Un fiume arancione di manifestanti vestiti con il colore dei giubbotti di salvataggio in mare è stata la risposta alla chiamata in piazza della ong Sos Mediterranée. “Date una nuova bandiera per far tornare a navigare la nave Aquarius”: 67 città europee, tra cui l’italiana Palermo – dove è sceso in piazza anche il sindaco Leoluca Orlando – hanno rivolto questo appello ai governi europei. In una petizione chiamata “Salviamo l’Aquarius e il salvataggio in mare”, lanciata 5 giorni fa, l’ong ha esortato gli Stati in Europa “a prendere tutte le misure necessarie a permettere all’Aquarius di ripartire al più presto facendo pressione su Panama, offrendo una bandiera europea o facendo in modo che la nave possa ottenere quella di un altro Paese”, ha dichiarato Caroline Gaset, esponente del cda di Sos. L’Aquarius era impegnata fino a pochi giorni fa nel soccorso di migranti nelle acque al largo della Libia e ora è bloccata nel porto di Marsiglia dove è approdata per uno scalo tecnico. Le autorità di Panama hanno deciso il 23 settembre di toglierle la bandiera. A Marsiglia si sono radunate nel Vieux Port circa 30.000 persone. Centinaia hanno presidiato le piazze di Parigi, Bruxelles, Madrid, Berlino, Tolosa.
Il direttore d’orchestra è a processo. Ma il Comune-parte civile lo finanzia
Parte civile per un possibile “danno di immagine” ma finanziatore dei suoi concerti. Non è un paradosso ma quello che sta accadendo al Comune di Firenze che si costituirà parte civile al processo contro Giuseppe Lanzetta, il fondatore e attuale direttore della Orchestra da Camera Fiorentina, e allo stesso tempo continua a finanziarne i concerti.
A Firenze Lanzetta lo conoscono tutti: è il direttore/star del “concertone” di Capodanno in Piazza della Signoria e dal 1981 direttore del- l’Orchestra fiorentina con cui negli ultimi trent’anni ha collezionato 980 concerti (di cui 350 in Italia) e 15 tournée internazionali. A gennaio scorso, però, l’auto di Lanzetta viene colta in fallo dalla polizia municipale di Firenze: è parcheggiata in piazza del Duomo con un contrassegno per disabili che gli agenti ritengono falso. Scatta la denuncia della polizia (e quindi del Comune), l’avvocato di Lanzetta dice a Repubblica Firenze che il suo assistito “ha tutti i permessi validi solo che quel giorno in auto aveva una fotocopia” ma lo scorso 15 maggio la Procura di Firenze ha disposto la citazione a giudizio del direttore d’orchestra con l’accusa di falsità materiale e ideologica e contraffazione di timbro.
La prima udienza è fissata per il primo marzo 2019 e così giovedì scorso dall’ufficio “Infrastrutture e Mobilità” di Palazzo Vecchio è partita in automatico la richiesta di costituzione di parte civile “al fine di ottenere il risarcimento del danno subito dall’Ente nella misura che sarà quantificata in esito alla causa” e “ritenuto che la gravità dei fatti abbia leso l’immagine del Comune di Firenze”. Paradosso dei paradossi, il Comune che tramite la polizia ha denunciato Lanzetta, ogni anno finanzia gli eventi della sua Associazione e lo ha fatto anche in seguito alla denuncia: nel 2017 la “Direzione Cultura” ha erogato all’ente 74mila euro per l’Estate fiorentina, i contributi triennali e il concertone di Capodanno mentre per quest’anno la stessa commissione ha deciso di assegnare, con una determina del 9 maggio scorso (precedente al rinvio a giudizio ma successiva alla denuncia), 11.500 euro all’Orchestra per l’iniziativa “Musica sotto le Stelle 2018”. Il bando sui contributi del prossimo triennio e sul prossimo Capodanno, invece, non è ancora stato pubblicato ma dal Comune fanno sapere che il rinvio a giudizio non influirà sull’assegnazione dei fondi all’Orchestra fiorentina perché sono due questioni indipendenti.
La doppia veste di parte civile e finanziatore però fa gridare allo scandalo le opposizioni: “Il Comune ha fatto bene a costituirsi parte civile contro Lanzetta perché il suo è un nome legato alle attività del Comune di Firenze – dice al Fatto il consigliere di opposizione Tommaso Grassi di ‘Firenze riparte a Sinistra’ –. Allo stesso tempo però lui è ancora presidente dell’Associazione e per noi devono essere sospesi e revocati i finanziamenti pubblici per una questione di tutela della stessa orchestra: anzi Lanzetta dovrebbe proprio dimettersi per garantire il regolare sviluppo dell’Associazione culturale”.
Riace, migliaia in piazza. Lucano: “Non mi pento”
Affacciato alla finestra col pugno chiuso. Fuori almeno 5 mila persone a cantare “Bella ciao”. Italiani e africani. “Siamo tutti clandestini. Mimmo Lucano libero”. Un fiume colorato ha invaso le strade di Riace, travolta dall’inchiesta “Xenia” che martedì scorso ha portato agli arresti del sindaco Lucano, accusato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina. La Procura di Locri lo voleva in carcere per truffa ai danni dello Stato nella gestione dei fondi per l’accoglienza, ma il gip ha rigettato gran parte delle accuse. Restano i domiciliari per il sindaco “visionario” che ieri pomeriggio ha visto la sua Riace trasformata nella capitale dell’accoglienza. In pullman, in auto, con il treno. Da ogni parte d’Italia, in migliaia si sono organizzati per stare sotto la sua finestra, vederlo per pochi minuti e fargli capire che non è solo. Lui si è affacciato, commosso e ha sollevato il pugno sinistro. C’è chi ha sostenuto anche 12 ore di viaggio per manifestare solidarietà a Mimmo “’u Curdu”. E lui se può apre la porta: “Non mi pento di quello che ho fatto – ha detto ieri al Fatto – . Con il mio arresto vogliono far passare il messaggio che tutti sono uguali. Non è così. Quando revocheranno i domiciliari, tornerò a fare il sindaco”.
“L’umanità non è reato”. Lo striscione in testa al corteo è quello dei migranti che senza di lui sarebbero stati abbandonati al loro destino. “Non si processa l’accoglienza – dice uno di loro con il megafono in mano – Oggi queste persone a Riace sono state contaminate dalla ‘malattia Lucano’”. Il ragazzo parla di chi ha dedicato la propria vita agli altri. Ed è stato arrestato. “Gandhi ha conosciuto il carcere così come Nelson Mandela e Martin Luter King. Adesso Mimmo è diventato un eroe come quelli. Per noi è un angelo”. “(S)Bronzi di Lucano”. “Buonisti un cazzo”. “Coriacei sempre”, si legge sui cartelloni. “Mimmo orgoglio calabrese, curdo, siriano, palestinese”.
Per gli organizzatori, quella di ieri è stata “la marcia di tutti quei disobbedienti civili che immaginano un futuro diverso da questo governo. Per Lucano, per Becky Moses, immigrata nigeriana morta nell’incendio della baraccopoli di San Ferdinando, per Sacko Soumaila, migrante maliano ucciso a colpi di fucile nel vibonese lo scorso giugno, per tutti coloro che si vedranno respinti dal Decreto Salvini. È la marcia per la solidarietà che non può essere reato”.
Sotto la finestra di Lucano c’erano anche Adriano Sofri e il sindacalista dell’Usb Aboubakar Soumahoro. Per quest’ultimo, “abbiamo bisogno di un mondo di modelli Riace. Quando abbiamo leggi che non tengono conto di questa dimensione vuol dire che qualcuno non opera all’interno della Costituzione”. Trentacinque euro ai rifugiati? “Balle, bugie – si sfoga il sindacalista – Mimmo ha dimostrato che si può accogliere con meno soldi, dando dignità ai profughi, agli operatori e trasformando un territorio saccheggiato da una cattiva politica responsabile di una Calabria dove fuggono i dannati della terra”. Poco distante anche l’assessore comunale di Napoli Enrico Panini, presente in rappresentanza del sindaco Luigi de Magistris. Pure lui a Riace “contro la politica xenofoba di Salvini. Giù le mani da Mimmo”.
Roberto Lucano è il padre di Mimmo. Ha una novantina d’anni e gli occhi lucidi nel vedere quante persone sono al fianco di suo figlio. Non ce la fa a non affacciarsi per rendersi conto. Fa fatica a parlare e a vedere. Ma si sporge lo stesso per dare uno sguardo fuori dalla sua finestra: “Mamma mia quanti siete. Grazie. Speriamo che il vostro sacrificio possa essere ripagato con la libertà di mio figlio”. Sotto casa c’è anche l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini. “Ho visto sviluppare questo progetto visionario di Mimmo Lucano che voleva che il suo borgo rimanesse vivo e non si voleva arrendere allo spopolamento – dice – Ed è riuscito a farlo”. La Boldrini non ha dubbi: “Riace deve continuare anche in un tempo in cui, invece, la cifra comunicativa di molti politici è basata sull’odio e la contrapposizione”
La replica di Salvini è arrivata a stretto giro: “Quando scoppiò il caso Diciotti – ha dichiarato – l’Anm difese il pm tuonando ‘basta interferenze’, mentre Mattarella ricordò che ‘nessuno è al di sopra della legge’. Ora diranno le stesse cose?”. La Boldrini gli ha risposto ancora: “Il ministro Salvini dovrebbe sapere che c’è la presunzione di innocenza. Lui che è indagato per sequestro di persona aggravato, non dovrebbe gioire tanto per quest’arresto. Dovrebbe darsi un po’ più da fare e gioire per l’arresto di qualche capo di ’ndrina. Mimmo Lucano è agli arresti domiciliari. Mi sembra un po’ poca cosa”.
Borghi (Pd) su Cariplo: “Salvini vuole mettere le mani sui risparmi”
“La Lega vuole attaccare i risparmi degli italiani attraverso Cariplo? Le notizie di questi giorni sembrano far emergere proprio quello che da tempo avevamo paventato”. Enrico Borghi, deputato e membro della presidenza del gruppo del Partito democratico, riprende (senza citare la fonte) la notizia svelata dal Fatto sulle manovre leghiste attorno al rinnovo delle ex province e degli effetti che questo potrebbe avere su Fondazione Cariplo: “Il partito di Salvini vuole determinare i nuovi assetti della Fondazione Cariplo, anticipando il rinnovo delle elezioni provinciali. È un fatto preoccupante: dalla Fondazione Cariplo si accede alla Cdp, che i leghisti insieme ai grillini vogliono trasformare nell’arca dell’alleanza di ogni salvataggio industriale, da Alitalia in giù. Da Fondazione Cariplo si entra da azionisti nella prima banca italiana, Intesa San Paolo, che finanzia partite decisive (tra cui, ad esempio, la scalata di Cairo al Corriere della Sera). Da Fondazione Cariplo si determinano gli assetti dell’Acri, il ‘sindacato’ delle fondazioni bancarie”. “Vigileremo con grande attenzione – conclude Borghi – per evitare che questo assalto alla diligenza della Lega si trasformi in un attacco ai risparmi degli Italiani”.
“I milioni ci sono, ma non si riesce a spenderli”
Quando venimmo qui, due anni fa, a pochi giorni dal terremoto, l’immagine che ci restò impressa fu quella degli studenti dell’Università, lo sguardo perso nelle macerie, chiusi nei loro cappotti che se ne andavano via trascinando i trolley. Oggi a Camerino le lezioni sono riprese, gli iscritti sono aumentati, seppure gli studenti vivano non più nelle case del centro storico, ancora “zona rossa”, 248 mila metri quadrati dove su 900 abitazioni solo 38 sono agibili, ma nei container e assistano alle lezioni in strutture prefabbricate. Camerino, con i suoi 7 mila abitanti, prima del sisma, è il centro storico piu grande del cratere e con la sua storia, per dimensioni, è uno dei più importanti al mondo. Se Camerino non torna alla vita, muore tutta la comunità montana: l’ospedale, l’Università, che soprattutto per le sue facoltà scientifiche è frequentata da ragazzi di ogni parte del mondo.
“Siamo in rianimazione”, ci dice il sindaco Gianluca Pasqui, “o si passa al reparto per tornare a casa o alla camera mortuaria”. Sembra incredibile ma soldi per la ricostruzione sono arrivati. “Abbiamo ricevuto 9 milioni di euro per il Palazzo Comunale e il Teatro Marchetti, un milione e 800 mila per le opere cimiteriali, 257 mila per la biblioteca, oltre un milione per il Tempio dell’Annunziata, altri per le case popolari, per le scuole delle frazioni, per una strada di collegamento con l’ospedale”, spiega il sindaco. Ma il Comune, divenuto stazione unica appaltante, deve provvedere a fare i bandi, ed è impossibile senza una struttura idonea e risorse umane. “Bisogna snellire urgentemente le normative, ridurre la burocrazia”.
La speranza ora è riposta nel neocommissario straordinario, Piero Farabollini, 58 anni di Treia (Macerata), geologo, docente all’Università di Camerino che ha collaborato attivamente alla ricostruzione del post terremoto del ’97 e che martedì prossimo con il ministro Luigi Di Maio, sarà ad Accumoli, il paese in provincia di Rieti raso al suolo. “È persona competente che conosce bene il territorio, spero che il governo gli metterà a disposizione le risorse necessarie”, è l’opinione del sindaco. “Ho scritto ai parlamentari del M5S del territorio, al ministro dell’Istruzione per chiedere di essere ricevuto per impedire che venisse soppressa una classe: nessuna risposta. Le scuole sono una priorità per far tornare le famiglie, circa un migliaio le persone ancora sulla costa e 91 quelle che hanno trovato una sistemazione nelle frazioni” Finora le problematiche dei 138 Comuni del cratere sono state accorpate mentre ognuna è diversa dall’altra”.
In attesa che all’architetto Mario Cucinella venga commissionato l’ampliamento del progetto per disegnare la Camerino del futuro, la città soffre e teme che a fine anno venga abolito il Cas (contributo autonoma sistemazione) che permette a molte famiglie, in attesa che le loro case vengano ristrutturate, di pagare l’affitto di altre abitazioni. “Sarebbe una tragedia per tanta povera gente”, conclude il sindaco.
Trema la Sicilia, crollano cornicioni
Quattro scosse di terremoto nel Catanese nella notte tra venerdì e sabato. L’Ingv ha stimato una magnitudo superiore a 4.6 con epicentro a Santa Maria di Licodia, alle pendici sud-ovest dell’Etna. I danni sono stati contenuti e limitati a vecchie strutture. Nella foto Ansa la chiesa di Santa Maria dell’Idria a Biancavilla (Catania)
Soldi pubblici e sms: ricostruzione frenata da errori e burocrazia
Ci sono i soldi degli sms solidali, i fondi stanziati dallo Stato e migliaia di cittadini a cui restituire la propria abitazione. A oltre due anni dal primo sciame sismico che la notte del 24 agosto 2016 ha devastato il centro Italia, facendo trecento morti tra Amatrice, Accumoli (Lazio) e Arquata del Tronto (Marche), quasi nulla è stato ricostruito e restano da realizzare centinaia di milioni di euro di interventi bloccati dalla burocrazia, da accertamenti tecnici ed errori politici. Lavoro di cui ora si farà carico il nuovo commissario straordinario per la ricostruzione Piero Farabollini.
Ci sono le Sae, le soluzioni abitative d’emergenza, ovvero le casette fornite dalla Protezione civile agli sfollati: delle 3.617 ordinate dopo la tragedia ne sono state consegnate 3615, mentre un altro centinaio soddisferà le richieste arrivate in una finestra successiva. Naturalmente però ci sono anche centinaia di persone ancora negli hotel sulla costa marchigiana o comunque lontane da casa.
Per il resto, siamo indietro. In oltre due anni, per esempio, non è stato speso quasi nulla dei soldi raccolti con le donazioni via sms o tramite conto corrente dedicato. Sul sito della Protezione civile si legge che solo l’11 giugno scorso “oltre 34 milioni di donazioni raccolti sono confluiti nella contabilità speciale del Commissario straordinario per la ricostruzione, dopo l’approvazione del Comitato dei Garanti nell’ultima riunione”. Lo stesso comitato, che decide su quali progetti investire, era stato costituito nell’aprile del 2017, dunque otto mesi dopo il primo sciame sismico, e aveva poi concordato i progetti con le Regioni interessate.
Ma dei 17 progetti approvati è stata realizzata soltanto la scuola di Pieve Torina (Macerata), per la quale la Regione Marche ha peraltro dovuto anticipare i soldi, non potendo aspettare i tempi della burocrazia. Su tutti gli altri interventi – dalle scuole a Montalto Marche (Ascoli Piceno) e a Poggio Bustone (Rieti) alla la strada statale ex 238 e alle ricostruzioni nel centro storico di Norcia – siamo per lo più in fase di assegnazione dei lavori. Nulla è immediato perché ci sono alcuni passaggi obbligati, come quelli con l’Autorità Anticorruzione che vaglia i potenziali costruttori. Senza dimenticare le polemiche sulle scelte del comitato: per oltre un anno, nonostante una prima presentazione della lista dei progetti, i tecnici hanno continuato a incontrare le associazioni del territorio, imbufalite per l’assegnazione di 3 milioni al recupero delle grotte sudatorie di Acquasanta Terme (Ascoli P.) e per i fondi destinati alla scuola di Collevecchio (Rieti), situata fuori dal cratere sismico.
Discorso a parte vale per Amatrice, che con l’ex sindaco Sergio Pirozzi aveva attivato un conto corrente separato per le donazioni gestite direttamente dal Comune: “Sono arrivati circa 8 milioni di euro – ricorda Pirozzi – di cui un paio li abbiamo girati al Commissario per la ricostruzione. Gli altri, per fortuna, abbiamo potuto utilizzarli subito, altrimenti a quest’ora saremmo in ginocchio”.
Farabollini avrà poteri anche sui soldi dello Stato. Tra decreti e leggi di bilancio, sono stati stanziati circa 9 miliardi per i prossimi trent’anni, in gran parte concentrati nel periodo fino al 2022. I cantieri privati già chiusi sono poco più di 400 su un totale di quasi 6 mila pratiche per le abitazioni presentate. Con i circa 500 milioni di euro erogati si tenterà ora di portare avanti i 2 mila cantieri aperti, mentre nel frattempo lo Stato ha impegnato oltre 2 miliardi per la ricostruzione di opere pubbliche – caserme, palazzi municipali, chiese – già individuate di intesa tra i precedenti commissari straordinari (Farabollini è succeduto a Vasco Errani e Paola De Micheli) con i presidenti delle Regioni .
Anche qui la strada è lunga e non solo per colpa della burocrazia. Prima di costruire è necessario demolire in sicurezza gli edifici inagibili o che, coi nuovi smottamenti, potrebbero crollare. A questo si aggiunge lo smaltimento delle 800 mila tonnellate di macerie, per metà ancora presenti su quel che rimane dei Comuni colpiti. Per portarle via servono scartoffie e tempi lunghi, come spesso denunciato dalla Protezione civile, perché il capo dipartimento Angelo Borrelli deve ogni volta derogare al codice degli appalti per consentire i lavori in emergenza.
Il filosofo col pedigree di sinistra che (forse) non sarà mai leader
Le premesse erano quelle giuste, se non fosse per la filosofia. Giovane (31 anni), un pedigree politico di famiglia e tutto di sinistra (il nonno, Gianni, ex deputato ed ex segretario regionale del Pci; il padre, Gino, dirigente della Cgil), un’esperienza politico-amministrativa personale già ragguardevole nonostante la giovane età e in quel Piemonte 2 dove non è mai stato facile essere del Pd, lontano dalla Torino dei Fassino e dei Chiamparino (è segretario provinciale del partito e consigliere comunale a Biella).
Poi, le sue battaglie per i diritti, anche in nome di una omosessualità che, però, non ha mai né sbandierato né usato per fare politica: “È solo un pezzo, uno dei tanti, del mio impegno. Ma non è la mia unica cifra: essere gay non è mai stato un problema, nel Pd come nel mio impegno amministrativo. Neppure su quei temi, ho mai fatto battaglie personalizzate”. Infine, la militanza a sinistra nella componente guidata da Andrea Orlando e una preparazione culturale che gli viene da una laurea e da un dottorato in Filosofia.
Ed è proprio questo problema, quello della possibile carriera accademica, che da qualche settimana sembra però escludere Paolo Furia dalla corsa per la segreteria regionale dei democratici piemontesi (in quota alla sinistra del partito). Fermandolo sulla strada (ancora in piedi sino ad agosto) che avrebbe dovuto comunque incoronarlo come il vero “emergente” del Pd subalpino, un ruolo che anche gli avversari (persino i renziani piemontesi più faziosi) gli riconoscono.
Nella consapevolezza che coniugare impegni universitari e dirigenza politica sarebbe pressoché impossibile, persino nell’era dei social e di Internet che, da segretario provinciale, gli avevano consentito di fare riunioni di partito da Parigi (dove si trovava per fare ricerca) usando Skype e i gruppi di WhatsApp.
E con la delusione di chi, soprattutto a Torino, pensava di contrapporre il giovane ricercatore biellese ai “giovani vecchi” schierati con Matteo Renzi. Soprattutto tra i seguaci di Orlando e Cuperlo, costretti a consolarsi riascoltando Furia, su Youtube, parlare degli errori chi “ha praticato politiche di bilancio che hanno ridotto il welfare, senza far ripartire la crescita economica e creando solo disagio sociale”.
Una questione privata. La (piccola) ditta Laus-Gallo
Quel che resta del Pd piemontese presto potrebbe diventare una ditta. Divisa a metà, per quanto riguarda le quote di controllo, fra un “cacicco” emerso da una cooperativa che ormai la fa da padrona nelle biglietterie e per le pulizie dei musei pubblici di mezza Italia, e una sorta di “bottega” familiare che spunta fuori dalla storia della corrente calabrese del Psi subalpino degli anni 80 del secolo scorso.
Una ditta che non c’entra nulla con la “D” maiuscola di quella cara a Bersani e che ora è nelle mani – benedette da un incauto Piero Fassino – di Mauro Laus, ex presidente del Consiglio Regionale e oggi senatore, già presidente della Cooperativa Consorzio Rear (a lui, nel 2011, garantiva un reddito di quasi 340 mila euro) balzata in meno di 25 anni ai vertici di chi si occupa in Italia di gestire i servizi di mostre e musei; e di Raffaele Gallo, dirigente della Gtt, l’azienda dei trasporti torinesi, consigliere regionale e fratello di Stefano, ex assessore nella giunta Fassino poi travolta da Chiara Appendino. Ma, soprattutto, figlio di Salvatore Gallo, detto Sasà: negli anni dell’Italia da bere, ras socialista all’ombra del politico e manager calabrese Franco Froio, l’uomo di Giacomo Mancini che, tra Piemonte e Valle d’Aosta, guidò la siderurgia della Cogne e poi l’autostrada del Frejus.
Bruciato nelle sue velleità politiche da vicende di sanità pubblica, Sasà Gallo si è insediato prima nella direzione generale della Sitaf, che gestisce il Frejus, e poi alla presidenza di una controllata, ma continuando a svolgere il suo vero mestiere: quello del signore delle tessere. Conquistando, all’ombra di Fassino e del suo fido “Sancho Panza” Giancarlo Quagliotti (considerato, con papà Gallo, uno dei capi della “corrente autostradale” del Pd piemontese), circoli, liste, scranni in Comune e in Regione.
Adesso, nel dissesto di consensi e di finanziamenti, il vecchio ras prepara la sua piccola rivincita: fare del figlio Raffaele il segretario regionale, avendo come principale alleato proprio Laus. Il neosenatore (anche lui con origini nel Psi, quando arrivò a Torino dalla Basilicata), da anni dichiara a tutti di aver lasciato le cariche nella cooperativa e si offende se qualcuno ricorda, a lui e al Pd, che nel 2012 il regista Ken Loach rifiutò di ritirare il Gran Premio del Torino Film Festival, accusando la “sua” Rear di sfruttare le maschere delle sale di proiezione.
Dicono che Laus abbia molti soldi da spendere ancora per campagne elettorali interne ed esterne al partito, grandi appoggi mediatici e che sia in grado, partendo anche dalla base dei dipendenti della cooperativa, di mobilitare almeno 5-6 mila voti. Gli stessi, se non di più, attribuiti a quella che i democratici più critici chiamano la “Gallo S.p.a”, giudicandola una sorta di impresa politica di famiglia che, ora, si attende da Laus la restituzione di un favore non da poco, in vista della scelta del segretario regionale: l’appoggio offerto per l’elezione, come segretario metropolitano, di Mimmo Carretta, guarda caso un dipendente di Rear.
Nel frattempo, mentre a Torino continua a dipingersi come un fassiniano di ferro, a Roma il neosenatore partecipa da tempo alle cene dei renziani piemontesi. Qualcosa si inizierà a capire il 15 ottobre, quando la direzione piemontese dovrà decidere se rinviare il congresso regionale per farlo coincidere con quello nazionale.
E gli altri? Come le stelle di Cronin, per il momento sembrano stare a guardare. Fassino, che ha visto sparire la maggior parte dei suoi fedelissimi verso le posizioni laburiste di Cesare Damiano, spera che Laus e Gallo lo appoggino ancora per favorire la corsa nazionale di Nicola Zingaretti. Le truppe dell’ex ras socialista, per conquistare la segreteria regionale, hanno già rassicurato la sinistra del partito: “Noi stiamo col governatore laziale”, ma senza convincere troppo. I renziani, guidati da Davide Gariglio, ex segretario regionale e deputato, per ora hanno candidato l’ex presidente nazionale delle Acli, Luigi Bobba, ma comincia a farsi strada l’ipotesi di sostituirlo con la fedelissima torinese di Maria Elena Boschi, la deputata Silvia Fregolent, e intanto vanno a cena con Laus. Ferma ai box, per ora, la sinistra di Orlando (la vicepresidente del Senato Anna Rossomando e gli altri) e di Cuperlo (il capofila è il deputato e costituzionalista Andrea Giorgis), a interrogarsi su come impedire la scalata della “ditta”. Con qualcuno più preoccupato di tutti: quel Sergio Chiamparino che, nel 2019, si ricandiderà alle Regionali, terrorizzato dalla certezza che la vittoria del duo Laus-Gallo sancisca la trasformazione del partito in una questione quasi privata e senza più voti.
Forza Nuova, ronde anti migranti sui treni. I pendolari: “Finitela”
Dopo Verona, anche Bergamo: l’ultima iniziativa del gruppo neofascista di Forza Nuova è la ronda anti immigrati sui treni. Negli ultimi giorni sono state organizzate in Veneto e Lombardia. Giovedì sera Forza Nuova ha presidiato alcuni convogli della linea Milano-Bergamo: una decina di presenti, con indosso felpe nere e il logo del partito. Hanno distribuito un volantino per reclutare nuovi partecipanti: “Difendi la tua città – si legge –. Aggressioni, degrado, caos. Volontari per la sicurezza. Scendi in strada: contattaci”, con l’hashtag “#diquinonsipassa”. Trenord per ora non ha rilasciato commenti, mentre il Comitato pendolari Bergamo ha protestato ufficialmente, definendo l’iniziativa una “vergogna”. Dopo le ronde di Venezia, Liberi e Uguali ha preparato un’interrogazione parlamentare firmata da Nicola Fratoianni e indirizzata al ministero dell’Interno di Matteo Salvini: “Vogliamo sapere dal governo quali iniziative abbia assunto il Viminale per impedire altre manifestazioni di questo genere, che si pongono al di fuori di qualsiasi norma di legge e rischiano di rappresentare un pericolo per la collettività”.