Nessuna proroga in vista per i 1.900 navigator rimasti nell’Anpal Servizi; a meno di stravolgimenti delle prossime settimane, il primo maggio andranno tutti a casa. Quella di ieri è stata la giornata di lotta più tesa per gli operatori assunti nel 2019 per affiancare i centri per l’impiego nell’assistenza ai beneficiari del Reddito di cittadinanza. Dopo un tentativo negato di corteo, e l’intervento personale del segretario Uil Pierpaolo Bombardieri, il ministro Andrea Orlando è sceso a incontrare i manifestanti in presidio con Nidil Cgil, Felsa Cisl e Uiltemp. Niente promesse, se non che nei prossimi giorni il ministro solleciterà l’apertura di un tavolo anche con il titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta. I loro contratti scadranno il 30 aprile. Questi operatori, negli ultimi due anni, sono stati oggetto di un linciaggio mediatico da parte dei partiti di centrodestra e dei renziani, i quali li hanno accusati di essere causa del presunto fallimento delle politiche del lavoro connesse al Reddito di cittadinanza.
Rider, dopo la maxi-inchiesta e le multe le aziende hanno smesso di fare contratti
Se consideriamo solo le quattro principali piattaforme che consegnano cibo a domicilio, le ispezioni Inps del 2021 hanno permesso di scoprire oltre 140 milioni di euro di contributi evasi, che arrivano a 155 milioni con le sanzioni. Circa 20 mila i rider coinvolti, che diventano 30 mila se si aggiungono quelli delle altre app. Al netto dei lavoratori emersi grazie ai controlli, i fattorini sembrano però spariti dai radar dell’Istituto di previdenza. In pratica, le uniche posizioni visibili nelle banche dati sono quelle registrate a seguito delle verifiche. Questo significa che le aziende li stanno inquadrando come collaboratori occasionali e stanno tenendo i guadagni di ognuno di loro sotto i 5.000 euro, cifra minima oltre la quale scatterebbe l’obbligo di iscrizione alla gestione separata dell’Inps. Nonostante le intenzioni manifestate negli ultimi mesi, a seguito dell’inchiesta della Procura di Milano, i rider ancora oggi non vengono assunti né come dipendenti né come collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.). Così facendo, restano di fatto dei fantasmi. Questa evidenza è venuta fuori ieri in commissione Lavoro al Senato durante l’audizione del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. Il Parlamento in questi giorni sta esaminando la proposta di direttiva dell’Unione europea, presentata a dicembre dalla Commissione, che ha l’obiettivo di tutelare i lavoratori delle piattaforme e, più in generale, della gig economy. Quando il testo sarà approvato definitivamente, le app dovranno assumere come dipendenti i loro addetti (non solo i fattorini che trasportano cibo) in presenza di almeno due indicatori tipici del lavoro subordinato: per esempio l’impossibilità del lavoratore di stabilire le tariffe e l’obbligo di rispettare regole vincolanti anche relative all’aspetto e al rapporto con il cliente. In Italia, e non solo da noi, quasi tutte le app usano il modello del lavoro autonomo e retribuiscono i fattorini non con salari orari ma con paghe a consegna, forti di un accordo collettivo firmato solo con il sindacato Ugl Rider; contratto definito illegittimo e “di comodo” da diversi tribunali. Quindi la direttiva imporrebbe una rivoluzione. Just Eat finora è stata l’unica piattaforma che ha accettato di assumere come subordinati gli addetti alle consegne. Ancora non è chiaro il motivo per cui questi non risultino all’Inps. Una possibile spiegazione è che siano stati assunti con una diversa denominazione.
Omicidio Cesaroni, sentite nuove testimonianze dopo la riapertura del caso
È attesa alla Procura di Roma un’informativa sugli accertamenti disposti dopo l’apertura di un nuovo fascicolo sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. Sono state sentite collaboratrici dell’avvocato Caracciolo di Sarno (morto anni fa), all’epoca presidente regionale Ostelli della Gioventù, che avevano sede nell’appartamento in cui venne trovata morta la ragazza.
“La pistola distrutta e prove manomesse Pecorelli, noir nero”
Raffaella Fanelli è una giornalista che da anni indaga su stragi e misteri d’Italia. È grazie alle sue inchieste se l’omicidio irrisolto di Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979 a Roma, è di nuovo sotto la lente della magistratura. Fanelli ha scovato carte sepolte e ascoltato personaggi chiave. Il risultato è un’inchiesta in versione podcast, OP-Omicidio Pecorelli, con informazioni e testimonianze inedite. “È il ‘secondo tempo’ del mio lavoro sul delitto – racconta la giornalista –. La prima parte è nel libro La strage continua. Poi ho approfondito intervistando personaggi importanti: Nar pentiti, ex generali dei servizi segreti. Il nuovo materiale ora è tutto in audio”.
Nel marzo del 2019 la Procura di Roma riapre il caso. Decisivo un verbale che lei ritrova tra i faldoni. Cosa c’è in quel documento?
Un interrogatorio del giudice Guido Salvini al neofascista Vincenzo Vinciguerra, risalente al 1992. Vinciguerra racconta le confidenze ricevute nel carcere di Rebibbia, nel 1985, da Adriano Tilgher.
Tilgher, fondatore con Stefano Delle Chiaie di Avanguardia nazionale, cosa dice a Vinciguerra?
Che la pistola usata per uccidere Pecorelli ce l’aveva Domenico Magnetta. E che Magnetta avrebbe ricattato i vertici di Avanguardia perché lo aiutassero a uscire di prigione. Altrimenti avrebbe tirato fuori l’arma.
Chi è Magnetta e come è finito in carcere?
Era responsabile della struttura occulta di Avanguardia. Con Carminati, il 20 aprile 1981, è al Valico del Gaggiolo sul confine italo-svizzero. Fuggono da una retata contro i Nar, ma vengono fermati ed esplode il conflitto a fuoco. Carminati perde l’occhio sinistro, tutti e due finiscono in carcere. E Magnetta ricatta i camerati. È ciò che racconta Vinciguerra, anche se Tilgher nega.
Vinciguerra è attendibile?
Era detenuto in cella con Tilgher, amico e camerata. Tutte le sue dichiarazioni sono state corroborate dal giudice Salvini. Non ha mai cercato sconti di pena.
Perché incolpa gli ex camerati?
Non perdona la collaborazione di Stefano Delle Chiaie coi servizi segreti deviati. Per Vinciguerra lo Stato è responsabile delle stragi e ha deciso di vincere la sua partita restando in cella.
L’arma del delitto Pecorelli è stata ritrovata?
L’ho cercata a lungo, fino a quando mi sono imbattuta in un verbale di sequestro d’armi del 1995, a Monza. C’è una pistola con lo stesso calibro di quella che ha ucciso Pecorelli. Le armi furono ritrovate a Cologno Monzese, vicino l’abitazione della sorella di Magnetta. Però quella pistola risulta “distrutta”, dicono a Monza. Sparito il verbale di distruzione, obbligatorio per un reperto. Strano, secondo il legale di Stefano Pecorelli, Franz Pesare.
L’avvocato non è il solo ad aver notato “stranezze”.
Subito dopo l’episodio, ho scovato Antonio Ugolini, perito balistico del delitto Pecorelli. Dice che i reperti sono stati manomessi. Che durante il processo di Perugia la busta che li conteneva risultava aperta e non sigillata. E che i bossoli erano stati sostituiti. Ugolini non voleva parlare: “Si rischia di brutto – mi ha detto – voglio morire nel mio letto”.
Pecorelli è ricordato da molti come un ricattatore.
Invece era un grande giornalista, infangato anche da note firme. È stato ucciso per quello che sapeva e che avrebbe potuto pubblicare. Anche su Avanguardia nazionale e sul suo coinvolgimento nelle stragi. Ricordiamo che a Bologna stanno processando Paolo Bellini, ex di Avanguardia.
Lei sostiene che una parte dei 50 mila fascicoli segreti del Sifar siano in circolo. Poi ci sono le cassette di sicurezza trafugate da Carminati nel caveau della Banca di Roma. I ricatti pesano sulle istituzioni?
Sì, pesano ricatti e amicizie. L’ex agente segreto Francesco Pazienza dice: “Carminati è l’uomo più protetto d’Italia”. Secondo lui, il furto al caveau serviva a svuotare una sola cassetta di sicurezza, quella del giudice Domenico Sica. La toga che lo ha assolto per l’omicidio Pecorelli nel 1999.
Armi alla Colombia: sospeso Dg Fincantieri
Sono state sospese le deleghe a Giuseppe Giordo, direttore generale Navi militari di Fincantieri. La decisione è stata presa dall’amministratore delegato dell’azienda pubblica, Giuseppe Bono, che in un ordine di servizio interno ha comunicato di aver avocato a sé “la responsabilità della Divisione” guidata da Giordo “fino a conclusione dell’audit”. L’indagine interna aperta riguarda la presunta “trattativa parallela” per la vendita degli armamenti alla Colombia, di cui si era fatto mediatore l’ex premier Massimo D’Alema. Dalle carte era emerso anche un Memorandum of undestanding firmato dallo stesso Giordo e dagli emissari colombiani, con garanzia dello studio Robert Allen di Miami, consigliato proprio da D’Alema.
Bari, soldi per liberare mafiosi: 9 anni a ex gip
Tangenti per scarcerare mafiosi, così agevolando un gruppo di narcotrafficanti del Foggiano. Per questa accusa l’ex gip del Tribunale di Bari, Giuseppe De Benedictis, e l’ex avvocato penalista barese, Giancarlo Chiariello, il quale avrebbe pagato le mazzette al giudice per i suoi clienti, sono stati condannati a 9 anni e 8 mesi di carcere. La sentenza, emessa al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato dinanzi alla gup del Tribunale di Lecce, riconosce la responsabilità degli imputati per il reato di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante mafiosa. In tutto sono quattro le vicende corruttive contestate in cui – ritengono procura e giudice – De Benedictis e Chiariello avrebbero agevolato la mafia.
Carol, uccisa e fatta a pezzi dal vicino di casa che da 2 mesi si spacciava per lei al telefono
Per due mesi non l’ha cercata nessuno. E nessuno ne ha denunciato la scomparsa. Fino a lunedì mattina quando Davide Fontana, 43enne impiegato di banca a Milano, è andato dai carabinieri per dire che la vicina di casa con la quale aveva avuto una relazione, era svanita nel nulla. Dalla caserma l’uomo ci è uscito in stato di fermo e ora si trova in carcere a Brescia. È accusato di aver ucciso, fatto a pezzi e poi occultato il cadavere di Carol Maltesi, 25enne italo olandese conosciuta con il nome d’arte di Charlotte Angie che usava per girare film hard in Rete. Mamma di un bambino di sei anni, un passato da commessa, è lei la donna trovata cadavere e a pezzi in quattro sacchi dell’immondizia a Paline di Borno, paese in Vallecamonica, nel Bresciano, sul confine con la bergamasca Val di Scalve. L’uomo ha spiegato di averla uccisa con un martello durante un gioco erotico finito male. “Poi non ho capito più nulla” ha riferito agli inquirenti. In casa dove abitava a Rescaldine, nel Milanese, ha fatto a pezzi la vittima con delle cesoie, poi ha comprato un congelatore, lo ha installato nell’appartamento della donna che confinava con il suo e per due mesi ha tenuto sotto zero i resti umani. Che sono stati trovati in una discarica a cielo aperto nel Bresciano domenica 20 marzo, proprio il giorno in cui, secondo la confessione messa nero su bianco in oltre tre ore di interrogatorio, Davide Fontana li ha portati nel paese di Borno che conosceva per averlo frequentato da bambino. In Vallecamonica ci era arrivato a bordo dell’auto della vittima che utilizzava da due mesi come fosse sua. Esattamente come il telefono e i profili social di Carol Maltesi. “Da gennaio solo la mamma l’ha cercata con alcuni messaggi Whatsapp e l’ex compagno sempre con messaggi. Al telefono nessuno, ha detto il 43enne davanti al pubblico ministero di Brescia Lorena Ghibaudo che ne ha disposto il fermo. Fontana, appassionato di cucina e creatore di un blog sul mondo del food, si era finto la donna che ha ucciso, anche sabato scorso, quando rispondendo al direttore di un sito locale bresciano Bsnews che chiedeva conto della particolare somiglianza dei tatuaggi rinvenuti sul cadavere scoperto a Borno con quelli presenti sul corpo di Carol Maltesi, scrisse: “Ah, ho capito, mi hanno già detto diverse persone di quella ragazza. Io sto bene fortunatamente”. Il telefono di Carol Maltesi era nelle mani del suo assassino. Mentre di lei, scomparsa da due mesi, nessuno in otto settimane si era mai interessato.
100 mila casi e 177 morti. Fda Usa: “Ok 4ª dose a over 50”
Nuova impennata di contagi di Covid-19. Ieri sono stati quasi 100 mila. In aumento anche i decessi (177) e i ricoveri: 244 in più nelle aree mediche rispetto a lunedì. Stabile invece il numero dei pazienti in terapia intensiva (487). Con la crescita dei ricoveri nei reparti ordinari a livello nazionale si è toccata la soglia di allerta, fissata al 15%. Soglia che riguarda l’occupazione degli ospedali. Rappresenta uno dei parametri fondamentali per il monitoraggio dell’epidemia. L’occupazione delle terapie intensive è invece, per ora, sotto la soglia del 10%, con l’unica eccezione della Calabria. Intanto negli Usa l’ente regolatore del farmaco, la Food and Drug Administration, ha autorizzato la quarta dei vaccini a mRna Pfizer e Moderna. Il via libera riguarda due categorie di persone, gli over 50 e gli immunodepressi. La Fda aveva precedentemente autorizzato una quarta dose per alcuni immunocompromessi, da somministrare dopo quello che viene considerato per loro un ciclo primario di 3 dosi. Oggi questa nuova decisione, che modifica le autorizzazioni all’uso di emergenza (Eua) per i due farmaci: la quarta dose sarà disponibile per le persone a più alto rischio di malattie gravi, ospedalizzazione e morte. “Le evidenze che sono emerse suggeriscono che una seconda dose booster migliora la protezione contro il Covid grave e non è associata a nuovi problemi di sicurezza”, ha spiegato l’ente. La quarta dose potrà essere somministrata almeno 4 mesi dopo il primo richiamo.
Addio Lars Bloch, oltre a Fantozzi c’era ben di più
Oltre a Fantozzi c’era di più. È morto a Roma, a 83 anni, Lars Bloch, attore danese naturalizzato italiano che incarnò il Mega Presidente Arcangelo di Fantozzi contro tutti (1980) di Neri Parenti. La scena con Paolo Villaggio era destinata a entrare nell’immaginario: innescata dalla scritta vergata in cielo dal ragioniere: “Il Mega Presidente è uno stronzo!”, proseguita dallo stesso: “Io non l’ho scritto, io l’ho solo pensato!”, veniva risolta da Arcangelo con felpata protervia: “Lei non deve pensare, Fantozzi, questo è il suo errore. Venga con me, avanti, su, cancelli”. Sarebbe però ingeneroso ridurre Bloch a questo. Già compositore in patria, da noi si scoprì caratterista nei primi ’60, da Diciottenni al sole di Camillo Mastrocinque a Il disco volante di Tinto Brass. Si ritagliò poi una carriera di tutto rispetto negli spaghetti western, quali Navajo Joe (1966) di Sergio Corbucci e Trinità e Sartana figli di… (1972), e con Joe D’Amato, Emanuelle in America (1977). L’ultima prova nel 1998, Un bugiardo in paradiso di Enrico Oldoini.
Da Putin a lady D, morfologia da talk
Questi tempi di guerra delivery, servita a domicilio, riaccendono l’attenzione sui meccanismi del talk show e sulla loro onestà intellettuale. Il casting è l’anima dei reality, ma questo vale anche per i nostri talk, che sono tutti, chi più chi meno, reality mascherati. Un salotto è come un bouquet floreale, va composto seguendo regole ferree, mescolando precise tipologie di ospiti.
Gli Habitué. Ogni talk ha le sue poltroncine vip, riservate agli habitué esclusivi. Lo spettatore sa che li troverà fissi lì, come Valeria Marini nel privé del Billionaire, e può perfino capitare che vengano scambiati per i conduttori. I Tuttologi. Aspiranti habitué, si accontentano di rispondere a ogni chiamata, su qualsiasi tema, dalla peste suina di Putin alle ultime rivelazioni su Lady D. La loro forza sta nel non sapere, in sostanza, nulla. Però su tutto. E considerato che in tv gli unici fatti sono le opinioni, nel sapere che non sapere è molto utile. Oltre Socrate. I Fratelli De Rege. Arrivano in coppia, ognuno all’insaputa dell’altro, per avere almeno uno scazzo in banca: appena si accenderanno le telecamere cominceranno a beccarsi come i capponi di Renzi (quando le telecamere si spengono, si spengono anche loro. Poi ricominciano). Esiste anche il De Rege figlio unico, tipo Paragone o Capezzone, che fa tutto lui, si trova il fratello adottivo nel giro di un quarto d’ora. Gli Esperti. Mitologica tipologia fondata da Mike Bongiorno, dove però erano invisibili. Diventano necessari nel talk quando il tema rompe il muro del Bar Sport, come una pandemia o una guerra. Bisogna però sceglierli con cura, per evitare che si noti la differenza con gli altri, e sempre in ossequio alla narrazione decisa a tavolino. I Guastafeste. Esperti pure loro, ma con posizioni dissonanti alla narrazione decisa a tavolino. Utili allo share ma da maneggiare con cura, come dimostra il caso Orsini. Il suo handicap non è “stare con Putin”, il suo handicap è una competenza scomoda. Allora può scattare la nomination per accompagnarlo fuori. Come nei reality show.