A leggerla, è come se fosse la confessione finale di A sangue freddo di Truman Capote: “Quella sera, dopo l’arrivo alla roulotte, fu tutto molto casuale a dire la verità. Io e Daniele ci occupammo di Calinciuc, perché fu il primo a uscire e poi a venire nella nostra direzione. Alex e l’altro mio fratello, Romano, pensarono invece a Olaru. Fui io ad ammazzare Calinciuc a colpi di vanga alla testa. Poi toccò ancora a me finire Olaru: quasi non mi sono nemmeno reso conto. Colpivo, colpivo, fino a quando mi sembrò che non respirasse più…”.
“Scene di caccia” nella bassa pianura di Torino, in quelle campagne tra Chivasso e la montagna del Canavese, dove l’industrializzazione del secolo scorso aveva sconvolto il mondo contadino e che ora, dopo la chiusura della grande fabbrica della Lancia e il cambio della sua “destinazione d’uso” (così si dice oggi), si è preso una sorprendente rivincita delle sue antiche vocazioni agricole. Rivelandolo, un anno fa (era il 23 ottobre 2017), nella maniera più sconvolgente e più feroce possibile. Perché qui, di nuovo da anni e a pochi km da Torino, circolano greggi di pecore di mille o anche duemila capi da mezzo milione di euro, ci sono padroni e salariati (e i secondi rabbiosi con i primi), d’estate si va verso il Gran Paradiso e in autunno si ritorna in pianura, si litiga per i pascoli demaniali, si usano parole che sanno d’antico come “transumanza”, ci si fronteggia con rivalità e modi da clan: se fosse la Sardegna, qualcuno scomoderebbe il codice barbaricino. Quando serve, poi, in quel mondo a parte ci si vendica. Come quella notte di 12 mesi fa, ma con la prima novità che non ti aspetti.
A essere ammazzati con il cranio sfondato a badilate dopo essere stati braccati come fanno i lupi proprio con le pecore, sono stati due romeni che prendevano 500 euro al mese per badare ai recinti delle greggi e dormire in una roulotte con la sola consolazione del pintone del vino e dei selfie su facebook. Costel Cornel Calinciuc, 38 anni, da Bacau, e il suo compaesano Costantin Olaru, 28 anni. Romeni, ma potevano essere moldavi, macedoni, bulgari, albanesi, persino tunisini: gli italiani non vogliono più fare i pastori.
La seconda novità è che i loro assassini sono quattro italiani: i fratelli Romano, Piero e Daniele Bergero (un destino, nel dialetto piemontese infatti bergè vuol dire pastore), tra i 25 e i 33 anni, eredi di una famiglia che da sempre lavora nella pastorizia, e un loro complice, Alex Bianciotto, 30 anni. Li avevano presi quasi subito i carabinieri: per qualche giorno un silenzio di tomba, poi le prime ammissioni, le ricostruzioni parziali. Solo la settimana scorsa, però, Piero Bergero ha confessato.
Negli stessi giorni di una storia “nera” alla rovescia: Lanciano, il sequestro del medico e della moglie in villa e la “banda dei romeni” che taglia il lobo dell’orecchio alla donna. Ma la svolta di Chivasso, il pastore italiano che uccide con il badile, non fa più notizia. Anche se, nelle cronache della rabbia di Lanciano, avrebbe potuto spiegare che gli uomini feroci non si dividono per passaporto o per colore della pelle (e che, soprattutto, ammazzare a badilate è peggio che tagliare un orecchio).
Così le parole definitive di Piero sono rimaste nelle pagine locali dei quotidiani e il ministro Salvini non ha potuto augurare anche a lui e ai suoi fratelli di “marcire in prigione”. Il resto è la ricostruzione di tutto. Di come, da tempo, la famiglia Bergero fosse in lite con i datori di lavoro dei due romeni: rivalità per i pascoli demaniali. Tre giorni prima era stato il più giovane dei fratelli, Attilio, a finire in ospedale per una rissa. E la spedizione punitiva contro Calinciuc e Olaru doveva essere soltanto una rappresaglia: l’incendio della roulotte da poveracci dove stavano dormendo, farli scappare, prenderli nel buio e nei campi attraversati dai tralicci dell’alta tensione, al massimo una gran bastonata. Poi, però, la furia omicida si è impadronita dei quattro, soprattutto di Piero, ed ecco spuntare le suggestioni che ricordano Perry Edward Smith e Richard Eugene Hickock, gli assassini della famiglia Clutter sterminata nelle campagne del Kansas e raccontati da Capote. “Perry Smith ha ucciso i Clutter – disse infine Hickock – È stato Perry. Non ho potuto fermarlo. Li ha uccisi tutti…”.
Adesso, forse, le cronache nazionali potranno riparlare di questa storia terribile (e terribilmente italiana), quando si celebrerà il processo in Corte d’Assise, che non ha più misteri da svelare. E quando, “in nome del popolo italiano”, otto giudici diranno che nessuno (italiano o straniero che sia) può uccidere nessun altro. Neppure due pastori romeni.