I poveri non stanno sdraiati sul divano

Le misure di contrasto alla povertà subordinano, generalmente, la concessione del sussidio alla disponibilità ad accettare un’offerta di lavoro. Questo è vero anche per il Rei – Reddito di inclusione – già in vigore nel nostro Paese. Ma nel dibattito in corso in questi giorni il tema è affrontato con un’enfasi eccessiva, che fa riemergere retaggi del passato, secondo cui i poveri sono responsabili della propria condizione: incapaci di reagire per pigrizia, imbroglioni, profittatori (“fannulloni sul divano”). Fino all’inizio del Novecento, i poveri, in cambio di assistenza, venivano rinchiusi in istituti e impiegati in attività lavorative coatte, come forma di espiazione dei loro peccati. L’enfasi sul reinserimento lavorativo è preoccupante però, non solo per questi risvolti culturali e sociali, ma anche per motivi di fondo.

Il primo motivo è che si rischia di condizionare negativamente il modo in cui il “reddito di cittadinanza” verrà disegnato. Mi riferisco in particolare all’idea di affidarne la gestione ai centri per l’impiego.

Sembra che si ignori un’elementare verità: la povertà non è sempre e non è solo legata a mancanza di lavoro.

Escludendo le famiglie composte solo da persone anziane, non più attivabili al lavoro, una quota rilevante di quelle che restano, attorno al 15 per cento, sono composte da famiglie in cui tutte le persone di età compresa fra i 18 e i 60 anni già lavorano. Sono i cosiddetti working poors (lavoratori poveri): impiegati in attività precarie o così scarsamente remunerate da non garantire un reddito decoroso. Difficile pensare si tratti di persone che non hanno voglia di lavorare: secondo l’Istat, il 67 per cento dei part time nel nostro paese sono involontari.

Nelle famiglie che restano ci sono persone adulte non occupabili, perché disabili gravi o gravemente invalidi o perché, e si tratta per lo più di donne, impegnate in lavori di cura: accudimento di minori e di anziani non autosufficienti. Non è colpa loro se gli asili nido in molte zone sono una chimera, l’assistenza degli anziani è considerata un problema delle famiglie e i servizi alle persone con disabilità sono carenti. Si riduce così drasticamente la quota di famiglie povere in cui ci sono adulti attivabili al lavoro.

La povertà poi è multidimensionale. Alla mancanza di reddito si associano altre difficoltà: scarsa qualificazione o mancanza di esperienze per l’inserimento lavorativo, disabilità, disagio abitativo (sempre più frequentemente legato a crisi familiari), emarginazione imputabile allo status di immigrati o a precedenti esperienze di vita come il carcere. Le politiche contro la povertà devono allora andare oltre al necessario sostegno economico e al mero condizionamento al lavoro.

Per queste ragioni è sbagliato affidarne la gestione ai centri per l’impiego, e non, come avviene nel Rei, ai servizi sociali dei Comuni che, attraverso la “presa in carico”, riconoscono le difficoltà specifiche dei singoli nuclei familiari e possono agire in collegamento, non solo con i centri per l’impiego, come va fatto in tutti in casi in cui è possibile attivare percorsi di formazione e inserimento lavorativo, ma anche con la rete delle altre competenze presenti sul territorio: scuole, Asl, enti di volontariato, ecc. È fondamentale infatti ricordare che, dei 5 milioni e 58 mila poveri assoluti in Italia, 1 milione e 208 mila sono minorenni, esposti al rischio della dispersione scolastica, non sempre in regola con i protocolli sanitari, e condannati, per le minori opportunità a loro garantite, a subire la nota catena della trasmissione intergenerazionale della povertà.

Il secondo motivo è che non si può davvero credere che le politiche attive del lavoro possano fare miracoli (“abolire la povertà”): la disoccupazione non dipende, se non in misura marginale, dalla scarsa volontà o informazione degli individui circa le opportunità di lavoro presenti nel mercato del lavoro locale. Rendere punitive queste politiche, perseguendo l’inserimento lavorativo a qualsiasi costo, rischia di favorire la proliferazione di forme di lavoro senza dignità, precarie e mal retribuite, e di rafforzare, invece che rompere, il circuito del lavoro povero.

Il legame fra sussidio e lavoro povero, richiede di prestare attenzione, come in parte già oggi fa il Rei, al rischio della trappola della povertà. Occorre cioè evitare che accettare un lavoro comporti un peggioramento della propria situazione economica, in quanto si perde di più in termini di sussidio, di quanto non si guadagni sul mercato del lavoro. Questo tema acquisirà una rilevanza particolare se il “reddito di cittadinanza” sarà di 780 euro netti per singolo individuo: una cifra in molti casi superiore a quella che un giovane, anche laureato, riesce a ottenere al suo primo ingresso sul mercato del lavoro.

 

Professoressa di Scienza delle Finanze all’Università di Modena e Reggio Emilia

Ostia, sgomberata la casa (abusiva) di Vincenzo Spada

Un appartamento di edilizia popolare a Ostia, occupato abusivamente da dieci anni e completamente ristrutturato con colonne di marmo e un arredamento in stile barocco. Vincenzo Spada, uno dei nipoti del boss Carmine, aveva trasformato una casa del Comune di Roma destinata ai bisognosi in una lussuosa suite scelta come dimora per lui e la sua famiglia. Ma la linea dura degli sgomberi non ha risparmiato neppure il clan, che già in passato era stato accusato di gestire il racket delle case popolari in quella zona del litorale romano.

Il blitz della polizia locale di Roma e degli agenti è avvenuto all’indomani dell’esplosione di uno dei due ordigni rudimentali lanciati sul balcone dei genitori della collaboratrice di giustizia Tamara Ianni, che raccontò dall’interno alcuni dei meccanismi e dei nomi del malaffare di Ostia messo in piedi dagli Spada. Durante il trasloco lampo, gestito da un’apposita ditta, non sono mancate le urla di alcune donne della famiglia contro la giornalista di Repubblica, Federica Angeli: “Sei una carogna. Una pappona sotto scorta”.

Moto in regalo alla polizia. Ispettori in Questura a Milano

Per quattro giorni i commissari dell’Ufficio ispettivo del ministero dell’Interno sono stati in trasferta a Milano. Indirizzo: via Fatebenefratelli sede della Questura e più in particolare ai piani alti del palazzo nelle sale e nelle stanze dell’Ufficio prevenzione generale (Upg), in sostanza il reparto che gestisce e coordina buona parte delle volanti in città. Auto e non solo. Anche le motociclette del reparto Nibbio. E qui arriva il nodo della questione molto delicata e molto riservata. Tanto che la stessa Questura nega di sapere di un’ispezione. A quanto risulta al Fatto Quotidiano, invece, le ispezioni all’Upg sono state fatte con acquisizioni di documenti e varie audizioni di funzionari. Al centro di quello che è a tutti gli effetti solo un procedimento disciplinare, ancora da definire nei contenuti e nei protagonisti, vi è un pacchetto di donazioni alla polizia che riguardano circa dieci moto, diversi caschi e divise tecniche.

L’obiettivo è comprendere se la gestione di queste donazioni da parte della Questura rientri nelle regole amministrative o meno. Nessun sospetto è emerso di un uso personalistico dei fondi. Il periodo messo sotto esame dai commissari riguarda il biennio 2015-2017, epoca in cui il questore non era l’attuale dottor Marcello Cardona, ma il dottor Luigi Savina. Mentre già all’epoca a dirigere l’Ufficio prevenzione generale c’era la dottoressa Maria José Falcicchia, nominata nel ruolo a partire dal 2014. Due delle moto, di cui vi è regolare documentazione e carteggio, sono state date in comodato d’uso da una casa motociclistica proprio durante il periodo di Expo. In questo caso il contatto è stato diretto con l’azienda costruttrice che inizialmente pensava di donarle a un commissariato. In un secondo momento, soprattutto per una questione di visibilità, sono state date alla Questura di via Fatebenefratelli. Ma su questo filone non vi sono dubbi o incertezze.

Diversa la questione che riguarda il secondo pacchetto di mezzi e accessori, otto motociclette, caschi e tute donati alla Questura da un finanziatore. Anche in questo caso, spiega la Questura, vi è regolare documentazione. Il compito dei commissari ora è quello di comprendere e quindi di fare chiarezza sulle modalità con cui queste donazioni sono state gestite. E il filone delle moto è solamente uno di quelli presi in considerazione. Per questo i commissari a partire dal primo ottobre sono stati in Questura. Allo stato sono stati già sentiti alcuni agenti e dirigenti impiegati proprio nel reparto Nibbio. Un accesso è stato fatto anche negli uffici del primo dirigente. Anche qui l’obiettivo è semplicemente acquisire documentazione. Nulla di penalmente rilevante è emerso. Al momento, poi, la dottoressa Maria José Falcicchia, che prima di arrivare all’Upg ha diretto con grande successo la prima sezione della Mobile sulla criminalità organizzata, si trova a Roma negli uffici del ministero per mettere a punto il progetto di costituire la nuova Questura di Monza. Attualmente nel capoluogo brianzolo c’è solamente un commissariato. Prima di partire per la Capitale, il primo dirigente, nella girandola degli spostamenti disposti dal questore Cardona, era stata messa a dirigere il commissariato Monforte Vittoria. Scelta che allo stato resta in sospeso. L’indagine ministeriale, dunque, prosegue sotto traccia. Tanto più che ispezioni interne vengono disposte periodicamente dallo stesso questore Cardona che proprio sulla trasparenza e sulla correttezza ha incardinato il suo mandato milanese. Ieri, infatti, ne è stata disposta una nelle camere di sicurezza di via Fatebenefratelli.

Ma anche dal Viminale, in modo meno frequente, vengono disposti accessi nelle diverse questure d’Italia. L’incarico è sempre demandato all’Ufficio ispettivo del ministero. Una prassi ormai consolidata per tenere sotto controllo strutture e uffici molto complessi. In questo caso, però, la questione, seppur ancora da definire nei suoi contenuti reali, sembra un po’ più delicata. Prima degli ispettori del ministero, nel novembre scorso, gli uffici dell’Upg erano stati visitati dalla conduttrice Barbara D’Urso accolta nel piazzale della Questura di Milano da un inaspettato picchetto d’onore.

Ritorna il Festival di Internazionale e riparte dalle donne

Oltre 215 ospiti (di cui quasi il 50% donne) provenienti da 44 paesi e da 5 continenti per 250 ore di programmazione e 112 incontri. Il Festival del giornalismo di Internazionale, la rivista diretta da Giovanni De Mauro con gli occhi aperti sul mondo, torna da oggi a domenica ad animare la città di Ferrara dove è nato nel 2007.

Tra i protagonisti di questa edizione Marta Dillon, scrittrice e giornalista argentina tra le fondatrici di Ni Una Menos, Marta Lempart, femminista polacca, Katha Pollitt, poetessa e giornalista statunitense, Rafia Zakaria, scrittrice pachistana, Ida Dominijanni, filosofa italiana, che questa sera daranno vita agli Stati Generali del Femminismo. Tornerà lo scrittore argentino Martín Caparrós per un incontro sulla violenza in America Latina, con le giornaliste Carol Pires (Brasile) e Alejandra Sánchez Inzunza (Messico). Per la durata del Festival Gipi, autore di fumetti e regista, leggerà i nomi delle oltre 30 mila persone morte, dal 1993 a oggi, per raggiungere l’Europa.

Gratta e vinci a Lottomatica. Colpo del Fortunato legale

È più facile che evangelicamente un cammello passi per la cruna di un ago che un concessionario dello Stato perda la sua concessione, magari, non sia mai, per effetto di una gara. La regola aurea che da decenni lega il pubblico concedente al privato concessionario sempre a favore di quest’ultimo (esemplare il caso Autostrade-Benetton) è stata ribadita dal Tar del Lazio-Sezione Seconda con una sentenza che ha messo fine alla controversia che contrapponeva due giganti del settore dell’azzardo. Da una parte Sisal, la società del Superenalotto, dall’altra Lottomatica-Igt rappresentata da un avvocato speciale, Vincenzo Fortunato, colui che fino a qualche tempo fa era considerato il principe dei gabinettisti, il più influente tra i dignitari statali collaboratori di ministri. Oggetto della contesa era la gestione di uno dei concorsi più ambiti e redditizi, il Gratta e vinci, i famosi grattini. Dal 5 agosto 2010 il business è in mano a Lottomatica in forza di una concessione della durata di 9 anni e grazie alla decisione del Tar ci resterà saldamente per altri 9 anni, fino al 30 settembre 2028.

In vista della scadenza della concessione originaria, Sisal avrebbe voluto infilarsi nell’affare che è davvero gigantesco: 9 miliardi di euro di raccolta l’anno, circa 360 milioni di incassi per il gestore. Per invogliare lo Stato a rinunciare almeno per una volta alla pratica del rinnovo automatico della concessione consentendo l’indizione di una gara pubblica, il padrone di Sisal, il fondo Cvc rappresentato dall’amministratore Giampiero Mazza, aveva puntato sui soldi. A patto che si facesse la gara, con una lettera ufficiale si era detto disponibile a sborsare più degli 800 milioni di euro previsti per l’affidamento della concessione. Ma neanche l’argomento dei quattrini, ritenuto convincente nei confronti di uno Stato sempre a caccia di denaro, è stato sufficiente. Il ministro delle Finanze del governo precedente, Pier Carlo Padoan, e l’Agenzia dei Monopoli delegata a trattare queste faccende per conto dello Stato, hanno rinnovato senza gara la concessione a Lottomatica. Sisal ha provato a dare battaglia sul terreno della giustizia amministrativa, ma ha sbattuto contro la sapiente influenza dell’avvocato Fortunato. Che del Gratta e vinci in versione Lottomatica può essere considerato uno dei padri. Il ricco business fu affidato 9 anni fa con una clausola ambigua a Lottomatica proprio quando Fortunato era capo di Gabinetto al ministero delle Finanze guidato da Giulio Tremonti: “…la concessione, rinnovabile non più di una volta, ha durata di 9 anni”. Lottomatica e Sisal si sono scontrate proprio su quel “rinnovabile non più di una volta”.

Secondo Sisal la formula non imponeva un obbligo, ma consigliava una semplice possibilità, che sarebbe stato bene ignorare considerato che nel frattempo una norma del 2016 introduceva il divieto di proroghe per le concessioni statali. Lottomatica sosteneva il contrario, confortata in questo convincimento dalla legge di Stabilità del 2017, governo Gentiloni. Portando alle conseguenze estreme l’impostazione originaria della concessione, il governo trasformava d’incanto in un obbligo la possibilità del rinnovo grazie ai convincenti argomenti di due big Pd di quel periodo: Maria Elena Boschi che da sottosegretaria alla presidenza del Consiglio sostenne con efficacia l’opportunità di rinnovare la fiducia a Lottomatica. E Francesco Bonifazi, tesoriere del partito e presidente della Fondazione Eyu. Proprio un anno fa il rapporto privilegiato Lottomatica-Pd fu reso evidente nel corso di un convegno sul settore dei giochi organizzato nella sala Aldo Moro dal gruppo pidino della Camera. Tra i relatori Giuliano Frosini, il preparato lobbista di Lottomatica, unico rappresentante in quella sede di una singola industria dell’azzardo.

Caso Riace, il paradosso del procuratore “rosso”

Il clima da tifoserie contrapposte che commentano notizie, in molti casi, a prescindere dai fatti e dalla loro complessità è dimostrato anche da un paradosso di questi giorni: le accuse quasi di fascismo nei confronti del procuratore di Locri Luigi D’Alessio che da sempre ha militato in Magistratura Democratica, la corrente delle “toghe rosse”, delle “toghe comuniste”. Tutta colpa della sua inchiesta sul sindaco di Riace Domenico Lucano. Viene osannato o bistrattato a secondo se la tifoseria sia dalla parte di chi vuole “ a casa loro” gli immigrati o se sia dalla parte di chi abbia una sensibilità nei confronti di chi scappa da fame e guerra. O meglio se la tifoseria sia appiattita sulle posizioni di governo o su quelle anti governo.

D’Alessio è un magistrato che “non ha mai fatto colpi di testa, mite, equilibrato”, “non ha mai condotto inchieste che potessero far pensare a idee contro i più deboli” o che scaturissero “da posizioni personali”, ci assicurano suoi colleghi che lo conoscono da anni. Anche se non più giovanissimo, D’Alessio a 64 anni è andato a guidare la procura di Locri, uno di quei posti, si sa, che non sono proprio ambiti, una di quelle sedi dove andavano solo “i giudici ragazzini”. Quando sono state riviste le piante degli organici degli uffici giudiziari, il procuratore ha rinunciato a un sostituto per favorire la procura di Reggio Calabria “più in sofferenza” della sua.

Da procuratore di Locri ha indagato sull’ex ministra per gli Affari regionali Maria Carmela Lanzetta accusata di abuso d’ufficio come ex sindaca di Monasterace. Ma lo stesso D’Alessio ha chiesto e ottenuto per lei l’archiviazione.

Il caso più famoso per la cronaca nera che ha seguito da magistrato salernitano è quello sulla scomparsa , nel 1983, di Elisa Claps, studentessa di Potenza. I suoi resti furono ritrovati soltanto nel 2003. Per quell’omicidio D’Alessio chiese e ottenne la condanna a 30 anni di Danilo Restivo.

Nei suoi tanti anni alla procura di Salerno, si è occupato anche di quella che negli anni ’90 fu definita la tangentopoli salernitana: la “Fondovalle Calore”. Gli allora pm D’Alessio, Di Nicola e Russo furono ribattezzati “i tre Di Pietro” . Sempre a Salerno, D’Alessio è stato il pm del processo “California”, tra gli imputati l’ex ministro Carmelo Conte, che è stato assolto. Il procuratore, della sua Salerno ama anche la squadra di calcio. Una partita della “Salernitana” vista allo stadio, dicono, è per lui un gran piacere.

Se si va indietro nel tempo, ai suoi esordi in magistratura, c’è un anno particolare per D’Alessio: il 1985. A Gallarate, in provincia di Varese ci fu una rapina in banca e lui si offrì come ostaggio in cambio della liberazione delle persone prese in ostaggio. Oggi si trova nella bufera per l’inchiesta sul sindaco di Riace. Come si sa, il gip ha “demolito” gran parte del suo lavoro, segno che non c’è alcuna deriva “autoritaria” ma una dialettica processuale, anche aspra, dato i toni usati dal giudice per le indagini preliminari Luigi di Croce.

Barbara Spinelli: “Il razzismo è ben più allarmante dei conti”

Barbara Spinelli è intervenuta nella sessione plenaria del Parlamento europeo in seguito alle dichiarazioni di Consiglio e Commissione europea su “Emergenza umanitaria nel Mediterraneo: sostenere le autorità locali e regionali”. “La Commissione si allarma – ha detto l’europarlamentare italiana – per il possibile deficit spending in Italia (ricordo che i poveri assoluti sono nel mio paese cinque milioni) ma approva una legge sulla sicurezza che decurta i permessi umanitari, toglie certezza legale ai richiedenti asilo, elimina fondi per le strutture municipali di accoglienza migranti. Dice Draghi che ci sono parole che creano danni alle imprese, ma le parole di Salvini sul sindaco di Riace, arrestato ieri per favoreggiamento dell’immigrazione e irregolarità minori, sono benevolmente ignorate. ‘Sei uno zero’, ha detto il ministro di chi, con fondi in diminuzione, ha salvato un intero villaggio dallo spopolamento integrando i profughi.

Non parlo solo dell’Italia: arresti e violenze contro chi facilita accoglienza e integrazione si moltiplicano. Cédric Herrou, Diego Dumont, il sindaco Mimmo Lucano: la lista si sta allungando, Commissario Oettinger, e vorrei sapere se questo allarma anche lei”.

“Io rispetto la Costituzione più di altri”

“Mi stanno accusando di un reato di umanità. È tutto assurdo. La Costituzione la rispetto più io che altri che si nascondono dietro le regole. La Costituzione nasce dalla resistenza, dal rispetto degli esseri umani. E questi esseri umani non hanno colore della pelle diverso, sono tutti uguali”. Dopo l’interrogatorio di garanzia, durato tre ore, il sindaco di Riace Mimmo Lucano ha gli occhi stanchi, provato dopo due giorni ai domiciliari. Ma ieri mattina ha risposto a tutte le domande dei magistrati che lo accusano di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Accompagnato dai suoi avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua, in Tribunale a Locri Mimmo “’u Curdu” ha raccolto le forze e, punto su punto, ha replicato alle contestazioni della Procura che, dal giorno del suo arresto, non sta facendo altro che lamentarsi di quella parte dell’inchiesta, cassata dal gip, sulla gestione dei fondi per l’accoglienza.

Lucano non ha mai intascato un centesimo, dice il gip. Eppure il procuratore di Locri Luigi D’Alessio lo vuole arrestare di nuovo per truffa ai danni dello Stato. Lucano si difende e contrattacca. Non ci sta a passare per un trafficante di uomini, per un sindaco con mani e piedi dentro quel business dei migranti che per una vita ha combattuto, riuscendo a dimostrare che l’accoglienza è un’opportunità anche per i piccoli Comuni che rischiano di scomparire. Come è stato per due cooperative, iscritte nell’albo comunale, e non in quello regionale previsto dalla normativa (tra l’altro non operativo fino al 2016), e alle quali aveva affidato la raccolta rifiuti senza gara. Un po’ come hanno fatto altri Comuni, a partire da Reggio Calabria nel 2013 guidato dai commissari prefettizi.

Nel capoluogo di provincia non è reato, ma a Riace si per la Procura di Locri. “Ma come? – dice Lucano – In una zona assediata dalle ecomafie, inquinamento dei mari, c’è una mafia che controlla il ciclo dei rifiuti, io ho cercato di fare luce e devo pagare per questo? È assurdo. Nelle cooperative lavoravano le persone più svantaggiate di Riace insieme ai rifugiati”.

Tra le accuse anche i matrimoni fittizi tra residenti e ragazze immigrate che, così, avrebbero ottenuto il permesso di soggiorno. “Perché parlano di matrimoni combinati? – si sfoga Lucano –. È stato solo un episodio ma non era combinato. Abbiamo fatto le pubblicazioni, con tutte le procedure regolari. È una cosa assurda. Anche gli inquirenti durante l’interrogatorio hanno parlato di reato di umanità. Però, dicono, ci sono le regole”.

“Ma sono state regole quelle dell’ex ministro Minniti che ha fatto accordi con i lager libici dove morivano delle persone?”. Lucano è un fiume in piena: “Anche i campi di concentramento, quando c’era Hitler, rispettavano le regole. A queste persone vorrei chiedere se è giusto quello che è successo a Becky Moses”. È la ragazza morta carbonizzata a gennaio nella baraccopoli di Rosarno dove si era nascosta perché costretta a lasciare Riace dopo il rifiuto dell’asilo politico: “Chi ha pagato per quello che le è successo? Ciò che ho fatto – afferma ancora – è evitare che ci fossero tante Becky. Salvare anche una sola persona dalla strada vale dire fare il sindaco, dà significato a un’intera vita. Io non ho mai avuto un tornaconto economico. Anche per quanto riguarda la fiction con Fiorello io non ho chiesto alcun compenso”.

Csm, Bonafede: “Scegliere i membri col sorteggio”

Il ministro Alfonso Bonafede annuncia una riforma per eleggere i consiglieri del Csm che prevede anche il sorteggio e scatena le ire dell’Anm, il sindacato delle toghe: “È incostituzionale”, ha detto il presidente Francesco Minisci. È il secondo scontro ministro-magistrati nel giro di una settimana. Giovedì scorso il Guardasigilli era stato criticato perché si era scagliato contro l’elezione a vicepresidente del Csm di David Ermini, del Pd ( “una parte dei magistrati ha deciso di fare politica”). Bonafede ieri ha parlato di riforma elettorale per il Csm al congresso nazionale forense di Catania: “Una battaglia sacrosanta per combattere il fenomeno del correntismo”. E tra le ipotesi annuncia che allo studio c’è quella che prevede “una fase di sorteggio non integrale”, quindi non un’estrazione a sorte “secca” perché sarebbe necessaria “una riforma della Costituzione nemmeno auspicabile”. Precisa anche che vuole essere una riforma non “contro qualcuno ma a favore di quei magistrati che lavorano seriamente per il buon funzionamento della giustizia”.

Non la pensa affatto così l’Anm: “Nessuna compagine democratica e rappresentativa può essere scelta affidandosi alla dea bendata, ha detto Minisci, neanche i rappresentanti di classe degli alunni, figuriamoci un organo a rilevanza costituzionale come il Csm”, i danni sarebbero “enormi. Il ministro, ieri, ha pure risposto ai magistrati che lo hanno accusato di invasione di campo dopo le critiche sul voto per Ermini: “Nessuna polemica da parte mia, solo franchezza” e ha ribadito che se la maggioranza dei togati ha scelto l’unico membro laico con tessera di partito “ha deciso di continuare a creare un legame con la politica o quanto meno di non cogliere l’occasione di avere un vicepresidente del Csm che fosse libero da dinamiche di partito, qualunque sia”.

Migranti, Mattarella firma. Salvini: “Ciapa lì”

Una firma e un monito. La prima Sergio Mattarella l’ha messa sul testo del decreto in materia di sicurezza e immigrazione (meglio noto come “decreto Salvini”). Il secondo è una postilla alla prima. Mattarella dà il via libera al provvedimento, ma non risparmia un messaggio critico al premier Giuseppe Conte (perché Matteo Salvini intenda). Nella lettera inviata a Palazzo Chigi, il presidente della Repubblica si raccomanda di non dimenticare gli obblighi imposti dalla Costituzione, e in particolare quanto previsto dall’articolo 10: “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.

Il messaggio del Quirinale si riferisce chiaramente a una delle norme più critiche del decreto Salvini: le posizioni dei richiedenti asilo sottoposti a procedimento penale (o condannati con sentenza non definitiva) saranno giudicate immediatamente dalle commissioni territoriali. Citando la Costituzione Mattarella invita il governo a tenere in debita considerazione il principio della presunzione d’innocenza. La norma in questione peraltro era già stata modificata rispetto alla primissima formulazione, quella contenuta in una bozza non ufficiale circolata sui giornali. La quale prevedeva l’espulsione immediata – e non il giudizio delle commissioni territoriali – per gli stranieri anche solo accusati di aver commesso una serie di reati. Questo passaggio è stato oggetto di una lunga trattativa tra il Viminale e altri soggetti: non solo il Colle ma pure il ministero della Giustizia del grillino Alfonso Bonafede. E la norma era cambiata già nel testo approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 24 settembre.

Il decreto firmato ieri da Mattarella non recepisce ulteriori cambiamenti di quella norma, ma due piccole modifiche di carattere tecnico. La prima: dal provvedimento sono stati stralciati gli articoli che riguardano la giustizia sportiva voluti dal Giancarlo Giorgetti. Diventeranno – più coerentemente – un decreto ad hoc. Un intervento richiesto non dal Quirinale ma dalla presidenza del Consiglio.

La seconda è una limatura dell’articolo 24, che riguarda la circolarità di informazioni per la proposta di misure di prevenzione antimafia.

Nessuno stravolgimento, insomma. Non a caso Matteo Salvini considera la firma di Mattarella e il via libera alla sua legge-bandiera una vittoria politica senza riserve. Il ministro dell’Interno ha avuto la notizia dell’approvazione – e della lettera allegata – mentre stava pranzando con alcuni collaboratori al Viminale. Le osservazioni del Colle non lo hanno sorpreso e non hanno diminuito la sua soddisfazione. Salvini era stato ricevuto da Mattarella la sera prima e il presidente gli aveva chiesto cautela sul tema dei migranti, facendogli capire che la firma sul decreto sarebbe stata accompagnata da qualche forma di raccomandazione. Gli obblighi sottolineati dal Capo dello Stato “non sono mai stati posti in discussione da parte del governo”, fanno sapere dallo staff del “Capitano”. Che in pubblico ha esultato a modo suo, con una diretta Facebook: “Finalmente dopo tante polemiche e tanti che dicevano ‘Mattarella non firmerà’, oggi il presidente ha firmato il decreto migranti e sicurezza: ciapa lì e porta a cà” (prendi e porta a casa, in milanese). Poi, le parole per il Quirinale: “L’ho spiegato al presidente Mattarella: noi rispettiamo la Costituzione, i trattati internazionali, le convenzioni ma non vogliamo passare per fessi”.