Apple, Amazon fra le 30 aziende “infettate” da chip cinesi

Aveva ragione Donald Trump quando all’Onu accusava la Cina di spionaggio e d’ingerenza? Secondo Bloomberg Business Week, l’intelligence cinese ha infiltrato con micro- chip l’hardware di società tecnologiche americane di prima grandezza, incluse Apple e Amazon. Resta da vedere se le fonti di Bloomberg non siano le stesse del magnate presidente: gli 007 Usa che, per una volta, sarebbero in sintonia con la Casa Bianca. In realtà, lo spionaggio cinese avrebbe avuto obiettivi più industriali che politici: prese di mira sarebbero state una trentina di aziende statunitensi, con l’obiettivo di carpire loro segreti industriali e commerciali e di colpirle nella proprietà intellettuale. I micro-chip cinesi sarebbero stati inseriti nelle schede madri durante il processo di produzione in Cina da agenti dell’Esercito nazionale cinese: l’operazione avrebbe, quindi, una matrice militare. Immediate le smentite di Apple e Amazon, che difendono affidabilità e inviolabilità dei loro server. Apple dice di non avere mai avuto contatti con l’Fbi in proposito: “Non siamo a conoscenza d’indagini di sorta”, affermano i portavoce dell’azienda di Cupertino. Analoga la reazione del colosso dell’e-commerce: “Amazon non ha prove della presenza di chip maligni nei suoi apparati”.

Ma le fonti della Bloomberg sono dettagliate. Grazie ai micro-chip, gli hacker cinesi avrebbero avuto accesso a tutte le operazioni dei server delle aziende ‘infestate’, con la possibilità di rubare dati e alterare attività. L’attacco, che sarebbe stato scoperto dall’intelligence statunitense fin dal 2015 – non è chiaro perché se ne venga a conoscenza solo ora – sarebbe più grave di episodi analoghi finora conosciuti. Gli hacker tendono, infatti, a colpire i software, più vulnerabili, piuttosto che l’hardware.

Fancy Bear & C.: Mosca alla conquista del mondo

Dietro migliaia di virus e malwere che infestano le reti dell’Ovest c’è sempre la stessa ombra: quella di Mosca. E la stessa mano: quella della GRU, i servizi segreti militari russi. Questa accusa arriva in coro, da Europa e America. Due giorni fa Londra ha tacciato il Cremlino di “cyberattacchi indiscriminati” compiuti dalla GRU su ordine di Putin. La mattina dopo ha fatto eco l’Olanda: la Russia ha attaccato l’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) e a Washington il dipartimento di giustizia ha incriminato sette agenti russi.

Il Centro per la cybersicurezza nazionale britannica (Ncsc) ha pubblicato un elenco dettagliato dei crimini virtuali dei 12 gruppi supportati da una sola casa madre, la GRU. Ne fanno parte Voodoo Bear e APT28, Fancy Bear e Blackenergy Actors. Fino alla Tsar team e Cybercaliffato.

Bersagli delle cyber-unità sono stati: una società energetica in Pennsylvania, una tv britannica, la WADA (World Anti-Doping) del comitato olimpico. Poi la metro di Kiev e l’aeroporto di Odessa, mandati in tilt dallo stesso malwere, il Bad Rabbit. Ma soprattutto l’Opac.

Per il ministro della Difesa olandese Ank Bijleveld, i quattro russi arrestati lo scorso aprile fanno parte delgruppo Sandworm, “vermi delle sabbie”, espulsi dall’Olanda dopo essere stati colti a spiare l’organizzazione che si occupava di analizzare due sostanze: quella usata a Salisbury per avvelenare l’ex colonnello del Gru Skripal passato al servizio di Londra, e quella utili usata nell’attacco di armi chimiche a Duma in, Siria (in questo caso la responsibilità viene rimpallata fra le truppe di Assad e gli estremisti islamici). I “vermi delle sabbie” sono entrati in Europa con passaporti diplomatici il 10 aprile.

Tre giorni dopo, nei pressi dell’Opac a la Hague, è stato aperto il bagagliaio della loro auto durante un’operazione dell’anti-terrorismo olandese: dentro c’erano antenne e batterie, computer e smartphone. Un universo hacker chiuso in una Citroen C3. Due gli operativi, Oleg Saerebrjakov e Aleksey Minin, e due i cyberagenti: Aleksey Morenets e Evgeny Serebriakov. Tutti sono stati scortati all’aeroporto e rispediti a Mosca.

A chi chiede perché non siano stati interrogati o trattenuti, i britannici si sono affrettati a spiegare: è stata “una decisione del governo olandese”. Questa notizia era già nota da settimane, ma solo ora, dopo la voce di Londra, si è sentita quella di Amsterdam, dove Peter Wilson, ambasciatore britannico nel paese, ha dichiarato che i quattro si preparavano a raggiungere un altro laboratorio Opac, quello di Speiz, in Svizzera, paese dove uno di loro era già stato nel 2016. “Non si tratta di un caso isolato, l’unità 25165 della GRU ha spedito agenti in tutto il mondo per interferire contro entità civili e statali”. Per il ministro degli Esteri inglese Jeremy Hunt “sono minacce alla vita quotidiana delle persone, pronti a danneggiare la Russia stessa”.

Veleni e accuse. Il primo ministro Mark Rutte, insieme con la premier Theresa May, ha condannato “il non rispetto dei valori globali, delle regole che ci tengono al sicuro” e l’impunità di Mosca. I Paesi Bassi si allineano alle ripetute condanne delle autorità britanniche cominciate con il caso di Salisbury. Di quell’avvelenamento con la sostanza novichok sono accusati altri due ufficiali GRU, identificati da Eliot Higgins e la sua squadra investigativa Bellingcat. Putin al forum dell’energia a Mosca, poche ore prima di tutto questo, aveva detto di non comprendere il clamore creato intorno a Skripal: “Lo dipingono come un attivista dei diritti umani, ma lui è uno di quelli: un traditore della patria”.

Un “diplomificio” ad Agrigento, centodieci indagati

Niente lezioni, né interrogazioni né, tantomeno, esami: e al termine del percorso scolastico virtuale il diploma veniva consegnato agli studenti, per ora non indagati, come i loro genitori. Sono 110 i dirigenti scolastici, gli insegnanti e il personale di segreteria indagati dalla procura di Agrigento nell’operazione Diplomat che coinvolge quattro istituti privati e un deputato regionale, Gaetano Cani, ex Udc, che custodiva in casa 300 mila euro in contanti nascosti in una scatola di scarpe. Il diplomificio era gestito ‘’come una vera e propria associazione per delinquere dove ognuno aveva un ruolo ben preciso – dice il colonnello della Gdf Giorgio Salerno che insieme al maggiore Luigi De Gregorio ha condotto le indagini – c’era una struttura che permetteva di costruire un percorso scolastico falso: dagli esami mai sostenuti fino a inquinare anche la prova di maturità fornendo anticipatamente il tema svolto ai candidati. Tutto avveniva con grande sfrontatezza”. E genitori e alunni? ‘”Sono stati interrogati come persone informate dei fatti ma è chiaro che sapevano di avere beneficiato di lezioni false, di esami truccati e altro”. Quindi la loro posizione è al vaglio.

La ferocia dei pastori (italiani) non vale i rapinatori (romeni)

A leggerla, è come se fosse la confessione finale di A sangue freddo di Truman Capote: “Quella sera, dopo l’arrivo alla roulotte, fu tutto molto casuale a dire la verità. Io e Daniele ci occupammo di Calinciuc, perché fu il primo a uscire e poi a venire nella nostra direzione. Alex e l’altro mio fratello, Romano, pensarono invece a Olaru. Fui io ad ammazzare Calinciuc a colpi di vanga alla testa. Poi toccò ancora a me finire Olaru: quasi non mi sono nemmeno reso conto. Colpivo, colpivo, fino a quando mi sembrò che non respirasse più…”.

“Scene di caccia” nella bassa pianura di Torino, in quelle campagne tra Chivasso e la montagna del Canavese, dove l’industrializzazione del secolo scorso aveva sconvolto il mondo contadino e che ora, dopo la chiusura della grande fabbrica della Lancia e il cambio della sua “destinazione d’uso” (così si dice oggi), si è preso una sorprendente rivincita delle sue antiche vocazioni agricole. Rivelandolo, un anno fa (era il 23 ottobre 2017), nella maniera più sconvolgente e più feroce possibile. Perché qui, di nuovo da anni e a pochi km da Torino, circolano greggi di pecore di mille o anche duemila capi da mezzo milione di euro, ci sono padroni e salariati (e i secondi rabbiosi con i primi), d’estate si va verso il Gran Paradiso e in autunno si ritorna in pianura, si litiga per i pascoli demaniali, si usano parole che sanno d’antico come “transumanza”, ci si fronteggia con rivalità e modi da clan: se fosse la Sardegna, qualcuno scomoderebbe il codice barbaricino. Quando serve, poi, in quel mondo a parte ci si vendica. Come quella notte di 12 mesi fa, ma con la prima novità che non ti aspetti.

A essere ammazzati con il cranio sfondato a badilate dopo essere stati braccati come fanno i lupi proprio con le pecore, sono stati due romeni che prendevano 500 euro al mese per badare ai recinti delle greggi e dormire in una roulotte con la sola consolazione del pintone del vino e dei selfie su facebook. Costel Cornel Calinciuc, 38 anni, da Bacau, e il suo compaesano Costantin Olaru, 28 anni. Romeni, ma potevano essere moldavi, macedoni, bulgari, albanesi, persino tunisini: gli italiani non vogliono più fare i pastori.

La seconda novità è che i loro assassini sono quattro italiani: i fratelli Romano, Piero e Daniele Bergero (un destino, nel dialetto piemontese infatti bergè vuol dire pastore), tra i 25 e i 33 anni, eredi di una famiglia che da sempre lavora nella pastorizia, e un loro complice, Alex Bianciotto, 30 anni. Li avevano presi quasi subito i carabinieri: per qualche giorno un silenzio di tomba, poi le prime ammissioni, le ricostruzioni parziali. Solo la settimana scorsa, però, Piero Bergero ha confessato.

Negli stessi giorni di una storia “nera” alla rovescia: Lanciano, il sequestro del medico e della moglie in villa e la “banda dei romeni” che taglia il lobo dell’orecchio alla donna. Ma la svolta di Chivasso, il pastore italiano che uccide con il badile, non fa più notizia. Anche se, nelle cronache della rabbia di Lanciano, avrebbe potuto spiegare che gli uomini feroci non si dividono per passaporto o per colore della pelle (e che, soprattutto, ammazzare a badilate è peggio che tagliare un orecchio).

Così le parole definitive di Piero sono rimaste nelle pagine locali dei quotidiani e il ministro Salvini non ha potuto augurare anche a lui e ai suoi fratelli di “marcire in prigione”. Il resto è la ricostruzione di tutto. Di come, da tempo, la famiglia Bergero fosse in lite con i datori di lavoro dei due romeni: rivalità per i pascoli demaniali. Tre giorni prima era stato il più giovane dei fratelli, Attilio, a finire in ospedale per una rissa. E la spedizione punitiva contro Calinciuc e Olaru doveva essere soltanto una rappresaglia: l’incendio della roulotte da poveracci dove stavano dormendo, farli scappare, prenderli nel buio e nei campi attraversati dai tralicci dell’alta tensione, al massimo una gran bastonata. Poi, però, la furia omicida si è impadronita dei quattro, soprattutto di Piero, ed ecco spuntare le suggestioni che ricordano Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, gli assassini della famiglia Clutter sterminata nelle campagne del Kansas e raccontati da Capote. “Perry Smith ha ucciso i Clutter – disse infine Hickock – È stato Perry. Non ho potuto fermarlo. Li ha uccisi tutti…”.

Adesso, forse, le cronache nazionali potranno riparlare di questa storia terribile (e terribilmente italiana), quando si celebrerà il processo in Corte d’Assise, che non ha più misteri da svelare. E quando, “in nome del popolo italiano”, otto giudici diranno che nessuno (italiano o straniero che sia) può uccidere nessun altro. Neppure due pastori romeni.

Mail Box

 

È ingiusto retribuire chi non fa il proprio lavoro

Del reddito di cittadinanza si parla come di una marchetta elettorale per aumentare il numero dei neet. Ma cosa saranno mai una ventina di miliardi dopo quelli che il governo Monti ha regalato alle banche? In realtà il reddito di cittadinanza esiste già: è quello che consente di portare a casa un’entrata fissa a prescindere dal lavoro svolto. L’unico compito in tutta la carriera lavorativa di alcuni dipendenti è vagare da un ufficio all’altro per chiacchierare o lo stare perennemente in distacco sindacale. Uno di loro mi confidò che era già tanto che andasse a lavorare, pretendere che lavorasse anche era qualcosa di non realizzabile.

Vito Parcher

 

Contro chi ha manifestato il Pd il 30 settembre?

Sono un elettore di sinistra che il 4 marzo ha votato M5S. Il 25 ottobre 2008 avevo 22 anni ed ero al Circo Massimo. Sentii Veltroni, Saviano, D’Alema: al presidio di piazzale dei Partigiani c’era una bolgia gremita di bandiere. Si urlava “Pd!” e si credeva possibile un’altra Italia. Si guardava negli occhi il nemico, Berlusconi. I leader erano quello che erano, ma c’era voglia di lottare. Sono stato a Piazza del Popolo il 30 settembre e mi veniva voglia di piangere. Era mezza vuota. Nell’aria spot pubblicitari da 4 gatti scappati di casa. Ricordo il balletto dei numeri 10 anni fa: 200mila, 800mila, 2 milioni e cinque. Il 30 non arrivavamo a 20mila. Tutto però diventa sabbia quando ci si fa la domanda più importante: ma contro cosa hanno manifestato?

G.C.

 

Gli errori del governo sono dettati solo dall’inesperienza

Il nuovo sport nazionale è dare degli “incompetenti” agli attuali governanti. Hanno commesso qualche leggerezza ma i loro sembrano errori di gioventù dovuti alla troppa voglia di fare. Se qualcuno avesse voglia di giudicare la competenza di Renzi, ad esempio, scoprirebbe che non ne ha azzeccata una: quasi tutte le leggi del suo governo sono state falcidiate dalla Consulta o dagli italiani. L’unica competenza che gli va riconosciuta è quella di essere riuscito in soli 4 anni a distruggere un partito come il Pd, che ha perso una quantità industriale di voti.

Leonardo Gentile

 

DIRITTO DI REPLICA

L’articolo di Marco Maroni, “Mediaset e le 5 sorelle: chi vince nel grande risiko delle radio” del 3-10 contiene numerose inesattezze se non delle vere e proprie falsità, rispetto alle quali, considerato il carattere diffamatorio e calunnioso di queste ultime, desideriamo precisare quanto segue. 1. Non è vero che le concessionarie del gruppo offrano “spazi pubblicitari a pacchetto, tv più stampa, più radio”. In esecuzione di precisi impegni assunti con l’Autorità Antitrust al momento dell’acquisizione delle emittenti radiofoniche che oggi sono nel perimetro del gruppo, la raccolta pubblicitaria sui vari mezzi è effettuata da società separate: Publitalia ’80 S.p.A. raccoglie su free tv, Digitalia ’08 S.r.l. raccoglie su Pay Tv, Mediamond S.p.A. raccoglie su stampa, radio e web. Ciascuna di queste società si occupa esclusivamente e unicamente della vendita di spazi pubblicitari sui rispettivi mezzi di competenza, senza alcuna relazione e commistione con mezzi non gestiti. In coerenza con tale impegno, anche i contratti per la raccolta pubblicitaria sul mezzo radiofonico fra Mediamond S.p.A. e i centri media sono formalizzati e conclusi separatamente rispetto a quelli stipulati da Publitalia S.p.A. e Digitalia ’08 S.r.l. 2. Non è vero che Mediaset attui politiche di “promozione delle radio gratis o a prezzi fuori mercato in tv e viceversa” e che “qualifichi gli spot radio come autopromozione”. Le nostre televisioni collocano in affollamento i comunicati delle radio appartenenti al gruppo e lo stesso accade per le emittenti radiofoniche rispetto a promozioni tv. Analogamente le radio del Gruppo rispettano rigorosamente i limiti di affollamento pubblicitario. Lo stesso purtroppo non pare accadere per i nostri concorrenti che non solo continuano a collocare l’attività di cross promotion dei propri mezzi al di fuori degli affollamenti pubblicitari ma non dedicano al rispetto del suddetto limite di affollamento lo stesso rigore applicato dalle emittenti del Gruppo.

Direzione Affari Istituzionali Mediaset

 

Ai centri media pubblicitari la concessionaria Publitalia ’80 fa un’offerta che chiama “integrata” e ”crossmediale”, e che comprende Tv, piattaforme digitali, stampa e radio. Che poi la raccolta sui diversi mezzi sia contrattualizzata da società separate è un espediente a cui fa ricorso per ottemperare, formalmente, agli impegni assunti con l’Antitrust. Il superamento dei tetti di affollamento pubblicitario in tv con spot radio della casa, giustificati da Mediaset come “autopromozione”, lo ha riscontrato l’Agcom, che con tre delibere del dicembre 2017 (295-296-297/17) ha diffidato la società dal proseguire tale condotta.

M.Mar.

 

I NOSTRI ERRORI

Marcello Masi, ex direttore del Tg2 e attuale conduttore di Linea Verde, nei giorni scorsi è andato al settimo piano di Viale Mazzini, ma – contrariamente a quanto scritto – non dall’ad Fabrizio Salini. Le mie scuse ai lettori e al diretto interessato.

C. T.

“Pace fiscale”. La promessa del condono e i consigli ‘pericolosi’ su Facebook

 

Lavoro in banca e ho trattato i condoni fatti dai governi precedenti (scudo fiscale e voluntary disclosure). Posso così dire che sono stati una bella festa per i ricchi, evasori e non, persone che avrebbero vissuto benissimo anche senza quegli sconti fiscali. Sconti che di fatto abbiamo dovuto pagare noi contribuenti per conto loro. Insomma hanno tolto a tutti noi per favorire i ricchi. Oggi, che lo si chiami condono (come fa la sinistra attapirata) o pace fiscale (come la chiama il governo, con terminologia edulcorata e inquietante perché una pace prevede sempre una guerra in corso) la sostanza non cambia: cambia la platea che sarà più popolare. Non i ricchi amici di Berlusconi, ma i “poveri”; sempre che si riesca a distinguere quelli veri dagli evasori. Ciò che non cambia è che siamo sempre noi contribuenti senza via di fuga (cioè io, tu, mia mamma pensionata, i miei amici e i tuoi…) a pagare per tutti, per i ricchi allora e per i poveri adesso. Per me che sia condono o pace fiscale conta poco. Conta, invece, il fatto che le tasse le dovremmo pagare tutti, senza “condoni” o “pacificazioni” che sono un modo indiretto di trasferire le spese da una tasca – sempre la mia – a quella di qualcun altro. Per le situazioni di difficoltà potremmo confidare in un fisco più morbido che conceda dilazioni (hanno consentito alla Lega di restituire soldi rubati in comode rate secolari!!!) e inventi sistemi per rendere più facile l’obbligo fiscale (possono copiare dalle banche e fare le “cartolarizzazioni” per ripulire i bilanci e guadagnarci pure).

Elisabetta Corea

 

Gentile signora Corea, la partita sulla pace fiscale, o condono come lo chiamano le opposizioni, è tutt’altro che chiusa. In attesa della pubblicazione della manovra non si conosce ancora il tetto entro il quale si potrà usufruire della misura. Certe sono solo le conseguenze dell’effetto-annuncio da parte dei contribuenti, il cui riflesso si è riversato negativamente nelle casse dello Stato. Come abbiamo avuto modo di scrivere, la seconda rata (su 5) della rottamazione-bis – scaduta il primo ottobre – potrebbe portare a incassi nettamente inferiori rispetto alle aspettative. Questo perché i commercialisti stanno consigliando ai clienti, addirittura sui gruppi chiusi di Facebook dedicati alle pulizie di casa, alla cucina e alla moda, di sospendere il pagamento in attesa del condono. Un salto nel buio che fa correre un serio rischio: decadere definitivamente dall’agevolazione. Ora ai grandi evasori che già non pagano le tasse interesserà poco, ma per famiglie, piccoli imprenditori e commercianti la questione non è di poco conto.

Patrizia de Rubertis

Lory Del Santo, padre Signorini e quelli che vivono nel Gf

“Il Grande Fratello è uno spaccato della vita e la vita è anche questo”: così padre Alfonso Signorini alla penitente Lory Del Santo in procinto di entrare nella casa di Cinecittà, dove una volta di casa era Federico Fellini (come si vede, il nostro immaginario collettivo ha fatto passi da gigante). Nel monito di padre Alfonso c’è del vero, sia pure alla rovescia: i reality sono uno spaccato – e un trituramento – di molte cose. Nella fattispecie, non uno spaccato della vita ma una vita spaccata in nome della Televisione, mondo autoreferenziale dove si esiste in funzione dell’apparire e l’apparire può e cura tutto, meglio delle diete di Panzironi.

Ma questo è solo l’inizio. Sulla scelta di Lory, che considera la partecipazione al Gieffe il modo migliore per elaborare la morte del figlio, ferve il dibattito. Lei va in Tv per dire che andrà in Tv e legge in Tv la lettera d’incoraggiamento del fidanzato; alcuni inflessibili tuttologi vanno in Tv per condannare la scelta di andare in Tv, altri sottili causidici, tipo padre Alfonso, vanno in Tv per individuare una terza via; nelle more, qualcuno butta là una mezza bestemmia (l’anno scorso Marco Predolin ci ha campato di ospitate per tutta la stagione). L’importante è andare in Tv, eventualmente per dire che mai nella vita ci si andrebbe. Così il dibattito sulla bestemmia di Pinco, sul bacio gay di Pallino o sull’aut-aut di Lory Del Santo colonizza il palinsesto di Canale 5. Del Grande Fratello Vip non si butta via niente. Purtroppo.

La donna che può battere Trump

Una robusta candidatura di Elizabeth Warren per le Presidenziali 2020 sarebbe un segnale forte per la società americana, indicando la prospettiva di un cambio di rotta agli elettori insoddisfatti e inaugurando una campagna elettorale dai tratti storici, invocata fin dagli esordi nei dintorni della “restaurazione della democrazia”.

Dopo essersi mille volte negata a un simile impegno, ora la senatrice democratica ha cambiato il tenore delle proprie posizioni. A Holyoke, Massachusetts, durante un incontro pubblico nell’ambito dell’imminente voto di midterm di novembre in cui la Warren è in corsa – senza avversari – per confermare il suo seggio, la senatrice ha dichiarato che, a urne chiuse, “darà un’occhiata seria” alla possibilità di correre per la Casa Bianca, convinta che sia necessaria una donna con le idee chiare per raddrizzare il fallimentare governo di Washington. Nel linguaggio della politica Usa, questa è una chiara dichiarazione d’intenti. Evidentemente le cose sono cambiate e le recenti udienze della commissione senatoriale per la conferma di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema hanno accentuato i suoi propositi: “È stato il deprimente spettacolo di un branco di uomini potenti impegnati a salvare la rincorsa di un potente come loro, verso una posizione di potere ancora più assoluto. Mi sono detta che l’ora è scoccata: si deve cambiare il corso della nazione”. Poiché queste parole arrivano dalla più stimata figura femminile del progressismo americano, costituiscono un punto di svolta, se non un manifesto istantaneo. Anche perché Warren sa come si fa, ha gli strumenti per farlo e dispone dei mezzi per riuscirci. Soprattutto è da subito una delle più tenaci e intransigenti oppositrici di Donald Trump e delle sue scelte di cui rappresenta una specie di antidoto vivente. Trump lo sa e ne teme il manifestarsi, anche se fin qui si è limitato a stuzzicarla con le sue solite frecciate digitali, ad esempio ribattezzandola “Pocahontas”, dal momento che la Warren ha tirato in ballo delle ascendenze Cherokee che, secondo i detrattori, all’inizio della sua carriera accademica le furono utili nel conseguimento di una cattedra alla Harvard School of Law, grazie alle vecchie regole dell’affirmative action, il risarcimento delle minoranze. Per ora queste sono solo tattiche di alleggerimento, perché la strada che porterebbe a uno scontro diretto Trump-Warren è ancora lunga e nei mesi a venire si assisterà al gioco al massacro tra gli ormai numerosi credibili candidati democratici alla presidenza. Eppure l’inattesa discesa in campo ha lanciato la 69enne Warren in cima alla lista dei favoriti per la vittoria, con motivazioni serie, a cominciare da quella che la vede incarnare due identità del liberalismo americano. Da un lato la Warren si dichiara entusiastica sostenitrice del capitalismo di mercato, però solo dal momento in cui da parte del governo siano offerte tutte le garanzie e le regole di equità e giustizia nella competizione. Un populismo economico che in un’elezione in cui i temi delle differenze di razza e di genere occuperanno una posizione centrale, le garantirà l’ascolto da parte di enormi segmenti subalterni della società americana: “I nostri lavoratori sono stati presi a sberle da Trump” sostiene Warren, “e il caso-Kavanaugh è l’ultima conferma di come questo presidente stia sabotando la nostra democrazia”. Negli ultimi mesi la senatrice si è concentrata sull’introduzione di provvedimenti legislativi pensati come correttivi delle diseguaglianze sociali, contro ogni genere di segregazione e in difesa dei meno abbienti, con una particolare attenzione ai proprietari di case e agli intestatari di mutui alle strette coi pagamenti e con le condizioni dettate dalle banche e dalle finanziarie. Il suo American Housing and Economic Mobility Act punta a rendere meno aspro quel mercato immobiliare ormai vissuto come un incubo da milioni di americani e ferocemente settorializzato in base alle fasce di reddito. La Warren, insomma, vuole essere la candidata delle minoranze, degli ultimi e dei penultimi, a cominciare dai neri chiamati ad assumersi la responsabilità del voto e dagli ispanici sempre più consapevoli del peso quantitativo della loro rappresentanza.

La Warren sa anche di essere la candidata femminile a cui l’America potrebbe finalmente concedersi per la prima volta, dopo il voltafaccia riservato alla Clinton. Oggi sembra passato un secolo dalla corsa di Hillary, per la lunga serie di choc sociali che il Paese ha nel frattempo sopportato, il più importante dei quali è stato proprio quello che ha messo le donne e le loro rivendicazioni al centro della psicologia nazionale. La testimonianza di Christine Ford contro Brett Kavanaugh è stato l’ultimo atto di un movimento che ha rotto i silenzi e processato la misoginia dei maschi. E la Warren può vantare una profonda relazione con le istanze femministe, prima e durante Trump. L’unico, paradossale, ostacolo che incontrerà sulla sua strada sarà proprio la volontà di scendere in campo di altre donne della politica statunitense che come lei percepiscono il favore degli attuali scenari: a cominciare da Kamala Harris la sofisticata senatrice nera della California che ricorda una versione femminile di Obama, per la disinvoltura e la lucidità con cui prende posizione sui grandi temi. Oppure la senatrice di New York Kirsten Gillibrand, attestata su posizioni più morbide, centriste e gradite a quell’America moderata ma comunque stanca dei malvezzi di Trump. Queste signore, come la Warren, sono pronte a vincere e attrezzate a farlo, ben più dei vecchi campioni democratici come Biden e Sanders, perché più di loro rappresentano il rinnovamento. Ma Elizabeth Warren, quando utilizza i toni della passione e quando riesce a allinearsi col memento di un America illuminata, ottimista e visionaria, “nella sua migliore interpretazione di Coretta King” (come ha scritto ironicamente un commentatore) ha quel punto di presidenzialità in più che ne fa la naturale favorita. Intanto lei bada alle questioni immediate: sta attivamente traversando il paese nelle aree elettorali più critiche, sta rinsaldando un rapporto spesso complicato con i media, sta arricchendo il portafogli a cui attingere allorché i dollari diventeranno indispensabili per vincere. Ma gli addetti ai lavori, gli stessi che quantificano attorno ai 300 milioni di dollari il costo di una campagna per le primarie, annuiscono: Elizabeth sa ramazzare contributi con facilità impressionante, e gran parte dei quattrini che le arrivano sono piccole donazioni da parte di speranzosi supporters. Dunque la Warren e la sua teoria del capitalismo dal volto umano, il suo orgoglio compostamente femminista, il suo modello-ispiratore Louis Brandeis – il giudice della Corte Suprema del primo Novecento, passato alla storia come “l’avvocato del popolo” – potrebbero far male alla Washington degli speculatori. I democratici cominciano a credere che lei sia il candidato giusto. Perché Elizabeth ha spalle forti e competenze: la famosa “luce sulla collina” a cui guardare, potrebbe avere proprio i suoi lineamenti di stagionata baby boomer, così a proprio agio col migliore galateo americano.

Caro Bachelet, al Csm meglio i non politici

A Giovanni Bachelet mi legano profonda stima e amicizia. Ma la sua riflessione a proposito della recente elezione di Ermini alla vicepresidenza del Csm non mi trova concorde. Non già con l’argomento, improprio, secondo il quale trattasi di persona non espressione della maggioranza di governo, ma in quanto soggetto molto, troppo politicamente connotato. Il più connotato anche partiticamente tra i membri laici, nel novero dei quali la Costituzione stabilisce sia eletto il vicepresidente del Csm. Proprio per le ragioni avanzate dallo stesso Giovanni Bachelet, che rammenta il proprio dissenso quando il suo (e, all’epoca, mio) partito concorse a fare eleggere un vicepresidente organicamente espressione dell’Udc.

Anche, nell’ultima consiliatura, il Pd sostenne e ottenne la elezione di un suo uomo al vertice del Csm, Giovanni Legnini. Persona che stimo, ma che passò direttamente da membro del governo a vicepresidente del Csm e del quale già si fa il nome come possibile candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Abruzzo. Ripeto: il problema non è di persone, ma di cura per la terzietà degli istituti di garanzia. Segnatamente quello che vigila su indipendenza e autonomia della magistratura. So bene che vi possono essere non politici, universitari o avvocati, suscettibili di essere altrettanto “di parte”, ma questo non è un buon argomento a sostegno della scelta di privilegiare politici di professione. Cioè perché, a monte, come misura prudenziale, all’atto della elezione dei membri non togati da parte del Parlamento, i partiti abbiano la sensibilità e la saggezza di privilegiare personalità non di partito. A volte addirittura trasmettendo l’impressione di una “sistemazione” da fine carriera politico-parlamentare. Su questo anche io feci la mia personale battaglia puntualmente inascoltato. Così pure so bene che vi furono in passato ex politici di rango assurti alla vicepresidenza del Csm che fecero bene. Penso a Giovanni Galloni o a Virginio Rognoni. Ma segnalo due differenze: si trattava di uomini con un curriculum istituzionale di rilievo ma già da tempo fuori dalla contesa politica e, soprattutto, di un tempo nel quale il tasso di conflittualità politica non aveva assunto l’asprezza di oggi. Non a caso uomini di centro, entrambi ex democristiani. Politicamente, un’altra epoca. In breve, non escludo che, in via di principio, politici illuminati che si segnalino per equilibrio, spirito equanime, senso delle istituzioni possano adeguatamente guidare il Csm, tuttavia penso che, in concreto, in un tempo nel quale, su più fronti, la contesa politica rischia di degenerare in conflitto istituzionale che investe persino la più alta figura di garanzia (il Quirinale) saggio sarebbe marcare la terzietà degli organi di garanzia e i loro vertici. Ripeto: oggi ci si divide sul vicepresidente eletto, ma la radice del problema sta a monte, all’atto della elezione dei membri laici da parte del parlamento e dunque delle forze politiche. A loro spetterebbe di dare prova di credere nei capisaldi della democrazia costituzionale che si qualifica per una limpida separazione dei poteri. La sdegnata reazione delle opposizioni, a valle delle forzature e persino degli strappi istituzionali operati da maggioranze incontinenti, sarebbe più credibile se preceduta, a monte, da tale culto per la terzietà degli organi di garanzia certificato dalla scelta di candidati al Csm non troppo divisivi.

Del resto, l’episodio di cui discorriamo sta lì a dimostrarlo: comunque la si pensi, dovremmo tutti convenire sulla circostanza che la spaccatura del Csm sul vicepresidente non è di aiuto al difficile compito che attende lui e chi, per Costituzione, il Csm lo presiede.

Moscovici, l’Europa e le speranze negate ai giovani

Mi telefona imbufalita un’amica da Parigi. Ha trent’anni, è italiana e di sinistra. Ogni anno, spende un mese delle sue vacanze per fare volontariato. Questa estate è stata in Africa, quella prima in Grecia, nei campi dove vengono accolti i migranti. “Ma hai visto? Ma hai visto cosa dice?” “Chi?” “Moscovici”. Io penso alle dichiarazioni di queste ore in cui il commissario europeo agli Affari economici e monetari dice di voler “convincere” l’Italia a cambiare politica economica e definisce il governo gialloverde “euroscettico e xenofobo”.

Lei no: che Salvini sia xenofobo l’ha sempre pensato, così come non nega che l’esecutivo sia euroscettico. A mandarla su di giri è invece stata un’intervista a Le Monde in cui l’euroburocrate annuncia che non sarà in lista con i socialisti come candidato alla presidenza della Commissione, ma che invece si spenderà per la creazione di un fronte ardentemente pro Europa composto da destra e sinistra.

La mia amica è un fiume in piena: “Questo dice che il problema è che l’Europa può implodere o essere sovvertita da Orban, Salvini e Le Pen, che bisogna fare un fronte contro i fascisti, ma cosa pensa? Che uno li possa votare solo per paura, perché c’è il pericolo nero. Non basta. Non basta più. Lui e gli altri euroburocrati sono responsabili della situazione in cui ci troviamo. Questo parla della Grecia, dice che è stato uno scandalo democratico decidere a occhi chiusi il suo destino, e adesso invoca più trasparenza delle istituzioni, ma lui dov’era? Io a queste Europee per votare qualcuno voglio che mi dica cosa l’Europa intende fare per i milioni di poveri, per noi giovani che non abbiamo prospettive, nemmeno di welfare, che spieghi cosa vuole fare nella gestione dei migranti. A me vedere che danno del piccolo Mussolini a Salvini perché tiene centinaia di persone bloccate su una nave e intanto nessuno di loro muove un dito fa schifo e fa perdere qualsiasi credibilità a chi ne parla. Io non sono euroscettica. Io sono nata europea e voglio essere europea. Ma lo ammettono o no di aver fallito?! Io faccio parte di una generazione dimenticata. Sono qui a Parigi perché in Italia non avevo nessun futuro e tutti se ne fregavano. E ora mi accorgo che anche in Francia le cose stanno cominciando ad andare come da noi. Io e la mia famiglia abbiamo sempre votato Pd. I miei amici facevano politica nel Pd, pure io ho sempre partecipato. Ora toccherebbe a noi prendere la parola. Ma ce ne siamo andati tutti: chi a fare un dottorato, chi a cercare lavoro all’estero e chi è rimasto ha occupazioni saltuarie che non gli lasciano il tempo e le forze per fare politica. E intanto questi ci dicono che dobbiamo difendere la democrazia e un’idea di Europa sbagliata che ci ha portati a questo punto. Se vogliono che qualcuno li ascolti ancora ci diano un piano vero, alternativo e credibile. Un progetto che parta da quelli che hanno calpestato fino ad adesso. Tutto il resto non funziona più”.

Confesso che la telefonata mi lascia turbato. Anche perché proprio a pranzo avevo parlato dell’esplosivo malessere sociale che percorre l’Italia e l’Europa con un manager di una grande banca internazionale. Lui mi aveva risposto: “È vero, ma era così anche in Grecia. Poi quando si sono ritrovati con i bancomat bloccati il loro governo ha cambiato politiche e i greci di fatto non hanno detto nulla”. Così a sera, mentre chiudo questo articolo, mi ritorna in mente una vecchia battuta di Mark Twain: “Se votare contasse qualcosa non ce lo farebbero fare”. Ma questa volta non mi strappa un sorriso.