In Italia ci sono poche voci narrative con la sensibilità e la persistenza linguistica di Nadia Terranova, per lo meno in questo Augenblick. No, non è un refuso, Augenblick in tedesco vuol dire “istante, momento”, è una parola composta da altre due, occhi e sguardo, che compare in più di un’occasione nel suo ultimo Addio fantasmi . La vita è un Augenblick, o “un battito di ciglia”, sostiene Ida, la protagonista, e in questo paragone oftalmico si condensano e poi esplodono le particelle atomiche della poetica letteraria di Terranova.
Messina, più di venti anni fa. Un uomo si sveglia alle 6.16, si prepara, esce di casa e svanisce nel nulla. È il padre di Ida, Sebastiano Laquidara, e da allora per sua figlia il tempo si cristallizza. Certo, Ida si costruirà una nuova vita, lontana dalla Sicilia, a Roma, con un marito accudente e un lavoro che le consente di inventare le vite degli altri come autrice radio. Ma quell’orologio immobile la inchioda al passato, al momento del feroce e silenzioso distacco, a una lupara bianca, a un rapimento senza richiesta di riscatto, a un suicidio senza biglietto d’addio. E quando sua madre le chiederà di darle una mano perché sta rifacendo il tetto della vecchia casa, di casa loro, in quel battito di ciglia Ida rivede il suo passato e il suo presente: il primo rapporto sessuale con un uomo molto più grande, il rapporto quasi asessuato con il marito, il rapporto di assistenza al padre depresso.
È un romanzo di frammenti e notturni Addio fantasmi, funziona come la casa degli specchi del Luna park, pensi di aver trovato l’uscita e invece sbatti contro un vicolo cieco. Pensi che Terranova si sia focalizzata sulla relatività einsteiniana, sul punto di osservazione di chi reinventa il passato, quasi giusto, però arriva il vicolo cieco. Pensi allora che l’uomo scomparso si inserisca in un filone pirandelliano, che sia un romanzo estremamente siciliano, di siccità, di silenzi, di cambiamenti che poi alla fine non cambiano nulla. Trovi un indizio nell’esergo di Ginzburg, che cita una famiglia né ricca né povera e di rimando vai all’incipit di Anna Karenina, alle famiglie infelici di Tolstoj, ecco, forse quella potrebbe essere la chiave di lettura: Ida che non affonda mai nell’infelicità, Ida che tiene tutto e tutti a distanza, la madre, il marito, l’amica Sara, il dolore per il padre scomparso.
In quella distanza si annida tutta la violenza passivo-aggressiva della lingua di Terranova, che inserisce una foto di ragazza, un chiaro riferimento ernauxiano, ma non ambisce alla scrittura piatta e tagliente della scrittrice francese. Terranova guarda oltralpe, mentre una madre putativa ce l’ha dietro l’angolo, dentro di sé, sublimata o rimossa da frasi come “la sola felicità di cui eravamo capaci era il fiato corto della parentesi” oppure “Non esiste la felicità, ma esistono momenti felici”: è Goliarda Sapienza, nonostante Ida sia ancora troppo bloccata per lanciarsi nell’arte della gioia. E i suoi tormenti sono una melma, un fango, una pastura in cui invischiamo chi legge, in un senso di grande drammatica compassione. Ma sono suoi, e chi li legge non li può capire del tutto, non ce la fa neppure la madre in uno dei tanti litigi: “Non ricominciare con quello che non posso capire, parla di te, quando parli di te sei meno patetica”.