Banche e giustizia, risarcimenti e linea soft sulla prescrizione

Ci sono alcune novità sul settore bancario nella Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza che finora sono rimaste sottotraccia. Primo, intervenire a livello di dibattito Ue sull’unione bancaria: “Stemperare gli elementi di rigidità nella riduzione e condivisione dei rischi, conciliando la necessità di evitare l’azzardo morale connesso all’aspettative di bail out con i rischi per la stabilità finanziaria”. Tradotto: il governo vuole evitare che passino nuove regole restrittive che in nome della prevenzione di crisi bancarie impongano tetti ai vari istituti di credito sulla quantità di titoli di Stato che possono avere in bilancio. C’è poi il dossier delle Gacs, le garanzie che lo Stato offre alle banche che devono vendere (cartolarizzare) le sofferenze: lo schema attuale scade nel 2019 e il governo vuole ottenere il via libera dalla Commissione europea a prorogarle senza considerarle aiuti di Stato. Inoltre “si procederà al completamento della riforma delle cooperative e banche popolari”.

Rispetto alle prime bozze che giravano della Nota, sulla riforma della giustizia viene indicata una linea più morbida sulla prescrizione. Che è questa: “Una riforma seria ed equilibrata della prescrizione rappresenta una priorità per incrementare il grado di fiducia con cui i cittadini si rivolgono all’istituzione giudiziaria”. E poi vengono evocate assunzioni: “L’obiettivo di garantire la ragionevole durata del processo penale deve essere supportato in primis attraverso un adeguato investimento in risorse umane e materiali”.

Ponti, piccoli aeroporti e niente patto di Stabilità per enti locali

Ecco i numeri degli investimenti pubblici annunciati nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza: “Le risorse aggiuntive sono pari a oltre 0,2 punti di Pil nel 2019 e crescono fino a oltre 0,3 punti nel 2021”. Ogni decimo di punto di Pil vale circa 1,3 miliardi, al termine del triennio coperto dalla legge di Bilancio la quota di investimenti pubblici sarà arrivata al 2,3 per cento del Pil dall’attuale 1,9. Una parte di queste risorse – 1,5 miliardi – verrà impiegata per “la manutenzione di infrastrutture quali viadotti, ponti, gallerie, ecc… gli interventi riguarderanno opere realizzate nella stessa epoca o precedenti il ponte Morandi, ovvero che presentino specifiche necessità di manutenzione”. Questi interventi avverranno come se si trattasse di un’emergenza, quindi senza gare ma con “procedure negoziate” per assegnare i lavori. Ci sarà anche un “Piano Nazionale per le piste ciclabili” che potrà contare su 362 milioni di euro già stanziati, manca un decreto. Oltre all’ormai abituale impegno a favorire gli investimenti nelle zone a rischio sismico, nel documento del governo Conte c’è una novità che ribalta la linea tenuta in questi anni dagli ultimi esecutivi che hanno cercato di ridurre gli aeroporti piccoli, perché inefficienti e costosi. Lega e M5S, invece, promettono investimenti “per migliorare la connettività, innanzitutto delle aree remote e disagiate del Paese” così da garantire “infrastrutture e servizi aerei efficienti ai territori minori”. Tra le misure che devono facilitare la traduzione degli impegni di investimento in lavori concreti c’è la promessa di abolire il patto di Stabilità interno degli enti locali che limita i margini di spesa anche di quei Comuni o Regioni che hanno soldi in cassa.

Partite Iva e pensioni, quota 100 con 38 anni di contributi

Dopo molte ipotesi, retroscena e simulazioni, nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo manda alle Camere c’è una scelta netta sulle pensioni, per correggere la riforma Fornero come chiedono i programmi di Cinque Stelle e, soprattutto, Lega: quota 100 per il pensionamento “come somma dell’età anagrafica (62 anni) e contributiva (minimo 38 anni) quale requisito per accedere alle misure previdenziali”. La misura viene motivata così: “Solo attuando tale ricambio generazionale si raggiungerà anche il fondamentale obiettivo di immettere nuove risorse nel mercato del lavoro che, unitamente al progresso tecnologico, potranno efficientare l’attività sia nel comparto pubblico che in quello privato”. Questa staffetta generazionale è sempre promessa dai politici e contestata dagli economisti che obiettano come i giovani non entrino nelle caselle lasciate libere dai lavoratori anziani, ma vengano assunti con altri contratti (più precari) e altre mansioni.

Sulla riforma del regime Iva, che per la lega è il primo passo verso l’introduzione di una flat tax, nella Nota si legge che “sarà esteso il regime forfettario, sostitutivo di Irpef e Irap, che assoggetta all’aliquota del 15 per cento una base imponibile forfettizzata applicando ai ricavi coefficienti di redditività differenziati per attività economica. I soggetti che aderiscono a questo regime agevolato sono anche esentati dal versamento dell’Iva e da ogni adempimento”. Che ci sia una differenza di aliquota per il tipo di attività è una aggiunta rispetto ai progetti che erano circolati e che dovrà essere chiarita in Parlamento. Ci sarà anche l’obbligo di fatturazione elettronica tra privati, questo però era già previsto.

Reddito di cittadinanza, incognita centri per l’impiego

La Nota di aggiornamento al Def mette alcuni punti fermi nel dibattito sul reddito di cittadinanza. Primo: sarà costruito assorbendo le risorse del Rei, 2,5 miliardi per il 2019, cioè il Reddito di inclusione lanciato dal governo Gentiloni. Le risorse aggiuntive dovrebbero quindi essere 6,5 miliardi all’anno, per raggiungere i 9 annunciati dal governo. Seconda precisazione: la gestione non sarà tutta nazionale, come sarebbe piaciuto al Movimento 5 Stelle, ma si poggerà sui centri per l’impiego “tenendo anche conto della necessità di coordinarsi con il livello di governo regionale”. Il governo Renzi aveva spostato la regia per le politiche attive a livello statale, ma a causa della mancata approvazione del referendum costituzionale 2016, le competenze sono rimaste regionali. E il primo passo per arrivare all’assegno che integra il reddito fino a 780 euro è proprio la riforma dei centri per l’impiego che “dovrà puntare a rendere omogenee le prestazioni fornite, e realizzare una rete capillare in tutto il territorio nazionale”.

Una promessa molto difficile da realizzare proprio perché la qualità del servizio offerto dal centro per l’impiego dipende spesso dal contesto della Regione in cui è inserito. Il governo annuncia anche un piano di assunzioni e “la realizzazione del Sistema informativo unitario e allo sviluppo di servizi avanzati per le imprese, in grado di facilitare l’attività di ricollocazione dei disoccupati”. Anche questo non facile da ottenere in tempi brevi. Più semplice gestire l’altra gamba del progetto, cioè integrare fino a 780 euro le pensioni inferiori a quella soglia.

Legge di Bilancio. Subito la bocciatura della Ue, i timori di Draghi al Quirinale

I mercati restano abbastanza calmi con lo spread che si ferma a 283, ma nella serata di ieri arriva già la prima bocciatura dei numeri della manovra. La Commissione europea risponde alla lettera con cui il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva presentato i saldi di bilancio. E Bruxelles contesta “una deviazione significativa dal percorso di bilancio indicato dal Consiglio Ue il che è motivo di seria preoccupazione”. La richiesta al governo italiano è di “assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni”. Non è una grande sorpresa: il rapporto tra deficit e Pil che avrebbe permesso di evitare la bocciatura era quell’1,6 per cento difeso per settimane da Tria e poi cancellato dall’esigenza di Lega e Cinque Stelle di finanziare subito almeno parte delle promesse del “contratto” di governo.

Nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza il deficit strutturale, quello che esclude gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum, sarà all’1,7 per cento per tre anni, quasi un punto di Pil in più di quanto dovrebbe essere per rispettare le regole europee (e italiane) sulla riduzione del debito. In teoria ora il governo Conte ha tempo fino al 15 ottobre quando dovrà mandare a Bruxelles l’impianto della legge di Bilancio. Ma è moto improbabile che recepisca le richieste di una Commissione politicamente debole, vicina alla scadenza. L’esecutivo preferirà andare incontro al lungo iter che, tra molti mesi, potrebbe culminare nell’apertura di una procedura di infrazione con multe annesse.

È in questo contesto che arriva la notizia, rivelata da Stampa e Repubblica, di un pranzo riservato tra il presidente della Bce Mario Draghi e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella mercoledì al Quirinale. Nel mondo dei Cinque Stelle e della Lega l’arrivo a Roma di Draghi viene visto come l’ennesima prova di un atteggiamento ostile delle istituzioni europee verso la manovra e, tramite il capo dello Stato, un modo di condizionare il processo legislativo. “Se noi fossimo folli, negli ultimi sei anni sarebbero stati dei pazzi visto che hanno fatto il deficit più alto”, dice il ministro delle Riforme Riccardo Fraccaro ai giornalisti che gli chiedono di commentare i timori di Draghi riferiti dai giornali. E il vicepremier Luigi Di Maio a Fanpage: “Io credo che alla fine prevarrà il buon senso, io non voglio sfidare nessuno”. In serata il Quirinale fa sapere che l’incontro con Draghi era dovuto a “un invito a colazione da parte del capo dello Stato, fissato tempo addietro”. Il premier mancato Carlo Cottarelli commenta che “è un po’ presto per farsi gli auguri di Natale”.

Secondo quanto ha ricostruito il Fatto, Draghi ha effettivamente discusso con Mattarella del quadro in cui si inserisce la manovra anche se non nei termini che gli sono stati attribuiti. La Bce non ha ancora analizzato la Nota di aggiornamento al Def, pubblicata soltanto ieri sera, e quindi il presidente della Bce non ha commentato i singoli provvedimenti che a Francoforte interessano solo per gli effetti sulla finanza pubblica.

Il messaggio di Draghi a Mattarella, coerente con quanto detto in pubblico di recente, è il seguente: è normale che un Paese possa sforare i limiti di deficit, trattati Ue regolano sanzioni e flessibilità. Altri Paesi sforano, ma solo in Italia nella maggioranza di governo ci sono esponenti ostili all’euro e che anche di recente hanno invocato l’uscita dell’Italia dalla moneta unica (nei Cinque Stelle e soprattutto nella Lega, Di Maio e Salvini inclusi). Quindi sul governo continua a gravare il sospetto che certe forzature siano il primo passo per lo scontro finale che renda l’uscita inevitabile.

Secondo messaggio di Draghi: la Commissione Ue e gli altri Paesi dell’euro non possono permettersi di essere troppo morbidi con l’Italia perché altrimenti non saprebbero come gestire le opinioni pubbliche di Stati rispettosi di quelle faticose regole che il governo Conte ora contesta. L’isolamento in cui si trova ora Roma, sui conti come sui migranti, la rende il bersaglio ideale per chi, come il presidente francese Emmanuel Macron o il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici in cerca di nuova collocazione politica, ha bisogno di un nemico cui contrapporsi. E poi c’è la crescita che rallenta anche per colpa dei dazi al commercio degli Usa. E anche questo preoccupa la Bce.

Perché la vera minaccia per l’Italia, secondo i report dei fondi d’investimento e delle grandi banche, non sono certo le sanzioni della Commissione, ma la possibilità che la il Pil non cresca dell’1,5 per cento atteso nel 2019. E questo farebbe risultare debito e deficit meno sostenibili. Lunedì, intanto, bisognerà vedere la reazione dei mercati alla bocciatura della manovra.

I vicecommissari

Non bastando i commissari europei che alzano la voce, i toni, le soglie, lo spread e ogni tanto il gomito, sui giornaloni nostrani proliferano i vicecommissari, sempre tesi alla stabilità, alla moderazione, ai conti in ordine, ai valori dell’Occidente, ai parametri sul debito e sul deficit. Parlano di Maastricht come della mamma: chi offende Maastricht offende anche loro. I nostri preferiti, senza offesa per gli altri, sono Aldo Cazzullo e Beppe Severgnini, che svolgono nell’informazione il ruolo delle nonne e delle zie nella famiglia media: vai piano, sii prudente, non fare tardi, non calpestare le aiuole, non parlare al conducente, pòrtati il maglione pesante, stai lontano dai pericoli e dalle donnacce. I due vicecommissari avevano riposto tutte le speranze e le energie in Monti, poi in Letta, poi in Renzi, poi in Gentiloni. E il 4 marzo puntavano sul governo Renzusconi (Severgnini arrivò a dar ragione a Scalfari, che fra Di Maio e B. votava B.) per salvarsi e salvarci dalla minaccia populista. Purtroppo gli elettori disposero diversamente. Al che i nostri vice scoprirono all’improvviso il giornalismo di opposizione, passando di botto da pompieri a piromani, sfoderando una vena incendiaria che tradiva lo zelo eccessivo tipico dei neofiti. Come se Bruno Vespa, di colpo, indossasse l’eskimo e il passamontagna. Iniziarono a dipingere l’Italia come un Paese prima (fino al 4 marzo) ben amministrato da governanti oculati e competenti, eredi legittimi di Quintino Sella e Luigi Einaudi, tutti dediti al risparmio e alla lesina, attenti a non far debiti né deficit, in perfetta sintonia con gl’impegni europei; e poi (il 4 marzo) caduto sventuratamente nelle grinfie di un’orda di barbari incolti e volgari, impegnati a dilapidare la preziosa eredità dei predecessori.

E ora non resta che la bancarotta, la catastrofe, l’apocalisse. Severgnini ammonisce dalle colonne di Sette che mala tempora currunt per colpa degli italiani che hanno sbagliato a votare senza chiedere il permesso a lui. E ora ha “paura”. “Di che cosa ho paura?”, si domanda. E prontamente si risponde: “Dell’orgoglio dell’incompetenza” che contraddistingue il governo giallo-verde, pilotato da “comandanti-dilettanti” che “non sembrano aver voglia di ascoltare”. Manco una telefonata da Conte&C., in quattro mesi, per chiedergli come si fa. “Voi salireste a bordo di un aereo con un equipaggio di dilettanti?”, domanda il sempre frizzante Severgnini. No di certo, si rispose, “perché nella stiva ci siamo tutti noi”. Ah ah, spiritoso. Volete mettere invece l’equipaggio di professionisti c’era prima.

Quello dei Renzi, Lotti, Alfano, Lorenzin, Boschi, Madia, Fedeli, e ancor prima quello dei mafiosi, corruttori, papponi, olgettine e nipoti di Mubarak. Anche Cazzullo, sul Corriere, è in ambasce: la “manovra scriteriata” porta il deficit-Pil nientemeno che al 2,4%. Cioè alla stessa cifra di Gentiloni nel 2017 (2,4%) e un pelino sotto quella di Renzi nel 2016 (2,5%). Ma siamo matti? Ma così queste cicale aumentano il debito, dopo i tanti risparmi delle formiche Monti, Letta, Renzi e Gentiloni (che riuscirono ad aumentare il debito pubblico di 300 miliardi in 7 anni: dai 1897 del 2011 a 2300). E dietro c’è un disegno luciferino: “I 5Stelle e più ancora Salvini puntano a ribaltare l’Europa così com’è oggi”. Perbacco, chi l’avrebbe mai detto (a parte i 5Stelle e più ancora Salvini in campagna elettorale). “Vogliono far saltare la coalizione tra popolari e socialisti, che da tempo governa l’Unione… per sostituirla con un asse populista”. Capito? Vogliono vincere le elezioni sconfiggendo gli avversari, anziché sostenerli. Cose inaudite: diversamente da tutti gli altri, che giocano a perdere, “vogliono raccogliere più consenso possibile”. E questa, in democrazia, è eversione pura. C’è da aver paura, perché sono disposti a tutto: financo a mantenere le promesse elettorali “grazie al reddito di cittadinanza e alla diminuzione dell’età pensionabile”. Cose mai viste.

E la gente, anziché punirli, li premia. Non sa che “sia Merkel sia Macron hanno davanti anni di governo e dietro due sistemi-Paese solidi”, mentre “Di Maio e Salvini non hanno né gli uni né gli altri”. Si sa come sono fatti, questi “sistemi-Paese”: ti distrai un attimo, e puf, spariscono. Solo un ingenuo può credere che i giallo-verdi introducano il reddito di cittadinanza e riformino la Fornero perché l’hanno promesso agli elettori: Cazzullo ha scoperto che lo fanno per ben altri motivi (infatti l’editoriale s’intitola: “Il voto europeo e i (veri) scopi dell’asse populista”): “al solo scopo di farsi bocciare dall’Europa e consolidare il proprio consenso”. Diversamente dagli altri partiti, ansiosi di disperderlo. Ma – monita il vicecommissario Cassandra – guai a prendere sotto gamba il “patto europeo mai così incrinato dal 1957, l’anno dei trattati di Roma”: perché “sarebbe l’Europa a raccogliere i cocci. E non sarebbe clemente coi vinti; anzi, getterebbe sulla bilancia la spada di Brenno”, qualunque cosa voglia dire. Parafrasando Battiato: “Giocavano sull’aia bambini e genitori, Cazzullo li avvertiva dal Corriere della Sera: ‘Copritevi che fa freddo, mettetevi le galosce!’”. Manca un bel “ricòrdati che devi morire”, poi i lettori del Corriere non riusciranno più a sfogliarlo, avendo entrambe le mani impegnate altrove per gli scongiuri. Ma c’è un’alternativa: rispondere ai vicecommissari come Alberto Sordi in Accadde al penitenziario: “Ma lei chi è, scusi? Ah, è il vicecommissario. E io me n’ero accorto, perché ha la tipica inesperienza di colui che fa le veci. Lei non può giudicare un ubriaco di guerra perché è solo vice e dimostra di essere vice! Se c’era il commissario, quello vero, avrebbe già afferrato, giudicato e assolto. Chiami il commissario”.

La natura terapeutica di Courbet

Gustave Courbet in Italia dopo quasi cinquant’anni. Il Maestro del Realismo francese ottocentesco, capace di stravolgere lo sguardo pittorico sul mondo con un nuovo linguaggio dedito totalmente alla rappresentazione della realtà. Tanto potente e trasversale da essere, oltre che “l’unico grande Realista”, l’ultimo dei Romantici e il primo degli Impressionisti. L’inedito taglio della mostra ferrarese, ideato dalla direttrice Maria Luisa Pacelli, focalizza il rapporto con la natura, per far luce su un’apparente contraddizione: la modernità antiaccademica e provocatoria di Courbet che si manifesta attraverso la realtà, la più semplice delle cose del mondo. La grande retrospettiva, con una cinquantina di tele frutto di preziosi prestiti internazionali, apre con La quercia di Flagey del 1864, un albero immenso, che copre e strabocca dalla tela, di un verde su verde, crudo e frontale, tanto da poter essere percepito come un autoritratto “in assenza”.

L’allestimento svela, di sala in sala, con delicate mappe segnate sulle pareti, i suoi spostamenti geografici, sottolineando lo stretto legame con i luoghi della terra. I paesaggi della regione natale, la Franca Contea, la vallata della Loue, i fiumi impetuosi, le coste mediterranee nei pressi di Montpellier, i paesaggi rocciosi della regione della Mosa in Belgio, le marine della Normandia e i laghi svizzeri dipinti in esilio. Ad esempio Tramonto: spiaggia a Trouville (1866), rosa di quiete e luce su onde appena mosse e L’onda del 1869, un vortice di pittura gestuale (dalla spatola allo straccio fino al polpastrello), con effetti di contrasto e densità materica che portano sulla tela un’energia talvolta impossibile da riprodurre. Il primo esempio di come sia impossibile scindere, nella sua opera e nella sua vita, i corpi dalla natura: “La campagna mi dà emozioni come l’amore”, ha detto lui stesso. Courbet ha sempre dipinto gli umori e la verità della natura. La maestria nei ritratti e negli autoritratti, ereditati da una tradizione sublime si appoggia sul paesaggio senza dare una priorità dell’uno sull’altro. La natura appare, oltre che sostanza del mondo, anche metodo terapeutico: laddove ritrae figure femminili, come nel dipinto chiave Fanciulle sulle rive della Senna (1857) il paesaggio diventa la medicina per placare umane ansie, rendendo la vita interiore più sopportabile, unicamente grazie all’osmosi con la natura. Courbet non era un uomo da salotti e da medaglie, ciò che desiderava, oltre alla libertà (in parte negata) era rappresentare la vita, nuda e cruda, nella spontaneità dei soggetti e delle visioni, senza imposizioni.

Raina e Amara, un viaggio per imparare a conoscersi

Un viaggio. Tre settimane. Due sorelle. Raina è una ragazzina qualunque di quattordici anni, mentre Amara, sua sorella, ha nove anni ed è insopportabile. Raina e Amara non riescono a stare insieme nemmeno a tavola, ma chissà un viaggio in macchina per una settimana! Dalla California al Colorado e viceversa con: due sorelle che litigano, il fratello più piccolo che non smette di parlare o cantare e la madre che guida sempre, fermandosi solo ad alcune stazioni di servizio e la notte. Una volta arrivati, Raina vorrebbe incontrare subito Lindsay, sua cugina, ma lei non si ricorda neppure chi sia. Pian piano Raina inizia a sentirsi sola in quel posto, proprio come sua sorella che quando la vede e le parla diventa subito antipatica.

Alla fine tutto si risolve e Raina con la sua famiglia, tranne il padre che torna in aereo, riparte. Ma andrà tutto il liscio?

Raina Telgemeier scrive la biografia a fumetti della sua adolescenza e ti fa entrare nel libro stesso con molte emozioni. In pentola ci sono rabbia, conflitti e, allo stesso tempo, una forte solidarietà.

Il libro, pubblicato nel 2015, non è il primo di Raina Telgemeier, ma questo a differenza di altri scritti da lei, non ha vinto un premio.

 

Se non vi piace il genere è perché vi hanno rovinato da bambini

Scrivere il soggetto, stendere la sceneggiatura, disegnare le tavole a matita, rifinire a china, colorare, e poi il lettering, l’impaginazione, la grafica: è così ovvio che fare un fumetto richiede uno sforzo enorme che non si spiega come mai sia stata considerata così a lungo una forma d’arte inferiore. Il critico Boris Battaglia avanza una spiegazione: “Gli adulti, rovinati da una struttura scolastica incapace di educare alla cultura visuale, non riuscendo a muoversi nelle complesse strutture del fumetto, ritenevano deficienti quelli che ci riuscivano”. E quelli che ci riuscivano di solito erano “i ragazzini non ancora marchiati dall’idealismo heidegger-crociano”. E così una forma espressiva sofisticata si è fatta la fama di letteratura per bambini, cioè per coloro che ancora non avevano assorbito canoni e tabù discutibili. Quella di Boris Battaglia è una delle voci più colte e brillanti nel dibattito sul fumetto, dopo un fondamentale saggio su Corto Maltese edito da Armillara, pubblica ora per Comicout E chiamale, se vuoi, graphic novel – manuale per i nuovi critici di fumetti. Battaglia parte da Immanuel Kant per arrivare all’Uomo Ragno che leggeva negli anni Settanta e, alla fine, il suo manuale di critica si riassume in un concetto comprensibile da tutti: il critico è quel lettore che riesce a spiegare il proprio giudizio, che non si ferma a “mi piace/non mi piace”, ma che riesca a sfuggire alla trappola degli a-priori. Non si lascia incastrare dall’idea che esista il bello in assoluto e rifugge distinzioni pigre come quella tra fumetto popolare e d’autore. Il critico, come il lettore, guarda e cerca connessioni, suggestioni, usa il fumetto come materia prima della propria attività critica e, così facendo, diventa autore, così come l’autore esercita diritto di critica scegliendo uno stile invece di un altro, la continuità o la rottura con la tradizione. Il pregio maggiore del libro di Boris Battaglia è che non teorizza una critica del fumetto che disseziona l’opera fino a renderla un insieme di interiora, di ingranaggi di cui non si coglie più il senso d’insieme. Anzi, il critico è prima di tutto un lettore, la critica è la via per amare di più il fumetto, per goderne appieno, non certo per farne la vivisezione.

 

 

Dopo la Mongolia, Manook si perde nella giungla fitta di un noir botanico

Abbagliati dalla fulgida trilogia mongola del riuscitissimo Yeruldelgger, gigantesco poliziotto della steppa, lascia un po’ spiazzati, se non stupiti, l’ultima attesa fatica di Ian Manook alias il francese Patrick Manoukian, scrittore giramondo. Mato Grosso è infatti un noir sui generis in cui tutto è squadernato sin dall’inizio. Il protagonista è un altro scrittore francese di nome Haret, che torna in Brasile dopo trent’anni, nel 2006. Nel 1976, Haret era venticinquenne e uccise un uomo, un giornalista di San Paolo, per una feroce gelosia. Poi ci ha scritto un romanzo, convincendosi di essere caduto in una complessa trappola di un poliziotto locale, Santana. All’epoca c’era la dittatura militare in Brasile.

Tre decenni dopo, dunque, Haret riappare nel Mato Grosso, dove la giungla è infida peggio della vicina Amazzonia, irretito da un altro tranello di Santana. È la resa dei conti che passa però per la lettura estenuante e notturna di quel romanzo-pentimento-confessione che ruota attorno a una femmina fatale. Ed è questo il guaio – sia detto con grande affetto per il Manook conosciuto in Mongolia – ché il thriller non solo diventa un libro nel libro ma da un certo punto in poi si trasforma in una guida naturalistica del Mato Grosso, che ha il suo centro nel Pantanal, la più grande distesa allagabile dell’orbe terracqueo. E quindi lunghe, lunghissime descrizioni di serpenti e caimani, felini e insetti, alberi (tantissimi alberi) e pozzanghere, bestiame e fazende, orizzonti infiniti, soli e lune che nascono e muoiono, il caldo, l’umidità, le paludi. Tutto vivisezionato senza pietà (per noi lettori).