Sfiducia anti-Siri: il Pd all’attacco, M5S in imbarazzo

I renziani del Pd stanno scegliendo un campo di battaglia diverso dalla manovra per attaccare il governo gialloverde. L’obiettivo è mettere in imbarazzo i Cinque Stelle, costringendoli a difendere persone e situazioni estranee ai loro valori proclamati oppure ad abbandonare importanti leghisti della squadra di Matteo Salvini. I bersagli sono il sottosegretario alle Infrastrutture, Armando Siri, e il presidente della commissione Bilancio alla Camera, Claudio Borghi.

Sul primo i parlamentari che fanno capo a Matteo Renzi stanno lavorando a una mozione di sfiducia individuale da presentare nei prossimi giorni. La base d’appoggio: quasi quattro anni fa, Siri ha patteggiato con il tribunale di Milano una pena di un anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta, per il crac della sua Mediaitalia, una società scomparsa lasciandosi alle spalle oltre un milione di euro di debiti. “Non possiamo avere un condannato al governo”, sarà lo slogan dei renziani che mettono sullo stesso piano patteggiamento e condanna. I Cinque Stelle voteranno per salvare il bancarottiere Siri o tradiranno il patto di fedeltà con la Lega? Al Pd vanno bene entrambi gli scenari.

Il secondo bersaglio è Claudio Borghi. In un’intervista al Foglio di tre giorni fa ha dichiarato: “Ho comprato Btp in questi giorni. L’ho fatto anche stamattina (…) resto convinto che un tasso del 3,5 per cento sia esageratamente alto, e dunque si tratta di un investimento ad alto rendimento. E anche se si dovesse uscire dall’euro, non credo si svaluterebbero”. I fondi di investimento che muovono il mercato hanno una specie di ossessione per Borghi che considerano custode dei piani segreti di Matteo Salvini sull’euro. A prescindere che questa percezione sia fondata, seguono ogni parola di Borghi. E Borghi lo sa perché incontra spesso gli investitori. “Ora che le dichiarazioni irresponsabili del suo governo, comprese le sue stesse interviste sull’uscita dall’euro, hanno fatto schizzare i rendimenti dei Btp italiani, a spese di tutti i contribuenti sui quali grava il debito pubblico, Borghi ha iniziato ad acquistare i titoli italiani”, lo attacca Ettore Rosato, vicepresidente della Camera per il Pd. Un altro renziano, Michele Anzaldi, chiede l’intervento di Consob e Antitrust contro il leghista.

C’è un terzo piano d’attacco, più ambizioso, che il Pd renziano sta valutando: contestare al governo in blocco l’abuso d’ufficio e il falso in atto pubblico per la gestione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Con questa motivazione: giovedì scorso il Consiglio dei ministri ha approvato dei numeri (2,4 per cento di deficit per tre anni) che sono stati comunicati ai mercati. Ma nel testo ufficiale, alla fine, quei numeri erano diversi. Quindi la prima versione era falsa. Anche il governo Renzi ha approvato molti provvedimenti “salvo intese” – cioè rinviando a dopo i dettagli – ma qui, è la tesi, sono state comunicate informazioni precise ma false.

Concorso esterno, Dell’Utri ai domiciliari per altri cinque mesi

Almeno per il momento Marcello Dell’Utri non torna in carcere. Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha prorogato la detenzione domiciliare per motivi di salute, come chiesto dai suoi avvocati Simona Filippi e Alessandro De Federicis. L’ex senatore di Forza Italia continuerà a scontare la condanna definitiva per concorso esterno a Cosa Nostra a casa del figlio per altri 5 mesi. Poi la sua situazione verrà valutata. Dell’Utri oltre a essere da anni cardiopatico, è diabetico e affetto da tumore alla prostata per il quale, tra marzo e aprile, è stato ricoverato, in regime di detenzione, presso il Campus Biomedico della capitale. A un certo punto, i medici hanno stabilito la necessità di operazione e lo scorso 8 luglio il Tribunale di Sorveglianza ha deciso di differire la pena e concedere all’ex senatore i domiciliari. Successivamente è stato operato nell’ospedale romano San Filippo Neri, dove sono stati introdotti cinque stent, dispositivi medici impiegati di solito per contrastare il fenomeno delle coronarie ostruite. Dopo l’operazione però l’ex senatore ha avuto un malore e i medici dopo una coronarografia hanno deciso di operarlo di nuovo, stavolta alla clinica Mater Dei.

Camusso spingerà Landini: Cgil pop per allargare la base

“Al punto in cui è arrivata non può più tornare indietro”, dice un dirigente Cgil che segue da vicinissimo il dossier. A meno di colpi di scena, quindi, lunedì sera alla segreteria del più grande sindacato italiano Susanna Camusso proporrà alla propria successione Maurizio Landini, ex segretario Fiom, il sindacalista forse più conosciuto a livello di massa. Non sarà una scelta facile, perché la Cgil non ama dividersi. E scontenterà l’altro candidato di fatto alla corsa per la leadership, Vincenzo Colla, la cui intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa è stata letta da tutti come un’autocandidatura. Landini finora ha scelto un profilo basso, senza dichiarazioni ufficiali, cogliendo tutte le opportunità di ricucire con colei che, fino a ieri, era un suo avversario interno. Si ricorda ancora, infatti, l’inserzione a pagamento sull’Unità con cui l’allora segretario della Cgil lombarda, Nino Baseotto, attaccava Landini per l’eccessivo uso di tv e giornali. Oggi Baseotto, responsabile organizzativo della Cgil, è uno dei suoi principali sponsor.

Cosa è successo nel frattempo? La Cgil ha attraversato gli anni della segreteria Camusso cercando di fronteggiare un terremoto politico e sociale. La più grave crisi economica, iniziata nel 2008, due anni prima dell’elezione dell’attuale segreteria, un attacco furibondo al sindacato, “portato non dai nemici ma da quelli che si pensava fossero gli amici” commentano nell’entourage di Camusso, lo scompaginamento del quadro politico con l’emersione di forme di anti-politica e anti-sindacato. Il culmine della trasformazione è stato lo scontro con Matteo Renzi su Jobs Act e Referendum costituzionale, con la Cgil nettamente schierata da una parte e con una spaccatura interna, non esplicitata, da parte di coloro che non volevano recidere li rapporto con il Pd. Ma lo schema del sindacato fiancheggiatore del partito salta in quella fase e Camusso rivede l’intera strategia. Al sindacato, così, si presentano due ipotesi: “Ricostruire un riformismo dall’alto, dice chi ascolta le analisi di Camusso, basato sulla vecchia concertazione oppure un riformismo dal basso che guarda al rapporto con il precariato e i nuovi lavori”. E che faccia i conti anche con la nuova politica. Maurizio Landini sembra poter assicurare questa prospettiva.

L’idea iniziale di Camusso, in realtà, era un’altra e puntava sul ricambio generazionale. La sua candidata, fino a qualche settimana fa, era la segretaria della Funzione pubblica, la quarantenne Serena Sorrentino. Ma, a opporsi con nettezza a questa scelta è stato il sindacato dei Pensionati, diretto da Ivan Pedretti, principale sponsor di Vincenzo Colla. Il quale interpreta quello che nella ricostruzione precedente è “il riformismo dall’alto”, un’impostazione più tradizionale che guarda al rapporto con gli industriali e alle evoluzioni del Pd partito a cui, comunque, Colla non è iscritto. Un’idea di “consociativismo” tosco-emiliano che, nell’analisi che fa Camusso, è ormai superato, non esiste più. Per questo ha più forza l’ipotesi Landini. Anche se con Colla sembrano essere schierati i Pensionati, gran parte di Chimici, Edili, Trasporti e altri settori, Landini sembra poter offrire una prospettiva più solida alla Cgil e comunque, dice chi lo sostiene in questa corsa, “dubito che l’Emilia sia compatta su Vincenzo Colla, basti guardare a Bologna, Reggio Emilia, Rimini o Imola”.

Qualora la segreteria decidesse l’endorsement per Landini non sarà all’unanimità. Colla non si ritirerà sapendo che la decisione finale spetta all’Assemblea nazionale che sarà eletta dal congresso di gennaio. Quindi da una votazione del gruppo dirigente più ristretto.

Lo scontro si manifesta anche in altri particolari: a Camusso si contesta il diritto di dare indicazioni sul successore richiamandosi al precedente di Bruno Trentin, dimissionario nel 1993 che rifiutò di scegliere la successione. “Ma Trentin si dimise, non arrivò a scadenza naturale”, dicono gli altri, “chi avrebbe mai contestato a Luciano Lama di indicare Antonio Pizzinato?”.

Sullo sfondo resta la politica che stavolta ha un ruolo secondario anche se dietro Colla si schierano quelli che guardano al Pd. Landini, invece, nel rapporto con la politica promette “conflitto e contrattazione” e quindi può confrontarsi anche con il M5S o fronteggiare la Lega: “Sa quante litigate in spiaggia ho fatto la scorsa estate con chi va dietro a Salvini?”, diceva l’interessato al cronista alla festa del Fatto. Il problema degli iscritti che votano 5Stelle o Lega al nord è ormai rilevante e Landini, con la sua forza mediatica, può riallacciare i fili strappati pur essendo tutto interno alla sinistra. Non è un caso se viene consultato frequentemente da chi nel Pd, come Andrea Orlando, sta lavorando alla segreteria Zingaretti.

Marsiglia, l’estrema destra occupa la sede di Sos Mediterranée

Panico ieri pomeriggio nella sede di Sos Mediterranée a Marsiglia quando un gruppo di militanti del collettivo di estrema destra Génération Identitaire ha fatto irruzione negli uffici della Ong costringendo i dipendenti presenti a uscire. A darne notizia è stata la stessa organizzazione che gestisce la nave umanitaria Aquarius 2 insieme a Medici Senza Frontiere. In un tweet Sos Mediterranée ha precisato che la polizia è arrivata “sul posto per procedere agli arresti” e che il personale era sano e salvo ma sottochoc. I 22 militanti di GI sono stati fermati e trattenuti in custodia per “violenza volontaria e sequestro in concorso”. Una fonte della polizia ha riferito che il gruppo, dopo l’incursione, ha tentato di appendere vari striscioni con scritte di denuncia della presunta complicità della ong “con i trafficanti di clandestini”. Génération Identitaire, nata con lo scopo di “combattere l’immigrazione di massa e l’islamizzazione dell’Europa”, è già nota per una petizione che invoca il sequestro della nave Aquarius, arrivata il 4 ottobre nel porto di Marsiglia per uno scalo tecnico. Gli estremisti sostengono di aver “occupato in modo pacifico”.

Il ritiro dei soldati? Fatti, non annunci

Gentile Direttore, ho letto giovedì, con rammarico, l’articolo di un suo giornalista, Toni De Marchi, circa l’entità delle riduzioni che il governo attuerà nei confronti dei nostri contingenti all’estero, nell’ambito del decreto missioni. Non ho alcuna intenzione di sollevare polemiche, né di giudicare l’opinione del giornalista quando confronta l’operato della mia amministrazione con gli annunci di chi mi ha preceduto. È legittima e per questo la rispetto, d’altronde chiunque è libero di confondere le parole, con i fatti. Ma mi permetta, questo sì, di segnalarle le informazioni inesatte contenute nell’articolo, che ahimè certificano la scarsa conoscenza della materia da parte del redattore. Ce ne sono diverse, per le sue valutazioni.

Mi si accusa che “la sostanza assomiglia a una fake news”, mentre la sostanza corrisponde invece a verità, perché è un fatto che 100 nostri soldati rientreranno realmente dall’ Afghanistan e 50 dall’Iraq. Per quanto riguarda l’Afghanistan, il giornalista afferma che in sede di approvazione del decreto missioni per il 2018 il precedente Governo aveva annunciato il ritiro di 250 uomini tra Kabul ed Herat. Al mio insediamento, le assicuro che non era stata effettuata alcuna riduzione. Per quanto attiene la missione in Iraq, stesso discorso.

Gli annunci (di chi mi ha preceduto) e i fatti. Non solo ho disposto nel prossimo decreto missioni la riduzione di 50 militari da Mosul, ma ho previsto e comunicato il ritiro completo del contingente nazionale schierato presso la diga entro il primo trimestre del 2019.

Infine il Niger: si fa riferimento a un mio presunto viaggio che, evidentemente, deve essermi sfuggito. Posso certo dirle che mi farebbe piacere visitare il Paese ma, ad oggi, non ho ancora avuto occasione di farlo. Dimenticavo: viene citato un mio post su Facebook in cui avrei annunciato il dispiegamento di 470 uomini ma, può constatarlo personalmente, nel post non cito alcun numero. Mi permetto di puntualizzarle anche che la consistenza media dei nostri militari operanti all’interno della missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger, per il 2018 non supererà le 70 unità. E di sottolineare che una missione bilaterale si sviluppa per l’accordo stabilito tra il Governo italiano e quello nigerino e non per supportare, come riportato nell’articolo, operazioni statunitensi o francesi.

È un fatto, sostiene il ministro, che nel prossimo decreto ci saranno riduzioni dei contingenti italiani all’estero. Ma, al momento, non è un fatto: il decreto che avrebbe già dovuto essere alle Camere, ancora non c’è. Il ministro aggiunge: “Al mio insediamento, le assicuro che non era stata effettuata alcuna riduzione”. Chi sostiene il contrario? La riduzione doveva ovviamente avvenire dopo il 30 settembre, alla scadenza del decreto missioni in vigore. Per quanto riguarda il Niger: su Facebook non ha dato numeri, ma ha detto “abbiamo sbloccato la missione”. La missione è di 470 militari: è scontato fossero quelli, altrimenti avrebbe dovuto informarne le Camere. È un fatto che M5S votò contro la missione nigerina che oggi lei rivendica: Di Maio la criticò il 6 febbraio alla Link Campus e aggiunse che era necessario il ritiro completo dall’Afghanistan.

Anche Coldiretti fa la giravolta: un bagno di folla per Salvini

Matteo Salvini cala sul Circo Massimo che pare Pontida: circondato da un cordone misto di sicurezza, giornalisti e sostenitori. Solito copione: cerca il contatto con la folla; selfie, strette di mano, abbracci, acclamazioni. Intorno è tutto gialloverde, ma non è un omaggio: sono i colori di Coldiretti. È la festa nazionale dell’associazione dei coltivatori, il totem del mondo agricolo. Una macchina da un milione e 600 mila iscritti che sfoggia il suo capitale umano e politico riempiendo per tre giorni la grande piana storica al centro di Roma. Il colpo d’occhio non tradisce gli organizzatori: il Circo Massimo è attraversato da tre file di stand con i prodotti di ogni regione, la gente riempie le corsie, le bandiere gialle annunciano il “Villaggio Coldiretti” anche a centinaia di metri dall’area della manifestazione.

Salvini arriva di mattina insieme al suo ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio. Circondato dai microfoni, regala una battuta un po’ Twitter e un po’ manifesto politico: “Mi chiedete di Bruxelles? Ma lo vedete come reagisce questa gente? A me interessano queste persone che si alzano presto e mungono le vacche, cosa mi frega di Juncker?”.

La notizia, insomma, è che “il Capitano” è popolare, tanto, anche qui. Teoricamente poteva essere territorio ostile: è la stessa Coldiretti che abbracciava Matteo Renzi non più in là del 2016 e si prestava a sposare la sua battaglia referendaria, con la promessa del “sì” del suo vasto corpaccione elettorale. Ai tempi d’oro si stimava che valesse 4 o 5 milioni di voti. Erano per la Democrazia cristiana: il fondatore Paolo Bonomi è stato deputato Dc per ben 8 legislature. Oggi gli elettori sono sicuramente meno e meno omogenei, ma Coldiretti resta un’organizzazione di grandi dimensioni (1,6 milioni di iscritti in 5.668 sezioni comunali, 19 federazioni regionali e 97 federazioni provinciali) e un blocco di consenso a cui la politica non è insensibile.

Allo stesso modo, Coldiretti non è insensibile alla politica. Del presidente Roberto Moncalvo – il cui mandato, iniziato nel 2011, scade alla fine dell’anno – si diceva fosse papabile erede di Sergio Chiamparino in Piemonte. Era considerato un uomo di centrosinistra, e a maggior ragione dopo l’exploit pubblico dell’appoggio al referendum costituzionale di Renzi e Boschi. Invece Coldiretti non è né di centrosinistra né di centrodestra: sta col governo. Sempre. L’associazione appoggiava Berlusconi quando c’era Berlusconi e Renzi quando c’era Renzi. Moncalvo ha definito con la stessa espressione priva di ironia “il migliore ministro con cui abbia lavorato” tanto la forzista Nunzia De Girolamo quanto il dem Maurizio Martina.

La parola chiave è “pragmatismo”. Il vecchio establishment soffre, ci sono la Lega, Centinaio, Salvini, i 5Stelle. Moncalvo, passeggiando tra uno stand e l’altro, non ne fa mistero. Anzi rivendica: “Il nostro compito è indirizzare i governi per difendere i nostri diritti, qualsiasi sia il colore politico”. Qualsiasi: “Noi abbiamo sempre lo stesso atteggiamento con tutti. Renzi l’abbiamo applaudito quando ha fatto bene e criticato quando ha fatto meno bene”. Il presidente riconosce però che “l’inizio di Salvini è incoraggiante”, elenca le buone intenzioni: le parole sugli accordi commerciali da rivedere e sui trattati da respingere – come il Ceta, tra Europa e Canada –, la guerra al riso cambogiano, la sbandierata promessa di tutela dei prodotti nazionali.

Ma non è solo il capo di Coldiretti a sorridere al nuovo corso. Per Salvini e Centinaio sul palco ci sono applausi convinti. Pure in giro tra i banchetti, dove non li hanno potuti ascoltare, il clima è di benevola attesa. Le voci si somigliano tutte. Tina, titolare di Villa Barone Alfieri a Pozzallo: “È importante che sia venuto qui, è un segnale di attenzione, ci piace”. Piero, azienda agricola La Regina di Chieti: “Questi non possono fare peggio di quelli che c’erano prima. Salvini ogni tanto straparla e non sono sempre d’accordo sui discorsi sugli immigrati, ma sull’agricoltura ha detto cose buone. Vediamo se le fanno”. Marina (Azienda Scorrano di Pescara): “Mi piace, sono ottimista, ha iniziato bene”. Fabrizio (Azienda Bermoccoli, Arezzo) offre assaggi di salumi: “A me sembra che lui, Salvini, dica cose condivisibili, oggi ha preso moltissimi applausi, si sentivano anche da qui. Al nostro mondo piace”. Michele, salernitano, ha un banchetto con la moglie di mandorle e nocciole: “Noi li abbiamo votati. La prima cosa è abbassare le tasse e diminuire la burocrazia, per le piccole aziende è un vitale. La lotta alla contraffazione è una promessa che abbiamo sentito mille volte, vediamo se stavolta qualcosa succede”.

E dunque è ancora luna di miele, pure tra chi “munge le vacche”. Oggi l’applausometro del Circo Massimo tocca a Di Maio (ma il meteo promette bufera).

L’Economist stronca il Def: “È deludente e preoccupante”

La legge di Bilancio che il governo italiano prepara è “deludente e preoccupante”: è il severo giudizio espresso in un editoriale da The Economist, il cui titolo è: “Più vicino al baratro. Perché la legge di Bilancio italiana è preoccupante”. Secondo il settimanale economico, l’Italia “non sta compiendo il tentativo per correggere la bassa produttività dell’economia, senza la quale non possono migliorare né il livello di vita dei cittadini né la capacità dello Stato di ripagare il suo enorme debito. Inoltre, l’esecutivo giallo-verde progetta di abolire le poche riforme strutturali adottate in Italia negli scorsi anni, a cominciare da quella delle pensioni che era uno dei rari esempi di riorganizzazione virtuosa del settore. Anche l’alto deficit previsto rappresenta problemi: da un lato, potrebbe rilanciare quegli investimenti pubblici così necessari all’economia italiana, dall’altro ha già provocato un aumento degli interessi che l’Italia paga sui suoi titoli di Stato. Questo incremento si ripercuoterà presto sul costo che le aziende sopportano per i loro crediti e quindi ne rallenterà le capacità operative”. Per l’Economist l’economia italiana invece di crescere come il governo si augura, rischia invece di rallentare.

Scuola, i sindacati: poche risorse per gli insegnanti

Polemiche per gli stipendi della Pubblica amministrazione (con tanto di appello al ministro Giulia Bongiorno) e anche per quelli degli insegnanti: ieri i sindacati, Flc Cgil in testa, hanno criticato la nota al Def per la scarsa programmazione economica sulla scuola. “Il contratto Istruzione e Ricerca firmato pochi mesi fa per il triennio 2016-2018 è già scaduto e ora occorre rinnovarlo per il triennio 2019-2021. A tal fine è necessario che la legge di Bilancio per il 2019, che sta per essere varata dal governo, contenga le risorse necessarie. Però da quanto emerge leggendo il Def, ovvero il Documento di Economia e Finanza, sembrerebbe che non vi sia alcuno stanziamento per rinnovare i contratti dei lavoratori pubblici e questo nonostante si preveda una manovra economica di oltre 21 miliardi. Non solo non vi è alcuno stanziamento per avvicinare almeno in parte gli stipendi italiani a quelli dei colleghi europei, ma non vi sono neanche le risorse per garantire il potere d’acquisto delle retribuzioni rispetto all’inflazione per il triennio 2019-2021. Anzi, nel Def è scritto chiaramente che i redditi da lavoro dipendente della Pubblica amministrazione si ridurranno dello 0,4% in media nel biennio 2020-2021.

Riforma delle detrazioni, a cominciare dalle minori

Tra gli allegati alla Nota di aggiornamento del Def c’è il Rapporto programmatico recante gli interventi in materia di spese fiscali che riguarda, appunto, una delle voci del bilancio dello Stato su cui tutti i governi promettono di mettere ordine, salvo poi arrendersi per le proteste. Sono le tax expenditure, cioè quel labirinto di 466 sconti fiscali, tra detrazioni e deduzioni e regimi agevolati o forfettari, che secondo l’allegato valgono 54 miliardi di euro ogni anno. Una parte considerevole degli sconti sull’Irpef – 10 miliardi all’anno – sono i famosi 80 euro introdotti dal governo Renzi nel 2014. Il governo Conte si impegna a rivedere le tax expenditures considerando “le conseguenze in termini di efficienza economica, efficacia nel raggiungere gli obiettivi prefissi, equità e costi amministrativi, anche in relazione ai possibili programmi di spesa alternativi ed a quelli già esistenti”. Ma non c’è ancora un’idea condivisa di come procedere a questa razionalizzazione, si evince dalla parte finale del documento: “Un approccio potrebbe essere collegare la revisione delle agevolazioni fiscali e il conseguente ampliamento della base imponibile a un potenziamento mirato di deduzioni e detrazioni a favore della famiglia e del lavoro. Un altro approccio, nell’attesa di collegare l’azione di revisione delle spese fiscali a una riforma fiscale più strutturale, potrebbe invece essere quello di operare interventi orizzontali, che permettano di razionalizzare l’intero complesso delle spese fiscali, ridurne la portata quantitativa”. Il primo approccio è quello dei Cinque Stelle, il secondo quello della Lega propedeutico alla flat tax.

Vendita di immobili pubblici e concessioni per trovare i soldi

Secondo i numeri della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza, i tagli di spesa necessari per finanziare le misure promesse avranno un impatto negativo pari allo 0,4 per cento del Pil nel 2019 che poi scende a 0,1 e a 0 nei successivi due anni. Tra le coperture che invece non dovrebbero avere controindicazioni c’è la vendita di pezzi del patrimonio pubblico. Il governo si aspetta di incassare 640 milioni nel 2019 e 600 nel 2020 dalla vendita di immobili pubblici, numeri non lontani da quelli attesi a fine 2018 quando l’incasso dovrebbe essere 600 milioni, “di cui 50 milioni per le vendite di immobili delle amministrazioni centrali, 380 milioni per le vendite effettuate dalle Amministrazioni locali e 170 milioni per le vendite degli enti di previdenza”. C’è poi un problema affitti: nel 2018 la Pubblica amministrazione, che pure ha uno sterminato patrimonio pubblico inutilizzato, paga 813 milioni di euro di canoni di locazione. L’obiettivo indicato dal Tesoro è ridurre quella spesa di oltre 100 milioni.

Non viene quantificato invece il gettito potenziale di un’altra dichiarazione di intenti dagli effetti politicamente molto più delicati: la revisione del sistema delle concessioni (dalle autostrade alle televisioni). Le risorse che lo Stato incasserà dall’aumento dei canoni andranno direttamente in un fondo destinato alla riduzione del debito pubblico insieme alle risorse (non quantificate) che deriveranno dalla vendita di quote nelle società partecipate dallo Stato (privatizzazioni per lo 0,3 per cento del Pil all’anno).