“Roma non è Venezia”: tutta donne e Scorsese

“Una cosa locale? Se Scorsese, Blanchett, Lynch, i Coen – solo per dirne alcuni fra presente e recente passato – sono “cose locali” allora dobbiamo intenderci con Barbera sul significato del vocabolo. Sono certo sia scivolato in confusione, o abbia detto non quello che siamo ma quello che vorrebbe fossimo”. La mette sul ridere Antonio Monda, direttore artistico della Festa del Cinema di Roma, che della rivalità con la Mostra veneziana non ne può più, ma stante la provocazione in conferenza stampa, arriva lesto di risposta. “Quest’anno Venezia aveva un programma eccezionale, mi sono complimentato con Alberto e lo invidio ma solo per tre cose: i 75 anni di storia, il budget e il pubblico, capace di non lamentarsi mai anche durante il black-out con Lady Gaga alla première. Qui mi avrebbero lapidato”.

Certamente il direttore della 13ª kermesse romana – forte del rinnovo al secondo mandato – ha scordato gli insulti all’unica regista donna in concorso al Lido, o forse ha ritenuto più interessante reagire in difesa delle donne inserendo in programma “ben” 12 film diretti da registe sugli oltre 60 sparsi nelle varie sezioni: un numero lontano dal 50 + 50 invocato al documento firmato proprio a Venezia, ma sufficiente a indurre Monda a mettere “donne” tra le parole chiave dell’edizione che alzerà il sipario il 18 per abbassarlo il 28 ottobre. Chiusura con le Notti magiche di Paolo Virzì.

Programmone alla mano, la Festa – la parola “festival” è ormai vietata per legge nelle sale dell’Auditorium – si annuncia “elegante, raffinata e insieme pop ma con qualità” per dirla con Laura Delli Colli, vicepresidente della Fondazione Cinema per Roma. Ed è proprio Delli Colli a dare il numero che conta, il sempre richiesto budget: meno di 3,5 milioni di euro. Quel tanto, che non è molto (per intenderci il Festival di Berlino costa annualmente 25 milioni di euro), da permettere al “newyorkese” Monda di invitare mezza Hollywood ma soprattutto di fare un vero record per la kermesse capitolina con 31 Paesi rappresentati. Chi sarà dunque al party “mondano”? I due già annunciati e super big name di Martin Scorsese (“che starà con noi tre giorni, presentando film e facendo una lezione agli studenti insieme ad Alice Rohrwacher”) e Isabelle Huppert, entrambi designati Premi alla carriera 2018 (il primo lo riceverà da Paolo Taviani e la seconda da Toni Servillo) ma anche protagonisti dei rispettivi e ormai cult “Incontri Ravvicinati”; come loro, fra gli altri, chiacchiereranno con Monda e il pubblico: Cate Blanchett, Mario Martone, Sigourney Weaver, Giuseppe Tornatore, le sorelle Rohrwacher, lo scrittore Jonathan Safran Foer, e – dulcis in fundo – Michael Moore, il cui nuovo ed esplosivo Fahrenheit 11/9 sarà proiettato alla Festa. Già, perché invertendo l’ordine dei numeri la Storia cambia, benché di tirannie al potere americano si tratti, e la cabala fa da assist. Dopo Bush, infatti, Moore se la prende con Trump, eletto il 9 novembre 2016: chissà se prima di volare a Roma qualcuno lo informerà che il governo gialloverde è amico di The Donald. L’incontro, in ogni caso, promette fuochi artificiali così come – su temi ben diversi – sono attesi dalla conversazione con Thierry Frémaux, il mitico direttore del Festival di Cannes altrimenti noto come “il nemico di Netflix” ma “non per volontà sua”. Il gigante distributivo (e produttivo) della rete sarà ancora al centro del dibattito, seppur Monda sia già schierato “Netflix è già il presente, assurdo opporvisi”, ma lui di film targati Netflix in programma non ne ha. Ha invece una prima mondiale a marchio Sony, il nuovo film della saga Millennium (Quello che non uccide) con la diva British Claire Foy (che sarà presente), e diverse première internazionali come Stanlio & Ollio con John C. Reilly e Steve Coogan (entrambi attesi sul red carpet) e Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins, premio Oscar per Moonlight. Non mancheranno opere sulla Memoria per gli 80 anni delle leggi razziali e parecchio cinema italiano, uno su tutti il nuovo lavoro di Edoardo De Angelis, Il vizio della speranza, già applaudito a Toronto. Quanto alle retrospettive, i celebrati di quest’anno saranno Maurice Pialat e l’amatissimo Peter Sellers, come da locandina.

La beffa della Lada: così una targa russa ha svelato l’identità di 305 agenti militari

Noti a tutti per colpa di una Lada. Se le identità di 300 agenti segreti russi tra i più esperti al mondo sono state svelate, sarà tutta colpa di una vecchia auto sovietica.

Due giorni fa la Mivd, intelligence olandese, in collaborazione con gli agenti britannici, ha svelato i nomi dei quattro agenti della cyber-unità della Gru, servizi segreti militari russi, operativi in Europa, che si preparavano ad attaccare l’Opac a la Hague. Erano una tetrarchia: Oleg Saerebrjakov, Aleksey Minin, Aleksey Morenets e Evgeny Serebriakov. Subito i giornalisti britannici di Bellingcat e quelli russi di The Insider si sono messi a scavare nel web, scrivendo un nuovo capitolo della saga delle spie russe in Europa. L’arma con cui gli agenti segreti pugnalavano gli altri, internet, alla fine, li ha pugnalati. Incrociando numeri e documenti resi accessibili dai servizi segreti dei Paesi Bassi, con i dati di due database del 2002 e 2014, i reporter investigativi hanno scoperto due cose. La prima che i nomi dei quattro agenti erano veri e non una legenda, come si chiama in gergo la copertura delle spie, quella a cui, per esempio, hanno fatto ricorso i due agenti accusati dell’avvelenamento di Skripal – l’ex colonnello del Gru poi passato al servizio di Londra – a Salisbury.

La seconda, che Aleksey Morenets era proprietario di una Lada, registrata al Komsomolsky Prospekt 20, presunto indirizzo della cyber-unità 26165, il dipartimento dei servizi Gru che si occupa di minare il web europeo ed americano, accusato all’unisono da Usa, Londra e Amsterdam. I giornalisti hanno cercato i nomi dei proprietari dei veicoli registrati allo stesso indirizzo e hanno trovato altri 305 nomi, dettagli anagrafici, numeri di cellulare di presunti agenti.

Tutto rimane in queste ore al vaglio di ulteriori verifiche, ma se le informazioni dovessero rivelarsi credibili, diventerebbe il leak più imponente della storia delle spie. Morenets è collegato ad altri quattro veicoli, alcuni registrati a un indirizzo a nord-ovest di Mosca, dove si trova l’Accademia della Gru, l’edificio che tutti chiamano l’Acquario.

Un “compagno che sbaglia”: sparito Meng, capo Interpol

Si tratti di una star del cinema con problemi di evasione fiscale – come Fan Bingbing – o del presidente dell’Interpol Meng Hongwei, 64 anni, il destino è scomparire in caso di “problemi” con l’ordine costituito cinese. Dal 29 settembre la famiglia di Hongwei non ha più sue notizie. Meng è partito da Lione, in Francia, verso la Cina, ma a casa non è mai arrivato. Il quotidiano di Hong Kong, South China Morning Post scrive che Hongwei “è sottoposto a un’indagine” ed è stato prelevato “non appena è atterrato”. L’Interpol su Twitter si è detta “al corrente delle informazioni della stampa a proposito della presunta scomparsa”. Cosa il governo di Pechino imputi a Hongwei non è chiaro: il presidente Xi Jinping da anni porta avanti una battaglia contro i “compagni che sbagliano”, ma su questo argomento spesso la fonte è unica, quella di Pechino, e senza contraddittorio. Si può ipotizzare che il funzionario abbia avuto contatti di lavoro con l’ex membro del Politburo, Zhou Yongkang, passato dall’essere il responsabile della sicurezza del Partito comunista a una condanna a vita per corruzione. Zhou era fra gli obiettivi principali delle retate ordinate dal presidente Jinping condotte senza riguardi, si trattasse di “tigri o mosche”. Meng era stato scelto alla guida dell’Interpol nel 2016. Il suo curriculum: attività contro il traffico di droga, antiterrorismo. In teoria la nomina di Meng Hongwei all’Interpol doveva essere un fiore all’occhiello per Pechino, era il primo cinese a raggiungere quella carica. Il paradosso è che i gruppi per la difesa dei diritti umani si erano allarmati tanto che Amnesty International aveva accusato: la Cina usa l’Interpol “per arrestare i dissidenti e i rifugiati all’estero”. Meng probabilmente già allora sapeva che non era degli attivisti che si doveva preoccupare.

Corte Suprema, Kavanaugh si salva e Trump gongola

Donald Trump gongola alla Casa Bianca: il Senato approva la mozione di chiusura del dibattito sulla nomina del giudice Brett Kavanaugh, il suo prescelto, alla Corte Suprema. “Sono molto orgoglioso”, twitta il magnate presidente. La battaglia per la conferma di Kavanaugh, il cui insediamento sposterà a destra per una generazione la massima magistratura degli Stati Uniti, è ormai a un voto dal termine. I nove membri della Corte Suprema sono nominati a vita. Con Kavanaugh, i conservatori saranno cinque e i progressisti, mediamente molto più anziani, quattro.

Il Senato, controllato dai repubblicani con un voto di margine, ha votato 51 a 49: i repubblicani hanno perso la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, già capace altre volte di dire ‘no’ a Trump – votò pure contro l’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama, che non passò – ma hanno ‘arruolato’ il democratico della West Virginia Joe Manchin, che è in corsa a novembre per la rielezione in uno Stato ‘trumpiano’.

Oggi, nel voto finale e decisivo, i repubblicani possono permettersi di perdere un altro voto: in caso di parità, sarebbe decisivo il ‘sì’ a Kavanaugh del vicepresidente Mike Pence, presidente del Senato. Murkovski dovrebbe confermare la sua opposizione al giudice discusso, anche se dice: “Penso che sia un brav’uomo, ma non penso che sia l’uomo migliore per la Corte Suprema in questa fase”.

Altri due repubblicani incerti, Jeff Flake e Susan Collins, hanno appoggiato il voto procedurale: Flake voterà ‘sì’ anche oggi.

La conferma del giudice, i cui orientamenti conservatori potrebbero condizionare le future sentenze della Corte Suprema sui diritti civili e i diritti elettorali, ma anche sull’aborto ed, eventualmente, su una procedura d’impeachment del presidente, pareva sicura, nonostante l’opposizione democratica, ma è stata complicata dalle accuse di violenza sessuale fatte da tre donne, episodi che risalgono agli anni del liceo e dell’Università.

Un’indagine dell’Fbi, durata appena cinque giorni, non ha raccolto prove certe contro Kavanaugh, sufficienti a formulare accuse penali: i repubblicani ne hanno tratto lo spunto per dare un’accelerata al processo di conferma; i democratici denunciano la frettolosità dell’inchiesta, che non ha neppure interrogato tutte e tre le donne venute allo scoperto contro il giudice: “I federali non hanno trovato nulla perché non hanno cercato nulla”.

In un’intervista al Wall Street Journal, Kavanaugh ha di nuovo ammesso suoi limiti caratteriali, mentre un ex giudice della Corte Suprema, John Paul Stevens, 98 anni, lo giudica “inadeguato” all’incarico.

Difficile anche da valutare l’impatto della vicenda sulle elezioni di midterm del 6 novembre, ammesso che ve ne sia uno. Le pressioni e la passione delle decine di migliaia di donne che protestano, in tutta l’Unione, contro la conferma di Kavanaugh paiono destinate a risultare vane: giovedì sera, c’erano tremila persone davanti alla Corte Suprema e 300 sono state arrestate dentro un edificio del Senato, fra cui la comica Amy Schumer e la modella Emily Ratajkowski. E pure Lady Gaga s’è schierata con l’accusatrice del giudice Christine Blasey Ford: “Non è una stupida, va creduta”, e la petizione dei docenti di diritto contro Kavanaugh ha superato le 2400 firme.

Ma Trump ha una spiegazione per tutto: le proteste non sono spontanee, sono tutti “pagati da Soros e altri”.

“Ora Denis potrà salvare un intero Paese”

Il dottore Denis Mukwege non è un politico, è un profeta. Il suo Nobel premia una battaglia di civiltà contro gli stupri di guerra”. Parola di Colette Braeckman, belga, decana dei reporter dell’Africa, che ha raccontato la storia di Denis Mukwege – il dottore e attivista congolese che ha vinto il Nobel per la Pace – nel libro Muganga. La guerra del dottor Mukwege (Fandango, 2014). La Braeckman, ospite oggi alle 18 al Festival Internazionale a Ferrara, afferma: “sono innamorata del Congo ma scandalizzata da ciò che accade al corpo delle donne, mutilate, stuprate e uccise”. Mukwege – che era stato ospite a sua volta sul palco di Internazionale nel 2014 – è il primario di chirurgia all’ospedale di Panzi, fermo oppositore del regime di Kabila e con le elezioni presidenziali alle porte la sua voce è sempre più forte: “Non oseranno uccidere un congolese che ha vinto il Nobel per denunciare gli stupri di guerra”.

L’ha già chiamato per festeggiare?

Questo Nobel è una vittoria per tante persone che, come me, si sono fatte portavoce di una battaglia di civiltà e giustizia. Stasera lo chiamerò!

Come vi siete conosciuti?

Agli inizi degli anni 2000 ho seguito la guerra a Kivu, regione dell’est del Congo. Lui dirigeva la clinica ginecologica nell’ospedale di Panzi. Mi raccontò che arrivavano in ospedale sempre più donne vittime di abusi sessuali. Voleva che ne parlassimo, che facessimo qualcosa per cambiare il sistema. Mi ha aperto gli occhi.

Quante donne sono vittime di violenze in Africa?

È molto difficile fornire un numero esatto. Nell’ospedale di Panzi sono state curate ben 40.000 donne e sono migliaia le donne che si affidano alle cure mediche ma molte altre muoiono durante le violenze. Lo stupro di guerra è una piaga silenziosa.

Chi sono i colpevoli?

Sino a qualche anno fa erano perpetrati da mercenari che venivano dal Ruanda e si sfogavano sulle donne, sulle bambine. Oggi sono stati istituiti dei tribunali militari eppure la violenza è stata normalizzata e persino semplici cittadini congolesi si accaniscono sulle ragazze del loro stesso quartiere, magari stuprando la vicina di casa. La violenza si è diffusa, contagiando le città.

Si avvicinano le elezioni in Congo e Mukwege è un grande oppositore Kabila.

Lui combatte un sistema che ruba le risorse del paese, basato su corruzione e violenza brutale. Secondo Mukwege, questo sistema è destinato perpetuarsi. Il dottore non è un politico, è un profeta.

Ma un uomo da solo può cambiare il mondo?

Quando è solo può essere difficile ma oggi, con la vittoria del Nobel, lui ha tutta l’attenzione dei media.

Teme per la sua vita?

Ha già subito due attentati. Uccidono le persone gli sono vicine a lui per spaventarlo ma non oseranno mai uccidere un congolese che ha vinto il Nobel.

Pace per le donne: un Nobel a chi difende le altre #MeToo

È difficile immaginare altri due vincitori del Nobel per la Pace più degni di Nadia Murad e Denis Mukwege. Il riconoscimento non poteva andare che a questi due attivisti straordinariamente coraggiosi, resilienti ed efficaci contro il flagello della violenza sessuale e l’uso dello stupro come arma di guerra”. Tra le tante reazioni alla scelta della giovane yazida, a lungo schiava sessuale dei tagliagole dell’Isis, e del medico congolese che cura le donne violentate dai guerriglieri, c’è anche questa di Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che prosegue così: “Abbiamo bisogno di molte più persone come voi per difendere nel modo giusto i diritti delle donne, delle minoranze, di tutti e lavorare per la giustizia”.

Nella Repubblica Democratica del Congo, paese ricchissimo di risorse naturali e di continui violenti conflitti tra bande di guerriglieri, Mukwege è chiamato “l’uomo che ripara le donne” perché dal 1998 ha curato 40 mila vittime di stupri nella Repubblica democratica del Congo. In questi vent’anni il ginecologo s’è dedicato a curare e sostenere le donne vittime della guerra, terminata ufficialmente nel 2002, ma riesplosa a intervalli regolari tra l’esercito e i gruppi armati che vogliono controllare le miniere di coltan, usato per costruire il cervello degli smartphone “Lo stupro è una strategia per distruggere le comunità, per terrorizzare la popolazione che si vede costretta a fuggire dai propri villaggi”, ha spiegato Mukwege, L’ex segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aveva definito ciò che è accaduto in Congo “un genocidio sessuale”.

Laureato in Medicina in Burundi, specializzato in Francia, Mukwege ha fondato nel 1998 l’ospedale Panzi a Bukawo, nell’est del Paese (la zona dove si concentra la maggior parte degli scontri) dove ha messo a punto nuove tecniche per risolvere le orribili lacerazioni, fisiche e psicologiche, che rimangono per anni nelle menti e nei corpi delle vittime. Torture che purtroppo anche Nadia Murad, assieme a migliaia di donne d’etnia yazida, ha dovuto subire nel 2014 per lunghi mesi in seguito alla conquista della città di Sinjar, dove viveva, da parte dell’Isis.

Gli uomini che non riuscirono a fuggire vennero trucidati. Murad ha 25 anni ma la maturità saggia di chi ha dovuto far appello a tutta la forza d’animo per resistere a una catastrofe prolungata e brutale. Dopo aver visto la propria famiglia assassinata dai membri dello Stato Islamico, è stata imprigionata e schiavizzata sessualmente fino a quando non è riuscita a scappare.

Nel 2016 Murad è diventata la prima ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani e ha vinto il Premio Sakharov. Tra le donne che l’hanno aiutata a diventare una testimonial globale c’è l’avvocata Amal Clooney. La sua esperienza è stata raccontata nell’autobiografia L’ultima ragazza (Mondadori). Nei discorsi che tenne all’Onu e al Parlamento europeo non ha mai usato parole di vendetta, ma il suo sguardo è così triste da far capire che nulla potrà consolarla. Per questo il suo attivismo, la sua forza e determinazione meritano almeno il Nobel per la Pace.

Far west in città Bari s’è desta

Risulta complicato, a tutta prima, associare alla vivace panoplia di colori pastello delle architetture del quartiere Madonnella, a Bari, la concitazione spaurente e satura di violenza di un agguato mafioso. Eppure è esattamente il genere di dramma che si è consumato poco più di una settimana fa quaggiù, tra queste operose viuzze profilate di palazzoni monumentali che ordinatamente si dipanano dal lungomare, per innervarsi in un complesso di caseggiati multietnico, variolato, delimitato – sin dagli anni Venti dello scorso secolo – dalla filza di rotaie della ferrovia, da una parte, e dai perpetui andirivieni dell’Adriatico, dall’altro. Una sorta di zona franca della città, a ben guardare, placidamente spartita tra la moltitudine di localini eleganti, uffici di professionisti e roccaforti istituzionali (come la sede storica della Rai, o il palazzo dell’Inps) e i conglomerati popolari dai balconi, pavesati di file drappeggianti di bucato steso ad asciugare.

Il misfatto si compie alle ore 20 circa, quando il brulichio dei passanti è in pieno fermento: Andrea Fachechi, 28 anni, una discreta serqua di reati a marezzargli la fedina penale, si trova in sella al suo ciclomotore: viene affiancato da uno, forse due scooter. Un primo colpo di pistola erompe nella quiete serotina lacerandola senz’appello, poi altri tre gli si accoderanno in rapida successione. L’uomo si accascia sul selciato, colpito al gluteo e al basso ventre. Sarà un equipaggio del 118 a soccorrerlo, catapultandolo in codice rosso al Policlinico tra lo sconcerto degli astanti: bambini, anziani, famiglie attonite, i più ancora ascosi al riparo dei portoni o timidamente accucciati nei meandri dei negozi aperti. “Far West in città” titoleranno i giornali, e gli sguardi esterrefatti dei baresi, convinti che l’ultima, febbrile stagione di arresti (104 solo a giugno, operazione dal nome mitologico, “Pandora”, per i carabinieri del Ros) avesse quantomeno messo un punto a capo a circostanze sì gravose, sembrano di botto perdersi in un’oscura regione situata tra il disappunto e l’inquietudine. Perché questa è terra di mare, terra di turismo e di commercio, e che la si configuri anche come terra di mafia non va affatto bene, ma proprio per niente.

Passano pochi giorni. In un’impresa di fuoco tanto fulminea quanto brutale, il 24enne Walter Rafaschieri trova la morte inseguito sulla sua moto da tre auto mentre il sole è al culmine della sua parabola meridiana. Siamo a ridosso dello stadio San Nicola, hinterland meridionale, e assieme al ragazzo c’è suo fratello Alessandro, 33 primavere sul groppone, gravemente ferito nello stesso blitz: sono figli del ras del rione Madonnella, Vincenzo Rafaschieri detto Bibì, ucciso nel 1994 coi marosi sullo sfondo come in un melodramma guappo su mandato – secondo gli inquirenti – di Domenico Monti alias Mimmu u’ biund, braccio destro del boss di Bari vecchia, Antonio Capriati, tornato in libertà dopo 25 anni di carcere.

Il cane infernale che anima il sottobosco cittadino ha finito il letargo. Un mostro dalle cento teste pronte ad azzannarsi

A questo punto la situazione è chiara: il nero cane infernale che anima il sottobosco cittadino si è risvegliato dal letargo e l’ennesimo, efferato redde rationem sta maturando nei gangli più intimi delle cosche che da sempre si spartiscono il capoluogo. Una decina di famiglie più o meno, secondo la Direzione distrettuale Antimafia, consorterie criminali eternamente lacerate da scissioni, ricongiungimenti, fratture interne ed epurazioni che si muovono sul crinale di una contrapposizione annosa in cui la cricca degli Strisciuglio si oppone a quella dei Parisi-Palermiti. Sempre la stessa è invece la cagione di tale inesauribile disputa: il traffico degli stupefacenti e la conseguente volontà di controllo territoriale. Perché una città come Bari, una città fornita di un’infrastruttura portuale marittima di grande eccellenza come l’antico porto, fondamentale per gli scambi con l’Oriente e la penisola Balcanica, non può non solleticare appetiti rapaci. Tonnellate di oppiacei vengono smistate ogni anno sulle attrezzatissime banchine del molo per raggiungere clandestinamente – tramite alacri staffette motorizzate, i loro veicoli muniti di doppi fondi e falsi vuoti – le piazze campane, lucane e calabresi nonché quelle in mano ad associazioni più o meno “sorelle” come la piazza di Taranto oppure più giù, nel Salento più fondo, dove altre camarille delinquenziali – lacerti di Sacra corona unita, tronconi residuali di bande una volta potentissime e ora costrette nell’ombra – provvedono a spacciarla nei propri feudi attraverso canali autonomi. Perché la mafia in Puglia, com’è ovvio, somiglia dannatamente ai pugliesi. È proteiforme, arguta. E destra a muoversi. Ma incapace di amalgamarsi e fare squadra. Tanti capi, troppe identità difformi. Una sorta di Idra dalle cento teste, tutte pronte ad azzannarsi, incuranti del danno che provocherebbero a sé stesse. In fondo è per questa implicita natura caratteriale degli autoctoni che la malavita di questa regione sembra non essere mai riuscita ad assurgere a organizzazione verticistica di grande portata come le più note e strutturate mafie sicule, campane e calabresi. Proprio da queste “cugine maggiori” negli anni Ottanta alcuni boss “illuminati” hanno cercato di vampirizzare rituali, gestione dei mezzi e pratiche di affiliazione, nonché l’idea di base di una struttura in grado di convogliare il flusso decisionale entro gerarchie rigorosamente definite, capaci cioè di mettere a frutto la naturale connessione con l’Est europeo per generare business diffuso al riparo di inutili (e costose) scaramucce tra potentati locali. Ma il giocattolo ebbe vita breve: le stesse differenze geoculturali che frammentano sin da epoca romana questo pianeggiante lembo di mondo, differenze per le quali il toponimo “Puglia” è sovente declinato al plurale negli annali, relegarono ben presto quest’idea corporativa nell’alveo dei progetti buoni solo sulla carta. Pressata dalla morsa delle autorità e marginalizzata dalla sua stessa mancanza di coesione, la nuova mafia pugliese si sfarinò dopo nemmeno un ventennio di attività, consegnando lo sperone garganico in mano alle Società, il tacco salentino alla Sacra corona (e sue sempre più sfilacciate gemmazioni: Sacra corona libera, Rosa dei venti…), e Bari e parte delle Murge alla cosiddetta “Camorra barese”: un assembramento di forze assai cruente e litigiose, capaci però periodicamente, da quasi quarant’anni, di tenere in scacco la bella cittadina sul mare vessando col pizzo i negozianti e facendo circuitare ingenti fondi di denaro tramite la prostituzione, l’usura, il gioco d’azzardo e, per l’appunto, la droga. Tanta droga. A fiumi. Da qui l’importanza di tenere sotto la propria egida anche quartieri all’apparenza avulsi dalla rodata grammatica del malaffare: a Madonnella è tutt’altro che scontato incappare in quei manipoli di ceffi dai bicipiti istoriati di tatuaggi carcerari che generalmente affollano le porzioni urbane a maggiore densità “gomorresca” – per quello bisogna andare altrove, come ad esempio nel poverissimo e dimenticato quartiere San Pio, già Enziteto – ma la vivacità delle numerose attività commerciali e soprattutto l’estrema accessibilità all’area ferro-portuale rendono rioni come questo altamente desiderabili per i clan, che se li contendono a pistolettate, come dimostrano le sanguinose schermaglie dei giorni scorsi.

La gente qui viene a divertirsi. A girare le commedie tra gli ulivi. A strafogarsi di orecchiette. Del resto, meglio non parlare

Eppure i baresi, alla stregua di amanti traditi, perlopiù nicchiano, negando l’evidenza con un’impronta di smagato scetticismo sulla faccia. “Ma quale mafia? E che stiamo in Sicilia, qua?”, dicono nei bar, confidando nel fatto che capi storici come Savinuccio Parisi, boss del quartiere Japigia, personaggio sul quale prolifera una letteratura di aneddoti al limite della leggenda, al momento siano in consegna nelle patrie galere, e che le sparute fazioni attualmente in campo abbiano, secondo una vulgata fin troppo compiacente, sottoscritto una qualche forma di pax libera-tutti. Ma intanto per strada si spara come nei Novanta, quando le faide si risolvevano facendo risuonare l’eco delle revolverate nei viottoli del centro. E, come in ogni storia di malavita che si rispetti, oggi come allora gli equilibri sono instabili e a ricalibrarsi ci mettono un fiat. A gennaio Venturo Savinuccio, il padrino cui in passato code di ragazzi si rivolgevano in processione elemosinando un lavoro, sarà nuovamente libero, dopo un periodo di detenzione lungo e processualmente intricato. Oltre alla consueta batteria di fuochi d’artificio che da queste parti usa esplodere per festeggiare il rilascio dei capi, si presume che il suo ritorno finirà inesorabilmente per disturbare qualcuno degli astri nascenti nella cangiante nomenclatura dei cattivi: magari qualche giovane picciottello affamato di reputazione, uno di quei “malacarne” strafatti di coca reclutati in cambio di una scheda telefonica e poche lire in tasca, proprio nei suburbi di Enziteto, rinomato magazzino per l’arsenale dei clan e centro di addestramento dei killer in erba. Un pugno di edifici-dormitorio in mezzo al nulla, dieci chilometri a nord del centro, dove la stasi regna sovrana e alle 19.00 un coprifuoco lunare cala inarrestabile, lasciando a garrire al vento d’autunno i cartelli coi nomi delle vie che la vecchia giunta Emiliano, con ironia beffarda e chissà quanto inconsapevole, ha dedicato a virtù come il Coraggio, la Lealtà, la Gentilezza e via così. Mentre torno campetti di calcio improvvisati – come in un diapositiva scolorita – sbiadiscono al sole divorati dal falasco, e l’unico bar del quartiere serra le saracinesche causa totale inanità.

Non siamo in Sicilia, poco ma sicuro. Né alle Vele di Scampia, se è per questo. Ma poco ci manca. Anche se non dobbiamo dircelo. Guai a farlo. Perché in Puglia la gente ci viene a divertirsi. A girare le commedie tra gli ulivi. A celebrare i fastosi matrimoni dei Ragià e a strafogarsi di orecchiette con le cime di rapa. Antonio Decaro, l’attuale sindaco, dinanzi al repentino rattizzarsi del viluppo criminale ha chiesto al ministro dell’Interno la convocazione di un comitato metropolitano per la sicurezza (in visita a Bari non più tardi di tre settimane fa, Salvini si è limitato a propugnare al suo pubblico il solito refrain anti-immigrazione). E intanto in città la legge della giungla torna a reclamare il suo obolo mortifero, e il sangue ingrassa ancora una volta questa terra antica e orbata. Una terra che magari, prigioniera di uno stallo socioeconomico che divora le cose dal di dentro, riuscirà prima o poi a destarsi dall’atavico torpore in cui la fame l’ha confinata. Per guardarsi in faccia in tutto il suo incantevole disordine e finalmente ribellarsi. Per rinascere.

Letteratura, il Nobel c’è eccome: Conte (Paolo, of course)

Visto che a Stoccolma non si assegna il Nobel per la Letteratura, tutti dappertutto dicono a chi lo assegnerebbero, in fondo questo è l’anno del #MeToo. De Lillo, McEwan, Carrère, Kundera… (bei tempi quando ce la si poteva cavare con Borges). Pochini i nomi italiani, eppure noi siamo gli unici che potrebbero bissare la clamorosa assegnazione a Bob Dylan. Se, come coraggiosamente affermato dall’Accademia di Svezia, il canto può essere letteratura – e può, ha cominciato Omero – noi il candidato ce l’abbiamo. È Paolo Conte, lo chansonnier che il mondo ci invidia, quanto s’incazzano i francesi, e a ottant’anni sta celebrando il mezzo secolo dalla composizione del nostro vero inno nazionale, Azzurro. Da mezzo secolo cerchiamo l’estate tutto l’anno, e per un ventennio abbondante il pomeriggio è stato decisamente troppo azzurro. Paolo Conte sarebbe un candidato ideale al Nobel per la Letteratura, anche se non è facile farlo capire al Paese arciretorico e postarcadico per eccellenza, dove i premi si danno solo in soccorso dei vincitori. Invece gli spleen e gli ideali di Paolo Conte stanno agli antipodi della retorica; sono fatti di nebbie padane, stelle del jazz, verdi milonghe, topoline amaranto, fisarmoniche di Stradella, rauchi kazoo. Di là dal treno dei desideri c’è l’uomo-camion cui si può fare compagnia, “e da quei viaggi avrai una ruga in più, ma anche un po’ di gioventù”. A Stoccolma potrebbero farci un pensierino; quello è un posto dove si premia da professionisti.

Così rinasce la radio nell’era dei social network

La radio, con la sua straordinaria mobilità e la sua varietà di offerta, è rimasta il più popolare medium della storia”

(da “Mediamorfosi” di Roger Fidler – Guerini e Associati, 2000 – pag. 148)

 

Con il recente acquisto di Radio Montecarlo da parte di Mediaset, già autorizzato dall’Antitrust nella generale noncuranza dei giornali, il Biscione è diventato il primo gruppo radiofonico italiano. In poco più di tre anni, RadioMediaset era già riuscita ad aggregare le emittenti 105, Virgin, 101 e Subasio. E ora, con il 100% di una rete definita “iconica” come Radio Montecarlo, rivolta a un pubblico d’élite con un target colto e di alto profilo, l’impero di Sua Emittenza conquista la leadership in un settore considerato ormai superato e invece rinato a nuova vita.

Forte dei suoi nove milioni di ascoltatori quotidiani su un totale di circa 35 milioni, anche Radio Rai intanto s’è rigenerata sotto la direzione unificata di Roberto Sergio. E già questo è un segno distintivo rispetto alla tv pubblica, priva tuttora di un coordinamento editoriale che né il presidente né l’amministratore delegato possono assicurare nell’ambito delle rispettive funzioni. Articolata nelle tre reti generaliste, a cui si aggiungono nove canali digitali mirati in particolare alla fascia d’età fino a 35 anni, la radio pubblica offre generalmente una qualità migliore della tv pubblica, con un target definito per ciascuna rete: Radio1 più istituzionale, imperniata sull’informazione e sullo sport, in attesa ora di un nuovo direttore dopo l’uscita di Gerardo Greco; Radio2 focalizzata sul cosiddetto “intrattenimento intelligente”, rilanciata dalla direttrice Paola Marchesini con la diffusione in diretta ventiquattr’ore su ventiquattro; e Radio3, guidata da un intellettuale come Marino Sinibaldi e impostata con un “taglio” più specificamente socio-culturale.

Ma il fatto più rilevante, nell’ottica del pluralismo e della concorrenza, è che in campo radiofonico non s’è riprodotto quel “duopolio televisivo” che ha determinato l’omologazione al ribasso fra Rai e Mediaset. Tant’è che è proliferata, a livello nazionale e locale, una pluralità di radio private tra cui spiccano due emittenti che appartengono a due gruppi editoriali della carta stampata come Radio24 (Sole 24 Ore) e Radio Capital (gruppo Gedi, ex L’Espresso). Nell’era della comunicazione digitale, insomma, la radio ha ritrovato una sua funzione e una sua peculiarità.

A che cosa si deve questa straordinaria capacità di sopravvivenza? Si deve, innanzitutto, alle caratteristiche intrinseche del medium. Nata per comunicare one-to-one, nel corso del tempo la “sorella minore” della televisione s’è trasformata in uno strumento one-to-many, più capillare e interattivo del grande “persuasore occulto”. E anche in virtù della sua potenzialità di comunicare “in mobilità”, è diventata il mezzo più pluralista e democratico, perché non esige un’attenzione assoluta ed esclusiva da parte dell’ascoltatore e anzi consente di compiere contemporaneamente altre attività: come guidare la macchina, sbrigare le faccende di casa, studiare, fare ginnastica o jogging.

A differenza della televisione, la radio privilegia la sostanza rispetto all’apparenza. Qui è più importante quello che si dice piuttosto che come si dice. Le parole, i concetti e le idee contano più delle immagini, delle battute e delle risse verbali. E perciò un Paese conflittuale come il nostro può avere tutto da guadagnare dalla rinascita della radio, nella babele mediatica dei social network, delle fake news e della post-verità.