conventicole, camarille di sorta, anche se adesso mi tocca subire l’onta delle accuse di quella faccia di bronzo di Vittorio Feltri, che ha passato metà della sua vita professionale all’ombra di Berlusconi, per aver cominciato la mia carriera all’Avanti!.

Questa mancanza di protezione lobbistica ha finito per colpire anche mio figlio che in un concorso universitario decisivo per la sua carriera e la sua vita si è visto soffiare il posto dalla moglie del cattedratico.

E quelle che ho fin qui raccontato non sono che il florilegio delle infinite vessazioni che ho dovuto subire durante tutta la mia vita e che mi hanno portato, professionalmente, socialmente, economicamente, esistenzialmente, ai margini della società nella frustrante posizione del “bombarolo” di De André. Per tutta la vita ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io.

A chiudere la porta a Conte ci guadagnano solo i bulli

 

“Mai era accaduto nella storia politica non solo dell’Occidente che un primo ministro si riducesse a sandwich-man di un suo ministro”.

Massimo Cacciari commenta sull’”Espresso” l’immagine di Giuseppe Conte che, accanto a Matteo Salvini, esibisce un “cartiglio a eterna memoria di un epocale decreto” su sicurezza e immigrazione.

 

Molto si ride di Giuseppe Conte ma, probabilmente, molto Giuseppe Conte se la ride. Si sghignazza quando Maurizio Crozza lo immagina nei panni del cameriere dei suoi vice mentre prepara loro la spremutina e taglia i bordi dei tramezzini, “perché a Luigi piacciono così”. Un florilegio di gag, tutte giocate sull’avvocato pugliese miracolato (e un po’ imbranato) che si perde i fogli del discorso alle Camere, timoroso del suo dante causa Di Maio, sorvegliato a vista dal portavoce Casalino, che non a caso guadagna più di lui. In questa diffusa macchiettistica resta difficile obiettare che nella Costituzione italiana il presidente del Consiglio si chiama così perché ha un ruolo preminente di coordinamento, storicamente condizionato dal peso politico dei singoli ministri. Mentre, in genere, la figura del “Primo Ministro” esercita sull’azione di governo una maggiore propulsione (come in Inghilterra), derivante dalla forza del partito vincitore di cui è il leader. Sottigliezze che basta la gaffe giornaliera a spazzare via: la foto da uomo sandwich di Salvini se la poteva risparmiare. Tuttavia, al Conte avvocato della Magna Grecia dirà certamente qualcosa il Giano Bifronte, figura mitologica che può guardare il futuro e il passato. Ma anche, come dio della porta, sia all’interno che all’esterno. Nel suo caso, come sappiamo molto meglio all’esterno dove riscuote una certa simpatia – da Trump a Macron – forse per la sua aria da bravo italiano in gita (ma se non conti una mazza certi squali non stanno certo a perdere tempo con te).

A osservarlo meglio, poi, quel sorrisetto perennemente stampato, più che l’espressione dello sprovveduto fa venire in mente quella parolina sudista, sicuramente nota in quel di Volturara Appula: babbiare. Perché a prendere in giro il prossimo che lo prende in giro “l’avvocato del popolo” potrebbe ricavarne un certo gusto: egli, comunque, tomo tomo cacchio cacchio (direbbe Totò) a Palazzo Chigi c’è arrivato.

Se è per questo anche alla cattedra universitaria, grazie al convinto sostegno del suo maestro e “coinquilino” Alpa. Sorprende, infine, l’uso impolitico del gratuito dileggio da parte di chi pure nell’arte della politica è maestro. Lontano dagli atteggiamenti, spesso inutilmente aggressivi dei dioscuri, Conte fa valere il proprio limitato ruolo istituzionale con modi cortesi e inclini alla moderazione. Apprezzati al Quirinale dove l’interlocuzione con il presidente del Consiglio sembra funzionare e produrre risultati. A dimostrazione che nelle stanze del potere i voti non sempre sono tutto. Alla luce della solidità della maggioranza gialloverde non si comprende dunque quale interesse abbiano le teste pensanti del centrosinistra a trattare Conte con malcelato disprezzo. A sbattergli in faccia la porta (o fosse anche la porticina) di un possibile dialogo, ci guadagna solo la politica dei bulli.

Dio unisce Adamo ed Eva diversi e complementari come disegno di libertà

“In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il Regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro (Marco 10, 2-16). Alcuni farisei mettono ancora alla prova Gesù, questa volta circa il meraviglioso progetto di Dio colto nell’atto di donare l’esistenza e la vita alla sua creatura più amata: l’uomo e la donna. È lecito a un marito ripudiare la propria moglie? Secondo la Genesi, Dio vede che non era bene che l’uomo fosse solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda (Gen 2,18). In principio è Dio stesso l’aiuto (’ezer) e il sostegno dell’uomo; pur nella differenza sostanziale tra l’umanità creata e la Divinità increata dell’Onnipotente, Dio vive una tenera prossimità a garanzia della sicurezza per l’uomo. Nel porre Eva accanto ad Adamo, Dio fa sì che i due, nella loro alterità, diventino esperienza di profonda comunione, d’indefettibile e feconda relazione, termine d’intangibile uguaglianza. Nessuna differenza nel creato esprime quella diversità complementare che sussiste tra l’uomo e la donna. È proprio questa alterità a diventare materia di alleanza, libera da ogni estrinseco dominio, non soggiogata dalla possessività del sesso, maturazione di un meraviglioso disegno di libertà e di amore a sua volta generatore di vita: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne (2,24). Nonostante l’autorevole Dettato divino, Gesù fa dire ai farisei stessi che Dio contravvenne alla Legge: Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla. Gesù rivela la ragione profonda per cui la Tradizione ha fatto suo questo rilassamento della legge di Dio: per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. La parola del Signore vuole riportare l’uomo prima della legge. Gesù è venuto ad intaccare “la durezza del cuore” che trasgredisce il sogno di Dio e lascia la donna in una condizione di debolezza, di minorità. Non si tratta di rigovernare con nuove norme la vita coniugale, ma di aiutare il cuore dell’uomo e della donna ad assaporare il progetto che Dio aveva al “principio”.

La novità consiste nel contemplare la vita sponsale nell’alleanza del Dio della creazione e della redenzione del Signore Gesù. Come Dio per Sua iniziativa supera l’Alterità e colma la Trascendenza con la gratuità della creazione, così Adamo accogliendo con gioia e ammirazione Eva, sua complementare e interlocutrice, vede spalancarsi il nuovo orizzonte dell’incontro e della comunione. Non è l’uomo a volere la donna: la creatura che gli è posta accanto è il dono di Dio. Da Lui, insieme, ricevono il mistero inesauribile della loro dignità, il destino che custodiscono. Magistrale il cammino proposto dall’Amoris laetitia di Papa Francesco. La seduzione del malizioso Separatore interruppe con sfiducia e sospetto il riconoscimento dell’Onnipotente. Gesù offre la possibilità che l’adulterio non prenda corpo nel cuore e induca a trasgredire il disegno di Dio, abbandonando a se stessi i coniugi più deboli.

*Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche

Aggiudicato. Siamo stati tutti Banksy-zzati

“Solo l’effimero dura”, sosteneva Eugène Ionesco. Così ci ricorderemo nei secoli dell’ultima splendida e incredibile trovata di Banksy, la cui arte, sappiamo, è tutt’altro che effimera, “utile” com’è a far riflettere sui muri: da Londra a Parigi.

Ma questa volta sì, l’opera si è fatta effimera, letteralmente auto-tritatasi nel trita-carte costruito ad arte dal suo autore nello spessore della cornice che la inquadrava. Altro che performance, altro che tela spaccata per protesta sulla testa di Marina Abramovic a Firenze. Lo street artist ha impressionato il mondo intero quando durante una delle consuete e noiosissime battute d’asta di Sotheby’s a Londra, appena venduta la sua più nota opera Girl With Balloon (Bambina con pallocino) per la cifra di 1,1 milioni di euro, ha azionato il meccanismo che la riduceva in brandelli. Ma non è finita. La performance è stata richiamata con la consueta eco su Instagram, dove Banksy ha postato la foto dell’happening in diretta. A commento un bel: “Going, going, gone!”, che richiama le parole del battitore dell’asta. Aggiudicato! Peccato che disintegrato.

È senza dubbio uno degli scherzi più riusciti della storia dell’arte, anche a giudicare dalle espressioni degli astanti ritratte nella foto dell’artista. Questa stessa a sua volta una nuova opera d’arte a cui potremmo dare come titolo: “Spavento di una ‘madame’ in collana di perle”, o “Mr che impreca al telefono fisso”, o ancora “Cinese lievemente divertita al banksypark”. Una cosa è certa, nessuna mostra finora mai aveva provocato tanto sconcerto. Soprattutto se si tiene conto dell’impossibilità che si ripeta. L’opera – considerata la preferita in assoluto dai britannici, anche più di quelle di John Constable y J. M. W. Turner e delle sculture di Antony Gormley – infatti, ora non c’è più. A darne il triste annuncio il direttore della nota casa d’asta, Alex Branczik, che non ha potuto far altro che attestare di “essere appena stato Banksy-zzato”. Al netto delle questioni legali: “Abbiamo parlato con l’acquirente che è rimasto sorpreso dalla vicenda. Stiamo discutendo i prossimi passi”, ha fatto sapere al Financial TimesSotheby’s, possiamo dichiarare che con questo numero di autodistruzione lo street artist più riservato e singolare del secolo abbia non soltanto definitivamente eternizzato la sua opera più famosa e apprezzata, ma certamente abbia anche fatto passare la voglia a chiunque di inquadrarlo, etichettarlo e venderlo. Tutto si può dire, però, eccetto che Banksy non ci avesse avvertito del rischio di “utilizzo” delle sue opere, seppur da lui stesso messe a disposizione di varie cause. Dalle copie che aveva pensato di distribuire agli elettori britannici che testimoniassero di non aver votato per i conservatori alle elezioni del 2017 – idea poi ritirata – alla variante del dipinto diffusa nella campagna del 2014 a favore dei rifugiati siriani. Ma l’aggettivo con cui l’artista su Instagram aveva apostrofato la versione tatuatasi sul polso da Justin Biebier: “Controverso”, doveva mettere tutti dell’avviso che con questa commercializzazione del graffito si stava esagerando. E ora si dica pure che in fin dei conti al compratore resta la tela tritata da Banksy – che quindi varrà anche il doppio se non il triplo della cifra a cui se l’era aggiudicata intonsa qualche minuto prima –, si ritirino fuori gli squarci di Burri, ecc. niente vale di più dell’immagine frustrata postata dall’artista mentre si prende gioco del sistema di compravendita di Arte per eccellenza. Ai fini intenditori l’ultimo giudizio. Anzi, a riguardare meglio la foto su Instagram, diremmo più “L’ultima cena”, con gli apostoli voltati verso l’immagine di Giuda. Eterno.

Io difendo il sindaco Domenico Lucano

Non so se Domenico Lucano abbia imparato da Danilo Dolci o da Marco Pannella che quando una cosa è umana, doverosa e necessaria la fai anche a tuo rischio e pericolo. Ma certo la vita di Lucano è una vita di gesti folli (traduci: riconoscere subito i diritti di chi diritti non ne ha). Come Danilo Dolci, come Pannella. Benché oggi la Repubblica italiana se ne vergogni, Dolci è stato in prigione. E Pannella è stato più volte in punto di morte perché usava la sua arma non violenta del digiuno, per restituire diritti negati, per esempio far diventare umane le condizioni di vita nelle carceri italiane. Lucano sapeva benissimo che stava urtando contro i limiti della legge.

Ma non contro la Costituzione, che ha evidentemente ispirato ogni suo gesto di soccorso ai profughi. Il suo muro da abbattere era una legge detta “Bossi-Fini” (i nomi dicono molto) che anticipa il Paese sovranista in cui stanno trasformando l’Italia. Lucano non si è domandato se devi avere l’autorizzazione della Prefettura per offrire un rifugio e il sostentamento a chi non ha più nulla. Ha anche capito, subito e da solo, contro un mare di indifferenti e di ciechi, che nuovi esseri umani che vengono a popolare un piccolo Paese bello e morente come Riace sono un soccorso che tu ricevi in cambio del soccorso che dai. Domenico Lucano è stato arrestato e confinato ai “domiciliari” perché ha agito a rovescio nel mondo a cui in tanti ci adattiamo come se fosse giusto: ha deciso che se qualcuno ha bisogno di aiuto, lo aiuti e hai fatto finire una pena. Meglio che guardare nel vuoto e chiudere lo sportello. Il sindaco di Riace, improvvisamente arrestato (l’arresto si ordina in caso di pericolo per la comunità) era diventato un simbolo di accoglienza del mondo perché si è preso l’impegno di trattare da esseri umani i fantocci del crudele gioco burocratico previsto dalla Bossi-Fini. Domenico Lucano sarà anche un simbolo di solidarietà nel mondo, ci dicono i giudici ma, fanno sapere, non si può permettere il “fai da te” della solidarietà, così come non si poteva ammettere l’interferenza delle navi che aiutavano i morenti in mare. Se da una parte si incriminano le Ong e si chiudono i porti, dall’altra si possono chiudere i Comuni che accolgono. La legge è legge. Domenico Lucano è già stato sospeso a cura del prefetto dalle sue funzioni di sindaco, come accade nei Comuni di mafia. Direte che, per fortuna, i giudici che hanno di fatto chiuso il Comune sono stati contraddetti da altri giudici. Però la causa sarà lunga, si attorciglierà sui dettagli, farà finire l’accoglienza anche come simbolo, prosciugherà risorse preziose, porrà fine a tutto. In altre parole, la punizione è già scattata, è già in atto. Un sistema di cultura distorta che va dalla persuasione dell’invasione al crimine organizzato di “Medici senza Frontiere”, un sistema fondato su indifferenza, sospetto, diffidenza, ostilità, rigetto (e qualche omicidio, come quello di Macerata) ovvero l’Italia di Maroni (che è stato ministro dell’Interno leghista per due legislature berlusconiane) e Salvini, che è quasi primo ministro della stordita Italia di oggi, fondata sull’indimenticabile evento della nave militare italiana Diciotti bloccata in un porto italiano con ostaggi doloranti (stupro e tortura) a bordo, sta evidentemente vincendo. Fa luce, per capire l’assurdità di ciò che sta accadendo, la storia di altri sindaci, mai intercettati da scrupolosi prefetti, mai fermati, anche solo per un chiarimento, dai giudici. Per primo dobbiamo ricordare il sindaco Gentilini di Treviso. Il suo scherzo preferito era di dire: “Usiamo gli immigrati come selvaggina nella stagione della caccia”. La sua iniziativa preferita è stata abbattere le case in cui immigrati legali, e al lavoro, avevano trovato abitazione.

Si fa avanti il sindaco Lencini, primo cittadino di Adro, un bel paese veneto. Lencini proibisce la mensa scolastica ai bambini immigrati. L’idea è così crudele e prolungata che un imprenditore locale (stesso nome, non parente) si impegna a provvedere alla mensa di tutti i bambini della scuola, tutti, senza odiose differenze. Viene il momento, anch’esso non notato da prefetti e da giudici, in cui il sindaco della ridente cittadina di Coccaglio (Brescia) annuncia l’operazione “Bianco Natale”. I vigili passeranno di casa in casa il giorno di Natale, e cacceranno subito gli extracomunitari che non risulteranno in regola. “Far piazza pulita”, dice il sindaco. Ideatore e incaricato è l’assessore alla Sicurezza Claudio Abiendi, che fa sapere: “Per noi il Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana e della nostra identità”. Scrive Repubblica.it (18.11.2009): “E ora al modello Coccaglio guardano altri Comuni. Molti l’hanno già copiato. L’operazione ha avuto l’appoggio convinto dello stato maggiore del partito. Il ministro Maroni, che è un uomo pratico, dice il sindaco, ci ha dato consigli per attuare il provvedimento evitando ricorsi ai giudici”. Ecco, questa è l’Italia in cui stiamo vivendo. Siamo sulla Diciotti. Siamo in ostaggio.

Adéu, Montserrat Caballé. Imperfetta e ultima Diva

Qualche volta Montserrat Caballé si presentava impreparata. Nell’incisione del Turco in Italia di Rossini diretta da Riccardo Chailly canta in modo supremo la grande Aria, Squallida veste bruna; nel resto quasi legge a prima vista. Mi disse al riguardo il maestro Siciliani, “quando un direttore d’orchestra non ha la preparazione né l’autorità per imporre il rispetto della musica, i cantanti fanno il cazzo che vogliono!”. Ho citato il solo difetto di questa sublime artista. Anche quando il ricordo di chi l’ha vista in scena svanirà, le registrazioni prese durante le recite, e le incisioni – la Caballé ha lavorato con grandissimi direttori: Patanè, de Fabritiis, Prêtre, Mannino, Boncompagni, Gelmetti – restano fra le testimonianze musicali più alte del Novecento.

La Catalogna, patria di Montserrat, ha una profonda cultura musicale. Il Palau de la Música di Barcellona, progettato dal geniale architetto Montaner, meraviglia del Liberty, s’inaugurò con la Grande Messa Solenne di Bach: lo recita orgogliosamente una lapide ai piedi dello scalone. La Caballé ebbe studî musicali approfonditi al Conservatorio della sua città: il legame catalano con la cultura musicale tedesca la portò a fare la comprimaria nella provincia germanica. Ne acquisì una perfetta articolazione del tedesco – come dell’italiano e del francese, e del latino… – che ne ha fatto una delle più grandi Salome di Strauss: il lirismo, il timbro, il “vibrato” della sua voce, unite al superbo dominio musicale, la rendono superiore alle stesse Birgit Nilsson, Leonie Rysanek, Inge Borkh, come mostra l’incisione diretta da un padreterno come Erich Leinsdorf. A teatro era così spiritosa che si trascinava l’ingente mole per interpretare la filiforme necrofila di Oscar Wilde con assoluta disinvoltura. E varrebbe ascoltarla anche in alcuni dei più difficili ruoli di Wagner: non solo Isolda e Brunilde, ma le due parti di Venere ed Elisabetta nel Tannhäuser, che dei capolavori di Wagner è il più arduo per direttore e interpreti.

Era così grande musicista da possedere un repertorio enorme. Contribuì alla rinascita di molte Opere rare: che una Diva le canti rappresenta un avallo presso il pubblico e gli organizzatori, pigri e consuetudinarî. I cantanti, generalmente parlando, sono ignoranti e a-musicali, puntano solo ad accumulare il maggior numero possibile di recite prima che la voce non se ne sia andata. La Caballé apparteneva alla razza di Renata Tebaldi, di Anita Cerquetti, di Maria Callas, di Magda Olivero, di Ilva Ligabue, di Teresa Berganza, di Mariana Nicolesco, di Alfredo Kraus, di Carlo Bergonzi, di Bonaldo Giaiotti, di Nicolai Gedda, Francisco Araiza, di Ugo Benelli: grandi musicisti dotati di somma tecnica, di cultura musicale, di amore per la musica e di curiosità. Dove ne trovate un’altra che studia e interpreta straordinariamente Les Danaïdes di Salieri e il Démophoon di Cherubini, che sono i capolavori della Tragédie Lyrique della seconda metà del Settecento? Dove ne trovate un’altra che passa dalla Tosca e dalla Liù – suprema – di Puccini alla Dido and Aeneas di Purcell, al Giulio Cesare di Händel, ai Mottetti di Vivaldi, all’Armide di Gluck? Una ch’è del pari autorevole e affascinante in Mozart, in Massenet – che i cretini giudicano un compositore di seconda categoria – in Bellini e Verdi?

Ella possedeva fiati lunghi e un fraseggio che naturalmente asseconda la frase musicale; il suo “appoggio”, il suo timbro, la qualità del “legato”: ciò faceva meravigliosa la sua interpretazione. Ecco perché non si deve confinare Montserrat nella equivoca categoria del “Bel Canto”: inventata dagli appassionati del virtuosismo fine a se stesso. Le fiorettature vocali sono presenti presso tutti i grandi autori classici: ma sono sempre concepite secondo un piano drammatico, espressivo, persino costruttivo in senso musicale. Oggi questo viene percepito poco e male. Infatti la protagonista della Traviata passa per un soprano leggero, mentre è un soprano drammatico di coloratura, un ruolo addirittura eroico – col quale Verdi sfida tutta l’ipocrisia borghese del tempo suo. Si deve ascoltare Violetta impersonata da lei, e dalle grandi colleghe che sopra ho citate, per cogliere ciò: le Traviate oggi in circolazione fanno ridere – e piangere.

Rossini e Donizetti. La rinascenza di questi Maestri incominciò prima della guerra; e si è attuata dagli anni Sessanta in poi; i cretini, all’americana, la chiamano Rossini-renaissance e Donizetti-renaissance, con ciò rendendola odiosa. La Caballé ha un merito fondamentale in questo indispensabile movimento di cultura storica. Quale fu la rivelazione de La donna del lago cantata da lei! Dell’Ermione! Della Semiramide! E dell’Elisabetta nel Devereux di Donizetti, della Bolena e Stuarda dello stesso Autore!

La Germania, la Francia, e il suo Paese, le debbono molto. Ma noi, più di tutti. Si è consacrata non al “Bel Canto”: alla civiltà italiana per decennî, fedelmente, inalterabilmente. Vale ancora, questo, in Italia?

Roma, bus turistico travolge e uccide un viceprefetto

C’era anche un moderno sistema di riconoscimento pedoni a bordo del pullman turistico che ieri mattina ha investito e ucciso Giorgio De Francesco, 54enne viceprefetto in servizio al Viminale a Roma. Il congegno, forse anche a causa della pioggia, potrebbe non aver funzionato a dovere. L’uomo è stato travolto in prossimità delle strisce pedonali in via Cavour, nel cuore della Capitale, mentre attraversava la strada insieme alla moglie, rimasta invece illesa. Al momento dell’impatto, il 58enne conducente del veicolo, negativo per alcol e droga, aveva da poco imbarcato una comitiva di circa 30 turisti stranieri dall’Hotel Palatino e stava ripartendo in direzione Colosseo. Secondo la ricostruzione, il sensore per il riconoscimento dei pedoni potrebbe aver segnalato con leggero ritardo la presenza della coppia ed è possibile che la frenata sia stata complicata dall’asfalto bagnato. L’incidente riapre la polemica politica sui pullman turistici, business milionario storicamente sgradito ai romani. La giunta di Virginia Raggi si è schierata dall’inizio a favore della loro riduzione progressiva ma il nuovo regolamento – votato nel maggio scorso – entrerà in vigore il 1 gennaio 2019.

I “mattoni del mondo” per 200 capi di Stato

Se la poesia, come sosteneva Italo Calvino, consiste nel far entrare il mare in un bicchiere, allora far entrare il mondo in un mattone, cos’è?

Lo scopriremo oggi quando da Feltre (Belluno) partiranno 200 “valigette diplomatiche” destinate ai 200 capi di Stato del mondo. All’interno, solo un mattone e una lettera.

Il mittente è la Comunità “Villa di san Francesco”, che da più di 40 anni accoglie ragazzi, anche piccolissimi, ai quali la vita ha sorriso poco o niente: figli di tossicodipendenti, di alcolisti, affidati dal tribunale, con problemi mentali o comportamentali, immigrati o semplicemente soli al mondo, e allora si fermano per sempre, parte di questa famiglia allargata, a tutti, nessuno escluso, senza guardare a passaporti o curriculum. Nell’ottica della parabola evangelica, “Villa San Francesco” è la locanda dove il Buon Samaritano accompagna il ferito. Lì si cura, ci si prende cura e poi si torna alla vita, come meglio si può.

L’anima e la mente di tutto è Aldo Bertelle, laico, cattolico, educatore, indefinibile su due piedi, visionario buono e buon visionario, capacità rara di andare dritto al cuore. La comunità è anche officina, laboratori, casa famiglia, e un museo straordinario, “dei sogni, delle acque, delle terre e dei sassi”. Chi capita da quelle parti, provi a fermarsi mezza giornata, costo zero.

“Parleranno le pietre”, dice il Vangelo. Aldo l’ha preso alla lettera, chiedendo in giro (e poi raccogliendo) un “segno”, un sasso che raccontasse la Storia attraverso una storia. Impossibile citarli tutti: un pezzo di guardrail storto di Capaci, una screziata mattonella celeste della piscina di Barbiana, una tegola arroventata di Hiroshima (unico dono fatto a un privato, l’altra è stata spedita all’Onu), un frammento dipinto del muro di Berlino, un sasso della casa di Rabin, una pietra dell’abitazione di Arafat, il carbone di Marcinelle, i sampietrini dove finirono i bossoli sparati da Al Agca, un vagone piombato che finì la sua corsa ad Auschwitz. E un piattino, con sopra polvere e detriti, anonimi se non fosse per quella lettera che li accompagna, dell’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani: “È la richiesta più strana e singolare che abbia ricevuto. La vostra idea mi ha colpito da subito ma non posso esaudire il vostro desiderio, perché anche le macerie appartengono per legge ai parenti delle vittime delle Torri Gemelle”. Ha provveduto, poi, un vigile del fuoco newyorchese, di nascosto, a futura memoria.

Ma il reliquiario laico non bastava, ad Aldo e ai suoi ragazzi. Anni fa ebbero un’altra grandiosa idea. I Paesi nel mondo sono 200, hanno iniziato scrivere ai 200 Capi di Stato chiedendo in dono un sacchetto della loro terra, anche da riporto, senza valore. C’è chi ha aderito subito e man mano che i sacchetti arrivavano, venivano svuotati in una grossa boccia di vetro, un metaforico Globo trasparente al centro del Museo dei sassi e dei sogni. Altri Paesi non hanno risposto, o non capendo il fine o non gradendo che la “loro” terra venisse a contatto con quella dei “vicini”.

Israeliani e palestinesi, indiani e pachistani, iraniani e iracheni e via via, per le centinaia di conflitti esistenti – ieri, come oggi, come domani – nel mondo. Quando il canale ufficiale s’ostruiva, Aldo risolveva chiedendo ad amici, turisti e missionari, di rimediare loro. Alla fine la Terra si è riempita di terra. Non restava altro che cuocere 200 mattoni, con le terre ormai impastate.

La lettera, ma con parole più ordinate e diplomatiche, dice più o meno così: “Ecco il mattone del mondo, fatto con la terra di tutti i Paesi. Voi stessi non sapreste distinguere e riconoscere la Vostra da quella dei vostri vicini o nemici. Eppure per quella terra magari siete pronti a combattere una guerra, a costruirci muri, a difenderla con filo spinato, a bagnarla di sangue innocente. Ma il mondo è uno e di tutti, iniziamo a costruire la civiltà dell’amore, l’unica che conta davvero”.

Oggi ci saranno 5 ambasciatori in rappresentanza dei cinque continenti (l’Onu, in provincia di Belluno…). Al momento della spedizione, in contemporanea in 80 luoghi del pianeta (Hiroshima compresa), un concerto accompagnerà l’inizio del viaggio. Il presidente della Repubblica, Sergio Matterella, primo degli invitati, ha fatto sapere che non potrà partecipare per impegni vari. Peccato, in vari sensi.

Aldo Bertelle non demorde: “Diceva don Tonino Bello: preferite sempre il potere dei segni ai segni del potere”.

Autostrade Spa voleva abbattere il ponte Morandi

Nel 2001 Autostrade Spa prese contatti con una società leader del settore per studiare l’ipotesi di demolire il Morandi. È emerso dall’inchiesta della Procura genovese. Ora i pm devono compiere un ulteriore passo: capire perché il concessionario avrebbe studiato l’ipotesi. Se cioè fosse una questione di costi, visto che la manutenzione del Morandi era molto onerosa. O se, invece, ci fossero timori legati alla sicurezza.

Una cosa è certa: il Morandi, costruito tra il 1963 e il 1967, all’inizio degli anni 90 – quando Autostrade era ancora in mano pubblica – mostrò segnali allarmanti. A preoccupare era la pila 11 su cui si intervenne nel 1993. Già all’epoca emerse che chiudere il ponte era complicatissimo per il traffico di Genova. L’ingegner Gabriele Camomilla, all’epoca responsabile della ricerca e della manutenzione di Autostrade, ha raccontato al Fatto: “Facevamo ispezioni accuratissime. Durante uno di questi controlli scoprimmo che sull’ultima porzione di uno strallo, in cima alla struttura del numero 11, il cemento aveva lasciato scoperta una porzione d’acciaio”. Si era prodotta una variazione della tensione del 30%. “In pochi giorni avviammo l’intervento. Gli altri piloni all’epoca erano perfettamente integri”, ha ricostruito Camomilla.

Che cosa accade in seguito e perché, secondo quanto risulta agli inquirenti, Autostrade nel 2001 si sarebbe interessata per demolire il ponte? Una questione di costi o c’è altro? L’idea, a quanto risulta, sarebbe stata studiata soprattutto da un punto di vista gestionale; gli uffici tecnici dell’epoca sostengono di non essere stati a conoscenza dell’ipotesi.

Insieme ai sopralluoghi l’inchiesta si sta muovendo anche per ricostruire la storia della struttura.

Intanto a Genova, dopo la nomina a commissario di Marco Bucci, continua il dibattito sui tempi necessari per la ricostruzione. Questione vitale per la città. Il sindaco-commissario ha preso un impegno: “Sarà fatto un lavoro di qualità nel minor tempo possibile; 12, 15, 16 mesi”. Una previsione che pare contrastare con la road map di Claudio Andrea Gemme, indicato come candidato commissario: “I lavori di ricostruzione difficilmente potranno cominciare prima di gennaio-febbraio. E per non illudere nessuno bisogna pensare a una durata superiore a un anno”.

Insomma, sarebbe difficile pensare a meno di diciotto mesi da oggi. Forse venti. Si arriva quasi all’estate 2020, secondo l’ipotesi di Gemme. Che pare non sia stata gradita da chi, forse a Roma, ha fatto promesse più ottimistiche. Questo sarebbe stato uno dei nodi che hanno portato al ‘siluramento’ di Gemme.

Ma c’è chi, come Camomilla, fa previsioni ancora più pessimistiche: “Due mesi dopo la tragedia non hanno ancora demolito la parte rimasta del pilone 9. Figuratevi quanto tempo ci vorrà per abbattere gli interi piloni 10 e 11”. Da qui è partita una raccolta di firme – finora sono 1.500 – che Camomilla ha lanciato su Internet per recuperare il Morandi senza costruire un ponte nuovo: “Eseguendo sugli altri piloni i lavori già compiuti sul pilone 11, la struttura sarebbe sicura, mentre tempi e costi sarebbero decisamente inferiori”.