Il lavoro iniziato dal presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Roberto Di Bella di dare una alternativa di vita ai figli dei mafiosi ha suscitato consensi e critiche, alcune motivate, altre superficiali e pressappochiste. Con tutto il rispetto dei diversi e autorevoli pareri, forse sarebbe bene conoscere il punto di vista di chi è stato coinvolto in queste vicende di costrizione e condizionamento: come lo sono i ragazzi delle mafie.
Emblematica la storia di uno di questi, G.D., proveniente da una famiglia di ’ndrangheta della piana di Gioia Tauro. G.D. ha incontrato qualche mese fa il presidente Di Bella. Iniziò il suo racconto a partire dall’arresto a 16 anni per favoreggiamento di un pezzo da novanta della ’ndrina locale. “Quell’arresto fu la mia fortuna perché determinò una svolta importante nella mia vita”, confessò. Poi seguì l’incontro con don Italo Calabro e con il suo Centro Comunitario Agape, fondato per strappare a un destino di abbandono e di esclusione sociale i minori delle periferie e degli orfanotrofi. Un incontro che determinò la scelta di G.D. di rompere con quel clan che lo stava risucchiando, e di spezzare i fili con la sua stessa famiglia che voleva per lui, una volta uscito dal carcere, un ruolo di primo piano nell’organizzazione criminale.
Una scelta lacerante che lo portò a rompere i rapporti con la madre che gli pose un ultimatum: “O stai con noi o stai con il prete”. Lui fece la scelta di andare via, riuscendo negli anni anche a convincere la madre a fare la stessa scelta. Don Italo Calabrò fece la stessa cosa con gli undici minori coinvolti nella faida di Cittanova, una guerra che provocò 49 morti ammazzati. Anticipando quello che oggi fa il presidente Di Bella, nel tentativo di salvare questi figli di mafia da un destino di morte e di devianza, Don Italo convinse il Tribunale per i minorenni ad allontanare i ragazzi dai loro genitori, e a collocarli presso famiglie e comunità della regione e del Nord, grazie anche all’aiuto del gruppo Abele di don Ciotti. A distanza di oltre trent’anni, G.D. ha un desiderio: incontrare i ragazzi in carcere o nelle scuole, per testimoniare la bontà di quell’intuizione alla base del progetto Di Bella, da lui sperimentata sulla propria pelle. Per dire loro delle cose molto semplici: “Abbiate coraggio, affidatevi e confidate!”. Ma G.D. vorrebbe parlare anche ai capimafia, ancora di più alle madri e alle mogli: “Fate qualcosa per i vostri figli, voi che siete passati attraverso l’inganno della galera e della morte”.
Di Bella ha di fatto continuato, con il suo protocollo “Liberi di scegliere”, quel lavoro avviato da don Italo Calabrò e da don Luigi Ciotti. Vederlo definito come un Pol Pot che deporta i minori e gioisce della sofferenza di quelle madri a cui talvolta si decide di allontanare i figli è un giudizio ingeneroso ma anche superficiale.
Personalmente sono stato testimone degli incontri del presidente Di Bella con i ragazzi, e con le loro madri: sono sempre emersi grande rispetto e attenzione quasi “paterna”. I provvedimenti del Tribunale sono frutto di ascolto e di rigore professionale, dove l’allontanamento, la revoca o la limitazione della potestà genitoriale sono le soluzioni estreme motivate da fatti gravemente pregiudizievoli dell’interesse del minore. È uno Stato che invece di stare a guardare interviene per offrire ai minori l’opportunità di fare incontri con adulti, con famiglie, con contesti sociali diversi da quelli in cui avevano vissuto. Con un limite: quello della maggiore età. Il momento della loro vita in cui sono chiamati a fare le loro scelte, anche quelle criminali, ma con la maggiore consapevolezza di chi ha avuto la possibilità di avere conosciuto delle alternative ai modelli mafiosi di vita in cui sono stati cresciuti.
* Centro comunitario Agape