Marcia per la pace, 10 mila giovani per i diritti umani

Da oggi a Perugia oltre 10.000 giovani saranno riuniti in un Meeting dedicato ai diritti umani e alla responsabilità. Per tre giorni (fino al 7 ottobre) rifletteranno su quello che sta succedendo, dentro e fuori del nostro Paese. Insieme discuteranno delle grandi crisi e dei problemi che ci assillano: crisi economica, disoccupazione, disuguaglianze, guerre, cambiamenti climatici, migrazioni, violenze, razzismo, nazionalismi, corsa al riarmo. Ma, soprattutto, cercheranno di capire cosa possono fare per far rispettare i diritti umani e accrescere il nostro senso di responsabilità. Ventuno laboratori, incontri, dialoghi e manifestazioni, durante i quali i ragazzi incontreranno numerosi testimoni, esperti e giornalisti. Domani alle ore 16.00, a Perugia in piazza IV Novembre, ci saranno anche don Pierluigi Di Piazza, presidente del Centro Ernesto Balducci di Zugliano e Alex Zanotelli, Missionario comboniano.
Il 70° compleanno della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sarà celebrato con un flash mob che vedrà l’intervento di Don Luigi Ciotti. Domenica 7: la marcia.

De Sousa Santos: “Sinistre di tutta Europa, unitevi!”

Un’alleanza delle forze di sinistra e un patto che in Europa dovrebbe mettere insieme i Paesi del Sud, guidati dal Portogallo del socialista Antònio Costa, contro “i populismi e sovranismi che a partire dall’Est stanno sgretolando i legami tra gli Stati, usando come grimaldello la questione dei profughi”. Questa è l’unica possibilità di sopravvivenza che Boaventura de Sousa Santos, tra i maestri del pensiero che ispirò il World Social Forume punto di riferimento del movimento internazionale che 20 anni fa cominciò a proporre un modello alternativo di globalizzazione, immagina per l’Unione europea.

Lei sostiene che i Paesi del Sud Europa, Portogallo in testa, siano il punto di forza per il continente. Perché?

Da noi sta avvenendo un’innovazione politica molto importante: l’unione delle forze di sinistra. Alla fine del 2015, nel pieno dell’austerity, per la prima volta in Europa da molti anni, Partito socialista, Partito comunista e Bloco de Esquerda hanno deciso di allearsi, formare una coalizione in Parlamento e, con l’assenso del presidente della Repubblica, governare al posto del partito di centrodestra che alle elezioni aveva preso più voti dei socialisti. Finora ha funzionato. Il loro primo merito è una questione di metodo.

In che modo sono riusciti a superare le divisioni?

Hanno cominciato a pensare in modo differente, stringendo un accordo su pochi principi chiari: porre un freno alle privatizzazioni e mettere un argine al logoramento dei salari e delle pensioni basse. Il metodo ha dimostrato di poter funzionare, nonostante l’opposizione della Commissione europea.

Come hanno fatto a convincere Bruxelles?

Non sono andati allo scontro diretto. E hanno capito che le direttive della Troika lasciavano un certo margine di manovra che non era stato utilizzato fino a quel momento per compiere alcune operazioni sul budget. È facendo il contrario di ciò che prevede la ricetta neoliberista che abbiamo raggiunto dei risultati: aumentando il salario minimo e annullando i tagli a salari pubblici e pensioni. Così l’economia ha cominciato a crescere a ritmi maggiori rispetto a quelli dell’Unione europea, la disoccupazione è scesa ai livelli dei primi anni 90, nel Paese sono cominciati ad arrivare gli investimenti stranieri. Non è un miracolo, è una sorta di lavoro politico artigianale in cui ogni punto viene negoziato. Le trattative sono spesso difficoltose, ma anche questa è una novità: il ritorno della politica. Non si deve sempre guardare tutto attraverso la lente dell’economia e dei numeri.

Quali lenti usare allora?

Tutti i giorni i nostri giornali parlano solo delle reazioni dei mercati spesso con toni allarmanti, quando sappiamo che esistono solo 5 grandi investitori internazionali che sono considerati ‘i mercati’. Tutto ciò serve a distrarre la nostra attenzione da ciò che non è budget e dalle cose che io chiamo ‘politiche simboliche’. In primo luogo Antònio Costa non è un giovane, ma è il capo di governo dalla pelle più scura in Europa. Secondo, ha nominato una donna di colore ministro della Giustizia arrivata in Portogallo a 17 anni e ha nominato segretario di Stato un Rom e un non vedente. Costa ha mosso un passo simbolico, ma significativo, verso l’inclusione interculturale. E questo ci dà il senso di una riconciliazione della società. Io non credo molto a questi indicatori internazionali, ma alcuni di questi dicono che il Portogallo è una delle dieci democrazie più solide al mondo in questo momento. Se le attese dovessero essere deluse, l’esperimento finirebbe. Ma l’aspetto positivo è che qualcosa sta cambiando: al contrario di ciò che sta avvenendo in Europa e negli Usa, qui la destra neoliberista che è stata al governo tra il 2011 e il 2015 ora si è spostata verso il centro e sogna una coalizione con i socialisti.

Costa modello delle socialdemocrazie europee?

Negli ultimi mesi sono stato in Spagna e Grecia per cercare di capire se lì ci sono le condizioni per adottare politiche simili a quelle adottate in Portogallo. Se Atene, Lisbona e Madrid concorressero insieme alla nascita di una nuova idea di socialdemocrazia, che una volta era caratteristica dei Paesi del Nord e del Centro Europa, la sinistra potrebbe rialzare la testa e l’Unione europea salvarsi. Anche l’Italia potrebbe fare la sua parte.

L’Italia? È sicuro?

Ora avete al governo l’estrema destra di Salvini, uno che va in giro a far comizi con il rosario tra le mani. Anche se del Pd non restano che macerie, nei 5Stelle ci sono molte persone che sono convintamente di sinistra. E vedo che stanno avvenendo cose interessanti nella società civile. Un fenomeno non molto visibile al momento, ma la gente di sinistra non si arrende e credo possano maturare le condizioni per organizzare un social forum in Italia.

Gli ex renziani alla fine si spaccano (e si imbavagliano)

La “miniscissione” tra i renziani del Pd toscano. Dopo settimane di scontri, veleni e minacce di espulsione in vista del congresso regionale, si è concretizzata ieri la netta spaccatura tra i fedelissimi di Matteo Renzi e quei renziani critici con la gestione “verticistica e autoritaria” del partito toscano di Luca Lotti e i suoi. L’annuncio è arrivato ieri da parte di due consiglieri regionali – Monia Monni e Francesco Gazzetti – che si sono imbavagliati in un video postato su facebook e hanno anticipato la costituzione di un’associazione politica regionale con ramificazioni nei Comuni toscani e che si contrapporrà alla classe dirigente renziana. Di questa associazione faranno parte proprio quegli ex renziani che sono stati tagliati fuori dalle liste del partito in vista delle primarie aperte del 14 ottobre che vedono favorita la europarlamentare Simona Bonafè: sicuramente l’ex deputato Federico Gelli, Monni, Gazzetti e l’ex vicepresidente del Senato Rosa Maria Di Giorgi. Molti di loro, alle primarie aperte, voteranno per il candidato della minoranza dem Valerio Fabiani. “Nei nostri confronti è stato commesso un atto violento ma non taceremo”, conclude Monni.

Ora arriva il partito di Sant’Egidio

Secondo il promotore, Mario Giro, deve essere “il partito delle periferie”. Per adesso appare soprattutto il partito di Sant’Egidio, con qualcosa che ricorda una mini Margherita. Stiamo parlando di “Democrazia solidale”, che vede la luce domani all’Auditorium Seraphicum di Roma. Ma l’intenzione di far crescere l’iniziativa è forte.

C’è un megafono sopra la scritta “Pensa solidale” nella locandina. Inconsueta associazione di questi tempi, in cui in genere i megafoni vengono utilizzati per mandare altro genere di messaggi. “Vogliamo essere il partito delle periferie”, prova a dire Mario Giro, ex viceministro agli Esteri del governo Gentiloni, membro di Sant’Egidio dagli anni 70. L’idea è quella di mettere in rete tante esperienze sociali di base. Ripartire da un cattolicesimo “semplice”, vicino all’associazionismo. Qualcosa da contrapporre alla Chiesa modello sovranista dei Bannon e dei Burke. “Vogliamo andare al di là dei vecchi recinti dei centristi, dei sinistri, della Dc. Non vogliamo grossi nomi, ma persone normali”, ci tiene a dire Giro. E indica come fondatori della formazione solo lui stesso e Paolo Ciani, consigliere del Lazio, membro della Comunità di Sant’Egidio dal 1984.

A parlare, domani, saranno Andrea Riccardi, ex ministro e soprattutto fondatore di Sant’Egidio. E l’ex premier Paolo Gentiloni, un tempo uno dei “Rutelli boys”, “saldamente” proveniente dalla Margherita. E in questo momento, in cerca di collocazione: lui il Pd non lo lascerà mai, ma sta cercando da tempo di ritagliarsi il ruolo di federatore di un grande centrosinistra. Che per ora non c’è. Così, è stato lui a proporsi ai promotori dell’iniziativa, a offrire una mano.

“Vogliamo fare una grande alleanza contro la povertà, provare a rispondere ai veri bisogni della persona”, spiega Giro. E ancora: “Vogliamo vedere se è vero che la società civile ha la forza di collegarsi a livello nazionale”. Per questo, spiega: “Ci diamo un anno. Non ci presentiamo alle Europee, partiamo dal basso, iniziamo dalle amministrative”.

In realtà, Democrazia solidale è ben più ambiziosa di quanto potrebbe sembrare. E nasce con la voglia di espandersi in tutte le direzioni: per esempio non è contraria a una misura di solidarietà, ma preoccupata per come sarà gestita. Giro arriva da Scelta civica e molti voti della formazione di Monti sono confluiti sul Movimento 5 Stelle. Mondi che non sono poi così lontani. A questo progetto Giro e Ciani lavorano almeno da luglio. All’inizio, ci sarebbe dovuto essere in questo percorso anche Carlo Calenda. Lui e Riccardi si erano pure incontrati. Poi, tutto si è congelato. Altri personaggi che dovevano orbitare nel suo alveo anche Emma Bonino e il sindacalista, Marco Bentivogli. Per adesso, anche loro sono in stand by. Si vedrà.

Intanto, domani all’iniziativa invierà un saluto anche Nicola Zingaretti.

La situazione è fluida, sotto il congelamento del Pd con il duo Renzi-Martina che blocca il dibattito, nel centrosinistra c’è un riposizionamento continuo e un mescolamento totale. In sala, sono attesi imprenditori e qualche altra faccia nota.

“Essenziale” e “riformatrice”. Boschi versione salmonella

Premetto che prima di scrivere questo articolo mi sono struccata e spettinata perché ho deciso che voglio diventare “semplicemente essenziale” come Maria Elena Boschi, fotografata da Oliviero Toscani nel servizio (per Maxim) più commentato degli ultimi giorni. Servizio che ha, appunto, come slogan quel “semplicemente essenziale” che calza a pennello con quella figura semplice, defilata, modesta che è la figlia dell’ex vicepresidente di Banca Etruria nonché ex ministra per le Riforme costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento nonché ex sottosegretario unico alla Presidenza del Consiglio. Insomma, anche lo slogan “una di noi” sarebbe stata un’alternativa validissima. Il lancio del servizio a suon di “Maria Elena come non l’avete mai vista” e “la Boschi fotografata anche in camera da letto” prometteva scatti così audaci da far tornare barzotto tutto l’ospizio Bel Tramonto, poi ho visto le foto di Toscani, la copertina, il backstage e ho rivalutato come “macchina da sesso” Matteo Salvini a petto nudo con cravatta verde sulla mitologica copertina di Oggi. Dunque. Intanto l’operazione di Toscani presenta una linea di continuità: da giugno, tra migranti ed esponenti del Pd, fotografa solo persone su barche che stanno affondando. “Non metteremo limiti alla creatività di Toscani”, aveva dichiarato il direttore di Maxim. Ed ecco che vado a illustrarvi la commovente creatività del servizio fotografico. La Boschi, nella copertina creativa, posa su uno sfondo grigio tonalità polveri sottili con una magliettina a righe da pittore francese e l’aria torbida di quella che ha appena letto le ultime percentuali di gradimento del Pd. La location creativa è la casa del padre ad Arezzo, dunque con ogni probabilità una casa acquistata con un mutuo a 250 anni e un anticipo di 15 euro. Indossa un’ampia e creativa camicia bianca semi-trasparente e cammina sul prato inglese dando all’insieme un allegro effetto “giardino delle vergini suicide”. Il meglio però è quello che accade nella sua camera da letto. Intanto abbiamo capito perché Meb sia sola da anni: lettino singolo in ferro battuto, lenzuola stile flanella infeltrita, camicetta di lino da ricovero ospedaliero, mobilio da camera di nonna morta, Maria Elena, fotografata nel suo letto ad Arezzo, più che un sex symbol pare una malata di salmonella. Eppure, la psicologa Rosaria Spina, commentando il servizio, ha dichiarato con il piglio sicuro di quella che sa perché ha una microspia nello scopettone del vostro bagno, che “un terzo dei lettori si procurerà piacere con quelle foto”. Non specifica se masturbandosi con Maxim o dando fuoco a Maxim con la carbonella del barbecue, ma va bene lo stesso.

Il video del backstage poi, è un capolavoro. Maria Elena mette le mani avanti. Nel comprensibile, concreto dubbio che qualcuno possa confonderla con Gigi Hadid, chiarisce “Non sono una modella”. Poi, preoccupata del fatto che qualcuno possa pensare che trascuri la sua intensa attività politica, aggiunge che il giorno prima era in Commissione a lavorare. Infine, tesa all’idea che qualcuno possa davvero non confonderla con Gigi Hadid, afferma: “Ho fatto le due e mezza di notte e stamattina mi è toccata un’alzataccia, l’ideale per farsi fotografare in primo piano, acqua e sapone…”. Quanta semplicità. Quanta naturalezza. Ci mancava solo che aggiungesse: “Ho scelto di farmi fotografare senza paracadute”.

La frase più strepitosa però è “Spero che non rimaniate delusi”. Cioè, questa donna ha contribuito alla tumulazione del Pd, non si è dimessa durante il ciclone sulla Banca Etruria, aveva promesso di ritirarsi se avesse vinto il no ed è ricicciata fuori come il germoglio della lenticchia dal cotone negli esperimenti di prima media, e ha paura di deludere qualcuno se viene male in foto? Mi pare di sentirli gli elettori del Pd. “Come mai non rinnovi la tessera del partito? Per il loro disinteresse riguardo la diseguaglianza sociale? Per aver sottovalutato la deriva nazionalista? Per essersi rintanati nei palazzi del potere? Per la mancanza di una politica industriale efficace?”. “No, in quella copertina di Maxim la Boschi me l’aspettavo più figa”. Quando si dice non perdere il contatto col paese reale.

Il sindaco de L’Aquila rinuncia: non correrà come governatore

Non sarà Pierluigi Biondi il candidato governatore del centrodestra per le Regionali dell’Abruzzo in programma il prossimo febbraio. Dopo settimane di scontro all’interno della coalizione, con Forza Italia e Lega che si erano dette contrarie all’investitura di Biondi da parte di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni ha preferito fare un passo indietro. Biondi continuerà dunque a essere il sindaco dell’Aquila, Comune che avrebbe dovuto lasciare – e portare a nuove elezioni – in caso di corsa all’Emiciclo. Da lì nasceva l’ira degli alleati di Meloni, impauriti dalla prospettiva di perdere il capoluogo in caso di nuove elezioni e dopo soli 15 mesi di amministrazione. Ieri lo stesso Biondi ha ufficializzato su Facebook il ritiro della sua candidatura: “La poltrona più bella ce l’ ho già. L’avrei fatto per l’amore per la mia terra, non lo farà per lo stesso, unico, motivo”. Adesso FdI, a cui spetta l’indicazione di una rosa di tre o quattro nomi tra cui scegliere il candidato assieme agli alleati, potrebbe virare sul senatore Marco Marsilio o sul capo della comunicazione del partito Michele Russo, mentre dalle sezioni locali abruzzesi sperano ancora di avere chance Giandonato Morra e Guerino Testa.

Richetti si candida al congresso Pd: “Solo con primarie aperte”

Con un’intervista al Corriere della Sera, Matteo Richetti ha annunciato la sua candidatura al congresso Pd. Cosa che rende a questo punto certo lo svolgimento delle Assise, prima delle Europee la scelta del nuovo segretario. E in tal senso Nicola Zingaretti non può che apprezzare la discesa in campo dello sfidante.

Richetti aveva lanciato la propria candidatura sin da giugno in un’incontro a Roma, cui erano seguiti altri meeting a livello locale in diverse Regioni. “In molti, dopo l’annuncio della mia candidatura – ha raccontato ieri sera a Otto e mezzo – mi hanno chiesto se fossi matto. La vera follia è starsene con le mani in mano mentre questo Paese è governato da Salvini e Di Maio. E io dovrei stare fermo ad aspettare le tattiche, le cene?”. Richetti non è il candidato renziano. Anche se l’ex premier non ne ha ancora uno: “Deciderà Renzi se appoggiarmi o no. Abbiamo lavorato insieme, ma da dirigente del Pd non ho mai evitato di criticare le mancanze del mio partito”. E il neo candidato mette però in chiaro una clausola: “Se ci sono le Primarie chiuse agli iscritti, non partecipo nemmeno”.

Dopo 40 giorni a Bagnoli ancora aspettano

“Credo che siamo agli sgoccioli”. Sono passati circa 40 giorni da quando il suo nome è comparso all’orizzonte, messo nero su bianco in una lettera del ministro M5s per il Mezzogiorno Barbara Lezzi. “Non mi sono stancato di aspettare, sono sempre disponibile”.

Francesco Floro Flores sorride, sono parole pronunciate senza tono polemico. Il decreto è alla firma, e salvo catastrofi l’imprenditore napoletano che piace al presidente della Camera Roberto Fico e non dispiace al sindaco Luigi de Magistris sarà il commissario straordinario per la bonifica di Bagnoli, l’ex area industriale che si affaccia sul mare della zona ovest della città. I tempi della politica sono lenti rispetto a quelli di un uomo del fare come Floro Flores, imprenditore dai mille interessi: lo zoo, l’Arena Flegrea, un gruppo che conta 500 dipendenti e una nomina agostana di consigliere d’amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. E così in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno pubblicata sabato 8 settembre, Floro Flores pronosticava “fumata bianca o nera” sulla sua nomina entro il martedì successivo. Ed invece siamo ancora qui, a fare congetture sul perché si siano perse tutte queste settimane, mentre è ferma la gara per la progettazione, non si procede ai bandi nonostante le avvenute valutazioni di analisi dei suoli, si deve portare a termine l’iter di esproprio di alcuni suoli. Partite dove ballano decine di milioni di euro di finanziamenti pubblici. Una cabina di regia su Bagnoli doveva essere convocata entro settembre, ma che senso avrebbe avuto svolgerla con il facente funzioni Salvo Nastasi, prorogato fino al 18 ottobre per l’ordinaria amministrazione, ma dimissionario perché ha compreso di non essere gradito al nuovo corso?

Due le spiegazioni del ritardo su Floro Flores. La prima riguarda una presunta incompatibilità con il ruolo in Cdp, che controlla Fintecna, tra i proprietari dei suoli di Bagnoli. La seconda è quella che vede collegate tutte le nomine commissariali: Genova, terremoto, Bagnoli. Un gioco di tasselli da incastrare insieme, senza scontentare nessuna delle anime del governo gialloverde. L’investitura di Floro Flores si colloca senza indugio tra quelle in quota M5s, frutto di un’intesa Fico-Di Maio-Lezzi. Un nome che, paradossalmente, rischia di piacere di più a de Magistris – che ne accolse con spirito costruttivo la designazione – che non alle rappresentanze locali dei Cinque Stelle.

Secondo il capogruppo M5s al Comune di Napoli Matteo Brambilla, “il commissario di Bagnoli non dovrebbe essere un imprenditore e poi lo strumento del commissariamento andrebbe superato del tutto”. Ad attivisti e movimenti grillini della prima ora piaceva il nome del senatore Franco Ortolani, geologo che fu in prima linea contro le discariche e che vanta buone amicizie anche nel mondo intellettuale napoletano. Hanno prevalso altre logiche e Ortolani peraltro si è speso poco su questa vicenda.

Per la ricostruzione post-sisma i 5Stelle scelgono il prof marchigiano Farabollini

Un “tecnico” marchigiano nel ruolo di Commissario Straordinario per la ricostruzione post-sisma in Italia centrale. Messa da parte la candidatura del tolentinate Gianfranco Ruffini, ingegnere molto vicino alla Curia, il governo ha puntato diretto sul geologo Piero Farabollini, docente dell’Università di Camerino.

Originario di Treia, splendida “chicca” della provincia maceratese, 58 anni, Farabollini è stato indicato con forza dal Movimento 5 Stelle, avendo la meglio sulle scelte alternative della Lega. Il responsabile marchigiano del Carroccio, Paolo Arrigoni, aveva sponsorizzato il nome di Ruffini, nonostante i tanti incarichi in ambito religioso e i suoi presunti rapporti politici con il Partito democratico. Una decisione non particolarmente apprezzata in seno al suo partito. Da qui la convergenza su Farabollini. Il professore e geologo succede a Paola De Micheli, in carica dal settembre 2017 dopo la guida di Vasco Errani, entrambi Dem, rimasta in proroga forzata per oltre un mese in attesa della scelta del governo.

Le due anime del governo si sono confrontate a lungo per arrivare al profilo ideale, un valzer di nomine incrociate con altri incarichi da assegnare, a partire dal ruolo di Commissario a Genova per il ponte Morandi. Secondo i bene informati, Farabollini e le Marche avrebbero battuto in dirittura d’arrivo l’ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, e il Lazio. Il diretto interessato si mantiene cauto, eppure dalla sua voce traspare l’ansia da riconoscimento: “Guardi – risponde ai complimenti per la nomina l’accademico dell’Unicam – non posso smentire le voci che circolano, ma non so ancora nulla. Qualche comunicazione da Roma è arrivata, ma ancora niente di ufficiale. Aspetto gli eventi, non mi faccia dire altro. Sia chiaro, tutti conoscono il mio lavoro passato, e il tempo che ho dedicato al sisma, una parte consistente della mia carriera. Ruffini? Lo conosco molto bene”. Il curriculum di Piero Farabollini è senza macchia, vanta centinaia di pubblicazioni e la partecipazione a diversi comitati scientifici.

Per il terremoto del 2016 è stato referente del Cnr per la ricostruzione, occupandosi dello ‘Studio geologico e morfostrutturale delle faglie attive e capaci ricadenti nei comuni delle Marche’. Un professionista che conosce la materia a menadito. Non va dimenticato, infine, il ruolo strategico di Camerino, la città e il suo ateneo, duramente colpiti dalle scosse del 26 e del 30 ottobre 2016.

“Non si finirà prima del 2020: l’ho detto a Conte ed è sparito”

“Io avevo già cominciato a lavorare. E credo che il ponte non sarà pronto nei tempi promessi”. Potrebbe volerci ben più di un anno. Forse 18-20 mesi. Claudio Andrea Gemme non vuole polemiche, ma la sua voce pacata tradisce sorpresa. E amarezza. Ieri mattina, quando pensava di aver la nomina già in tasca, è arrivata la notizia: il commissario per il ponte era Marco Bucci, sindaco di Genova. Ma chi l’ha avvertita? “Nessuno, l’ho saputo dalla tv”. Non molto elegante, dopo che Gemme – presidente di Fincantieri SI con un curriculum lungo così – ci aveva messo nome e faccia. E pensare che la mattina prima Luigi Di Maio era stato categorico: “Abbiamo un solo nome, Gemme”.

La nomina arriva dopo 50 giorni di balletto. Prima il nome di Giovanni Toti. Poi il niet del M5S cui non è andata giù la presenza del governatore accanto all’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, alla presentazione del progetto di Renzo Piano. Comincia la lotta. Finalmente dieci giorni fa ecco che Matteo Salvini fa l’identikit del commissario, è proprio Gemme. Poi un tiramolla estenuante: Gemme vacilla per presunte incompatibilità, emerge il nome di Roberto Cingolani che guida l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Poi compare Bucci. Infine torna in sella Gemme, ma dopo poche ore viene spodestato da Bucci.

Davvero una questione di incompatibilità? A sentire le parole di Gemme, ma soprattutto le indiscrezioni di palazzo, pare ci sia altro. Potrebbe aver giocato il suo rifiuto di fare previsioni troppo ottimistiche sulla realizzazione del ponte? “Probabile. Avevo fatto un planning delle scadenze. Dalla start-up che richiede tempo per essere fatto bene. Era tutto scritto. Nei giorni scorsi ho sentito tutti, anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte”, racconta Gemme.

Qualcuno ha tirato fuori una questione di incompatibilità. Perché i suoi genitori hanno una casa sotto il ponte? “Sì, e io ho tenuto a specificare che la casa non è dei miei genitori, ma è di mia proprietà. Mio padre che ha più di novant’anni ha solo l’usufrutto”. Uno scoglio insuperabile? “Ne ho parlato coi miei familiari e abbiamo deciso, anche se sarebbe stato un sacrificio economico, di vendere subito la casa. Perché tenevo molto a dare un contributo a Genova, la mia città, in un momento di difficoltà”. Poi c’era la questione Fincantieri, lei è presidente della società che potrebbe ricostruire il ponte? “Vero, questo potrei capirlo. Ma la decisione di affidare i lavori a Fincantieri è arrivata prima della mia candidatura. E soprattutto ho messo subito la mia lettera di dimissioni sul tavolo”. Non è che adesso rischia di perdere anche la carica in Fincantieri? “Spero di no, sarei cornuto e mazziato”.

Torniamo alle previsioni sulla ricostruzione: “Non si possono tentare i numeri come al Lotto. C’è un progetto architettonico, ma deve esserci anche quello ingegneristico. Non è solo questione di bellezza”. Che tempi prevedeva? “Credo che i lavori di ricostruzione non possano partire prima di gennaio o febbraio, magari in parallelo con la demolizione. Per non illudere nessuno credo che i tempi richiesti per completare l’opera siano sicuramente superiori a un anno dall’inizio dei lavori”. Insomma, Genova rischia di restare senza ponte fin quasi all’estate 2020. Due anni dal crollo. Così qualcuno ha cominciato a tremare viste le promesse circolate dopo la tragedia: “Ponte pronto in cinque mesi”, disse Autostrade.

Da oggi, però, Gemme storcerà il naso quando qualcuno gli proporrà un incarico pubblico. È già la terza volta che entra in conclave papa, ma esce cardinale. Si era parlato di lui come presidente dell’Unioni Industriali Genova (“Feci un passo indietro io”). Poi come sindaco, indicato da Toti e dal centrodestra (“A quello ci ho pensato seriamente, mi avrebbe appassionato molto”). Ma anche quella volta prevalse Bucci. Oggi il commissario per il ponte: “Non c’è il due senza il tre”, sorride disincantato. “E dire che sui giornali era uscita la notizia: firmato il decreto Gemme. Ma io non sono un politico, affronto i progetti e cerco soluzioni. Qui hanno giocato altri fattori”. Della scelta Bucci cosa ne pensa? “Bisognerà vedere se un sindaco, secondo la legge, può fare il commissario. Se una sola figura possa riunire entrambi i poteri. Marco, però, è una persona di cuore. Auguro a lui e a Genova che faccia bene”.