Fazio, Caschetto e la star Cottarelli

Promette di fargli il controcanto, ogni domenica, sul suo canale Youtube. Il senatore M5S, Giunluigi Paragone, giornalista con un passato in tv ed ex direttore del quotidiano leghista la Padania, ha messo nel mirino Carlo Cottarelli e la sua “omelia della domenica” a Che tempo che fa, il programma di Fabio Fazio. C’è da dire che l’uomo della spending review ce l’ha messa tutta per attirare gli strali di Paragone: “Si è affidato al più bravo, al più potente degli agenti: Beppe Caschetto, che segue tra gli altri Fazio, Litizzetto e Floris – scrive Paragone sul blog del fattoquotidiano.it –. Fateci caso: Fazio è conduttore su Rai1, Floris del talk su La7 DiMartedì. Con il primo, Cottarelli si presta a lunghi monologhi in forza di un contratto in esclusiva (di cui non si conosce il compenso); dal secondo predica le teorie neoliberiste imparate a memoria all’Fmi, in forza di una clausola contrattuale per cui l’esclusiva con la Rai fa eccezione. In poche parole Cottarelli lavora per la ditta”. Poi l’affondo: “Il Cotta magnifica la riforma Fornero? Però lui è andato in pensione a 59 anni”. E ancora: “Parla di tagli e di spese inutili? È bene ricordargli che partecipa a una trasmissione che avrebbe potuto essere prodotta internamente dalla Rai e che invece è prodotta da una società esterna (di cui Fazio è tra i proprietari) a costi così alti da essere un ‘caso’”.

Tajani supera Salvini a destra: “Stranieri? Nessun sussidio”

“Mi pare inaccettabile che, con il reddito di cittadinanza, rom e stranieri si prendano i soldi di chi lavora e di chi produce”. Lo ha detto Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, intervenendo a #IdeeItalia. La voce del Paese, la convention azzurra organizzata da Mariastella Gelmini, in corso a Milano. “A parte che il reddito di cittadinanza non risolve i problemi della disoccupazione e della povertà, ma darlo addirittura a chi non ne ha bisogno e va a rubare, fa irruzioni nelle case private, produce confusione nelle periferie, mi pare veramente inaccettabile”, continua il presidente del Parlamento Ue annunciando “battaglia in Parlamento” su questo. “Dobbiamo dirlo al governo: non si può dare il reddito di cittadinanza a rom e stranieri. E su questo saremo fermissimi. I nostri 170 parlamentari daranno battaglia”, ha concluso. “Trovo inaudite le parole di Tajani. Rappresenta tutti i cittadini europei, compresi i Rom e gli stranieri. Se vuole fare concorrenza xenofoba e antieuropea a Salvini, dovrebbe prima lasciare la presidenza del Parlamento Europeo”. Lo dichiara Benedetto Della Vedova, coordinatore di +Europa.

Oggi tutti “europeisti”, ieri bocciati dall’Unione

Chi fa l’europeista e pensa che quella sul Def sia una rarità o una pratica straordinaria, rischia di rimanere deluso. Sono al momento ben 64 le procedure d’infrazione aperte verso l’Italia. Le inadempienze contestate al nostro Paese dalla Commissione Ue e non ancora risolte coprono un arco temporale che spazia dal 2003 fino a oggi: solo nel 2018 ne sono state attivate 11, mentre se ne contano 8 relative all’anno precedente. Viste nel complesso, le procedure d’infrazione riguardano in più della metà dei casi materie ambientali (al primo posto con 15 procedure), fiscali (9), relative all’ambito dei trasporti (7) e a quello della concorrenza e degli aiuti di Stato. In misura minore toccano anche una serie di altri settori: dall’energia agli Esteri, dalla Giustizia alla comunicazione, fino alla tutela dei consumatori.

Spesso le procedure d’infrazione riguardano materie tecniche o specifiche, che difficilmente appassionano l’opinione pubblica e che rimangono quindi nell’ombra. Nel corso del 2018, Bruxelles ha richiamato Roma, tra le altre cose, al rispetto delle regole europee riguardo ai serbatoi Gpl o per l’esenzione delle accise per le barche da diporto. Ci sono però anche provvedimenti più appassionanti e ad alto contenuto politico. Risale al 2015 l’inizio della procedura sul caso Xylella, il batterio killer che ha colpito gli ulivi pugliesi e contro la propagazione del quale l’Ue aveva chiesto un’azione radicale con l’abbattimento di tutte le piante malate. Pochi mesi fa, lo stadio avanzato della procedura ha portato al deferimento del nostro Paese alla Corte di Giustizia Ue.

Sempre alla Puglia si riferisce la contestazione europea rispetto all’Ilva di Taranto. Nel 2013 Bruxelles apre una procedura per il mancato rispetto della direttiva Ue del 2010 sulle emissioni industriali. E sotto procedura continuiamo anche a essere, dal 2012, per le condizioni di accoglienza dei migranti. Non mancano poi i casi chiusi, con Roma giudicata colpevole. Nel 2015 l’Italia è condannata a pagare 20 milioni di euro di multa per la cattiva gestione dell’emergenza rifiuti in Campania. Una precedente sentenza definitiva della Corte di Giustizia Ue aveva riguardato l’inadempienza dello Stato italiano per l’indennizzo alle vittime di reati violenti. Altra nota querelle, quella delle quote latte. Secondo l’Ue i produttori hanno indebitamente scaricato sui cittadini (1,3 miliardi di euro) le ammende che loro stessi avrebbero dovuto pagare. Infine il caso della legge Gasparri sulle telecomunicazioni (2004, “salva Rete4”): l’Ue ha condannato l’Italia nel 2008 con sentenza definitiva, ma il Parlamento italiano, a cui spetta il compito di legiferare secondo le indicazioni fornite, si è ben guardato dal porvi rimedio.

I massoni contro il populismo: dall’angolo attaccano il governo

Il governo gialloverde continua a non piacere ai massoni. Dopo un inizio burrascoso a causa del divieto (inserito nel contratto tra Lega e M5S) per gli aderenti alla massoneria di diventare ministri – clausola giudicata “incostituzionale” dalle logge, con conseguente appello del Grande Oriente d’Italia al presidente Sergio Mattarella –, la distanza sembra allargarsi, anche a causa delle misure economiche che l’esecutivo sta mettendo in campo. Non tanto flat tax e superamento della Fornero, ma semmai il reddito di cittadinanza, che non piace agli aderenti alle logge italiane. L’ultimo attacco arriva dal gran maestro della Gran Loggia d’Italia, Antonio Binni. Che, in una nota di un paio di giorni fa, non cita il governo direttamente, ma preferisce parlare di “populismo”. “Massoneria e populismo sono fra loro incompatibili. Oggi il compito della Libera Muratoria è combattere in tutte le forme possibili la deriva populista, piena di pericoli per la democrazia”, afferma Binni. Secondo cui “il populismo è pericoloso, perché porta in sé il germe della soppressione e della limitazione della libertà, compresa quella del diritto di associazione”. E ancora: “È in atto il tentativo di soffocare una voce libera, di renderla muta (…) Ci attendono ore oscure e grandi prove…”.

I massoni in questi giorni sono in fibrillazione per la decisione dell’Assemblea regionale siciliana di obbligare i consiglieri a dichiarare se fanno parte di qualche loggia. “È una legge mostruosa, illiberale, inaccettabile. Chiedere di dichiarare l’appartenenza alla massoneria e non ad altre associazioni fa passare il concetto di addossare alle logge chissà quali colpe”, osserva Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia, la principale loggia con oltre 23 mila iscritti. Il Goi, però, dopo le aspre critiche iniziali all’esecutivo per la norma anti-massoni, ora è più prudente. “Non siamo né contro, né a favore di questo governo. E qualsiasi mio giudizio potrebbe essere strumentalizzato”, dice il gran maestro. “Certo, vietare ai massoni l’accesso al governo resta un vulnus, perché, se così fosse, il Paese si priverebbe di eccellenti personalità, come in passato sono stati Zanardelli, Quasimodo o Enrico Fermi”, continua Bisi. Davvero, poi, non ci sono grembiulini a Palazzo Chigi? I rumors all’inizio hanno riguardato con insistenza Paolo Savona, che lo stesso Di Maio – in una conversazione con Carlo Cottarelli – avrebbe attribuito alla “massoneria americana”. Voci mai confermate, ma nemmeno seccamente smentite.

La pace fiscale diventa un super-condono

Il governo si prepara a varare due maxi-condoni da 11,5 miliardi in linea con i predecessori e senza fare troppi sforzi di fantasia. Si pensa infatti di riaprire i termini della vecchia rottamazione delle cartelle, con la differenza che questa volta si potrà rateizzare per 5 anni. Nella trattativa sui contenuti del collegato fiscale alla manovra di Bilancio si era rimasti la settimana scorsa allo scontro insanabile tra la Lega, che puntava a un condono generalizzato sull’intero importo delle cartelle esattoriali messe in riscossione dal 2000 al 2018 fino a un milione di euro (il 99% delle ingiunzioni di pagamento) e i 5Stelle, che avevano tracciato la loro linea Maginot a 100 mila euro (il 75%). Oggi esce una bozza molto avanzata anche se incompleta del decreto (fonti M5S affermano che non è stata vidimata dal governo) che aggira l’ostacolo riportando l’orologio della manovra gialloverde indietro alle due sanatorie dei precedenti governi, varandone una terza.

La rottamazione Ter delle cartelle consentirà il pagamento dei debiti fiscali pendenti dal gennaio 2000, abbonando sanzioni e more e dilazionando i versamenti fino al 2024. L’incasso stimato dal Mef è di 11 miliardi, ma a questa cifra bisognerà però sottrarre dal bilancio finale le somme che i contribuenti avrebbero versato comunque per le vie ordinarie in assenza di condoni che pesano – stima la relazione tecnica – per 7 miliardi e 277 milioni. Potrà usufruire della nuova operazione anche chi ha aderito alla precedente rottamazione, ma sarà necessario che abbia pagato la rata di novembre: il resto dell’importo dovuto sarà ricalcolato dal fisco che emetterà i bollettini di pagamento. Potranno usufruire del condono anche i contribuenti colpiti dai sismi dell’Italia centrale degli anni 2016-17. Il contribuente dovrà comunicare di voler aderire alla rottamazione entro il 30 aprile e il primo versamento è previsto per il 31 luglio 2019. A chi paga a rate verranno addebitati interessi dello 0,3% annuo. L’operazione vale anche per le multe stradali.

La voglia leghista di far pace a tutti i costi con gli evasori – nonostante, per la verità, non sia mai scoppiata nessuna guerra – condonando loro anche le imposte dovute, è stata convogliata sulle liti tributarie. Lauti sconti sono stati previsti per chi decide di rinunciare ai ricorsi pendenti (406.946 al 30 giugno scorso) contro l’Agenzia delle Entrate in ogni grado e giudizio.

Nella bozza del collegato alla manovra si prevede che per i ruoli notificati fino al 30 settembre 2019 si possa pagare un importo pari al valore della controversia o, se l’Agenzia delle Entrate ha perso in primo o in secondo grado, una somma pari alla metà o a un terzo della contestazione. Per “fare pace” sarà necessario aver litigato, fare domanda entro il 16 maggio e pagare cinque rate trimestrali tra il 2019 e il 2020. Il grado di adesione che il ministero dell’Economia si attende dalla sanatoria in caso di liti non deve essere molto elevato, visto il gettito previsto. Nella relazione tecnica che accompagna il documento si stima che i pagamenti avverranno in maniera prevalente sfruttando il numero massimo delle rate a disposizione. “Conseguentemente – si legge – si può stimare che nel 2019 saranno effettuati versamenti in misura pari a 300 milioni di euro; la restante parte del gettito previsto, pari a 200 milioni, si può ritenere che sarà versata nel 2020”.

Nel pacchetto fiscale che il governo sta predisponendo spunta anche uno stop all’aumento delle accise della benzina che era previsto a partire dal gennaio 2019 da un decreto approvato nel giugno di due anni fa.

Addio anche ai vecchi scontrini di carta che comprovano l’acquisto a fini fiscali. Alla e-fattura, che andrà in vigore da gennaio, si affiancherà l’invio elettronico degli scontrini direttamente dal registratore di cassa del negozio. L’introduzione sarà graduale: riguarderà dal prossimo luglio i contribuenti con un volume d’affari superiore ai 400 mila euro l’anno e poi, dall’inizio del 2020, gli altri esercenti più piccoli. La novità sarà accompagnata dall’arrivo della “lotteria degli scontrini” ideata dal precedente ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan come misura anti-evasione e che funziona come una lotteria nazionale, con tanto di premi ai fortunati acquirenti estratti.

Def, come nasce la guerra con l’Ue e che succede ora

Luigi Di Maio si fa prendere la mano dal comizio e la butta lì: “Tanto questa Europa fra sei mesi è finita”. Lo dice agli agricoltori della Coldiretti, riuniti al Circo Massimo a Roma, e si riferisce quindi all’Europa che taglia fondi e rende difficile le attività come quella agricola. Ma l’affermazione contiene tutta la verità dello scontro che vede contrapposti il governo italiano, con il suo Documento di economia e finanza, e la Commissione europea.

La contesa ieri si è svolta attorno alla lettera con cui il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis e il titolare agli Affari economici Pierre Moscovici hanno sottolineato che il Def “a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione”. I due, a nome della Commissione europea si soffermano in particolare sul “deterioramento” del deficit strutturale dello “0,8%” mentre la Commissione si aspettava un miglioramento dello 0,6% nel corso del 2019. Una “violazione delle regole” che motiva la preoccupazione della Commissione.

Nel governo si fa notare che la lettera è fin troppo estesa e che in passato la Commissione si era limitata, al momento di ricevere il Def, a scrivere una breve risposta riservandosi commenti più incisivi solo dopo aver visionato la manovra effettiva che sarà depositata il 15 ottobre. Di Maio, allo stesso tempo, mostra di apprezzare il fatto che la lettera sia stata diramata “a mercati chiusi” e che quindi ci sarà tempo durante il weekend per discuterne e tranquillizzare i mercati in attesa della riapertura di lunedì. La settimana si è conclusa con lo spread a 283 punti e il timore di poter tornare a 300, o addirittura superarlo, è forte.

Lo scontro, però, va oltre i decimali di scostamento del deficit strutturale e riguarda il futuro dell’Unione europea. Luigi Di Maio e Matteo Salvini scommettono ormai apertamente sul ribaltamento dei rapporti di forza a vantaggio di forze cosiddette populiste che potranno contare, dopo le elezioni europee di maggio 2019, su circa il 50% dei consensi dell’alleanza di governo italiana, sul Front National di Marine Le Pen, sull’Afd tedesca, sui popolari di Viktor Orbán, sulle varie forze liberal-conservatrici, senza contare il resto delle formazioni di “destra alternativa” del nord Europa.

Uno scontro finale, in cui l’attuale dirigenza della Ue, la Commissione, ma anche i governi “anti-populisti” come quello francese di Emmanuel Macron, hanno deciso di giocare una partita politica decisiva. Si spiega così l’insensibilità della Commissione nel cogliere la mediazione che il governo italiano ha offerto quando, anche tramite il lavorìo del ministro Giovanni Tria, schiacciato da un incarico troppo complicato, ha portato le previsione del deficit per il triennio da un 2,4% stabile per ogni anno a una gradazione che prevede di scendere al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021. Compromesso che non è stato sufficiente ad ammorbidire lo scontro anche perché nel frattempo, con gli attacchi a Juncker, Salvini ha fatto capire che le mediazioni sono solo formali.

In questo quadro si può collocare anche il viaggio di Mario Draghi a Roma, che Sergio Mattarella ha voluto incontrare per un colloquio in cui il presidente della Bce ha segnalato l’irresponsabilità degli atteggiamenti del governo italiano. Nel frattempo anche Pierre Moscovici ha tenuto alto il tiro accusando l’esecutivo giallo-verde di “euroscetticismo e xenofobia”. Il presidente del Consiglio, dal canto suo, ha cercato di tenere sempre un atteggiamento conciliante, ma è evidente che le mediazioni non sono previste. A oggi, come nel film Highlander, non c’è spazio per entrambi i contendenti, ma “ne resterà vivo solo uno”. E così, mentre il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, viene accusato apertamente di alcolismo da Salvini, lui risponde da Vienna che occorrerà battere “lo stupido populismo”.

In attesa di lunedì, Di Maio assicura che “non esiste un piano B” mentre la Commissione si prepara alla procedura di infrazione con l’obiettivo di dimostrare che dalle “regole” non si scarta. Altrimenti non ci sarebbe più l’Unione. In attesa di maggio.

Abolition Man

Come volevasi dimostrare, il pregiudizio universale che accompagna il governo Conte da prim’ancora che nascesse sta diventando un gigantesco e comodissimo alibi per tutte le boiate che fanno e le fesserie che dicono i ministri giallo-verdi. I quali, non potendone dare la colpa alle opposizioni (per manifesta inesistenza delle medesime), hanno buon gioco ad addossarla ai poteri forti, veri o presunti, italiani e internazionali, e ai loro house organ. Prendiamo il reddito di cittadinanza: abbiamo sempre scritto che è una misura sacrosanta per ridurre la povertà, contrastare e far emergere il lavoro nero (se mai i centri per l’impiego funzioneranno), regalare un pizzico di dignità a milioni di persone dimenticate dallo Stato e dagli uomini, forse – si spera – stimolare i consumi. Onore al merito dei 5Stelle che, riempiendo il vuoto lasciato da una sinistra per soli ricchi, l’hanno prima proposto e ora imposto contro tutto e contro tutti. Ma che bisogno c’era di dire – come ha fatto Luigi Di Maio a Porta a Porta il 25 settembre – “noi con questa manovra di bilancio, in maniera decisa, avremo abolito la povertà”? Già è imprudente vendersi una legge prima che sia approvata dalle Camere, firmata dal Colle e stampata sulla Gazzetta Ufficiale (e il reddito non entrerà in vigore neppure col Def, ma con una norma che nessuno ha letto né scritto). Ma promettere effetti iperbolici di una legge che ancora non c’è è proprio da incoscienti.

La povertà non si potrebbe dire abolita neppure se si avverasse l’utopia pentastellata di distribuire 780 euro al mese a tutti e 6 i milioni di poveri assoluti. E questo, al momento, rimane un sogno, a meno che con la povertà non sia stata abolita anche l’aritmetica: 780 per 6 milioni per 12 mesi fa 56 miliardi e rotti all’anno, e al momento ne sono previsti 10. Un bel progresso, rispetto ai 2 scarsi del reddito di inclusione del centrosinistra. Ma pur sempre insufficienti per coprire l’intera platea degli “incapienti”. Basta dirlo: ci stiamo provando, ma dobbiamo andare per gradi. La verità, alla lunga, paga sempre. Specie dopo 20 anni di overdose di balle, da B. a Renzi, che hanno vaccinato gli italiani contro la creduloneria di lunga durata. Invece Di Maio si affaccia al balconcino, poi annuncia l’abolizione della povertà (fra l’altro da Vespa, dove i cazzari giocano in casa dal Contratto con gl’Italiani in poi), infine corre dietro alla propaganda mainstream e si incasina ad annunciare antidoti inverosimili contro i truffatori che intascano il reddito senz’averne diritto (“sei anni di carcere!”: figuriamoci, in Italia non si danno manco per associazione mafiosa).

O lo butteranno in spese voluttuarie (“niente acquisti immorali!”: come se la Finanza, in un Paese con 10 milioni di evasori, potesse controllare se uno compra alla coop o da Unieuro, se beve brunello o tavernello). Il risultato è che una misura seria e giusta affoga nel ridicolo. E con lei chi l’ha voluta. Infatti il web, cioè il bar sport 2.0, già pullula di sberleffi come #dimaioabolisce. Fra annunci e realtà, al momento risulterebbero aboliti, oltre alla povertà (e dunque alla Caritas), nell’ordine: i congiuntivi e gli spot al gioco d’azzardo (per davvero), i vitalizi (per davvero, ma solo alla Camera), le auto blu (per finta), 400 leggi inutili, le Province e gli altri sprechi (a parole), il redditometro, lo spesometro e le accise (a chiacchiere, come Renzi col celebre “cucù” a Equitalia), la Fornero (vasto programma: per ora, forse, si va a quota 100), l’Ordine dei giornalisti (magari), il Jobs Act e il precariato (appena solleticati dal dl Dignità), la corruzione (almeno stando alla legge-slogan “spazza-corrotti”), la prescrizione (non pervenuta nello spazza-corrotti medesimo), i tecnici-pezzi di merda del Mef (almeno nei messaggi vocali di Casalino), il lavoro domenicale (vedremo) e addirittura i morti per incidenti stradali “entro il 2050” (per i feriti si vedrà).

Ma, siccome l’appetito vien mangiando, fioccano richieste per altre urgentissime abolizioni: le doppie punte, gli inestetismi della cellulite, “quella pippa di Di Francesco” (istanza di un romanista deluso), il fuorigioco (con incorporato reddito di cittadinanza ai guardalinee disoccupati), il ciclo mestruale (almeno) nei mesi caldi, i semi nel cocomero e nell’uva, le zanzare, i risvolti dei pantaloni, le mezze stagioni, la fame e le guerre nel mondo (a Miss Italia lo si chiede da anni, invano), le calorie, il colesterolo, il reflusso gastrico, le allergie e le intolleranze alimentari, i principi della termodinamica, la legge di gravità, i sandali coi calzini (soprattutto bianchi, i calzini), il tartaro e la placca, la pizza all’ananas, la cena coi parenti a Natale, i peli e la barba, il cerume, la forfora, gli aggiornamenti di Windows, le richieste di autorizzazione ai pop-up, gli ingorghi, la fila alle Poste, i vecchi che guidano col cappello, le promozioni di Poltrone e Sofà. I divani invece sono aboliti d’ufficio per impedire ai fannulloni di sdraiarcisi e contemporaneamente percepire il reddito. Alla lista ci permettiamo di aggiungere: i semafori rossi, gli autovelox, i tutor autostradali, il jet lag e le cimici verdi puzzolenti. Altre richieste le ha già anticipate in tempi non sospetti Cetto La Qualunque: “Aboliremo le bollette di gas e luce, daremo mille euro a persona e cchiù pilu per tutti. Poi abrogheremo l’Ici!… Ah, è già stata abolita? E noi la aboliremo di nuovo: abolita due volte!”. Altre ancora riempiono una strofa de L’anno che verrà di Dalla: “Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli faranno ritorno”. E una de La cura di Battiato: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare…”. Manca qualcosa? Ah, sì: fra un’abolizione e l’altra, non guasterebbero quelle dei balconi e dei condoni.

Per la Lazio una sfida da “tuffo al cuore”

È l’ultimo turno che precede la sosta, introdotto dai safari europei che hanno rigato in parte la teoria del campionato poco allenante. Cinque successi su sei, e addirittura quattro su quattro in Champions. Una pacchia. Ha tradito la Lazio: rosolata nel derby e demolita a Francoforte, riceve la Fiorentina all’Olimpico. Non proprio una scampagnata. Immobile contro Chiesa, sfida da “tuffo” al cuore.

La Juventus del 9 su 9 va a Udine. Sabato scorso ribaltò il Napoli che, mercoledì, ha liquidato i vice campioni del Liverpool. Con Dybala, Cristiano ha offerto fior di assist. Senza Cristiano, in coppa, il piccolo Sivori ha scaricato una tripletta. Le prove di forza continuano. Allegri predica prudenza: sembra un’uscita minimalista, ma non ha tutti i torti. Il nerbo dei rivali, il pronostico sdraiato e la legge dei grandi numeri potrebbero eccitare il destino.

La Roma è di scena a Empoli. Di Francesco si coccola il boom di Lorenzo Pellegrini, mossa baciata dall’infortunio di Pastore. Gli “indiani” di Andreazzoli sono maestri d’agguati, ma Dzeko ha aggiustato la mira. Un solo rischio, al di là delle insidie protocollari: passare da un eccesso all’altro.

Napoli-Sassuolo è il “tappone” della domenica. Il gol con cui Insigne ha bucato i Reds è una miniera d’oro. La squadra di De Zerbi è stata sbrigativamente ridimensionata dal 4-1 del Milan. Ancelotti procede, serafico, con il turnover. Mertens titolare, perché no. Lui e Insigne. Avanti popolo.

Da Ferrara non mi aspetto sorprese: la rimonta con il Tottenham e l’ingresso di Nainggolan hanno cambiato la storia di Spalletti. Con la cautela che la pazza Inter sempre giustifica.

L’accusa di stupro inguaia un Cristiano: fuga degli sponsor

Il volto da playboy, il fisico scolpito, il palmares del campione: Cristiano Ronaldo è il testimonial perfetto. Tutti lo vogliono, staccano assegni milionari per essere associati al suo nome. Non a un presunto caso di violenza sessuale: per questo l’accusa di stupro ricevuta dall’ex modella statunitense Kathryn Mayorga può costare cara al fuoriclasse portoghese (e di rimando anche alla Juventus, che su di lui ha deciso di puntare tutto e ieri è crollata in Borsa). I grandi marchi ragionano così: “Non importa se la denuncia sia vera o infondata: è tutta questione di immagine”, spiega un esperto di marketing sportivo che lavora per una nota compagnia italiana. Ma quand’è che un’azienda decide di stracciare il contratto? “Dipende da tanti fattori, alla fine sono sempre i soldi la cartina di tornasole: le multinazionali si accorgono subito quando il testimonial non funziona più. Se le magliette vendute diminuiscono, calano i contatti, significa che l’effetto è controproducente e dunque non vale l’investimento”.

Il caso è vecchio, risale al 2009 (la ragazza sostiene di aver ricevuto 260 mila euro all’epoca per non parlare) e non ci sono prove, ma è bastato che la notizia si diffondesse perché i ricchi sponsor entrassero in fibrillazione: EA Sports lo ha rimosso dal logo di Fifa 19, il più importante videogioco calcistico al mondo di cui è volto di punta, la Nike ha diffuso un comunicato in cui si dice “profondamente preoccupata da accuse inquietanti”. “La dichiarazione in cui l’azienda prende le distanze senza attaccare direttamente l’atleta è una mossa da manuale”, spiega l’esperto. “È il modo di tenere un piede in due scarpe: semplice atto dovuto se tutto andrà bene, via d’uscita se le cose dovessero volgere al peggio”.

Già, perché intorno al marchio di CR7 si muove un impero da quasi 100 milioni di euro a stagione (secondo le stime della rivista Forbes nel 2017). Con Nike, ad esempio, ha una parternship “a vita” dal valore totale vicino al miliardo. “Non è un caso che sia la più allarmata, per le cifre in ballo ma anche la provenienza geografica: l’azienda di abbigliamento, come EA Sports, è americana e negli Usa sono molto più ‘bigotti’, badano tantissimo alla reputazione. Anche il semplice sospetto su certi temi è inaccettabile”.

I precedenti non mancano: da Lance Armstrong a Tiger Woods, sono tanti i campioni che hanno perso contratti milionari perché coinvolti in scandali di vario genere. Il caso più simile, con le dovute proporzioni, è forse quello di Kobe Bryant, che nel 2003 fu addirittura arrestato per un’accusa di stupro: nonostante il procedimento fosse stato subito archiviato, Nike in quel caso attese ben due anni prima di tornare a utilizzare l’immagine del suo campione. Qui il punto di rottura pare ancora lontano: “Dipenderà dagli sviluppi dell’inchiesta”, conclude l’esperto. “Di certo un’azienda ci pensa mille volte prima di privarsi di Ronaldo: non tanto per le penali, che in caso di giusta causa si possono anche non pagare, quanto proprio per il danno di rinunciare a un testimonial così e rischiare di consegnarlo alla concorrenza”.

Trema Ronaldo, insomma, ma trema anche la Juventus, che giovedì ha diffuso un comunicato a suo sostegno. Difende la sua stella, difende il suo investimento: Agnelli ha impegnato quasi il 20% del bilancio per portarlo a Torino, nella speranza di vincere la Champions ma soprattutto di aumentare i ricavi commerciali del club. Ieri, invece, il titolo è crollato in Borsa di quasi il 10%: l’immagine del suo campione è macchiata da un’accusa pesante. Una vera beffa per la Vecchia signora, che dello “stile Juve” ha sempre fatto un vanto.

Al via la X edizione del premio Mattador per la sceneggiatura

Si è aperta ieri a Roma la decima edizione del Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador dedicato a Matteo Caenazzo, giovane studente triestino di Tecniche Artistiche e dello Spettacolo scomparso prematuramente il 28 giugno 2009. Al Writers Guild Italia Coworking, in via Settembrini, è stato illustrato il regolamento di partecipazione e la programmazione dei Mattador Workshop, che si terranno a Trieste dal 18 ottobre al 14 novembre per concludersi a Venezia, e per i quali è prevista la partecipazione dei vincitori della nona edizione. Conflitti generazionali, relazioni sociali, sessualità: questi i temi trattati dai migliori soggettisti dello scorso Mattador. Il premio conta più categorie: Corto86 per i cortometraggi e Dolly, per le sceneggiature disegnate. Lo scopo è come sempre quello di valorizzare nuovi talenti dai 16 ai 30 anni: in palio, oltre ai riconoscimenti in denaro, lezioni dedicate allo sviluppo dei progetti di sceneggiatura, regia e stop motion con tutor e professionisti nazionali e internazionali.