È stata cancellata una delle tre accuse mosse all’ex commissario unico di Expo e attuale sindaco di Milano, Giuseppe Sala, nell’inchiesta sull’appalto per la Piastra dei Servizi dell’Esposizione universale del 2015. Il gup Giovanna Campanile ha archiviato l’ipotesi di turbativa d’asta, mentre il primo cittadino è a processo per falso ed è stato prosciolto dall’abuso d’ufficio (i pg hanno fatto ricorso). Il filone per turbativa riguardava lo “stralcio” dall’appalto, mantenendo invariato il prezzo della gara indetta nel 2011, della fornitura per le “essenze arboree” nel sito espositivo. Già i pg Vincenzo Calia e Massimo Gaballo nel dicembre 2017 avevano chiesto l’archiviazione, accolta ora dal gup per Sala e altri tre indagati. Aver “stralciato” dall’appalto quella fornitura, scrive il gup, non ha creato alcun “ingiusto vantaggio o danno per alcuno dei concorrenti”. È stato fatto per “rientrare nell’importo complessivo dell’appalto, che appariva inidoneo a coprire i costi dell’opera, senza che questo possa costituire in alcun modo turbativa”. Nel frattempo, è fissata per il 13 l’udienza del processo in cui Sala è imputato perché avrebbe falsificato due verbali della commissione che ha aggiudicato l’appalto.
Il Consiglio di Stato contro il Csm: magistrati alla prova del caso Trani
Di nomine impugnate e ribaltate da Tar e Consiglio di Stato, nella storia del Csm, si è perso ormai il conto. La storia del contenzioso per il posto di procuratore di Trani tra i magistrati Renato Nitti e Antonino Di Maio – sulla quale il CdS si è espresso il 3 ottobre dando ragione allo sconfitto Nitti – presenta, però, un doppio motivo d’interesse. Da un lato è raro, infatti, che una sentenza stabilisca che il Csm abbia contraddetto se stesso nel valutare lo stesso candidato nel giro di appena tre mesi, dall’altro, il caso Di Maio-Nitti sarà il primo banco di prova per un nuovo corso – o meno – del Csm. La neo eletta corrente Autonomia e Indipendenza, solo pochi giorni fa ha ricordato che “molti dei neo consiglieri in campagna elettorale hanno dichiarato di voler far osservare il giudicato amministrativo, nel caso di delibere annullate. Il nostro auspicio è che le promesse elettorali vengano rispettate da tutti gli eletti”.
È il 19 aprile 2017 quando, su proposta della Quinta commissione (5 voti su 6) il Plenum nomina Di Maio procuratore di Trani. L’altro candidato, Nitti, fa ricorso alla giustizia amministrativa. È chiaro che nessuno entra nel merito delle scelte: si valuta piuttosto se siano stati rispettati o meno i parametri di valutazione stabiliti dalle normative interne. E il Consiglio di Stato scrive sul punto parole molto dure. Individua infatti un “rilevante profilo di contraddittorietà” nel giudizio espresso su Di Maio, un pm che, peraltro, nel suo curriculum vanta il processo Mare Nostrum a Messina. Quando si propone per guidare un’altra Procura, solo pochi mesi prima, il Csm lo scarta perché “non ha mai svolto funzioni neppure di fatto direttive”. Quando lo nomina procuratore a Trani, l’obiezione svanisce.
“Un tale dato – scrive il CdS – manifesta una irragionevole incoerenza nell’attività amministrativa ed è indice rivelatore di un vizio di illegittimità del giudizio” anche perché il Csm non ha offerto nessuna motivazione per spiegare il mutato orientamento.
Se non bastasse, per il concorrente Nitti (nel suo curriculum si contano condanne, prescritte, all’ex ministro Raffaele Fitto e all’imprenditore Gianpiero Angelucci per finanziamento illecito) il Csm ha omesso la valutazione “di vari dati di attiva e personale partecipazione all’organizzazione dell’ufficio”. Fattori che “non possono non essere considerati”.
Dopo la sentenza del CdS, la pratica torna alla competente Quinta commissione che, se farà come in passato, scriverà una nuova motivazione e confermerà al Plenum la proposta di Di Maio. Ma se, invece, si dovesse seguire il nuovo corso annunciato in campagna elettorale ci potrebbe essere un ribaltamento. Cioè, per la prima volta potrebbe essere stabilito che nei casi in cui il giudice amministrativo non annulli per un mero difetto di motivazione ma stabilisca che, dietro una nomina, ci siano state violazioni di norme, il Csm deve applicare questo tipo di sentenze. Altrimenti, contro le decisioni del Csm non esisterebbe più un giudice al quale appellarsi e il diritto del singolo, come spesso accaduto fino a oggi, verrebbe eluso e pregiudicato.
Corsa leghista alle banche: ora le Province servono
La partita della Lega per conquistare la Fondazione Cariplo e poi magari mettere uno zampino anche nella scelta del presidente di Banca Intesa nel 2019 è appena cominciata. I primi tamburi di guerra si sono sentiti quando i presidenti del Pd uscenti delle Province di Como e Bergamo hanno indetto, con la valigia in mano, i bandi per selezionare le terne dei candidati alla ricca Fondazione Cariplo. La partita è complessa e importante. Basti dire che la Fondazione vanta un avanzo di 400 milioni, controlla l’1,6 per cento della Cassa Depositi e Prestiti e finanzia ogni anno un migliaio di progetti sul territorio che costano 160 milioni di euro producono posti di lavoro e consenso.
Non solo. La partita su Cariplo si intreccia con una seconda partita, ancora più complessa e di là da venire nel 2019, per l’elezione del cda di Banca Intesa. Le due partite da ‘Champions League’ bancaria sono precedute da un piccolo girone preliminare di politica locale: l’elezione dei presidenti di quelle provincie moribonde che però mantengono un piccolo potere di nomina sulle fondazioni bancarie.
Dal 2000 il dominus incontrastato in Fondazione è Giuseppe Guzzetti, 84 anni, iscritto alla Dc quando ne aveva 19, già senatore e anche presidente della Regione Lombardia già nel 1979. Guzzetti non può più essere nominato perché ha fatto troppi mandati. In questo momento storico, con i salviniani al governo, in Regione e arrembanti nelle elezioni di secondo livello dei presidenti di Provincia, il vento leghista potrebbe entrare nelle stanze della Cariplo. La scadenza di Guzzetti coincide poi con una seconda scadenza a primavera: il rinnovo del consiglio di Banca Intesa.
E un filo flebile lega le elezioni provinciali di Varese, Brescia, Como e Bergamo anche a questa partita. Sono elezioni di secondo livello, votano sindaci e consiglieri comunali. Il 31 ottobre si voterà ‘solo’ per 47 presidenti e 27 consigli provinciali, mentre per gli altri 43 consigli si vota a gennaio. “Una scelta irragionevole e foriera di sprechi di cui non comprendiamo le motivazioni”, ha dichiarato il Presidente dell’Unione Province Italiane, Upi, Achille Variati che preferiva un vero election day per tutte le 70 Province.
La fretta di votare si spiegherebbe proprio con la speranza della Lega di strappare la presidenza di alcune Province lombarde al Pd per poi nominare terne di candidati di area Lega al Comitato Centrale di Beneficenza della Fondazione Cariplo. Questo organo, composto da 14 membri indicati dagli enti pubblici e da altrettanti indicati dagli enti privati, poi esprime il presidente di Fondazione Cariplo.
La partita per il sostituto di Guzzetti è apertissima. L’unico nome che circola è quello di Paolo Maria Vittorio Grandi, recentemente nominato presidente di Fideuram Intesa San Paolo Private Banking e già Chief Governance Officer di Intesa Sanpaolo. Un rumor incontrollato che però rivela il legame con la partita di Banca Intesa. Alla fine di questo lungo e complesso percorso il nuovo vertice della Fondazione Cariplo potrebbe giocare la partita del rinnovo del consiglio di Intesa.
La Fondazione Cariplo detiene solo il 4,3 per cento della banca mentre la Compagnia San Paolo, guidata da Francesco Profumo, nominato dal Pd Fassino ma in buoni rapporti ormai con il sindaco Appendino del M5S, detiene il 6,7 per cento. I fondi di investimento esteri contano molto di più e il consigliere delegato Carlo Messina è saldo al suo posto. Però una Fondazione Cariplo più ‘leghizzata’ potrebbe appoggiare un ribaltone alla presidenza con l’ascesa del vice Paolo Andrea Colombo al posto dell’attuale presidente dal passato ‘autostradale’ Gian Maria Gros-Pietro.
Per ora si tratta di fantascienza bancaria ma la dimostrazione che qualcuno in Lombardia cominci a pensare alla politica locale come un trampolino per la conquista della prima fondazione e della seconda banca italiana si è avuta nei giorni scorsi.
Due Province a guida Pd che andranno al voto il 31 ottobre, Como e Bergamo, hanno improvvisamente accelerato sulle nomine delle terne per la Fondazione. Il presidente della Provincia di Como, Maria Rita Livio, sindaco Pd di Olgiate Comasco, ha emesso un bando il 2 ottobre scorso per chiedere ai candidati per il Comitato Beneficienza della Fondazione Cariplo di presentare domanda entro il 23 ottobre alle 12. Il 3 ottobre è stata la volta della Provincia di Bergamo, presieduta dal Pd Matteo Rossi, con termine entro il 25 ottobre.
Se a Como o a Bergamo vincesse la Lega, i nuovi presidenti potrebbero revocare le terne e proporre alla Fondazione i propri nomi? Non è mai successo ma è pur vero che siamo nella terza repubblica.
Bretelle e pallone, il capogruppo dem: “Usciamo dal mondo degli aperitivi”
Il Super Santos e le bretelle. Federico Arienzo ha 39 anni, una laurea in Scienze giuridiche, lavora da “precario” come consulente agroalimentare con partita Iva e ha scelto come simboli della sua politica nell’intervento di aprile all’assemblea di Harambee un paio di cose che profumano di antico: il pallone popolare delle partitelle per strada “perché il Pd deve tornare a vivere per strada” e un accessorio di abbigliamento “che mi ricorda mio padre e il rumore della molla mentre le indossava alle 6 di mattina per andare a lavorare in fabbrica alla Ansaldo-Breda”. Dal marzo 2017 Arienzo è capogruppo Pd al Comune di Napoli e da giovedì è il portavoce nazionale della mozione di Matteo Richetti. “Ne devo ancora discutere con mia moglie”. Sarà d’accordo anche lei.
Arienzo proviene dal centro storico di Napoli e dal volontariato. “A 14 anni chiesi al parroco una sala della parrocchia per farne un centro di aggregazione per bambini a rischio evasione scolastica” e da qui, “lavorando per combattere la povertà e mai i poveri”, Arienzo ha spiccato il volo verso due elezioni nella municipalità Avvocata, “la prima nel 2006, nei Ds, senza nemmeno fare i bigliettini”. Per quello che dice e scrive sui social di “Tempismo democratico”, Arienzo è visto con fastidio dall’establishment locale dem. Ha commentato con un sobrio “il familismo mi fa schifo” la candidatura alla Camera del figlio del governatore De Luca, non guarda con disprezzo il sindaco De Magistris “perché i suoi temi sono anche i miei, ho apprezzato le sue parole sull’apertura dei porti ai migranti”, ha evitato ruoli in segreterie e direttivi di partito e occupa il suo spazio politico senza investiture altrui, forte solo delle preferenze che raccoglie “per strada o andando a trovare nel basso le signore che mantengono 8 figli lavando le scale”. Di Renzi, dice, “fui colpito quando disse che bisognava costruire i presupposti affinché farà chi conoscerà qualcosa e non qualcuno. Poi mi ha deluso totalmente”. Da dove dovrebbe ripartire il Pd? “Dal raccontare con convinzione una visione del mondo che non sia quella degli aperitivi alle 19. Il Pd deve tornare a stare nelle poche fabbriche rimaste, interrogarsi davvero sul mondo del lavoro e stare con gli ultimi”. Perché il Pd ha perso a Napoli? “Siamo percepiti come l’origine di ogni male, quando l’ultimo sindaco che ha amministrato bene è stato Bassolino… Abbiamo impostato il nostro modo di stare in città attraverso la gestione ventennale del potere e quando il potere è mancato, eravamo disabituati a conquistarci il voto casa per casa”. Napoli è un regno dei signori delle tessere. “Io sono un signore e basta”.
Tessere e sedie vuote. Qui detta legge lo “sceriffo”
Per avere la misura dello stato comatoso del Pd campano, bastava fotografare, poche settimane fa, la festa dell’Unità di Telese Terme: il segretario Maurizio Martina parlava davanti a meno di cento persone, nello sconforto dei militanti per “un partito alla frutta”. La festa si è svolta tre mesi dopo una direzione regionale semivuota: 25 componenti su 100 a guardarsi in faccia disperati in un albergo di Napoli. A fare l’inventario delle macerie post elettorali, assente il governatore Pd Vincenzo De Luca, dimissionaria la segretaria campana Assunta Tartaglione, Avellino reduce da dieci anni di amministrazione Pd persa a giugno sotto i colpi dei Cinque Stelle, Napoli persa nel 2016 (e nel 2011) senza nemmeno andare al ballottaggio, e occhi sgranati sul buio del prossimo congresso. “Il Pd a Napoli e in Campania è in paralisi totale da tempo”, chiosa sulle pagine napoletane di Repubblica l’ex senatrice Graziella Pagano “e le segreterie cittadine e regionali, oltre ogni buona volontà, hanno fallito”.
Ma chi comanda su questo cumulo di rovine? La risposta è facile ed è Vincenzo De Luca. È sempre la stessa risposta da diversi anni, era la stessa anche quando Matteo Renzi acchiappava il 42% “ed era difficile trovare un napoletano che non avesse un atteggiamento di inchino nei confronti del premier”, come ha ricordato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris da invitato alla festa dei Giovani Democratici al Granatello di Portici, prove di intesa per le elezioni regionali tra gli arancioni di Dema e i pidini dell’area di Andrea Orlando, “facciamo una battaglia comune contro le destre”, gli ha detto l’ex ministro della Giustizia.
De Luca, dicevamo. Il moloch che tutto occupa e tutto blocca nel dibattito locale del Pd. De Luca che parla in nome del Pd per attaccare il Pd: “Dirigenti che sembrano scesi da Marte, lontani dalla gente normale”. De Luca che torna a fare lo sceriffo e insegue la Lega sui temi dell’immigrazione: “Il litorale domiziano è in mano a bande di nigeriani che spacciano droga e gestiscono la prostituzione”. De Luca che ferma l’auto blu a Salerno per far multare un mendicante di colore e viene censurato dall’europarlamentare dem Pina Picierno: “Una scena di propaganda, dovremmo prendere posizione su di lui”.
De Luca che ha preteso per il figlio Piero uno scranno in Parlamento, che fa e disfa il tesseramento a Salerno e provincia, ne teleguida l’amministrazione del sindaco Vincenzo Napoli dove sarebbe ancora assessore il secondo figlio Roberto, se non fosse stato ripreso di nascosto da Fanpage a ricevere in studio un faccendiere dei rifiuti. E poi De Luca che interloquisce da una posizione di forza con il signore delle tessere e delle preferenze della provincia di Napoli, il capogruppo regionale Mario Casillo. Il 24 settembre Casillo ha portato nella sua Boscoreale l’ex ministro Luca Lotti, 300 persone in piazza, grasso che cola per i tempi che si vivono. Lotti, fino a marzo l’uomo più potente d’Italia, in tour per paesini a risollevare il morale dei soldati. “Ma i congressi regionali si faranno con le primarie aperte ai non iscritti, quindi intorno al tesseramento non sta accadendo niente di particolare”, spiega Marco Sarracino, dell’area Orlando. Infatti a Torre del Greco, 85.000 abitanti, il circolo locale ha staccato la bellezza di dieci tessere.
Sarracino, insieme alla franceschiniana Teresa Armato e al deluchiano Nicola Oddati, è tra quelli che hanno organizzato l’arrivo di Nicola Zingaretti a Napoli. Il governatore del Lazio ha radunato le sue truppe il 2 ottobre alla Domus Ars. Si è fatto vivo un mix di personale politico variegato: consiglieri regionali Pd, bassoliniani che hanno votato LeU, ex assessori Ds mai iscritti al Pd, il giallista Maurizio De Giovanni, l’avvocato Vincenzo Maria Siniscalchi, l’ex consigliere comunale Antonio Borriello, quello che regalava le monetine fuori ai seggi delle primarie di Napoli. Siccome Zingaretti non viene da Marte, dietro le quinte ha chiesto a Oddati di fissargli un appuntamento privato con De Luca. “In Campania – ha detto in pubblico – se vorrà ricandidarsi, si riparte da lui”. Parole che sono rimbombate nella testa di Matteo Richetti: “C’è chi pensa che si debba ripartire da De Luca, io no, e dico basta al partito dei figli di”. Con Richetti si sono schierati i giovani di Tempismo Democratico, tra cui la 27enne Francesca Scarpato, che a febbraio, a liste chiuse, si dimise da segretaria campana dei Gd perché stufa “di avallare logiche ai limiti del banditismo”. E così in Campania il congresso rischia di diventare un referendum tra pro e contro il governatore salernitano. Un gioco al massacro.
Indagine sul caos all’anagrafe (e sui calciatori “favoriti”)
L’ipotesi di reato è interruzione di pubblico servizio e prevede pene fino a un anno di reclusione per chi “cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità”. Su questa linea lavora la Procura di Torino che ha aperto un’inchiesta sui disservizi nelle anagrafi del Comune, coi cittadini costretti a lunghe attese per avere le nuove carte d’identità elettronica. L’indagine è partita da alcuni esposti, tra cui quello della consigliera Deborah Montalbano, passata dal M5S a un gruppo civico. Alcuni agenti della polizia giudiziaria mercoledì hanno acquisito atti e presto politici e funzionari verranno sentiti come persone informate sui fatti. Nell’esposto di Montalbano si riporta anche un’informazione – riferita da un anonimo – circa le corsie preferenziali per alcuni giocatori della Juventus in un periodo in cui i cittadini avevano difficoltà a ottenere i documenti richiesti. I calciatori potrebbero aver usufruito dei servizi per le pratiche urgenti negli uffici della direzione dell’anagrafe. Intanto ieri mattina l’amministrazione ha incontrato i sindacati per delineare un piano di interventi per risolvere la situazione.
Sono arrivate le “ancelle”: ecco la serie tv che le ispira
Non ha più un nome proprio. Ora si chiama “Di-Fred”: di Fred, di proprietà di un comandante chiamato Fred, della nuova repubblica di Galaad. Difred – nella serie tv The Handmaid’s Tale, basata su Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (pubblicato nel 1985, e oggi di nuovo in libreria con Ponte alle Grazie) – indossa un cappuccio bianco e un lungo mantello rosso sangue. È l’abito delle ancelle: l’abito che hanno indossato ieri, durante la seduta del Consiglio comunale di Verona, le attiviste di “Non una di meno”, e che già prima di loro avevano vestito le femministe di Texas e Ohio contro Trump.
Nel mondo distopico di Margaret Atwood, gli Stati Uniti sono divenuti un Paese sterile, causa radiazioni atomiche. Il regime monoteocratico di questa società del futuro è fondato sullo sfruttamento delle “ancelle”, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Difred, la protagonista (che nella serie ha il volto della Peggy di Mad Men, per i cultori della serialità tv), non è più una persona: è un mezzo. Il suo corpo non è più suo. Non è più lei.
Nel romanzo, frutto di anni di ricerche, Atwood racconta solo cose già accadute, da qualche parte nel mondo, o che sarebbero potute accadere se le intenzioni di politici, dittatori, influenti gruppi religiosi avessero trovato applicazione. “Controllare la riproduzione – ha detto di recente commentando le uscite del presidente Trump – è il primo strumento per definire la demografia di un Paese. Alle donne americane è stato sottratto il diritto di scelta sulla maternità: è terribile”.
È intorno al corpo, ricordava Michel Foucault, che le cose si dispongono: “È rispetto a esso, come rispetto a un sovrano, che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano”. In mancanza della Politica, meglio accontentarsi della biopolitica. E delle serie tv.
L’ultrà cattolica che ha “scalato” i Dem
Non ci voleva proprio stare nello stesso video con una coppia omosessuale sposata, Carla Padovani, capogruppo del Pd nel Comune di Verona. Tanto da chiedere che le sue immagini fossero rimosse. L’episodio risale a febbraio, alla fine della campagna elettorale per le Politiche. Ma evidentemente non è stato sufficiente a convincere i Dem a sostituirla alla guida del partito in consiglio. Scelta che adesso si è rivelata in tutto il suo potenziale politicamente distruttivo: infatti, nella notte tra giovedì e venerdì, la Padovani ha votato la mozione anti – abortista della Lega. Non solo: ha informato preventivamente la maggioranza, ma non ha detto niente al suo partito. Gli altri due consiglieri (il terzo, Federico Benini, era assente), Elisa La Paglia e Stefano Vallani, che hanno votato no, hanno appreso della sua posizione in Aula.
D’altra parte, la Padovani ha un curriculum che prometteva voltafaccia e problemi: già democristiana, poi Margherita, era stata consigliera nella giunta di centrosinistra di Paolo Zanotto, poi nel 2012 era passata nell’Udc. Solo per tornare nel Pd nel 2017, cospargendosi il capo di cenere e assicurando correttezza e fedeltà. Cosa non si fa per una rielezione.
Ma come è potuto succedere non solo che il Pd se la riprendesse, ma pure che la facesse capogruppo? E qui, si entra in una intricata vicenda di sottovalutazioni, faide locali e opportunismi. Perché poi la Padovani ha preso più voti di quanto si aspettavano i Dem di Verona. Fatto sta che ieri nel Pd cittadino si fa a gara per scaricarla: c’è chi racconta che a sostenerla in origine fu Lorenzo Dalai (ex candidato alla segreteria provinciale), chi giura che a volerla è stata Alessia Rotta, deputata dem veronese renzianissima, chi invece accusa il consigliere Benini (vicino al senatore del territorio Arienzo, che si barcamena tra Orfini e Renzi, da una parte e Orlando dall’altra) di non aver voluto chiedere le sue dimissioni già a febbraio. Tra i motivi per non averla voluta sostituire come capogruppo ci sarebbe stata anche la guerra per prendere il suo posto. Ordinarie miserie di un partito in dissoluzione.
Fatto sta che ieri il Pd si è sbracciato a condannare il voto del consiglio comunale di Verona. Da Zingaretti a Martina passando per Orlando tutti sono pronti a stoppare “colpi di mano” sulla 194. Con la stessa Rotta e Valeria Fedeli che chiedono le dimissioni della capogruppo. Ma a livello locale ancora si tentenna: sarà solo martedì la riunione del gruppo per valutarne le dimissioni.
Lei intanto, alla fine è uscita allo scoperto: “Ho votato a favore perché sono favorevole a qualsiasi iniziativa a sostegno della vita. La vita è un valore universale e come tale dovrebbe essere retaggio non di un singolo partito ma di tutte le formazioni politiche”, ha spiegato alla Tv della Cei. E ancora: “Non mi aspettavo tutte queste polemiche. Sull’aborto è un fatto di coscienza. Sulla 194 non mi pare che ci sia una linea chiara del partito”. E se anche nessuno tra i dirigenti nazionali lo dice così chiaramente a proposito della 194, tocca un punto particolarmente delicato: sui temi etici, il Pd è da sempre diviso. Basti ricordare che alla fine le unioni civili passarono solo con lo stralcio della stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner per una coppia gay). Ora, con la Lega che fa da sfondamento, chissà che il Pd non si sfarini ulteriormente.
Soldi agli anti-abortisti. A Verona c’è un sì del Pd
Soldi ad associazioni cattoliche anti-aborto, sostegno del parto in anonimato negli ospedali, proclamazione di Verona “città a favore della vita”. La città di Giulietta si schiera ufficialmente contro la legge 194 con la mozione del leghista Alberto Zelger, approvata dal consiglio comunale di Verona nella serata di giovedì tra polemiche e proteste. E il voto apre uno squarcio nel Partito democratico. Perché tra i 21 favorevoli (sei invece i voti contrari) c’è anche la capogruppo veronese del Pd, Carla Padovani, lasciata sola però dagli altri consiglieri Dem presenti che hanno votato contro e dai vertici del partito.
“Così non va. Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati – commenta il presidente della Regione Lazio e candidato alla segreteria del Pd, Nicola Zingaretti –. Non si rispetta la vita se non si rispettano le scelte delle donne, soprattutto quando sono difficili come lo è quella di interrompere una gravidanza”.
Il caso assume proporzioni nazionali e interviene anche il segretario dem Maurizio Martina: “La 194 non si tocca, la difenderemo sempre”.
La mozione, riesumata dagli ultimi punti all’ordine del giorno, finisce ai voti grazie e un blitz della maggioranza e prevede di destinare nel prossimo assestamento di bilancio un “congruo finanziamento” ad associazioni e progetti contro l’aborto. Come il progetto “Gemma” del Movimento per la vita, che prevede l’adozione a distanza (con 2880 euro) di donne intenzionate a interrompere la gravidanza, o il progetto “Chiara” del Centro diocesano aiuto vita. Oltre a imporre di tappezzare Verona di manifesti pubblicitari sul progetto regionale “Culla segreta”, che tutela il parto in anonimato negli ospedali con conseguente adozione immediata del bambino.
A colpire più di tutto però sono le motivazioni contenute nel testo della delibera. Secondo il leghista Zelger, per colpa della legge 194 oggi in Italia “manca all’appello una popolazione di 6 milioni di bambini che avrebbero impedito il sorgere dell’attuale crisi demografica”. Mentre la diffusione della pillola abortiva RU486 avrebbe causato una “crescita degli aborti” e diffuso una “cultura dello scarto”.
La mozione era già stata presentata a Palazzo Barbieri lo scorso 27 luglio, ma la seduta si era interrotta prima della discussione in seguito al parapiglia causato dal gesto di un consigliere della lista Battiti (quella del sindaco Federico Sboarina), Andrea Bacciga. Alle attiviste di “Non una di meno”, arrivate in aula per protestare vestite come le “incubatrici viventi” della serie tv The Handmaid’s Tale, Bacciga aveva rivolto il saluto romano. È finito indagato dalla Procura di Verona per l’articolo 5 della legge Scelba, che punisce chi “partecipando a pubbliche riunioni compie manifestazioni usuali del disciolto partito fascista”.
Non passa invece la mozione collegata, sempre a firma Zelger, che prevedeva la sepoltura automatica dei feti: oltre a stabilire la celebrazione della “Giornata internazionale dei bambini mai nati” per il 15 ottobre, avrebbe dovuto dedicare alla sepoltura dei feti un’area del cimitero comunale vicino a un monumento già esistente dedicato proprio ai “non nati”.
Non è stato inserito nell’ordine del giorno per paura di defezioni nella maggioranza, dove crescevano i mal di pancia. Dura la reazione di M5S, Sinistra in Comune e Cgil: “Verona torna al Medioevo”.
Il devoto sgarbi e Sutri senza B.
Povero Vittorio Sgarbi. Come un vero devoto aveva preparato tutto per il suo Silvio B.: l’intero paese di Sutri in festa a inaugurare una strada dedicata a Erasmo da Rotterdam, il filosofo che passa per essere una delle passioni di Silvio che un tempo lo faceva leggere a tutti, per poi vantarsi di averlo letto in proprio. Segretamente il povero Vittorio gli aveva allestito anche una sorpresa venuta direttamente dal cuore: un giardino di rose per Rosa, la mamma defunta del padrone. Che delicatezza rinascimentale. Che pensiero di amabilità gozzaniana.
Da nuovo sindaco di Sutri – incolpevole paesello del Viterbese – e da vecchio inserviente del padrone, il povero Vittorio già pregustava un trionfo di selfie, la luce delle telecamere, i microfoni, qualche ragazza per la cena e persino un abbraccio. Invece Silvio non si è fatto vedere, chi se ne frega di Erasmo da Rotterdam, della sorpresa, della cena. Gli ha dato buca senza sprecare nemmeno una parola, una scusa, una telefonata. Niente. Trattato peggio di un questuante, lasciato solo peggio di un semaforo. E allora ecco la stizza, ecco il furore: “Mi dimetto da Forza Italia!” Anzi: “Fondo un partito!”. Poi il silenzio e le lacrime.