Genova, Bucci commissario: “Ora modifiche al decreto”

Alla fine la scelta è quella, per paradosso, più ovvia e insieme meno scontata: sarà il sindaco di Genova, Marco Bucci, il commissario alla ricostruzione del ponte Morandi e opere connesse. Il premier Giuseppe Conte ha firmato il decreto di nomina ieri pomeriggio: felice l’interessato e felice, ma con qualche preoccupazione, il governatore ligure Giovanni Toti visto che finora Bucci è stata una sua fedele creatura, ma ora diventa una sorta di zar della città che sommerà ai poteri di primo cittadino quelli, enormi, di commissario governativo quasi legibus soluto, potendo derogare a ogni norma escluse quelle penali.

Ora i problemi di Bucci, oltre a quelli scontati dell’impegno che si è caricato sulle spalle, riguardano il rapporto col governo o, più precisamente, con la parte grillina del governo con cui dovrà di preferenza interloquire (Danilo Toninelli e Luigi Di Maio). Prima di accettare, infatti, per due giorni il sindaco di Genova ha contrattato coi 5Stelle e il premier Conte le modifiche al decreto per Genova che ritiene necessarie: “Così non potrei lavorare”, aveva detto qualche giorno fa; “Non abbiamo mai fatto guerra col governo, erano discussioni e le discussioni sono positive sempre: ci siamo messi d’accordo sulle cose da fare, lavoriamo su alcune variazioni al decreto”.

E qui la faccenda si fa più scivolosa. Bucci, infatti, aveva posto come condizione per accettare l’incarico anche la possibilità di coinvolgere Autostrade per l’Italia nella ricostruzione del Morandi, ipotesi negata alla radice dal decreto per Genova, che vieta qualunque forma di intervento alle società in qualunque modo riconducibili alle concessionarie autostradali. Dice il neo commissario: “Il governo ha scritto chiaro sul decreto che Autostrade è fuori. Io devo rispettare quel che dice il decreto. Questo vuol dire che chi non ha avuto a che fare con il ponte deve avere la possibilità di giocare la sua partita”.

E qui c’è già un primo distinguo: il decreto, come detto, vieta a tutte le concessionarie autostradali di partecipare ai lavori. Anche, per dire, alla Itinera dei Gavio, che controllano circa il 20% delle corsie italiane e sono, per inciso, tra i finanziatori svelati dall’Espresso della Fondazione Change di Giovanni Toti e, attraverso lei, anche di Bucci.

D’altra parte, il sindaco-commissario non è stato così ultimativo neanche sulla società dei Benetton: “Non abbiamo parlato ancora del ruolo di Autostrade: ne parleremo in modo sereno. Io non precludo niente”. Con serenità, Bucci dovrà pure convincere la concessionaria controllata dal gruppo Atlantia – con cui presentò in pompa magna il progetto di ponte di Renzi Piano (“mi piace molto”) – a riaprire il portafogli, visto che ha congelato la seconda tranche di aiuti agli sfollati dopo aver saputo di essere stata estromessa dalla ricostruzione del Morandi.

Sarà curioso leggere su questo punto gli emendamenti al decreto durante l’iter parlamentare. I temi li ha già messi sul piatto Bucci: “Parleremo delle aziende che vengono escluse, parleremo del modo di finanziamento, dei rimborsi agli sfollati che ovviamente bisogna decidere chi li fa”. L’opposizione non sarà certo un ostacolo: far ricostruire il ponte ad Autostrade, per dire, è la richiesta ufficiale avanzata ieri dal Pd ligure in una nota. Meno patemi dovrebbero esserci, invece, sui fondi aggiuntivi chiesti da Comune e Regione: “Ci saranno certamente più risorse, il viceministro Rixi (leghista ligure, ndr) sta lavorando molto su questo”.

Non si è fatto ovviamente mancare le promesse, Bucci, prima tra tutte quella sulla celerità della ricostruzione: “Sarà fatto un lavoro di qualità e con il minor tempo possibile, questo è un impegno che prendo verso i genovesi”. Basta un anno e mezzo per rifare il ponte Morandi? Gli chiedono allora i giornalisti: “Si può fare anche in meno – s’allarga il commissario – Le cose si possono fare in 12, 15 o 16 mesi: con questi tempi si può fare un buon lavoro”. L’uomo che doveva occupare la sua poltrona, il manager Claudio Andrea Gemme, in un colloquio col premier Giuseppe Conte aveva ipotizzato un iter di non meno di 18-20 mesi, probabilmente di più (vedi nella pagina accanto): se Bucci rispetterà gli impegni presi, sarà lo zar di Genova, altrimenti la sua carriera politica è finita.

Buffagni (5 Stelle): “Da asta 5G soldi per i truffati da banche”

Parte dei ricavi dell’asta per il 5G andrà a finanziare il fondo per i risparmiatori truffati dalle banche da inserire nella prossima manovra. Lo ha detto ieri il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni (M5S), a margine di un convegno dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile a Roma, spiegando che le risorse non andrebbero invece a finanziare il reddito di cittadinanza, su cui, ha confermato Buffagni, sono stati allocati 9 miliardi più uno per il potenziamento dei centri per l’impiego. Il fondo ai truffati per le banche, che è una misura una tantum (ossia non ripetibile) per cui il governo ha annunciato un miliardo e mezzo, potrà essere alimentato anche con i proventi dall’asta per il 5G, da cui si sono ricavati 6,5 miliardi, ovvero quattro in più di quanto preventivato. Tanti soldi, che verranno ripartiti su più voci, a quanto spiegano dal governo. Ma Buffagni durante il convegno ha parlato anche di reddito di cittadinanza, spiegando: “Sono molto preoccupato sul controllo, ma non se ne sta discutendo perché è un tema delicato. Dobbiamo capire come fare perché quelle risorse non vadano ad alimentare import”.

Un uomo di Giorgetti a Rai Pubblicità

È tempo di nomine Rai e a Viale Mazzini. I riflettori sono tutti puntati su direzioni di rete e tg, perché l’informazione resta il boccone più ambito. Ma ci sono altre posizioni che, come in ogni azienda televisiva, sono di grande potere. Dove girano i soldi. Una di questa è Rai pubblicità dove, dopo l’addio di Fabrizio Piscopo, dal gennaio scorso la carica di presidente è detenuta ad interim da Antonio Marano. Le cui speranze di continuare a restare su quella poltrona probabilmente andranno deluse.

Proprio la Lega infatti (partito cui Marano è da sempre vicino, anche se a quella prima maniera e non a quella salviniana) per quell’incarico ha in mente un altro nome, quello di Matteo Tarolli, giovane manager assai spinto da Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza ed eminenza grigia di Matteo Salvini. Classe 1980, manager nella società di comunicazione Zenith Optimedia (dove si occupa di marketing e pubblicità), Matteo è figlio di Ivo Tarolli, ex senatore di lungo corso dell’Udc che, ai tempi dello scandalo della scalata ad Antonveneta (2005), fu uno dei più strenui difensori dell’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Un’amicizia molto stretta, quella tra Tarolli e Fazio, che si sono frequentati a lungo, a Roma, a casa dell’ex governatore, e a Villazzano, vicino a Trento, nella villa di famiglia dei Tarolli. Tanto che Carlo Tarolli, secondogenito di Ivo e fratello di Matteo, nel settembre nel 2013 è convolato a nozze con Eugenia Fazio, figlia dell’ex governatore. Ma l’ex senatore Tarolli nel corso degli anni ha tessuto anche altri rapporti importanti. Con Luigi Bisignani, per esempio, e con il mondo cattolico vicino all’Opus dei.

Ora Matteo, il suo primogenito, che tra il 2008 e il 2010 gravitava nei giovani dell’Udc, si ritrova in pole position per la poltrona di Rai Pubblicità. A contendergli il posto, ma con meno chance, c’è Alessandro Ronco, manager della Ferrero. Più possibilità potrebbe avere Alessandro Mombelloni, ceo di Nami Agency (società di consulenza), gradito al M5S. Anche in questo caso, dunque, si prevede un braccio di ferro Lega-5Stelle per una poltrona di peso che comporta la gestione di una società da circa 700 milioni di euro l’anno di ricavi.

Secondo i rumors che circolano in Parlamento, oltretutto, Rai Pubblicità rientrerebbe nel patto tra Salvini e Berlusconi che ha sbloccato l’impasse sul nome di Marcello Foa alla presidenza. Con l’ex Cav. che avrebbe preteso un nome “gradito” o comunque “non pericoloso” per Mediaset. Quanto sia strategica Rai Pubblicità, del resto, lo sapeva bene anche Matteo Renzi, che su quella poltrona per il dopo-Piscopo, aveva pensato di piazzare un suo uomo, Mauro Gaia, conosciuto dall’ex premier e dal padre Tiziano ai tempi in cui era manager di Seat-Pagine Gialle. Poi il piano non andò in porto

Una targa per “l’Ora”, storico giornale antimafia

Ci provò intanto la banda di Salvatore Giuliano, con un attentato dinamitardo nel 1947. Quindi, all’alba del 19 ottobre del 1958, la tipografia del quotidiano di sinistra L’Ora di Palermo venne devastata dall’esplosione di una carica di cinque chili di tritolo. Ma il giornale, quella medesima mattina, venne comunque composto, stampato e diffuso. Il titolo della prima pagina recitava: “La mafia ci minaccia/ L’inchiesta continua”. Erano gli anni ruggenti della testata palermitana, fondata nel 1900 e chiusa per sempre nel 1992. Fu diretta da Vittorio Nisticò per un ventennio, quello della bomba di Cosa Nostra, delle inchieste sui boss e sulla politica collusa, e del sequestro-omicidio nel 1970 di Mauro De Mauro.

Adesso a Nisticò (1919-2009) e a L’Ora, grazie all’iniziativa di un gruppo di ex giornalisti del quotidiano e alla disponibilità del sindaco Leoluca Orlando, verrà nei prossimi mesi dedicata una targa. Sarà apposta sulla facciata dell’edificio di piazzetta Napoli che ospitò a lungo la redazione. A L’Ora, poi, verrà intitolato un tratto della via di Palermo che porta alla vecchia sede del giornale. Il testo della targa, ancora provvisorio, rammenterà, tra l’altro, che “per lunghi e difficili anni Vittorio Nisticò giornalista, direttore del giornale L’Ora, insieme a una redazione di cronisti coraggiosi – tre dei quali, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato e Cosimo Cristina, assassinati nell’esercizio della loro professione –, condusse la sua battaglia quotidiana per un’informazione libera da ogni condizionamento e contro la mafia”.

Il quotidiano palermitano del pomeriggio, come si legge nella lettera inviata dagli ex redattori al sindaco Orlando, “fu soprattutto il giornale che combatté e chiamò per nome la nafia, i suoi capi, i suoi spudorati legami con il potere politico locale e nazionale”.

Casellati invita Silvio a cena: nomina Antitrust nel piatto

Maria Elisabetta Alberti Casellati non dimentica gli affetti e i legami politici. Con un po’ di ritardo, mercoledì a palazzo Giustiniani, il presidente del Senato ha invitato Silvio Berlusconi per festeggiare il suo 82esimo compleanno. Il tavolo era allargato agli amici di sempre, d’affari e di partito: Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset; il sensale Gianni Letta; l’avvocato Niccolò Ghedini e Ludovica Casellati, figlia di Maria Elisabetta, ex dipendente di Publitalia e capo della segreteria della mamma quand’era sottosegretario alla Salute. Casellati è la più alta in grado di Forza Italia, seconda carica dello Stato, ma è anche l’istituzione che dovrà scegliere – assieme a Roberto Fico, presidente della Camera – il capo dell’Antitrust, nomina di rilievo che dura sette anni e che interessa parecchio a Mediaset per vicende vecchie e nuove e dunque, si presume, sia stato ottimo argomento di conversazione per la serata.

Con un paio di mesi di anticipo, dal primo ottobre, Giovanni Pitruzzella ha lasciato l’Antitrust per la Corte di giustizia europea. Restano solo i due commissari semplici: il magistrato Gabriella Muscolo (scade nel 2021) e il giurista Michele Ainis (2023). Proprio ieri i presidenti di Camera e Senato hanno convocato un incontro con la stampa per ricordare che i candidati all’Antitrust possono inviare il curriculum entro il 14 di ottobre. Quello che accadrà dopo, invece, è assolutamente discrezionale. Va costruito un patto tra Fico, che rappresenta una minoranza non più silenziosa dei Cinque Stelle, e la stessa Casellati, che viene considerata berlusconiana di stretto rito e non certo un’esponente dell’impalpabile Forza Italia.

Berlusconi è tornato a tempo pieno a occuparsi di aziende e patrimoni da tutelare; a Mediaset e Fininvest conviene che ci sia un amico – o almeno non un presidente ostile – a guidare l’Autorità che vigila sul mercato. Per vari motivi, cioè vari dossier.

1. L’Antitrust ha sonnecchiato e ancora serenamente sonnecchia sull’accordo commerciale – ma in sostanza industriale – tra Mediaset e il gruppo Sky che comprime l’offerta della televisione a pagamento

2. La famiglia Berlusconi continua il progetto di espansione radiofonica.

3. Va sempre protetta l’attuale distribuzione delle quote pubblicitarie per non danneggiare Mediaset.

4. Nei prossimi mesi il Biscione deve risolvere il rapporto controverso con il nemico francese Vivendi, che conserva il 29 per cento del capitale (di cui 19 congelato) di Mediaset e in Telecom lotta col fondo Elliott col 23,9.

5. Va completato il piano per l’operatore unico delle reti tv, appena cominciato con l’operazione di acquisto congiunta e totalitaria di “2i Tower”, il veicolo societario di F2I al 60 per cento e Mediaset al 40, per il controllo di Ei Towers, già partecipata al 40 per cento da Elettronica Industriale del Biscione. Un prologo che già vale 200 milioni di monetizzazione per Mediaset – con il supporto del fondo strategico F2I (il 14 per cento è di Cassa depositi e prestiti) – e potrebbe condurre a ulteriori fusioni, anche con Rai Way. Oggi non è semplice pronosticare un nome per l’Antitrust, Casellati è costretta a individuare un profilo autorevole e cristallino per ottenere il consenso di Fico.

Fonti molto qualificate spiegano che Casellati vorrebbe convincere Fico a sostenere Marina Anna Tavassi, presidente della Corte d’appello di Milano. A un giudice il presidente della Camera potrebbe dire di sì.

Diplomi falsi, 110 indagati: anche un ex deputato regionale

Niente lezioni, né interrogazioni né, tantomeno, esami: e al termine del percorso scolastico virtuale il diploma veniva consegnato agli studenti, per ora non indagati, come i loro genitori. Sono 110 i dirigenti scolastici, gli insegnanti e il personale di segreteria indagati dalla procura di Agrigento nell’operazione “Diplomat” che coinvolge quattro istituti privati e un deputato regionale, Gaetano Cani, ex Udc, che custodiva in casa 300 mila euro in contanti nascosti in una scatola di scarpe. Il diplomificio era gestito ‘”come una vera e propria associazione per delinquere dove ognuno aveva un ruolo ben preciso – dice il colonnello della Gdf Giorgio Salerno che insieme al maggiore Luigi De Gregorio ha condotto le indagini –. C’era una struttura che permetteva di costruire un percorso scolastico falso: dagli esami mai sostenuti fino ad inquinare anche la prova di maturità fornendo anticipatamente il tema svolto ai candidati. Tutto avveniva con grande sfrontatezza”. E genitori e alunni? ‘’Sono stati interrogati come persone informate sui fatti ma è chiaro che sapevano di avere beneficiato di lezioni false, di esami truccati e altro. Quindi la loro posizione è al vaglio”.

Finanziamento illecito. Il tesoriere dem

In un filone dell’inchiesta romana su Luca Parnasi sono indagati per finanziamento illecito in concorso con il costruttore, il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, e quello della Lega, Giulio Centemero. Nel caso di Bonifazi, i pm indagano sui 150 mila euro versati a cavallo delle scorse elezioni politiche da una società riconducibile a Parnasi, la Immobiliare Pentapigna Srl, alla Fondazione Eyu, di cui Bonifazi è presidente. Il versamento riguardava una ricerca commissionata alla Fondazione dal titolo “Case: rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”. È costata a Parnasi 150 mila euro, pagati tramite due bonifici, uno da 100 mila euro del primo marzo e un altro per altri 50 mila del 5 marzo.
Lo stesso reato viene contestato a Centemero. In questo caso, agli atti ci sono 250 mila euro arrivati nel 2015 alla onlus di area leghista “Più Voci” (presieduta da Centemero). Per entrambe le vicende, la Procura di Roma sta facendo approfondimenti: l’obiettivo è capire se i soldi dati alle Fondazioni in realtà siano finiti nelle casse dei partiti.

Parnasi, un altro contratto con la fondazione del Pd

Devono essere davvero bravi e veloci, anche se un poco costosi, i pensatori della Fondazione Eyu presieduta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi.

Per uno studio sul “rapporto degli italiani con il concetto di proprietà” concordato al telefono con gli uomini di Luca Parnasi il 21 febbraio del 2018, le teste d’uovo della Fondazione renziana hanno ottenuto 150 mila euro dal costruttore.

Ora si scopre che la consegna era prevista appena due settimane dopo le conversazioni del 21 febbraio in cui si concordavano i pagamenti. Il contratto tra Immobiliare Pentapigna Srl e Fondazione Eyu è stato acquisito dalla Guardia di Finanza il 2 ottobre scorso durante l’accesso alla Fondazione. Al punto 3 prevedeva: “Il presente contratto – si legge – ha durata dal momento della sottoscrizione delle parti, fino alla consegna del progetto definitivo che dovrà avvenire entro il 4 marzo 2018. La predetta scadenza è prorogabile su richiesta di Eyu”.

Al punto 4 si stabilisce il compenso: “150 mila euro” da versare “non oltre il 4 marzo 2018”. Proprio il giorno delle elezioni politiche. Sulla fattura emessa per quel contratto (150 mila compresa Iva) sono in corso accertamenti dei pm di Roma per capire se si possa configurare il reato di frode fiscale per fatture non corrette.

Ma dalle carte sequestrate pochi giorni fa si scopre che Bonifazi e compagni volevano fare il bis. Le Fiamme Gialle il 2 ottobre, oltre al contratto da 150 mila euro suddetto, hanno acquisito nella sede della Fondazione vicina al Pd la bozza di un secondo contratto (mai firmato). Stavolta l’oggetto è “la ricettività turistica in Italia quale modello di sviluppo”. Parnasi, appagata la sua sete di conoscenza sulla casa, aveva una curiosità intellettuale sul turismo. La Fondazione era pronta a rispondere con un bel rapporto a un prezzo scontato rispetto al primo studio: ‘solo’ 100 mila compreso Iva. Anche la consegna era più umana nei termini. I ricercatori avrebbero avuto a disposizione un paio di mesi fino al 31 maggio.

Ora i pm di Roma Paolo Ielo e Barbara Zuin stanno studiando attentamente i due contratti insieme ai verbali delle intercettazioni tra il ‘fund raiser’ della medesima fondazione, Domenico Petrolo, con l’uomo dei conti di Parnasi, Gianluca Talone. Quando i due concordavano i pagamenti e i relativi contratti, infatti, non sembravano molto interessati ai temi delle ricerche. Talone e Petrolo parlano poco di flussi turistici preferendo i flussi di cassa.

Il 21 febbraio 2018 i carabinieri intercettano il commercialista di Parnasi e il responsabile delle relazioni esterne e fundraising della Fondazione Eyu. “Talone – scrivono i carabinieri in un’informativa – contatta Petrolo e gli comunica di aver approntato il tutto, avvisandolo che nella mattinata seguente provvederà a inviargli i contratti firmati. Talone domanda al suo interlocutore se dovrà redigere due contratti da 150 e da 100 più Iva, ottenendo risposta positiva. Petrolo, in risposta, afferma che in passato era stata utilizzata altra forma, la donazione, nella quale l’Iva non andava calcolata”.

I due tornano a parlare delle due ricerche il 27 febbraio: “Petrolo – è scritto nell’informativa – chiede se mandano anche il secondo contratto. Talone, in relazione a questo secondo contratto, dice che lo stanno mandando perché ieri è stato problematico”. Dovrebbe essere proprio il contratto sul tema del turismo acquisito dalla Finanza in bozza.

“Talone rassicura Petrolo che oggi – prosegue la sintesi dei Carabinieri – parte il pagamento del primo contratto. Petrolo invita a fare il pagamento perché li aiuta molto in quanto sono gli ultimi giorni (probabilmente riferito agli ultimi giorni della campagna elettorale, ndt). Petrolo invita ad avvisarlo quando è stato mandato, così ‘avvisa anche i nostri’ che aspettano”.

La bozza del secondo contratto, acquisita dalla Finanza, è tra la società della famiglia Parnasi, Quarantana Srl, e la Fondazione Eyu. Fonti vicine alla Fondazione spiegano: “Nell’ambito dei servizi commerciali che interessavano al gruppo Parnasi vi era anche lo sviluppo di una ricerca sul tema del turismo. La Fondazione inviò una proposta di contratto a cui però non fu data alcuna risposta. Quindi quel contratto non è mai stato sottoscritto, e conseguentemente quella ricerca non è stata mai prodotta. Di questa vicenda è stata data massima evidenza e trasparenza durante l’accesso degli inquirenti”. Bonifazi è indagato per finanziamento illecito in concorso con il costruttore per i 150 mila euro (in due bonifici da 100 e 50 mila euro effettuati il primo e il 5 maggio 2018, proprio a cavallo delle elezioni) effettivamente pagati da Parnasi per la ricerca sul “concetto di proprietà”.

La bozza sullo studio sul turismo, pur non essendo stato effettuato e pagato, può essere utile agli investigatori per capire il ‘metodo’ della raccolta fondi di Eyu. Il 2 ottobre la Guardia di Finanza ha preso pure i bilanci e i libri contabili della Fondazione. Gli investigatori infatti stanno cercando di capire se la Fondazione operi davvero come tale oppure sia un veicolo per finanziare il partito. Dal bilancio, pubblicato su internet, si scopre che ha incassato in tutto 846 mila euro nel 2017 e di questi ben 513 mila euro sono provento di “attività commerciale” proprio come quella fatturata nel 2018 da Eyu per lo studio sulla casa per Parnasi. Bonifazi ha sempre tenuto a precisare che “La Fondazione, come da contratto sottoscritto ha svolto tra le tante una prestazione retribuita e non ha in alcun modo riversato quell’importo al Pd”. Vero. Come è vero però che la Fondazione nel bilancio del 2017 scrive che “ha sponsorizzato il treno dell’ascolto ‘Destinazione Italia’”, cioé il famoso tour di Matteo Renzi tra ottobre e novembre del 2017. Eyu nel bilancio sostiene che lo ha fatto non per finanziare la campagna di Renzi ma “per incrementare la propria awarness di brand e ampliare il proprio network in tutto il Paese”. Bisogna vedere se i pm saranno d’accordo.

Il M5s cerca lo sponsor tedesco

D’accordo? Non proprio. Ieri i deputati del M5S della commissione Politiche Ue hanno dichiarato in una nota che il ministro tedesco per gli Affari Ue, Michael Roth, avrebbe sottolineato “come il reddito di cittadinanza possa risultare una misura importante per dare una spinta decisiva alla nostra economia. L’apertura di un importante membro del governo tedesco – aggiungevano – dove del resto una misura del tutto simile al reddito di cittadinanza è attiva da anni, dimostra come in certe cancellerie europee l’idea che esistano ampi spazi e margini per una manovra economica espansiva non sia poi così peregrina o eretica come vogliono far sembrare alcuni commissari europei”. Più che gli entusiasmi, la dichiarazione ha generato una sonora replica nel giro di pochissimo: “Nell’incontro con i parlamentari italiani non abbiamo parlato di reddito di cittadinanza ma del fatto che sia naturale che gli Stati dell’Ue abbiano un sistema funzionante di protezione sociale – ha detto Roth –. Come questo sistema possa essere attuato, è una decisione sovrana di ogni singolo Stato. Non mi voglio immischiare in una discussione politica interna”.

L’ira delle banche per la stretta fiscale. Di Maio: “Privilegi”

C’è scontento tra le banche: il possibile taglio sulla deducibilità dei costi sugli interessi passivi, che l’esecutivo vorrebbe inserire nel Def a copertura degli interventi di spesa, fa innervosire le banche e genera la reazione dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, e del presidente Antonio Patuelli: “Tassare i costi sugli interessi non è un’operazione logica, inciderebbe non solo sulla dinamica bancaria ma su tutta la catena produttiva, sulla dinamica del risparmio e sulle scelte di modelli di business. Aumentare la pressione fiscale sulle banche invece che punire un settore rallenterebbe la ripresa”. Parla anche il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini. “Non sono agevolazioni, solo deducibilità di costi di produzione. È una misura che andrà a incidere sul costo del credito ed è contraria ai principi della Costituzione”. L’avviso finale è molto chiaro: “Si determinerebbe una asimmetria rispetto alle altre banche, perché la misura non ha riscontri nell’Unione bancaria europea e creerebbe una disparità competitiva”. A replicare è lo stesso vicepremier Luigi Di Maio. “Togliere qualche privilegio ai banchieri per restituire qualche diritto ai cittadini è sacrosanto e tutti ne beneficeranno”.