Difesa: Di Maio vuole tagliare, il Carroccio no

“Razionalizzazione dell’impiego delle risorse nelle spese militari”. Lo scontro prossimo venturo tra i partiti del governo gialloverde si cela dietro a un pugno di parole a pagina 117 del Def. Una formula burocratica che fa rima con tagli: alla Difesa.

Fortemente voluti dal vicepremier e capo politico del M5S, Luigi Di Maio. E fortemente temuti dai vertici della Lega, con in testa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Pronti a invocare un chiarimento politico, per evitare che in Parlamento, in sede di costruzione della manovra, i Cinque Stelle calino la scure sulle spese per gli armamenti. Un settore particolarmente delicato per la Lega e Matteo Salvini, che ritengono quello delle forze armate un loro bacino naturale. E che sentono il fiato sul collo di tante aziende specializzate del Nord, compatte nel riversare le loro preoccupazioni ai dirigenti leghisti. Comprensibile, visto che Di Maio lo ha ribadito pochi giorni fa in Senato: “Abbiamo detto ai cittadini per anni che le spese per gli armamenti andavano ridotte e cominciamo a ridurle”.

E ne sa qualcosa anche il ministro alla Difesa Elisabetta Trenta, tecnica di area 5Stelle, con cui Di Maio ha avuto un duro scontro una decina di giorni fa in una riunione interna con tutti i ministri del Movimento. Oggetto, come raccontato dal Corriere della Sera, il programma di rinnovamento del sistema missilistico Camm-Er, necessario per la difesa interna. Un progetto da mezzo miliardo di euro, spalmati fino al 2031. Trenta ha chiesto che partissero i fondi necessari, 25 milioni nel 2019. Ma Di Maio vuole tagliare.

Però il ministro alla Difesa non è l’unica a essere in ansia. Raccontano che anche il titolare dell’Economia Giovanni Tria abbia sbuffato di fronte all’impegno sulla “razionalizzazione” inserito dai 5Stelle nel Def, tra gli sguardi cupi dei leghisti. E poi, ovviamente, ci sono gli Stati Uniti. Ovvero Donald Trump, che nell’incontro a Washington dello scorso luglio ricordò al premier Giuseppe Conte che il programma di acquisto di 90 F-35 è considerato intoccabile dall’Amministrazione americana. Ed è un altro nodo, visto che il Movimento vorrebbe almeno diluirne il più possibile i tempi di acquisto. Nel frattempo a Washington, secondo fonti diplomatiche, hanno letto con irritazione del decreto con cui il governo ridurrà la presenza italiana nelle missioni internazionali, con 100 militari in meno in Afghanistan “entro il 31 ottobre” e una prima riduzione di 50 uomini del contingente a Mosul, in Iraq. E gli Usa sono inquieti anche per la rigida posizione del M5S sulla vendita di armi all’Arabia Saudita, vietata dalla legge 185 del 1990, che proibisce la vendita e il transito di armamenti verso paesi impegnati in conflitti bellici. Linea contestata anche dal sottosegretario agli Esteri della Lega, Guglielmo Picchi: “Se sull’export di materiali di difesa all’Arabia cambia l’indirizzo politico, il governo sia consapevole delle conseguenze”. Quelle paventate anche dalle aziende italiane, che temono di perdere commesse importanti. Infine, c’è l’ansia dei vertici militari. A cui non sarà piaciuto un altro passaggio del Def: “Verrà assicurata l’ulteriore razionalizzazione delle strutture militari, eliminando quelle non più necessarie e accorpando ove possibile quelle che svolgono funzioni similari”. E da qui si arriva all’umore nero dei leghisti.

Da giorni il sottosegretario alla Difesa, Raffaele Volpi, diffonde note contro i tagli. E anche Giorgetti, dicono, è preoccupato. Così della questione dovranno discutere Salvini e Di Maio, che finora l’hanno schivata. Ma i tagli alla Difesa sono una grana: urgente.

La legittima difesa in Senato. Molti tweet per 2 casi l’anno

Ora la battaglia si sposterà dai social al Senato, dove – a partire dal 23 ottobre – il testo coordinato delle proposte di legge sulla legittima difesa su cui la Lega fa pressing sbarcherà in aula. Prima, entro mercoledì, dovranno essere presentati gli emendamenti in commissione Giustizia: le opposizioni hanno chiesto più tempo e un dibattito approfondito su un tema tanto divisivo da spingere l’Associazione nazionale magistrati a paventare il rischio di una deriva da Far West. Mentre il clamore mediatico dell’aggressione in stile Arancia meccanica della coppia torturata per ore nella loro villa a Lanciano ha convinto Matteo Salvini e i suoi ad accelerare per incassare il provvedimento entro la fine dell’anno. Problema: montagne di carte e di tweet si esercitano attorno al nulla, visto che – dicono i dati del ministero – i casi che arrivano in Tribunale sono un paio l’anno, a volte nessuno.

Andiamo con ordine. Il testo perorato dal Carroccio prevede che sussista “sempre” la proporzionalità della difesa quando si agisce per respingere l’intrusione con violenza, minaccia di uso di armi e di altri mezzi di coazione fisica; in più esclude la punibilità per eccesso di legittima difesa per chi ha agito in stato di grave turbamento. “Per fare una legge efficace e che non cada sotto la mannaia della Corte costituzionale quantomeno sarebbe necessario avere un quadro completo della situazione. E non è questo il caso alla luce dei dati che sono insufficienti e incompleti per ammissione dello stesso ministero della Giustizia”, spiega il capogruppo del Pd in commissione, Giuseppe Cucca.

C’è da dargli ragione a leggere la Nota breve del Servizio studi di Palazzo Madama che rielabora i dati relativi all’applicazione della legittima difesa trasmessi dal ministero. Nel dossier si evidenzia innanzitutto che via Arenula “ha precisato di non disporre dei dati relativi ai procedimenti penali suddivisi per qualificazione giuridica del fatto registrati presso le Procure”. Quanto ai procedimenti presso i tribunali (sia sezioni dibattimentali che uffici del Gip/Gup) i dati invece esistono e i casi sono una manciata: quanto alla fase dibattimentale nel 2013 i procedimenti iscritti per “difesa legittima” (articolo 52 codice penale) sono stati cinque, nessuno nel 2014, tre nel 2015, due nel 2016. Quanto ai procedimenti per “eccesso colposo” in legittima difesa (articolo 55 c.p.) i casi sono ancora meno: due nel 2013, nessuno l’anno successivo, uno nel 2015, due nel 2016.

Sempre secondo il dossier elaborato al Senato sulla base dei dati forniti dal ministero della Giustizia “la sussistenza della causa di giustificazione della legittima difesa, riconosciuta dal giudice nel decreto di archiviazione o nella sentenza di assoluzione, non viene specificamente indicata nei registri”. E “pari a zero risultano peraltro i procedimenti iscritti e definiti, in ciascuno degli anni 2013-2016, nei tribunali italiani contenenti l’art. 52 c.p. in connessione con reati inerenti la violazione di domicilio”.

Insomma un fenomeno assolutamente marginale, mentre la questione continua ad andare fortissimo su Twitter. Ne sa qualcosa Matteo Salvini che vale tanto oro quanto pesa nei sondaggi e che cavalca l’hashtag #ladifesaèsemprelegittima. Mica come la comunicazione del Pd a cui nel 2017 l’allora segretario, Matteo Renzi, diede dei “bufalari” (almeno stando ai retroscenisti politici) per il boomerang innescato dalle polemiche su un’analoga riforma voluta dai dem: su un “ovvero”, che nelle intenzioni doveva valere un “oppure”, riferito alle aggressioni commesse di notte, si consumò un equivoco micidiale risolto, a stento, grazie all’Accademia della Crusca. All’epoca le polemiche misero sulla graticola il relatore del provvedimento, David Ermini, oggi vicepresidente del Csm. A cui, tutto sommato, la gogna mediatica non ha fatto danno.

Telefono Rosa rifiuta la beneficenza di Fabrizio Corona

Fabrizio Corona annuncia una donazione di 2 mila euro al Telefono Rosa ma l’associazione rifiuta la donazione. Succede a Piacenza dove il fotografo ha organizzato un’iniziativa benefica con una palestra della città, annunciando la donazione all’Associazione La Città delle Donne – Telefono Rosa, che si occupa di attività di ascolto, accoglienza, sostegno e ospitalità protetta per donne vittime di violenza.

Ma la presidente Donatella Scardi ha detto di no all’offerta del fotografo-imprenditore milanese con diversi precedenti con la giustizia. “Tale iniziativa – ha detto – è nata come un’offerta di abbonamenti a una palestra, da parte di Corona, da destinare in beneficenza. La palestra ha individuato il Centro antiviolenza come destinatario di tale regalo, accolto dall’Associazione al fine di portare benessere a donne che vivono un momento di difficoltà”.

Secondo la Scardi, invece “non è mai stata proposta un’offerta in denaro” che comunque “mai il Centro antiviolenza avrebbe accettato. A questo punto l’Associazione si dissocia e declina l’offerta proposta”.

Streghe, lobby gay e propagande occulte: non è Crozza, è Pillon

A settembre per il leghista col farfallino è arrivata l’imitazione di Crozza: Simone Pillon è ufficialmente famoso. Come uno Scilipoti, un Razzi, al massimo un De Luca. Il senatore è la prima macchietta della legislatura. Titolo conquistato con le uscite su identità di genere, lobby gay, propaganda e reclutamento omosessuale, su stregoneria ed esoterismo, sulle donne da convincere a non abortire offrendo “somme ingentissime” (e se vogliono abortire lo stesso, “glielo impediamo”).

Ci sarebbe da ridere, se Pillon non fosse serio. E se la sua fiorente attività parlamentare – 100% di presenze, 5 ddl firmati – non avesse già partorito una legge. Il testo di Pillon sull’affido condiviso è in commissione Giustizia al Senato, sede redigente. Ha l’obiettivo di stabilire la “bigenitorialità perfetta”: i figli di coppie separate devono dividersi tra le case dei genitori “almeno per 12 giorni” l’una, durante i quali madre e padre devono provvedere al mantenimento del bambino in egual misura. Queste norme, come prevedibile, hanno scatenato proteste feroci e spaventato un po’ anche gli alleati di governo, che hanno promesso di metterci mano prima che sia troppo tardi (l’ha dichiarato al Fatto la 5Stelle Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera). A chi lo accusa di maschilismo, Pillon risponde che ha “una moglie, due figlie femmine e due sorelle”. Magari anche qualche amico gay.

Alto, allampanato, il papillon al posto della cravatta come licenza e distintivo; un collega di partito descrive Pillon come un tipo “un po’ bizzarro”, “solitario”, che in definitiva “con la Lega non c’entra praticamente niente”. E invece pare sia stato proprio lui a suggerire a Matteo Salvini di sfoggiare il rosario e il Vangelo durante i comizi. Il senatore bresciano sarà pure solitario ma non è solo: mentre riprendono vigore forum e associazioni antiabortiste e si rialza il venticello mai sopito contro la 194, Pillon è a capo di un intergruppo parlamentare sui temi etici, “Vita, famiglia e libertà”. Sostiene di avere già 150 adesioni: di sicuro ci sono il leghista Alessandro Pagano, i berlusconiani Maurizio Gasparri e Lucio Malan, il sempreverde Gaetano Quagliariello. Ne ha fatto parte per qualche giorno anche la 5Stelle Tiziana Drago, prima di uscire per “evitare strumentalizzazioni”. Lo presiede un extra parlamentare: Massimo Gandolfini, l’uomo del Family Day, di cui Pillon è braccio destro. Ecco da dove sbuca: dopo una lunga gavetta nell’associazionismo cattolico (ultimo incarico: consigliere nazionale del Forum delle Associazioni Familiari) la sua figura è emersa nelle manifestazioni del Circo Massimo contro la legge Cirinnà.

La prima vita di Pillon è da avvocato e mediatore familiare. Nel sito del suo studio già mette a profitto i benefici del suo stesso ddl: “È in corso di approvazione – si legge – una modifica al codice civile che conferirà grande rilievo all’attività di mediazione nel corso dei procedimenti per la separazione dei coniugi”.

Tra i vecchi successi professionali si registra la restituzione della statua lignea della Madonna alla parrocchia di Santa Croce in Castiglion Fosco (Perugia): una reliquia trafugata 28 anni prima. Tra le grane, invece, il processo per aver diffamato l’associazione Lgbt Omphalos, accusata di distribuire “materiale pornografico nelle scuole” – ovvero opuscoli per l’educazione sessuale – e di offrire la propria sede per “pratiche di iniziazione”.

Poi l’ascesa a Palazzo Madama e la fama grazie a un’interrogazione parlamentare sulla “strega sincretica interculturale”. Ovvero una recita in una scuola elementare lombarda, dove secondo Pillon sarebbero stati propagandati “stregoneria e occultismo”. Così, a modo suo, rappresenta un mondo, e un bacino elettorale. Da quel bacino l’ha pescato Salvini, affatto imbarazzato dalle sue uscite. In fondo raccontano un’idea della società, che hanno in comune.

Sfiduciata la pidina anti-abortista di Verona

Deve dimettersi da capogruppo del Partito democratico a palazzo Barbieri, ma non va espulsa dal partito. È la posizione dei consiglieri comunali veronesi del Pd sulla capogruppo Carla Padovani, il giorno dopo lo strappo sulla mozione antiabortista della Lega, approvata anche grazie al suo (solitario) voto favorevole. I consiglieri dem Elisa La Paglia, Stefano Vallani e Federico Benini hanno chiesto formalmente le sue dimissioni per il comportamento “grave e inaccettabile” che la renderebbe ormai incompatibile con il partito: Padovani – che ieri ha sostenuto che “in molti nel partito la pensano come me” – mentre si apprestava a votare sì a una mozione che attribuisce alla legge 194 la causa del calo demografico e stanzia fondi per associazioni cattoliche antiabortiste, non li avrebbe neppure informati. Sulla sua espulsione però la linea è molto più morbida. È lo stesso Benini a confermare che “la commissione di garanzia sta valutando la permanenza di Carla (Padovani, ndr) nel Pd” dopo la sconfessione pubblica del segretario Maurizio Martina e di altri dirigenti del partito. E un gruppo di militanti romani ha chiesto alla commissione garanzia del Pd Veneto, al segretario Martina e al collegio dei garanti la sua cacciata dal partito: “I comunicati non sono sufficienti – scrivono dalla sezione del Pd di Tor Bella Monaca – Riteniamo che l’espulsione della capogruppo del Pd Verona non sia solo atto dovuto ma indispensabile per tutelare tutte le militanti e tutti i militanti. In un partito dove la Padovani fa la capogruppo non c’è posto per tutti noi”. Ma una vera incompatibilità che possa reggere all’esame delle commissioni del partito non è semplice da individuare, e la questione rischia di restare grave ma prettamente politica. La Lega intanto esulta e chiede di estendere la delibera a tutti i Comuni italiani.

Il primo firmatario della mozione, il leghista Alberto Zelger (che sulla giacca porta una spilla che rappresenta i piedini di un feto), invita a prendere ad esempio “la Russia di Putin, dove gli aborti sono scesi da 4 a 2 milioni all’anno grazie ai sussidi alla maternità” e agita lo spettro della sostituzione etnica: “Non nascono più figli, fra un po’ saremo invasi dai bambini islamici. Quando arriveranno al 51% applicheranno la Sharia”. Il tema resta in cima all’agenda politica anche perché il vicesindaco di Verona è stato, fino a poco fa, il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. “La posizione del Pd sulla legge 194 a tutela delle donne è chiara e inequivocabile – ribadisce in serata il segretario dem Martina –. Noi la difendiamo e la difenderemo senza se e senza ma in ogni sede e sempre”. Sul punto ha concluso il suo discorso all’assemblea nazionale delle donne “Belle Ciao” il segretario Cgil Susanna Camusso: “La libertà delle donne è il metro che misura la democrazia di un Paese e nelle le organizzazioni, anche nella nostra. La Cgil non arretrerà”.

“Lo dico, Mediaset fa schifo. E su Salvini ho visto giusto”

Mediaset fa schifo, punto. O fa schifo perché non accoglie Vittorio Feltri nel programma di Chiambretti?

“Mediaset fa schifo. Punto”.

Col passare degli anni intingi la penna nella vanga, come dicesti di un collega.

Mi auguro che anche tu possa invecchiare. La senilità toglie i freni inibitori. Dunque te ne infischi degli altri, anzi te ne fotti beatamente e i lettori apprezzano. Diciamoci la verità: i lettori preferiscono il turpiloquio alla ipocrisia.

Negri.

Mi accusano di non chiamarli neri. Ma sono negri, si chiamano così e io non ho voglia di lottare con il vocabolario.

Froci, ricchioni.

Anche qui non c’è alito di scherno, ma fedeltà alla radice lessicale, adesione al linguaggio della verità. Perché gli debbo storpiare il nome in gay io non capisco.

Ti piace fare la carogna.

Aspetta fammi finire e poi rispondo anche su questo.

Vuoi finire la riflessione sul mondo gay.

Il mio amico Paolo Isotta, grande e illuminato collega, alla domanda ‘lei è gay’, rispose: ‘Sono ricchione’.

Isotta è napoletano, è un terrone, vero?

Ma non ho nulla contro i terroni. Tu pure sei terrone. Se siete terroni che ci posso fare?. Non è un’ingiuria. Se ti senti in credito dammi del polentone e siamo pari e patta.

Torna il colera a Napoli, è l’ultimo supertitolo di Libero, il tuo giornale.

I miei più cari amici sono napoletani. Premesso ciò, aggiungo: due tizi, immigrati, sono stati ricoverati per colera. La notizia ci sta tutta.

Razzismo alla radice quadrata. A Brescia due morti per legionella e duecento tra ammalati e ricoverati, e tu dormivi.

Ma scherzi? Abbiamo dato e ridato la notizia, eccome.

Eccome.

Però ci sta che Napoli faccia più clamore di Brescia. È la regola del giornalismo, non invento niente.

A Feltri piace tantissimo fare la carogna.

Mi si appiccica questa etichetta ma non so bene la ragione. Forse perché il mio linguaggio si è fatto più libertino o forse perché esiste il tempo del sentimento e quello del risentimento.

C’è sentimento nel tuo ultimo libro, Il Borghese. La scrittura si è come ricomposta, ha indossato la cravatta e quegli abiti da lord inglese che piacciono tanto a te.

Lì racconto, ricordo. Quando scavi nella memoria hai bisogno di segnare il passo in modo diverso. È tutta un’altra roba dalla cronaca, dai fatti che accadono, contro i quali inciampi ogni santo giorno che devi fare il giornale.

Vuoi bene al gatto, Ciccio Grigiotto, poi ai cavalli.

Anche ai cani.

Ai soldi.

I soldi servono perché tolgono tante rotture di coglioni.

Per esempio?

Ti ammali? Vai dal medico che preferisci, scegli la stanza d’ospedale, ti fai curare come dici tu da chi vuoi tu quando vuoi tu. Per dire.

Chissà quanti soldi hai in banca e non riesci a spendere perché te ne manca il tempo.

La cosa scocciante per me è avere l’obbligo di lasciarli ai miei figli. Mi rompe un po’ i coglioni questa idea.

Aznavour diceva: non voglio essere il più ricco del cimitero. Tu sì?

Ma nemmeno mi frega nulla dei soldi, ma figurarsi! Solo che mia madre in dote mi ha lasciato la gotta e nient’altro. Vorrei che fosse così per tutti.

Adesso ti lagni che non vai in tv, che Mediaset ti boicotta.

No, mi offende: mi danno dell’ubriacone. Dove mi hanno visto ubriaco? Quando è successo? Bevo un wisketto a sera, a casa. Come tanti.

Forse le tue parole libertine autorizzano coloro ai quali stai antipatico di immaginare la deriva.

Ho spiegato a sufficienza. Lunedì sarò a Striscia la notizia e dirò la mia.

Ti piace così tanto la tv?

Mi rompe i coglioni. Però voglio convincermi che con la mia presenza do una mano al mio giornale. E così vado.

Sei diventato un ultrà di Matteo Salvini.

Sono salviniano da sempre. Scrissi, e ho avuto ragione, che l’unico in grado di risollevare il baraccone leghista sarebbe stato lui. Ecco i fatti.

Belpietro con la sua Veritàsta dandoti filo da torcere. Difende a tutto tondo il governo gialloverde e pare anche più galvanizzato di te.

Ma lui raccoglie tutta quell’area ipercattolica, e comunque non ho invidie di sorta.

E poi, sai che ti dico?

Sai che ti dico: me ne fotto.

Di Maio contro Gedi: “Muoiono di bufale”. Replica: “Parla lui…”

I giornali del gruppo Espresso “stanno morendo perché raccontano fake news”. È la tesi del vicepremier Luigi Di Maio, irritato perché le testate del gruppo avrebbero raccontato falsità sul reddito di cittadinanza. Abbastanza per spingere il grillino a reagire con un video durissimo: “Ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del gruppo l’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”. Parole che hanno provocato grandi polemiche, e a cui hanno replicato con una nota i Cdr di Repubblica e de l’Espresso : “Ancora un volta Di Maio non perde occasione per mostrare a tutti gli italiani la sua cultura. Ignora che il gruppo Espresso non esiste più da due anni, confluito nel più articolato gruppo Gedi che è il leader in Italia nell’informazione quotidiana e multimediale. E dimostra di non conoscere la differenza tra bufale e notizie, evidentemente perché espertissimo della prima fattispecie e allergico alla seconda”.

L’impero di B.

Dopo le elezioni Silvio Berlusconi è tornato a occuparsi a tempo pieno di aziende e affari. La Fininvest, la holding di famiglia, vale circa 5 miliardi di euro all’anno. La famiglia sta allargando il business alle radio, ma la televisione resta centrale con Mediaset che resta regina della pubblicità – incassa dal 55 al 60 per cento delle risorse destinate alle tv – ma che fatica a tenere il passo della Rai e dei concorrenti privati.

Settembre nero. Come sempre, l’inizio della stagione televisiva non è mai positivo per le reti del Biscione da un po’ di tempo a questa parte, ma nell’ultimo mese è risultati sono stati molto deludenti. Le tre reti generaliste della Rai hanno staccato Mediaset di 11 punti di share, complice anche il tonfo di Canale 5 inchiodata al 12 per cento. Per questo e altri motivi, il Biscione ha bisogno di allargare il suo orizzonte

Mediaset vuole il mercato Ue e studia una holding in Olanda

Frank Rijkaard, Marco Van Basten e Ruud Gullit. I fuoriclasse olandesi. Quelli del Milan pluridecorato. Adesso la famiglia Berlusconi ritorna a frequentare l’Olanda, la capitale Amsterdam, per proteggere gli affari di Mediaset e competere in campionati più ampi. A Cologno Monzese – col supporto dello studio Chiomenti, rivelano più fonti al Fatto – preparano la costituzione di una società paneuropea per la produzione di contenuti con alleati francesi e tedeschi, ma con Mediaset in testa nel ruolo di “locomotiva” per usare le parole di Pier Silvio Berlusconi all’ultima assemblea degli azionisti.

Al fianco del Biscione, per lo scenario odierno, troviamo la coppia formata dai tedeschi di Prosienbensat1 e dai francesi di Tf1 (alternativi a Vivendi, ancora classificati come “nemici”).

Oltre a un fisco più leggero, soprattutto sui dividendi, il diritto societario olandese garantisce una gestione autonoma ai singoli gruppi che scelgono di aderire a una holding. Il “veicolo paneuropeo” – secondo le ipotesi che circolano al Biscione – potrebbe debuttare con un azionariato classico, senza quotazione in Borsa e senza traslochi legali. Col tempo poi potrebbe diventare la cassaforte all’estero del Biscione. Come per la Fca, la vecchia Fiat dei torinese Agnelli con residenza in Olanda e domicilio fiscale a Londra. Oggi la famiglia Berlusconi ha la sede a Milano, il posto nei listini di Piazza Affari (Fininvest controlla le tv) e la filiale a Madrid con Mediaset Spagna.

Il prologo del piano europeo dura già da un paio di anni con un doppio accordo che coinvolge Prosienbensat1 e l’antica emittente Tf1: il primo riguarda l’ingresso del Biscione in Studio 71, una piattaforma per la distribuzione di video; il secondo con l’associazione Ebx (European Broadcaster Exchange) con sede a Londra – allargata agli inglesi di Channel 4 – per la raccolta pubblicitaria su Internet. Quello che sta per accadere è la riedizione, con più accortezza e forse più respiro, del patto sciagurato con Vivendi. Il contratto sottoscritto con Vincent Bolloré nell’aprile del 2016 – e poi ignorato dai francesi col miraggio di lanciare una scalata in Borsa – prevedeva la cessione di Mediaset Premium e uno scambio di quote per consentire al Cavaliere di irrobustire i ricavi con la collaborazione di una azienda che fattura il triplo.

Quel progetto fallito ha lasciato un contenzioso miliardario irrisolto, una partecipazione al 29 per cento di Vivendi in Mediaset e un Biscione sempre aggrappato all’asfittico mercato italiano – con le reti che soffrono – e agli eccellenti risultati spagnoli con Telecinco&C.

Il rapporto con Vivendi era squilibrato, lo squalo Vincent è il capo di un gruppo da oltre dieci miliardi di euro e con più liquidità di Mediaset. Il denaro non è mai la “livella” di Totò che azzera le differenze, ma le ambizioni e le dimensioni di Mediaset, Prosienbensat1 e Tf1 di Martin Bouygues possono coesistere per offrire programmi e serie tv in lingua italiana, spagnola, tedesca, francese e, ovviamente, inglese a una platea potenziale di 250 milioni di europei.

Il Biscione ha rottamato Premium con l’accordo con Sky Italia e così ha estirpato una pianta che rosicchiava i bilanci, ma il trentennale patrimonio dei canali generalisti è minacciato dal servizio pubblico Rai che sborsa tre milioni di euro per una fiction da due puntate, dalle multinazionali che operano in Italia, da Google e sorelle che invadono l’Europa con regole morbide o perlopiù assenti. Ormai è una banalità, ma è urgente la ricerca di un panorama europeo per il Biscione. Per esempio, nel mese di settembre, la corazzata ammaccata di Canale 5 s’è fermata al 12,3 per cento di share in prima serata, uno sfregio rispetto ai fasti del passato. Per reagire con efficacia, ragionano a Cologno, c’è bisogno di condividere le spese e investire su prodotti di qualità, fruibili (cioè vendibili) su mezzi diversi e ramificati ovunque.

Vivendi portava in dote la struttura di una compagnia moderna di successo con posizioni dominanti che vanno dalla musica al cinema, dalle televisioni alle comunicazioni, finché non s’è incagliata in Mediaset e in Telecom col 23,5 per cento di capitale e la battaglia (al momento persa) col fondo Elliott. Prosiebensat1 raggiunge tredici Paesi europei. Tf1 è il canale più visto di Francia, un dolcetto per gli industriali Bouygues che fatturano 33 miliardi di euro. A villa Certosa in Sardegna, lo scorso agosto, Flavio Briatore era a pranzo da Silvio con un amico francese. Un tale Martin Bouygues. Coincidenze.

Condotte, strano sorteggio: vince l’amico di Alpa e FI

Nel 2002 era stato nominato commissario straordinario ‘in quota Forza Italia’, come gli diceva al telefono il suo collega nominato con lui. Per quella nomina era stato indagato insieme al ministro di Forza Italia Antonio Marzano e al fratello. Grazie a un diniego del Parlamento si era salvato dal processo. Ora alla prima tornata di nomine firmata da Luigi Di Maio il suo nome ritorna.

Il ministro dello sviluppo economico M5S ha nominato proprio quel professionista, che si chiama Giovanni Bruno ed è nato a Cosenza nel 1973, per guidare con due colleghi una delle più grandi imprese italiane di costruzioni. Bruno con Matteo Ugetti e Alberto Dello Strologo è uno dei tre commissari straordinari di Condotte Acque Spa. Il ministro Luigi Di Maio invece di assumersi la responsabilità di scegliere i commissari ha preferito lasciar fare al destino e alla burocrazia.

Tra i poteri più importanti del Ministero dello Sviluppo Economico c’è la nomina dei commissari che devono guidare le società di grandi dimensioni come un tempo è accaduto con Parmalat o Cirio.

Il 18 luglio 2018 con una circolare Luigi Di Maio cambia le regole: il ministro nomina una commissione di tre saggi che dovranno selezionare tra centinaia di candidati una rosa composta solo di 5 nomi per le imprese normali che diventano dieci o anche di più se sono grandi come Condotte.

Per stare tranquillo Di Maio ha scelto come presidente della commissione un giudice di grande esperienza: il presidente della sezione fallimentare di Roma, Antonino La Malfa. Purtroppo la sua nomina è rimasta sulla carta in attesa del via libera del Csm, chiuso per ferie. La pre-selezione per Condotte, è stata fatta solo dagli altri due membri: il professore di diritto commerciale a Padova Marco Cian e l’ingegner Luigi Paro, amministratore della società di cacciatori di teste Spencer & Stuart.

La prova del fuoco è stata la crisi Condotte, un colosso da 1014 dipendenti con un fatturato di 496 milioni, un attivo di un miliardo e 577 milioni e un passivo di un miliardo e 643 milioni di euro. Numeri che danno l’idea dell’impresa che dovranno affrontare i commissari ma anche del compenso, commisurato all’attivo, all’attività e all’ammontare del passivo ripartito ai creditori: i commissari di Condotte prenderanno un compenso milionario.

Di Maio ha preferito che i nomi fossero estratti, tra quelli della rosa suddetta, davanti ai giornalisti e ai cittadini con tanto di video su youtube. Sui 262 professionisti che si sono fatti avanti, i due commissari, orfani del presidente La Malfa, hanno selezionato 14 nomi. Il capo di gabinetto Vito Cozzoli, dopo avere chiuso le buste in una scatola di cartone, ha chiamato due volontari. Così una signora bionda, (forse di passaggio?) nella sala del Ministero ha estratto la busta con il nome di Giovanni Bruno. Chi è Bruno? ‘Allievo e assistente’ di ‘un luminare come il professor Guido Alpa, nonché del professor Tommaso Scozzafava’, volendo usare il curriculum da lui vantato 15 anni fa e citato dalla Giunta del Senato che, nel 2006, doveva decidere se autorizzare il processo contro lo stesso Bruno e l’ex ministro Antonio Marzano, all’epoca a capo del Mise.

L’avvocato Giovanni Bruno oggi è professore ordinario dall’Università di Tor Vergata e conosce anche Giuseppe Conte. Entrambi frequentavano la fondazione Tardini del cardinale Silvestrini e sono stati scelti anni fa come tutor, proprio dal professor Guido Alpa, nel corso di diritto privato della didattica universitaria a distanza e anticipata, Dua. Entrambi, secondo l’espresso, avrebbero curato la difesa del gruppo Acqua Marcia in un contenzioso con il comune d’Imperia.

Ma torniamo al 2006 quando Giovanni Bruno – definito da un collega nelle intercettazioni telefoniche trasmesse dal Collegio dei Reati Ministeriali al Parlamento, in “quota Forza Italia” – viene indagato. A soli 29 anni aveva ottenuto l’incarico di commissario straordinario della società Eldo, quella dei negozi di elettronica. In un primo momento, l’accusa per il ministro era quella di corruzione, poi per entrambi mutò in abuso d’ufficio. Il collegio per i reati ministeriali chiese l’autorizzazione a procedere con un atto ancora disponibile su internet. I due autorevoli componenti della commissione del Ministero e il capo di gabinetto Vito Cozzoli l’avranno consultato? Oppure non hanno fatto neanche una ricerca su google?

Una cosa è certa: la dirigente competente del ministero, Simonetta Moleti, fu chiamata dagli investigatori per rendere sommarie informazioni sulle procedure seguite nel caso Eldo, nel 2003. Si occupava delle amministrazioni straordinarie con il Governo Berlusconi e sta ancora lì.

Almeno lei dovrebbe sapere quel che scrivevano il 3 novembre 2006 i giudici del collegio dei reati ministeriali presieduto da Giuseppe Lo Sinno. Per i giudici la “nomina degli amministratori giudiziali nella procedura di amministrazione straordinaria del gruppo Eldo Spa sono state informate unicamente alle considerazione di interessi privati per di più facenti capo addirittura al soggetto dichiarato insolvente”. Era stato sequestrato un fax nel quale Massimo Pica – ‘titolare di fatto della società’ – segnalava il nominativo di Bruno. Il fax per i giudici “sembra poi trasmesso al senatore Tommaso Mancia”, consulente presso la Presidenza del Consiglio, già parlamentare socialista. Non solo. Erano state intercettate le telefonate di Bruno con un suo amico commercialista che aveva “rapporti di lavoro e di amicizia con Pica”. Il 26 settembre del 2002 l’amico chiedeva a Bruno: “ci vogliamo organizzare con Pica stasera?” e Bruno rispondeva “bisogna fare un discorso programmatico”. Bruno fu nominato dal ministro Antonio Marzano e il fratello Ernesto Marzano fu indagato con entrambi perché – per i magistrati – dalle intercettazioni emergeva il suo interessamento. Allora i giudici dei reati ministeriali non credettero a “le dichiarazioni di Bruno, sentito l’8 marzo 2004 allorquando l’indagato ammette incontri con (…) Ernesto Marzano pur non mettendoli in correlazione con la nomina e poi non riesce a dare alcuna spiegazione delle conversazioni in cui si riferisce di una sua mancata riconoscenza per la nomina, continuando incredibilmente a ripetere di non essere stato raccomandato da nessuno”.

Il Collegio sosteneva che la nomina “sia stata improntata a criteri di ‘favore’ piuttosto che a imparzialità”, si parlava di “scelte pilotate od orientate da indicazioni e sollecitazioni esterne”. Se non bastasse, dagli atti emergeva un’importante telefonata tra Bruno e la sorella Brunella, allora militare della Guardia di Finanza: “si evince che i due si riferiscono alla necessità di ringraziare Walter Cretella Lombardo (generale della Guardia di Finanza, ndr) per la nomina… con ogni verosimiglianza perché l’ufficiale si è attivato”. La Giunta non accorderà poi l’autorizzazione a procedere, quindi Bruno sarà prosciolto dalle accuse, anche grazie al voto, tra gli altri, del senatore Niccolò Ghedini.