I ragazzi di mafia siano liberi di scegliere

Il lavoro iniziato dal presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Roberto Di Bella di dare una alternativa di vita ai figli dei mafiosi ha suscitato consensi e critiche, alcune motivate, altre superficiali e pressappochiste. Con tutto il rispetto dei diversi e autorevoli pareri, forse sarebbe bene conoscere il punto di vista di chi è stato coinvolto in queste vicende di costrizione e condizionamento: come lo sono i ragazzi delle mafie.

Emblematica la storia di uno di questi, G.D., proveniente da una famiglia di ’ndrangheta della piana di Gioia Tauro. G.D. ha incontrato qualche mese fa il presidente Di Bella. Iniziò il suo racconto a partire dall’arresto a 16 anni per favoreggiamento di un pezzo da novanta della ’ndrina locale. “Quell’arresto fu la mia fortuna perché determinò una svolta importante nella mia vita”, confessò. Poi seguì l’incontro con don Italo Calabro e con il suo Centro Comunitario Agape, fondato per strappare a un destino di abbandono e di esclusione sociale i minori delle periferie e degli orfanotrofi. Un incontro che determinò la scelta di G.D. di rompere con quel clan che lo stava risucchiando, e di spezzare i fili con la sua stessa famiglia che voleva per lui, una volta uscito dal carcere, un ruolo di primo piano nell’organizzazione criminale.

Una scelta lacerante che lo portò a rompere i rapporti con la madre che gli pose un ultimatum: “O stai con noi o stai con il prete”. Lui fece la scelta di andare via, riuscendo negli anni anche a convincere la madre a fare la stessa scelta. Don Italo Calabrò fece la stessa cosa con gli undici minori coinvolti nella faida di Cittanova, una guerra che provocò 49 morti ammazzati. Anticipando quello che oggi fa il presidente Di Bella, nel tentativo di salvare questi figli di mafia da un destino di morte e di devianza, Don Italo convinse il Tribunale per i minorenni ad allontanare i ragazzi dai loro genitori, e a collocarli presso famiglie e comunità della regione e del Nord, grazie anche all’aiuto del gruppo Abele di don Ciotti. A distanza di oltre trent’anni, G.D. ha un desiderio: incontrare i ragazzi in carcere o nelle scuole, per testimoniare la bontà di quell’intuizione alla base del progetto Di Bella, da lui sperimentata sulla propria pelle. Per dire loro delle cose molto semplici: “Abbiate coraggio, affidatevi e confidate!”. Ma G.D. vorrebbe parlare anche ai capimafia, ancora di più alle madri e alle mogli: “Fate qualcosa per i vostri figli, voi che siete passati attraverso l’inganno della galera e della morte”.

Di Bella ha di fatto continuato, con il suo protocollo “Liberi di scegliere”, quel lavoro avviato da don Italo Calabrò e da don Luigi Ciotti. Vederlo definito come un Pol Pot che deporta i minori e gioisce della sofferenza di quelle madri a cui talvolta si decide di allontanare i figli è un giudizio ingeneroso ma anche superficiale.

Personalmente sono stato testimone degli incontri del presidente Di Bella con i ragazzi, e con le loro madri: sono sempre emersi grande rispetto e attenzione quasi “paterna”. I provvedimenti del Tribunale sono frutto di ascolto e di rigore professionale, dove l’allontanamento, la revoca o la limitazione della potestà genitoriale sono le soluzioni estreme motivate da fatti gravemente pregiudizievoli dell’interesse del minore. È uno Stato che invece di stare a guardare interviene per offrire ai minori l’opportunità di fare incontri con adulti, con famiglie, con contesti sociali diversi da quelli in cui avevano vissuto. Con un limite: quello della maggiore età. Il momento della loro vita in cui sono chiamati a fare le loro scelte, anche quelle criminali, ma con la maggiore consapevolezza di chi ha avuto la possibilità di avere conosciuto delle alternative ai modelli mafiosi di vita in cui sono stati cresciuti.

* Centro comunitario Agape

La dura vita del gufo sotto il Salvimaio

Assai dura la vita del Gufo al tempo del Salvimaio: tutto il giorno speso a sperare che il governo attuale sbagli e sfasci qualcosa. Per uno dei molti contrappassi cari alla storia, i gufi più indemoniati sono i renziani, ovvero quelli che tra 2014 e 2016 accusavano chiunque non fosse dalla loro parte di “gufare”. Ora tutto si è rovesciato in maniera ancor più tragicomica, perché quando ci sono di mezzo i turborenziani puoi star certo che tutto acquisirà i connotati della mestizia. Esser Gufi non è facile.

Per avere l’autorizzazione dall’Università del Popcorn, fondata dalla Diversamente Lince del Valdarno il 5 marzo all’indomani del suo ennesimo rovescio, occorre rispettare regole assai rigide. In primo luogo, tutti gli aspiranti Gufi devono sottoscrivere la “Popcorn Strategy”, varata come noto dal Tondo di Rignano, secondo la quale il Pd doveva chiamarsi fuori e sperare che Salvini e Di Maio sfasciassero l’Italia (cioè il nostro e suo paese). Tale teoria, geniale come ogni cosa partorita dal Tragedia, sta dando grandi frutti: la Lega veleggia al 32%, i 5 Stelle stanno attorno al 30 e le spoglie mortali del Pd franano al 15. Daje Matteo. Una volta sottoscritta la Popcorn Strategy, ogni Gufo deve eccellere in svariate discipline. 1. “Elogio dello Spread Apocalittico”. Il Gufo deve tifare affinché lo spread schizzi alle stelle e consegni tutti noi alla povertà. In questo modo i Gufi, tra mille anni, potranno tornare al potere. E brindare ilari sulle macerie del nostro scontento. 2. “Non avrai altra Agenzia di Rating all’infuori della mia”. Disciplina simile alla precedente. Consiste nello sperare che le agenzie di rating dicano che Salvini ha l’alitosi e Di Maio da bambino picchiava (peraltro giustamente) Sibilia all’asilo. Ovviamente nessun Gufo sa bene cosa diavolo siano ‘ste “agenzie di rating”, ma chi se ne frega. 3. “Regola un whisky a Juncker”. La speranza è che, tra uno shottino e l’altro, Juncker la spari grossa sul Salvimaio e magari – prima del fatal riflusso esofageo – dichiari che Renzi gli piace quasi come il sentore di torba nel Caol Ila. 4. “Sfrutta il migrante per raccattare mezzo voto”. Quando erano al potere, i (non ancora) Gufi erano consci di come l’unico bravo del loro lotto fosse Minniti, che però aveva politiche assai poco di sinistra. Ora che la linea è più o meno la stessa ma la casacca è diversa, ci si riscopre tutti buoni e accoglienti. E se per caso un migrante muore, anche se lontano dalle coste italiane, vien sempre bene per ripetere che Di Maio è Mengele e Salvini prima di dormire legge ad alta voce il Mein Kampf alla Isoardi. 5. “Spera in una cazzata al giorno di Toninelli”. Questa è la disciplina più facile. Toninelli is the new Nardella. 6. “Credi nel culto di Moscovici”. Ogni Gufo deve avere il poster in camera di questo simpatico ometto che, da mesi, ci insegna a vivere ricordandoci quanto i francesi sian belli e noi stronzi. Moscovici potrebbe peraltro essere un ottimo candidato per la segreteria del Pd: uno scontro finale contro Calenda sarebbe certo paragonabile a Gozilla contro Stocazzo. 7. “Renzi alle Isole Tonga”. Tale disciplina prevede che i Gufi più ardimentosi sperino che il Tragedia stia zitto per 47 anni e magari nel frattempo si autoesili alle Isole Tonga. Per non far danni. Essendo una disciplina troppo intelligente, per ora è illegale. 8. “Dacci oggi un altro ponte quotidiano”. La speranza dei Gufi è che il Salvimaio si impantani sulla ricostruzione del Ponte di Genova.

Certo, sarebbe un dramma per sfollati, città e Paese intero, ma non importa: per un punto percentuale in più, il Gufo farebbe di tutto. Anche veder affondare il proprio Paese. Per poi andare da Fazio e cinguettare sorridendo: “Visto? Io l’avevo detto!”.

Mail box

 

Ora Richetti dovrebbe ammettere gli sbagli del Pd

Non ce la fanno proprio. Nemmeno la prima sillaba: che ne so, uno “scu” senza il “sa” balbettato, sussurrato… Niente da fare! Giovedì sera, a “Otto e mezzo”, si presenta il nuovo che avanza nel Pd ad annunciare la sua candidatura a segretario del partito: Richetti. Renziano doc, analizza il perché della sconfitta del fu partito di sinistra (divenuto con lui, Renzi, Serracchiani e Orfini partito di destra) e, con estrema lucidità, fa la diagnosi che tutti si aspettano: è perché ci siamo presentati con una squadra non rinnovata, cioè con De Luca in Campania, come vuol tornare a fare Zingaretti. Il giornalista Damilano, che nell’espressione tradisce un amaro sorrisetto, gli chiede se, invece, non abbiano sbagliato le politiche messe in campo. Che ne so, un Jobs act, una Buona Scuola, una riforma costituzionale bocciata, una gestione errata, per non dire scandalosa, del problema banche, una poca attenzione ai più deboli in nome della decontribuzione? Richetti non ce la fa a dire che hanno sbagliato.

La sua analisi politica l’ha fatta: era sbagliata la squadra… Eccetto lui che si ripresenta, vergine e santo, per farsi eleggere come “nuovo” segretario del Pd.

Barbara Cinel

 

Olimpiadi, a Torino stiamo ancora pagando per il 2006

Adesso a Torino abbiamo l’app per acquistare e convalidare i biglietti. Che idea. Chi prende certe decisioni, magari con la scusa che in Europa si fa così (cosa da dimostrare), i mezzi li prende mai? Prima bisognerebbe garantire la sicurezza e che le corse non saltino. Sono contento che la candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026 sia stata bocciata. Stiamo ancora pagando i debiti causati da quelle del 2006.

Non sarebbe stato possibile usare gli impianti già esistenti, neanche se messi a nuovo. E l’opposizione è d’accordo? Tutti uguali.

Michele Schiavino

 

L’opposizione immotivata non fa bene ai sondaggi

Conte, Salvini, Di Maio e Tria possono bene essere chiamati “i quattro del Def”, o quelli che hanno sfidato l’establishment europeo, scatenando la cosiddetta “guerra dei decimali”, nella quale i tecnocrati di Bruxelles e di Strasburgo non ammettono violazioni ai tetti da loro imposti, tranne quando si tratta di Germania e Francia.

L’aggressività dell’opposizione al governo Lega-5S, più gridata che motivata, in particolare da parte di Martina (evidentemente pungolato dal vespone Renzi, che continua a fare il segretario-ombra), sembra patetica e politicamente improduttiva.

E, infatti, Martina & Co. gridano gridano, ma i sondaggi calano calano, portando il partito a circa il 15%.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Riace, perché aspettare la Procura per protestare?

Ho letto e ascoltato in questi giorni diversi interventi che accostavano il sindaco di Riace Lucano a diversi esponenti del movimento non-violento, autori di momenti di disobbedienza civile verso leggi che volevano cambiare.

Credo che le vicissitudini siano molto diverse. Quando Pannella volle porre l’attenzione sulla legge sulle droghe fumò pubblicamente e si autodenunciò per il suo gesto. Io stesso quando (1980) assieme ad altri due amici diedi inizio all’obiezione fiscale alle spese militari e detrassi il 5% della mia dichiarazione dei redditi destinandolo all’Unicef, comunicai contemporaneamente questa mia decisione all’Ufficio delle Entrate e ai media del periodo.

Cioè non aspettati di essere scoperto per dichiarare la mia protesta. Credo che se Lucano avesse fatto atto di disobbedienza alle attuali leggi avrebbe dato forza a se stesso e a tutti coloro che vogliono l’accoglienza. Al di là dei risvolti penali, che non sta a me giudicare, credo quindi non si tratti di disobbedienza civile ma di altro. Concordo con Travaglio sul discorso della Bossi-Fini. Tanti di quelli che oggi manifestano contro Salvini erano al governo solo pochi mesi fa, ma non mi sembra l’abbiano abrogata. Ai miei amici oggi impegnati su questo tema dico: “Perché non raccogliete le firme per abrogarla?”. Anche qui Pannella ha ancora qualcosa da insegnarci: lui non aveva certo paura di una presunta impopolarità e si batteva per i temi in cui credeva. Occupandomi di Antonio Ligabue ho spesso ricordato i 50 anni dell’introduzione della legge Basaglia e se non fu una battaglia difficile quella…

Giuseppe Caleffi

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo da voi pubblicato in data 03.10, dal titolo “L’Opera fantasma e i lavoratori invisibili. Le Fondazioni a picco”, sono costretta a segnalarvi un grave errore nel box con i dati Verdi Trieste, nel quale viene indicato che: “il debito è aumentato del 12,7% rispetto al 2016”. In verità, come si evince dalla 1° Relazione Semestrale 2018 del Commissario straordinario del Governo per le fondazioni lirico-Sinfoniche “lo stock debitorio in capo alla Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ammonta a 24,34 ML/Euro, un valore in linea con le stime del Piano (-0,32%) ed in decremento del 12,76% rispetto al 2016”.

Quanto segnalato dal Teatro Verdi di Trieste è corretto. Ho erroneamente riportato un incremento del debito, al posto del decremento. Tra l’altro, come segnalato nel boxino suddetto, la Fondazione di Trieste ha segnato un miglioramento della situazione economico-finanziaria anche di tutti gli altri indicatori. Sul dato specifico, dunque, c’è stata una svista. Me ne scuso con gli interessati e con i nostri lettori.

A. G.

 

I NOSTRI ERRORI

Per errore ieri abbiamo pubblicato la foto di Stefano Scalera anziché quella di Vincenzo Fortunato a corredo del pezzo Gratta e vinci a Lottomatica, colpo del Fortunato legale. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

Un anno dopo, il movimento è entrato anche nei luoghi di lavoro

Il 5 ottobre 2017 il New York Times riportava le testimonianze delle attrici molestate da Harvey Weinstein. In un anno il #MeToo ha travolto Bill Cosby, Kevin Spacey, Louis C.K., su su fino a Brett Kavanaugh. A parte qualche capitolo controverso soprattutto in Italia, cosa è cambiato nel rapporto tra i generi dentro e fuori i luoghi di lavoro?

Cara Mara, la sua è una domanda impegnativa. A cui è davvero difficile dare una risposta generale e universale, che valga per tutti. Al di là dei singoli casi – quando ci sono reati di mezzo è doveroso non far mai di tutta l’erba un fascio – di sicuro possiamo dire che si è acceso un faro su un tema rimosso per troppo tempo. Non è detto che il dibattito pubblico suscitato dal movimento #MeToo sia stato sempre all’altezza. Anzi: è stato spesso scadente, volgare, più che altro superficiale. Molto del fastidio suscitato da questa vicenda dipende dal fatto che le storie emerse riguardano il dorato mondo del cinema.

Altri contesti sociali e professionali meno “glamour” avrebbero scontato meno pregiudizi. Nelle fabbriche e negli uffici le donne, e meno spesso anche gli uomini, devono fare i conti con le molestie da parte dei superiori. Non sempre hanno la libertà o la forza di denunciare. È auspicabile che la sanzione sociale si sedimenti nella coscienza collettiva e che certi comportamenti vengano universalmente bollati come sbagliati.

Certo, ci vorrà probabilmente molto tempo. Ma l’importante è che le antenne restino, possibilmente senza isterie, alzate.

Spariti 585 mila euro. Causa contro il genero dell’ex senatore Grillo

Il mistero del bancomat. A Vernazza (La Spezia) dal novembre 2016 al gennaio scorso dallo sportello automatico della Banca Carige sono spariti 585 mila euro, che per un paese di 848 abitanti sono una fortuna. Il giallo è arrivato fino alla sede centrale della banca genovese. Anche perché il direttore della filiale era Giovanni Protegher, genero dell’ex senatore Luigi Grillo. Per anni signore delle Cinque Terre e ambasciatore di Silvio Berlusconi nel mondo bancario. Racconta l’atto di citazione della causa di lavoro che si aprirà a Genova: “Gli importi sono arrivati alla filiale di Vernazza e, pur risultando dalla movimentazione, non sono stati integralmente inseriti nel bancomat né rintracciati in filiale”. Qui è stato chiamato in causa Protegher, fino a oggi direttore modello e direttore della squadra di calcio delle Cinque Terre presieduta da Grillo. Protegher non è indagato, né risulta ancora un’indagine penale. L’atto di citazione, riferisce Il Secolo XIX, ricorda che “Protegher ha dichiarato e confermato di essere lui stesso ad aprire il bancomat e a caricarlo. Non ha saputo dare spiegazioni, ha evitato di presentarsi per chiarimenti e si è dimesso”. Protegher nega: “Non mi sono mai appropriato di denaro altrui”.

Riviste e Accademia, così ti pubblico sette ricerche finte

In America, nei mesi scorsi, su una nota rivista di settore è stato pubblicato un articolo scientifico dal titolo Dog Park che sostiene che gli uomini vadano addestrati come cani per prevenire gli stupri. Un altro afferma che quando un ragazzo si masturba pensando a una donna senza che lei lo sappia, stia commettendo violenza. Poi, che l’intelligenza artificiale sia pericolosa perché è programmata per essere maschilista e imperialista. E ancora, che un corpo grasso sia un corpo “costruito legittimamente” e che quindi nel professionismo dovrebbe essere inserita la categoria per i “bodybuilder grassi”. Problema: si tratta di ricerche false, pubblicate però in riviste di settore accreditate.

È il risultatodi un esperimento realizzato da Helen Pluckrose, James A. Lindsay e Peter Boghossian, una medievalista, un matematico e un filosofo americani. Hanno pubblicato 7 articoli accademici di “studi culturali”, “studi sull’identità” e “studi di genere” confezionati proprio per ricevere l’approvazione dei revisori ma soprattutto per dimostrare che in molti campi della ricerca moderna – soprattutto se vicini alle lotte per i diritti civili – non importa la qualità scientifica quanto l’adesione alla polemica di moda. Così si spiega come si riesca a pubblicare studi sulla necessità di una “astronomia femminista e queer” o sul divieto di parlare da imporre ai maschi bianchi, assieme al dover stare a lezione seduti a terra e incatenati, per far loro comprendere il dramma storico della schiavitù. O ancora come si possa diffondere una “riscrittura femminista” di un capitolo del Mein Kampf di Hitler. “Abbiamo capito – spiegano i tre, presentando il loro esperimento – che qualsiasi cosa funziona, purché rientri nell’ortodossia morale e dimostri comprensione della letteratura esistente”.

Una ricerca realizzata con metodo per dieci mesi: hanno scritto 20 articoli e li hanno sottoposti alle migliori riviste accreditate nei settori pertinenti. Sette sono stati accettati, 7 erano ancora in forse quando hanno dovuto interrompere l’esperimento (uno degli articoli ha avuto così tanta risonanza da svelare l’inesistenza di Helen Wilson come autrice e della Portland Ungendering Research Initiative come istituzione). La loro stima è che sarebbero riusciti a farne pubblicare almeno 12. “Sette articoli pubblicati nell’arco di sette anni – spiegano – sono spesso considerati il numero sufficiente per ottenere la carica nella maggior parte delle principali università”. Hanno anche ricevuto quattro inviti a revisionare altri studi (la cosiddetta peer review, revisione tra pari). Addirittura, l’articolo sulla cultura canina anti-stupro ha ottenuto un riconoscimento speciale per l’eccellenza da Gender, Place, and Culture, rivista di alto livello nella cultura femminista. “Soprattutto in alcuni campi delle discipline umanistiche – spiegano – ormai la ricerca è basata meno sulla verità e più sulla partecipazione alle polemiche sociali. Ma questa visione del mondo non è scientifica né rigorosa”.

“Senza dubbio il sistema va cambiato, i reviewer (recensori, ndr) devono essere scelti in base a competenza e onestà – spiega al Fatto la filosofa Nicla Vassallo –. L’articolo arriva sempre anonimo: sta al direttore della rivista inviarlo a revisori seri, che non hanno timore a bocciarlo”. Femminismo, gender, molestie, stupro, minoranze sono però argomenti caldi e potrebbero condizionare le scelte. “Può essere. In Italia la filosofia femminista è ferma da tempo e chiusa su se stessa, ma ha acquisito molto potere. In Inghilterra e negli Stati Uniti, invece, le filosofie femministe sono in fermento, in evoluzione, pur continuando a non essere un argomento di moda”.

Altro tema caldo è l’immigrazione: “Anche in accademia – spiega Vassallo –. Adesso c’è Trump. Probabilmente i colleghi ‘burloni’ americani hanno avuto gioco facile nel toccare argomenti all’ordine del giorno. Come per sesso e gender: è facile pubblicare sulle riviste o scrivere libri, anche se è difficile scrivere cose intelligenti in proposito”. E in Italia? “Paradossalmente sarebbe difficile pubblicare un articolo farlocco perché tutto dipende da chi ti appoggia, da chi ti raccomanda. Addirittura esistono alcune riviste il cui direttore chiede di essere citato nel pezzo perché anche la citazione conta, sia per la scalata accademica sia per la fama”.

Via gli avvocati dal “morandi”

Fuori gli avvocati. Incidente diplomatico all’incidente probatorio. Con il rischio, adesso, che l’inchiesta per il ponte Morandi si intoppi in un rosario di ricorsi.

Tutto succede durante i primi sopralluoghi sul luogo del crollo cominciati martedì scorso. All’appuntamento si presenta una piccola folla. Gli indagati sono tanti – già 21 più due società – e ognuno si presenta con uno o due periti, ma diversi vengono rappresentati anche dagli avvocati. Aggiungete le forze dell’ordine e la situazione rischia di diventare insostenibile: troppe persone, c’è rischio che qualcuno rischi di farsi male. Senza contare che così la situazione è quasi fuori controllo. Decine di persone – pur munite di caschetto e scarponi da montagna – che si aggirano tra macerie, reperti e pezzi di ponte pericolanti. Così la gip Angela Maria Nutini “ritenuto che la presenza dei legali non sia prevista da alcuna norma procedurale né sia stata autorizzata” ha disposto “che non venga consentito l’accesso dei difensori al luogo della perizia”.

Insomma, vietato l’ingresso agli avvocati. Che, pare, non l’abbiano presa troppo bene. Si annunciano rimostranze e forse ricorsi.

A25, blitz di Toninelli sul viadotto a rischio: “Il traffico va ridotto”

La buona notizia è che finalmente un ministro dei Trasporti scolla il sedere dalla poltrona del suo ufficio romano e va a vedere come stanno le cose sulla Strada dei Parchi, le autostrade A24 e A25 date in concessione al gruppo Toto. La cattiva notizia è che il ministro Danilo Toninelli e l’ispettore che era con lui, Placido Migliorino della Direzione per la vigilanza sulle autostrade, davanti ai piloni corrosi dei viadotti hanno constatato ciò che stava già emergendo da altre ispezioni tecniche avviate nei giorni scorsi – i cui risultati saranno condensati in una relazione che sarà resa pubblica a breve. Hanno constatato cioè che quelle tratte tra Teramo, L’Aquila e Roma, sono in condizioni pietose e il “degrado è in uno stato avanzato”. In particolare sono diventati un pericolo molti dei 339 viadotti forse non curati a dovere, acciaccati dagli anni e dai sismi del 2009 e di due anni fa. C’è il rischio che altre eventuali scosse creino sull’asfalto scalini alti decine di centimetri e fino a un metro. E forse peggio. Sarebbe un nuovo disastro e prima che si contino i morti come a Genova è opportuno siano presi i provvedimenti necessari e avviati i lavori.

Toninelli l’ha detto con chiarezza a chi era presente sotto il viadotto Macchia Maiura (A25) sui monti di Bugnara in provincia dell’Aquila. Ed è un buon punto di partenza e una svolta rispetto a chi l’aveva preceduto, il pidino Graziano Delrio. Il quale con il gruppo Toto aveva ingaggiato un braccio di ferro che si era ripercosso in negativo anche sulla faccenda della messa in sicurezza dell’autostrada. Di fronte al degrado l’ispettore ministeriale Migliorino ha consigliato ai dirigenti delle Strada dei parchi di piazzare subito sensori che consentano di verificare momento per momento lo stato di ponti e viadotti per poi eventualmente adottare misure di limitazione al traffico, in particolare quello pesante. Dalle rilevazioni effettuate fino a oggi dal concessionario risulta che molti viadotti si trovano appena un gradino sopra la soglia di sicurezza, ma il ministero nutre dubbi sul metodo di misurazione.

Secondo le associazioni ambientaliste abruzzesi collegate a H2O e guidate da Augusto De Sanctis che nei giorni passati avevano sollecitato un intervento del ministero e presentato esposti in procura, tra i viadotti in pericolo oltre a quello visitato da Toninelli ce ne sarebbero alcuni più pericolosi degli altri: il ponte di San Giacomo dal quale nelle scorse settimane si sono staccati pezzi di intonaco, tanto che sono dovuti intervenire i Vigili del fuoco e gli operai di Strada dei Parchi. Molto malmessi appaiono i viadotti di Cucullo, Isola del Gran Sasso e Bussi.

Una volta appurata la gravità della situazione, il passo successivo è trovare i soldi e stabilire chi paga: uno stanziamento di 192 milioni per i lavori urgenti di “antiscalinamento” è stato inserito dal ministro Toninelli all’interno del decreto per Genova. Sono 50 milioni per l’anno in corso e altri 142 nel 2019. Perchè si trasformino in cantieri il governo deve fare i decreti attuativi. Nel frattempo il concessionario Toto ha accettato la proposta del ministro Toninelli di congelare i pedaggi fino alla fine dell’anno, forse anche per dimostrare disponibilità nei confronti del nuovo esecutivo. Se nel frattempo non viene rivisto il rapporto contrattuale che lega il gruppo Toto allo Stato, dal primo gennaio 2019, però, i pedaggi potrebbero aumentare di nuovo com’era già successo.

L’intenzione manifestata da Toninelli anche nel corso della visita al viadotto Macchia Maiura sarebbe quella di riscrivere la concessione di Strada dei parchi. Intanto, però, dovrà affrontare l’anomalia del Piano economico finanziario (Pef) scaduto ben 6 anni fa. Il Pef è fondamentale perché contiene l’elenco degli investimenti per gli anni futuri che non solo è determinante per la manutenzione, il miglioramento e la messa in sicurezza dei tracciati, ma è anche uno degli elementi, forse il più importante, alla base del calcolo per le tariffe. Accanto agli interventi urgenti per l’“antiscalinamento”, per Strada dei parchi saranno necessari investimenti massicci perché venga riportata tutta all’onor del mondo considerato che è un’opera strategica di collegamento per gli interventi di protezione civile tra est e ovest del centro Italia così come stabilito da una legge apposita del 2012. Il gruppo Toto ha proposto a suo tempo di rifare tutto il tracciato portandolo ad un livello più basso con l’eliminazione di molti viadotti, da sostituire con gallerie con una spesa di 4,6 miliardi di euro; il ministro Delrio aveva optato, invece, per un intervento di 3 miliardi basato sull’ammodernamento dell’esistente.

Muore a 7 anni con la madre “Non è la pioggia, è incuria”

Cinquanta metri separavano il corpo di Stefania Signore, 30 anni, da quello di suo figlio di 7. Sono stati trovati nel greto del torrente mentre l’auto, con le frecce accese, è rimasta sul cavalcavia che separa i Comuni di San Pietro a Maida e San Pietro Lametino (Catanzaro). L’Alfa Romeo era vuota. I vigili del fuoco l’hanno trovata dopo l’allarme lanciato giovedì sera dal marito preoccupato perché non l’aveva vista rientrare a casa, a Gizzeria (Catanzaro). Quando si è scatenato il temporale, con la donna c’era pure l’altro figlio, di 2 anni, per il quale sono in corso le ricerche.

Il torrente Cantagalli esondato. Due morti, un disperso, un ponte crollato sulla strada provinciale 19 e un altro “osservato speciale”. Si tratta del viadotto ferroviario che attraversa il fiume Angitola nel Vibonese. Il ponte è aperto ma l’acqua sta sgretolando il terreno sotto uno dei piloni. Voli cancellati, strade statali e tratti ferroviari chiusi. Il maltempo che ha interessato un po’ tutta l’Italia, ma in poche ore ha messo in ginocchio la Calabria.

“Valutiamo di dichiarare lo stato di emergenza” ha affermato il presidente della Regione Mario Oliverio mentre nel pomeriggio il capo della Protezione civile Angelo Borrelli ha partecipato in prefettura a Catanzaro a una riunione operativa. Prima, però, si è recato a Lamezia sul posto dove sono morti Stefania e suo figlio. “Ci dispiace per la signora e per i bambini – ha detto –. C’era un’allerta meteo e quello che è accaduto era tutto previsto purtroppo. Quello che non era previsto, invece, era la reazione del territorio e della gente. La situazione è sotto controllo. Non bisogna comunque abbassare la guardia perché c’è un’allerta rossa in queste ore fino a mezzanotte e domani ci sarà ancora un’allerta di minore intensità”. Il bilancio calabrese è drammatico. La provincia di Catanzaro è senza dubbio la più colpita. Nella zona di Lamezia, infatti, è crollato il ponte delle Grazie che si trova nel Comune di Curinga dove, per il sindaco Vincenzo Serrao, “la calamità naturale è stata favorita anche da precedenti errori umani come la mancata pulizia dei fiumi”. In tutto sono 16 le persone, tra cui anche bambini e una donna incinta, salvati dai vigili del fuoco. Due operai erano rimasti bloccati in alcuni capannoni della zona industriale, mentre alcuni abitanti di Acconia di Curinga si erano rifugiati sul tetto delle abitazioni. Sulla statale 18 Tirrena inferiore un uomo è rimasto ferito a causa di un albero caduto sulla propria auto.

Nel vibonese si sono verificate frane tra Pizzo e Maierato, ma anche nel Comune di Polia dove l’elisoccorso ha consentito il trasferimento di una persona in dialisi che doveva essere accompagnata a Catanzaro. Infine, tra Sorianello e Savini, si sono verificati cedimenti mentre in località Crocente Motta Vecchia un’auto è finita in una voragine aperta nell’asfalto.