Risulta complicato, a tutta prima, associare alla vivace panoplia di colori pastello delle architetture del quartiere Madonnella, a Bari, la concitazione spaurente e satura di violenza di un agguato mafioso. Eppure è esattamente il genere di dramma che si è consumato poco più di una settimana fa quaggiù, tra queste operose viuzze profilate di palazzoni monumentali che ordinatamente si dipanano dal lungomare, per innervarsi in un complesso di caseggiati multietnico, variolato, delimitato – sin dagli anni Venti dello scorso secolo – dalla filza di rotaie della ferrovia, da una parte, e dai perpetui andirivieni dell’Adriatico, dall’altro. Una sorta di zona franca della città, a ben guardare, placidamente spartita tra la moltitudine di localini eleganti, uffici di professionisti e roccaforti istituzionali (come la sede storica della Rai, o il palazzo dell’Inps) e i conglomerati popolari dai balconi, pavesati di file drappeggianti di bucato steso ad asciugare.
Il misfatto si compie alle ore 20 circa, quando il brulichio dei passanti è in pieno fermento: Andrea Fachechi, 28 anni, una discreta serqua di reati a marezzargli la fedina penale, si trova in sella al suo ciclomotore: viene affiancato da uno, forse due scooter. Un primo colpo di pistola erompe nella quiete serotina lacerandola senz’appello, poi altri tre gli si accoderanno in rapida successione. L’uomo si accascia sul selciato, colpito al gluteo e al basso ventre. Sarà un equipaggio del 118 a soccorrerlo, catapultandolo in codice rosso al Policlinico tra lo sconcerto degli astanti: bambini, anziani, famiglie attonite, i più ancora ascosi al riparo dei portoni o timidamente accucciati nei meandri dei negozi aperti. “Far West in città” titoleranno i giornali, e gli sguardi esterrefatti dei baresi, convinti che l’ultima, febbrile stagione di arresti (104 solo a giugno, operazione dal nome mitologico, “Pandora”, per i carabinieri del Ros) avesse quantomeno messo un punto a capo a circostanze sì gravose, sembrano di botto perdersi in un’oscura regione situata tra il disappunto e l’inquietudine. Perché questa è terra di mare, terra di turismo e di commercio, e che la si configuri anche come terra di mafia non va affatto bene, ma proprio per niente.
Passano pochi giorni. In un’impresa di fuoco tanto fulminea quanto brutale, il 24enne Walter Rafaschieri trova la morte inseguito sulla sua moto da tre auto mentre il sole è al culmine della sua parabola meridiana. Siamo a ridosso dello stadio San Nicola, hinterland meridionale, e assieme al ragazzo c’è suo fratello Alessandro, 33 primavere sul groppone, gravemente ferito nello stesso blitz: sono figli del ras del rione Madonnella, Vincenzo Rafaschieri detto Bibì, ucciso nel 1994 coi marosi sullo sfondo come in un melodramma guappo su mandato – secondo gli inquirenti – di Domenico Monti alias Mimmu u’ biund, braccio destro del boss di Bari vecchia, Antonio Capriati, tornato in libertà dopo 25 anni di carcere.
Il cane infernale che anima il sottobosco cittadino ha finito il letargo. Un mostro dalle cento teste pronte ad azzannarsi
A questo punto la situazione è chiara: il nero cane infernale che anima il sottobosco cittadino si è risvegliato dal letargo e l’ennesimo, efferato redde rationem sta maturando nei gangli più intimi delle cosche che da sempre si spartiscono il capoluogo. Una decina di famiglie più o meno, secondo la Direzione distrettuale Antimafia, consorterie criminali eternamente lacerate da scissioni, ricongiungimenti, fratture interne ed epurazioni che si muovono sul crinale di una contrapposizione annosa in cui la cricca degli Strisciuglio si oppone a quella dei Parisi-Palermiti. Sempre la stessa è invece la cagione di tale inesauribile disputa: il traffico degli stupefacenti e la conseguente volontà di controllo territoriale. Perché una città come Bari, una città fornita di un’infrastruttura portuale marittima di grande eccellenza come l’antico porto, fondamentale per gli scambi con l’Oriente e la penisola Balcanica, non può non solleticare appetiti rapaci. Tonnellate di oppiacei vengono smistate ogni anno sulle attrezzatissime banchine del molo per raggiungere clandestinamente – tramite alacri staffette motorizzate, i loro veicoli muniti di doppi fondi e falsi vuoti – le piazze campane, lucane e calabresi nonché quelle in mano ad associazioni più o meno “sorelle” come la piazza di Taranto oppure più giù, nel Salento più fondo, dove altre camarille delinquenziali – lacerti di Sacra corona unita, tronconi residuali di bande una volta potentissime e ora costrette nell’ombra – provvedono a spacciarla nei propri feudi attraverso canali autonomi. Perché la mafia in Puglia, com’è ovvio, somiglia dannatamente ai pugliesi. È proteiforme, arguta. E destra a muoversi. Ma incapace di amalgamarsi e fare squadra. Tanti capi, troppe identità difformi. Una sorta di Idra dalle cento teste, tutte pronte ad azzannarsi, incuranti del danno che provocherebbero a sé stesse. In fondo è per questa implicita natura caratteriale degli autoctoni che la malavita di questa regione sembra non essere mai riuscita ad assurgere a organizzazione verticistica di grande portata come le più note e strutturate mafie sicule, campane e calabresi. Proprio da queste “cugine maggiori” negli anni Ottanta alcuni boss “illuminati” hanno cercato di vampirizzare rituali, gestione dei mezzi e pratiche di affiliazione, nonché l’idea di base di una struttura in grado di convogliare il flusso decisionale entro gerarchie rigorosamente definite, capaci cioè di mettere a frutto la naturale connessione con l’Est europeo per generare business diffuso al riparo di inutili (e costose) scaramucce tra potentati locali. Ma il giocattolo ebbe vita breve: le stesse differenze geoculturali che frammentano sin da epoca romana questo pianeggiante lembo di mondo, differenze per le quali il toponimo “Puglia” è sovente declinato al plurale negli annali, relegarono ben presto quest’idea corporativa nell’alveo dei progetti buoni solo sulla carta. Pressata dalla morsa delle autorità e marginalizzata dalla sua stessa mancanza di coesione, la nuova mafia pugliese si sfarinò dopo nemmeno un ventennio di attività, consegnando lo sperone garganico in mano alle Società, il tacco salentino alla Sacra corona (e sue sempre più sfilacciate gemmazioni: Sacra corona libera, Rosa dei venti…), e Bari e parte delle Murge alla cosiddetta “Camorra barese”: un assembramento di forze assai cruente e litigiose, capaci però periodicamente, da quasi quarant’anni, di tenere in scacco la bella cittadina sul mare vessando col pizzo i negozianti e facendo circuitare ingenti fondi di denaro tramite la prostituzione, l’usura, il gioco d’azzardo e, per l’appunto, la droga. Tanta droga. A fiumi. Da qui l’importanza di tenere sotto la propria egida anche quartieri all’apparenza avulsi dalla rodata grammatica del malaffare: a Madonnella è tutt’altro che scontato incappare in quei manipoli di ceffi dai bicipiti istoriati di tatuaggi carcerari che generalmente affollano le porzioni urbane a maggiore densità “gomorresca” – per quello bisogna andare altrove, come ad esempio nel poverissimo e dimenticato quartiere San Pio, già Enziteto – ma la vivacità delle numerose attività commerciali e soprattutto l’estrema accessibilità all’area ferro-portuale rendono rioni come questo altamente desiderabili per i clan, che se li contendono a pistolettate, come dimostrano le sanguinose schermaglie dei giorni scorsi.
La gente qui viene a divertirsi. A girare le commedie tra gli ulivi. A strafogarsi di orecchiette. Del resto, meglio non parlare
Eppure i baresi, alla stregua di amanti traditi, perlopiù nicchiano, negando l’evidenza con un’impronta di smagato scetticismo sulla faccia. “Ma quale mafia? E che stiamo in Sicilia, qua?”, dicono nei bar, confidando nel fatto che capi storici come Savinuccio Parisi, boss del quartiere Japigia, personaggio sul quale prolifera una letteratura di aneddoti al limite della leggenda, al momento siano in consegna nelle patrie galere, e che le sparute fazioni attualmente in campo abbiano, secondo una vulgata fin troppo compiacente, sottoscritto una qualche forma di pax libera-tutti. Ma intanto per strada si spara come nei Novanta, quando le faide si risolvevano facendo risuonare l’eco delle revolverate nei viottoli del centro. E, come in ogni storia di malavita che si rispetti, oggi come allora gli equilibri sono instabili e a ricalibrarsi ci mettono un fiat. A gennaio Venturo Savinuccio, il padrino cui in passato code di ragazzi si rivolgevano in processione elemosinando un lavoro, sarà nuovamente libero, dopo un periodo di detenzione lungo e processualmente intricato. Oltre alla consueta batteria di fuochi d’artificio che da queste parti usa esplodere per festeggiare il rilascio dei capi, si presume che il suo ritorno finirà inesorabilmente per disturbare qualcuno degli astri nascenti nella cangiante nomenclatura dei cattivi: magari qualche giovane picciottello affamato di reputazione, uno di quei “malacarne” strafatti di coca reclutati in cambio di una scheda telefonica e poche lire in tasca, proprio nei suburbi di Enziteto, rinomato magazzino per l’arsenale dei clan e centro di addestramento dei killer in erba. Un pugno di edifici-dormitorio in mezzo al nulla, dieci chilometri a nord del centro, dove la stasi regna sovrana e alle 19.00 un coprifuoco lunare cala inarrestabile, lasciando a garrire al vento d’autunno i cartelli coi nomi delle vie che la vecchia giunta Emiliano, con ironia beffarda e chissà quanto inconsapevole, ha dedicato a virtù come il Coraggio, la Lealtà, la Gentilezza e via così. Mentre torno campetti di calcio improvvisati – come in un diapositiva scolorita – sbiadiscono al sole divorati dal falasco, e l’unico bar del quartiere serra le saracinesche causa totale inanità.
Non siamo in Sicilia, poco ma sicuro. Né alle Vele di Scampia, se è per questo. Ma poco ci manca. Anche se non dobbiamo dircelo. Guai a farlo. Perché in Puglia la gente ci viene a divertirsi. A girare le commedie tra gli ulivi. A celebrare i fastosi matrimoni dei Ragià e a strafogarsi di orecchiette con le cime di rapa. Antonio Decaro, l’attuale sindaco, dinanzi al repentino rattizzarsi del viluppo criminale ha chiesto al ministro dell’Interno la convocazione di un comitato metropolitano per la sicurezza (in visita a Bari non più tardi di tre settimane fa, Salvini si è limitato a propugnare al suo pubblico il solito refrain anti-immigrazione). E intanto in città la legge della giungla torna a reclamare il suo obolo mortifero, e il sangue ingrassa ancora una volta questa terra antica e orbata. Una terra che magari, prigioniera di uno stallo socioeconomico che divora le cose dal di dentro, riuscirà prima o poi a destarsi dall’atavico torpore in cui la fame l’ha confinata. Per guardarsi in faccia in tutto il suo incantevole disordine e finalmente ribellarsi. Per rinascere.