Gestore servizi energetici, oggi la resa dei conti tra ministeri

Non solo di Def vive l’ottobre pentaleghista: in agenda c’è anche la nomina del presidente e ad del Gestore dei servizi energetici (Gse) che – sotto il controllo del ministero dell’Economia, ma con gli indirizzi impartiti dallo Sviluppo – gestisce 16 miliardi di euro l’anno di incentivi alle fonti rinnovabili. Dopo due mesi di rinvii e sei fumate nere, anche l’assemblea in programma stamattina potrebbe concludersi con un nulla di fatto anche se ieri il sottosegretario, Davide Crippa (M5S), ha chiesto al Tesoro di sbloccare la nomina su cui puntano i grillini, visto che il nuovo decreto che riforma gli incentivi sulle rinnovabili è già sul tavolo del ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio. “Più che una partita a scacchi è una guerra di nervi”, commentano gli addetti ai lavori. Il nodo resta il candidato dei Cinque stelle, Roberto Moneta. Come rivelato dal Fatto, l’attuale responsabile del dipartimento Efficienza energetica dell’Enea ricadrebbe in un possibile conflitto d’interessi tra il suo futuro in Gse e l’attuale incarico che ricopre: valida i progetti dei certificati bianchi che attestano gli obiettivi di risparmio energetico fissati per le aziende, tra cui 4 società su cui indagano 12 procure per verificare la correttezza dell’utilizzo e dello scambio dei certificati bianchi.

“I nuovi partiti stanno provando a costruire una normalità alternativa a quella delle élite”

“Non sappiamo come finirà, ma qualcosa dobbiamo pur tentare”. Jan Zielonka è una delle voci più autorevoli nel dibattito sull’Europa: politologo polacco di origine e inglese per carriera, insegna Politica europea a Oxford dalla cattedra che fu di Ralf Dahrendorf. È appena uscito per Laterza il suo nuovo libro che molto ha fatto discutere nell’edizione inglese: Contro-rivoluzione – La sfida all’Europa liberale.

Professor Zielonka, che idea si è fatto dello scontro tra il governo Lega-M5S e la Commissione europea?

Entrambe le parti fanno il loro gioco. I partiti di governo hanno fatto promesse precise agli elettori che hanno dato loro fiducia. E i leader ora non possono dire: ‘Non si può più fare nulla perché la Commissione non è d’accordo’. E neanche si può accettare il principio per cui le agenzie di rating e la Borsa decidono le politiche di un governo eletto. Significherebbe che le elezioni non servono perché è già tutto deciso.

I toni del commissario Pierre Moscovici e del presidente Juncker che evoca la Grecia sono sempre più duri.

Ogni volta che Juncker apre bocca, Salvini guadagna tanti elettori. Ma va anche ricordato che la Commissione è stata troppo a lungo timida. Non hanno mai criticato Berlusconi ai suoi tempi, e faceva cose molto peggiori di quelle che oggi Bruxelles contesta a Polonia e Ungheria, per esempio sull’utilizzo dei media pubblici per fini politici. E neppure con Viktor Orbàn si sono comportati in modo coerente, non ha certo cominciato ora con le politiche che l’Ue contesta, è al potere dal 2010. Non hanno fatto il loro compito in passato, ci provano ora, ma non risultano credibili.

E qual è il problema ?

Non tanto il fatto che sono burocrati non eletti: non è colpa loro, si muovono all’interno di un contesto istituzionale che non hanno scelto. Ma sullo sfondo c’è una vera battaglia politica, direi ideologica. La battaglia dei liberali che hanno creato questo sistema di integrazione, sovranità condivisa, politica comune per i migranti, area Schengen, moneta unica, ed economia neoliberale o ordoliberale, nella sua declinazione tedesca. E ora questi liberali perdono voti in tutta Europa a fronte di nuovi politici o di vecchi politici che tornano con politiche radicali, come Orbàn in Ungheria e Salvini in Italia. E i liberali cercano di resistere in questa guerra di idee ma anche di poltrone.

L’obiezione della Commissione, come degli ultimi difensori delle idee liberali, è che le politiche dei nuovi partiti e movimenti non sono sostenibili.

Per anni la Commissione europea e tutta l’élite liberale hanno avuto la capacità di presentare come ‘normali’ e inevitabili quelle che in realtà erano posizioni ideologiche, politiche contestabili e contestate che venivano però presentate come prive di alternative. La spiegazione sta nel fatto che le premesse di queste politiche erano ideologiche ma, una volta accettate quelle, tutto il resto ne discendeva in modo necessario. Ora quella normalità è stata spazzata via e nuovi politici possono costruirne una nuova.

Fondata su interventi come il reddito di cittadinanza?

È un tipo di misura che rientra anche in uno schema tradizionale, l’helicopter money, i soldi lanciati dall’elicottero.

I politici precedenti l’hanno fatto attraverso la politica monetaria e le banche, i nuovi movimenti propongono politiche radicali per cercare di mettere quei soldi direttamente in tasca ai loro elettori più bisognosi.

Ma quello che è davvero cruciale non è la singola politica, ma il paradigma che tiene insieme i vari aspetti della società: commercio, sicurezza, migrazioni, crescita.

Il reddito minimo degli altri: pochi soldi, molti vincoli

Non conosciamo i dettagli della proposta di reddito di cittadinanza del governo. Quella elaborata dal Movimenti 5 Stelle nel 2013 è stata superata da eventi e dichiarazioni. All’epoca, l’Italia era uno dei pochi Paesi europei, insieme alla Grecia, a non avere una misura universale contro la povertà. Ora la Grecia ne ha una in fase sperimentale e l’Italia ha il Reddito di inclusione, con risorse limitate (2,5 miliardi per 900.000 persone che prendono in media meno di 300 euro a testa al mese) ma è il primo sussidio universale legato solo alla “prova dei mezzi”, cioè la condizione economica, senza vincoli di età, sesso o condizione lavorativa. In tutta l’Unione europea, dopo la crisi del 2008, si sono evoluti schemi di sussidi universali anti-povertà, diversi da Paese a Paese, ma con tratti comuni: si è rafforzata la componente di “condizionalità”, cioè gli impegni richiesti ai beneficiari (a cercare lavoro, anche se non tutti i poveri sono in condizione di lavorare) e si è assestato su importi ben lontani dalla soglia di povertà, calcolata in Europa come il 60 per cento del reddito mediano (valore centrale) nazionale. Ecco come funziona in alcuni dei Paesi che in questi anni hanno riformato il loro sistema, come riportato nello studio Minimum Income Policies in Eu Member States del Parlamento europeo (2017)

 

GERMANIA. Dal 2015 la somma mensile erogata è molto bassa, 404 euro a un single fino a 1.235 euro per una famiglia con due figli, con la motivazione che questo dovrebbe spingere a cercare lavoro, anche se due terzi dei beneficiari non sono in condizione di poter lavorare. In aggiunta ci sono aiuti specifici per l’affitto e il riscaldamento. Chi può lavorare deve firmare un accordo con i job centre (equivalenti dei nostri centri per l’impiego) e poi sono tenuti ad accettare un’offerta di lavoro coerente con le proprie capacità oppure a impegnarsi in percorsi di formazione. Altrimenti vedono il beneficio ridursi fino a scomparire.

 

FRANCIA. Ci sono nove schemi di reddito minimo, il principale si chiama Rsa e riguarda 1,9 milioni di persone. È un reddito minimo fissato dallo Stato che varia a seconda del nucleo familiare, a gennaio 2017 andava dai 535 euro a persona fino a 1.123 per una coppia con due figli. È di importo inferiore per chi non deve pagare l’affitto. L’aiuto si cumula al reddito da lavoro e decresce molto gradualmente fino ad arrivare a zero quando il reddito da lavoro è 1,4 volte il salario minimo (che oggi è 1.498,50 euro lordi al mese per 35 ore a settimana). Ci sono più aiuti per i poveri “non occupabili”, meno per chi può lavorare che deve firmare un impegno a cercare un’occupazione e ad alcune attività formative. È un sistema con molte falle e un tasso di adesione basso, esclude il 33 per cento dei potenziali beneficiari e non sembra avere effetti sulla partecipazione dei poveri al mercato del lavoro. Il presidente Macron ha annunciato una riforma per il 2020 per aumentare gli importi e semplificare il sussidio che si chiamerà “Reddito universale di attività”.

 

POLONIA. Dal 2015 il partito al potere Legge e libertà ha spostato il centro delle politiche anti-povertà dall’individuo alla famiglia. I benefici, assegnati dopo un’intervista con l’assistente sociale, possono essere senza limiti di tempo se connessi all’anzianità o all’incapacità di lavorare, oppure limitati per i disoccupati, più occasionali per emergenze specifiche (cibo, vestiti ecc.). Il beneficio viene calcolato sulla base della distanza tra il reddito del beneficiario nel mese precedente e una soglia legale per l’assistenza sociale. Un single può ambire all’equivalente di 144 euro, il membro di una famiglia più grande a 117, somme che permettono di arrivare al 40 per cento della soglia di povertà (invece che al 60 per cento richiesto dall’Ue). I Comuni sono responsabili degli aiuti non monetari. I beneficiari sono 1,8 milioni (dati 2015) e possono perdere il sussidio o gli aiuti se rifiutano di lavorare o non rispettano gli impegni coi servizi sociali.

 

SPAGNA. Ci sono varie misure di integrazione al reddito nazionale e a livello locale. La più generosa è quella dei Paesi baschi che paga fino a 445 euro al mese. Per il resto c’è una combinazione di misure a pioggia (291 euro all’anno a un milione di famiglie), legate alla disoccupazione o specifiche per chi è costretto a non lavorare da disabilità o altri problemi. Nel 2012 una riforma del sussidio “Prepara” ha indicato come parametro il reddito familiare invece che quello individuale e il numero di beneficiari è crollato (da 530.000 a 194.000). Gli impegni richiesti per cercare lavoro variano da Regione a Regione.

 

DANIMARCA. Nel Paese della flexsecurity il reddito minimo va da un minimo di 354 euro per un figlio sotto i 25 anni che vive coi genitori fino a 1.992 euro mensili per un over-30 non sposato (se si sposa scende a 1.332). Non è però comparabile al reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle perché include una lunga lista di benefici sociali di cui quella indicata è la soglia massima. Nel 2015 il sistema è stato riformato per offrire ai rifugiati benefici inferiori. Ai disoccupati è richiesto di cercare attivamente lavoro.

I numeri per far tornare i conti di Tria: +1,6% di Pil

Il testo ufficiale ancora non è stato pubblicato dal ministero del Tesoro, ma qualche numero della tanto attesa Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza comincia a circolare e permette di capire come ha fatto il governo di Giuseppe Conte a presentare ai mercati un rapporto tra deficit e Pil che passa dal 2,4 per cento del 2019 al 2,1 nel 2020 e all’1,8 nel 2021.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, scrive alla Commissione Ue e annuncia: “Maggiori risorse per gli investimenti pubblici e privati, minore pressione fiscale sulle piccole e medie imprese e sui lavoratori autonomi, spinta al ricambio generazionale sul mercato del lavoro e sostegno ai soggetti più vulnerabili: quest’insieme di misure porterà un aumento della crescita all’1,5 per cento nel 2019 per arrivare all’1,6 e all’1,4 negli anni successivi”. E questi sono i primi numeri tanto attesi da quando, giovedì scorso, Tria ha dovuto capitolare e accettare almeno per il 2019 il deficit voluto da Lega e Cinque Stelle per attuare parte del programma elettorale. Ad aprile scorso il governo Gentiloni aveva previsto numeri più bassi, +1,4 nel 2019, +1,3 e +1,2 nei due anni seguenti. Da aprile a oggi la congiuntura internazionale è peggiorata, per colpa della guerra commerciale innescata dagli Usa di Donald Trump, ma il governo Conte resta ottimista.

 

LA CRESCITA. Secondo i numeri che risultano al Fatto, ma che potrebbero cambiare in queste ore perché ieri sera una versione ufficiale della Nota di aggiornamento ancora non c’era, ecco come il Tesoro riesce a far tornare i conti. Primo: ipotizza una spinta al Pil dello 0,7 per cento dalla combinazione di reddito di cittadinanza, contro-riforma delle pensioni e investimenti. Una spinta propulsiva che vale poi lo 0,4 nel 2020 e lo 0,5 nel 2021. Poi un altro 0,2 di crescita deriva dal mancato aumento dell’Iva, previsto a legislazione vigente ma neutralizzato in deficit. L’aumento dell’Iva viene indicato come disinnescato anche nel 2020 mentre nel 2021 bisognerà affrontare di nuovo il problema.

 

IL DEBITO. Resta il problema del debito, quello più rilevante sia per i mercati sia per il rispetto delle regole europee (e italiane) che ne impongono la riduzione. Qui il governo è costretto a una doppia professione di ottimismo. La prima: ipotizzare che la spesa per interessi resti quasi costante nei prossimi anni, dal 3,6 al 3,8 al 3,9 per cento del Pil, appena uno 0,1 in più di quanto previsto ad aprile. Uno 0,1 per cento di Pil vale circa 1,5 miliardi. Questo significa considerare un impatto minimo dalla fine del Quantitative easing della Bce (il programma di acquisti straordinari di titoli di Stato) non determini un aumento dei costi di finanziamento e che l’incertezza politica non faccia salire lo spread (la differenza di tasso con i titoli tedeschi) oltre i livelli attuali, già alti.

 

IL PIL. La seconda professione di ottimismo riguarda il cosiddetto deflatore del Pil, un indicatore che serve a depurare il Pil dall’aumento dei prezzi. Più è alto, maggiore viene stimato il Pil nominale che è quello in rapporto a cui si misura il debito pubblico. E il deflatore stimato dal governo dovrebbe salire dall’1,3 per cento del 2018 all’1,6 e poi all’1,9. Risultato: con queste stime il rapporto tra debito pubblico e Pil risulta in discesa, come piace ai mercati, dal 130,9 per cento del Pil nel 2018 al 130 e poi fino al 126,7.

 

SALDO STRUTTURALE. La misura che guarda per prima la Commissione europea è però un’altra, il cosiddetto “saldo strutturale”, cioè il deficit corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum. E questo risulta fuori da ogni parametro, dal 2019 all’1,7 per cento, ma questo il governo lo sa. E anche gli esecutivi precedenti hanno sempre contestato la formula di calcolo di questo parametro, criticato anche da molti economisti.

 

LE MISURE. Una nota di Palazzo Chigi ieri sera ha chiarito che nella legge di Bilancio ci saranno 9 miliardi per il reddito di cittadinanza, 1 miliardo per potenziare i centri per l’impiego, 7 per “quota 100” delle pensioni, un altro miliardo per assunzioni nelle forze dell’ordine e 1,5 miliardi per risarcire i “truffati dalle banche”.

Temptation Railand

Si spera che i nuovi vertici Rai stiano filmando con telecamere nascoste in ogni angolo la nuova corsa alle poltrone. Altro che Grande Fratello Vip o Temptation Island: è questo il reality (talent è una parola grossa) del momento. Ai blocchi di partenza si sfidano quattro categorie di concorrenti. 1) I leghisti doc, i più fortunati, che non devono cambiare bandiera perché la loro è tornata a garrire sul pennone di Palazzo Chigi. 2) I berlusconian-finiani, che non se la passano poi così male, avendo subito trovato casa sul Carroccio. 3) I centrosinistri, cioè i più svantaggiati: senza più santi in paradiso, devono ripartire da zero riciclandosi con i grillini (i più ambìti perché meno affollati) o con i salviniani (ormai in overbooking). 4) I trasversali modello Vespa, che dove li metti stanno: destra e sinistra, tecnici e politici, antipopulisti e populisti. Ora si tratta di segnalarsi ai nuovi padroni, autoraccomandarsi, farsi notare, soprattutto garantire fedeltà assoluta, possibilmente portando prove di un’antica appartenenza alla Causa. Magari le foto del papà a un comizio di Bossi e/o della mamma a uno show di Grillo, come un tempo si andava da Storace col dagherrotipo del nonno alla marcia su Roma (l’altro nonno era immancabilmente un partigiano rosso, da spendere col centrosinistra). Come fare? Due le tecniche più in voga.

Accreditamento social. I più moderni e tecnologici, al posto della vecchia e cara lingua, usano i social: non disturbano i nuovi capi, ma si mettono all’asta su Facebook, Instagram, Twitter, forse pure Tinder. Gennaro Sangiuliano detto Genny ’a Poltrona, vicedirettore del Tg1 per tutte le stagioni, già finiano, berlusconiano e ora leghista, posta una foto giovanile con Almirante e vari selfie con Salvini, sperando che bastino a diventare direttore. Il rivale Alberto Matano, casiniano poi renziano e ora grillino, molto “garantista” anche per via di una mamma indagata dalle toghe cattive, risponde con un selfie accanto a Spadafora. Genny teme di esser partito troppo presto e arrivare al fotofinish senza fiato: così – scrive Repubblica, mai smentita – avrebbe “chiesto ad alcuni indipendenti (si fa per dire, ndr) di autonominarsi grillini e schierarsi dalla sua parte” per coprirsi da quel lato. Un clic, un post, un selfie, un like, un retweet può lanciare o stroncare una carriera. Un cuoricino giusto, ed è fatta. Due mesi fa, nei giorni della nave Diciotti ferma a Catania, alcuni tupamaros di Rainews24 si selfarono con la maglietta rossa di don Ciotti. Chi per amore dei migranti. Chi sperando che almeno quella riserva indiana resti alla sinistra.

Chi in cerca dell’aureola di martire, nella certezza di esser cacciato (come fa il direttore del TgPd Andrea Montanari). Ma subito Paolo Corsini, con agile mossa, si chiuse in bagno a Saxa Rubra e si fotografò in mutande rosse. Ora si parla di lui per la direzione dei Gr, per meriti mutandieri. Un altro redattore criticò i colleghi su Fb: “Il servizio pubblico dovrebbe evitare”. Iva Garibaldi, portavoce della Lega, gli mise un like: da allora il tizio cammina levitando a due metri da terra.

Abbordaggio vecchio stile. I più tradizionalisti vanno sul sicuro e preferiscono il contatto diretto, rischiando denunce per stalking. Luca Mazzà, direttore turborenziano del Tg3, pare si salverà grazie a un colloquio con Salvini propiziato nemmeno dalla Isoardi, ma da un autore de La Prova del cuoco. Altri chiedono regolare udienza ai capi al settimo piano di Viale Mazzini, quello con gli impiegati che nuotano nell’acquario dei megadirettori. Ma per ora i capi che contano sono solo due – Salini e Foa – e non possono ricevere tutti e 13 mila i dipendenti. Così i più optano per appostamenti fantozziani simulando incontri “casuali”: “Toh, capo, che combinazione! Colgo l’occasione per congratularmi per la tua nomina e per dirti che sono sempre stato dei vostri, da tempi non sospetti” (sempre clandestinamente, per meglio combattere il sistema dall’interno). I luoghi preferiti per l’abbordaggio sono gli ascensori (“Presidente, anche lei al terzo piano?”); la sala mensa (“Direttore, che ci fa al tavolo tutto solo? Posso?”); i ristoranti e i bar dei dintorni, dove i capatàz s’illudono di seminare i postulanti (“Che coincidenza! Posso offrire qualcosa?”); i parchi del jogging mattutino, scoperti dopo lunghi pedinamenti all’alba (“Anche lei fa un po’ di sport?”); e i cessi, dove Carlo Rossella racconta al nostro Carlo Tecce epici inseguimenti subiti ai tempi del Tg1. Sulle prime, inesperto, usciva nel corridoio affollato e arrivava al cesso con un pellegrinaggio alle spalle, tipo Il medico della mutua di Sordi. Poi si fece furbo: tratteneva finché poteva, poi metteva il capino fuori della porta e, quando il corridoio era vuoto, balzava con passo felpato nella toilette. Ma non faceva in tempo a chiuder la porta che già il questuante ci infilava un piede e poi tutto il resto del corpo, aprendo un dibattito sul suo futuro professionale. Scene da Viaggi di nozze di Verdone. “Dottore, disturbo?”. E quello, al telefono mentre adempie ansimante ai doveri coniugali: “Non mi disturba affatto!”.

Ps. Fuori concorso, segnaliamo il misterioso donatore del cactus di 2 metri che Carlo Verdelli si ritrovò in ufficio il giorno della nomina a direttore editoriale, senza sapere chi ringraziare perché non c’erano biglietti di accompagnamento. Il prezioso presente scomparve il giorno del suo prematuro addio. Evidentemente l’Anonimo attendeva di appalesarsi al momento opportuno, se Verdelli fosse durato; invece lo cacciarono quasi subito, così il nostro uomo preferì omaggiare chi veniva dopo. Ora Foa, Salini & C. sono avvertiti: se gli arriva un cactus di 2 metri, meglio respingerlo al mittente.

Tom Hardy, come sputtanarsi la carriera

Ma chi gliel’ha fatto fare al povero Tom Hardy? Un conto è interpretare il cattivo, Bane, in un superhero movie eterodosso e instant-cult quale The Dark Knight Rises (2012, regia illuminata di Cristopher Nolan), un altro prestarsi a far da sciagurato protagonista di questo sciatto, noioso e insulso Venom. Da oggi nelle nostre sale, diretto da Ruben Fleischer (Gangster Squad) con piglio da travet, prende il titolo da una storica nemesi dell’Uomo Ragno, di cui è uno spin-off sui generis. Sebbene sia un personaggio Marvel, è Sony a detenerne i diritti cinematografici, dunque né Venom né Moebius, cui Jared Leto si presterà in un futuro prossimo, fanno parte del numinoso Marvel Cinematic Universe (MCU), a differenza – udite, udite! – proprio di Spider-Man tornato nel MCU con il volto di Tom Holland. Per Sony, si capisce, questo universo in divenire orfano del suo demiurgo è un po’ come – ha sentenziato il Guardian – immaginare un Brasile anni 70 senza Pelé. Solo più sciocco.

Non bastassero siffatte gravose magagne interfilmiche, il disastro si palesa in lungo e in largo sullo schermo: le immagini sono così brutte, gli effetti speciali così poveri, gli errori di continuità così marchiani che ravvisare i 100 milioni di budget è quasi ostico quanto cercare di divertirsi nelle due ore scarse di durata.

Ribadiamo, chi gliel’ha fatto fare al londinese classe 1977 Tom Hardy, uno degli attori più interessanti, intelligenti e dotati della sua generazione? Capace di mesmerizzare con Bronson (Refn, 2008), recitare, e incantare, solo con gli occhi per il già ricordato Bane e Dunkirk (ancora Nolan, 2017), totalizzare al volante e vivavoce con Locke (Steven Knight, 2013), s’è dato a Venom con ogni probabilità per allargare il proprio pubblico, cosa perfettamente comprensibile: eppure, visto che di film di supereroi oggi c’è l’imbarazzo della scelta, e spesso anche della visione, proprio questo doveva beccare? Lo stesso dicasi per Michelle Williams, altrove brava assai e qui angustiata da un ruolo piccino e meschino.

Comunque, Venom è un simbionte, un parassita amorfo extraterrestre, qui creato in CGI a mo’ di medusa iperdentata e smodatamente linguacciuta, che in quel di San Francisco trova una compatibilità sorprendente con il reporter investigativo Eddie Brock (Hardy): il triangolo si perfeziona sul fronte sentimentale con l’avvocato Anne Weying (Williams), su quello conflittuale con il dottor Carlton Drake (Riz Ahmed, anodino), un biotecnologo visionario e spregiudicato, un po’ ricalcato su Elon Musk.

Unione carnale, pardon, organica quella tra Brock e Venom, che eccetto gusto e ironia non ci fa mancare nulla: slinguazzate, scenate di gelosia, rimbrotti à la Sandra e Raimondo. Già il progetto non brilla per originalità: il canovaccio esausto è quello alla Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Eddie in moto evoca Ghost Rider, mentre la simbiotica resa dei conti in un film Marvel che si rispetti farebbe da scazzottata di contorno. Per trovare un battito, e un sorriso, tocca buttarsi su Twitter: i fan di Lady Gaga, di cui domani in America esce A Star Is Born, hanno preventivamente stroncato la concorrenza, bersagliando Venom con recensioni tanto spietate quanto farlocche. Ecco, a film visto, su quel farlocche ci sarebbe da discutere.

 

“Lascio tramontare le Luci, non il mio pop impopolare”

C’è stato un preciso momento nel quale il progetto di Vasco Brondi, Le luci della centrale elettrica, è diventato un faro per una generazione di ragazzi. Era il 2010 e su YouTube girava un videoclip diretto dallo stesso Brondi (“Il primo e unico”) per Cara catastrofe: una ragazza immersa nel traffico, con in cuffia una ballata rock voce e chitarra distorta, immersa nei suoi pensieri a occhi chiusi. Un manifesto capace di raccontare la precarietà di una generazione senza retorica, con forme, disegni e parole nuove, poetiche.

Oggi Vasco ha deciso di chiudere un ciclo, di lasciar tramontare Le luci e i suoi personaggi descritti con fierezza e iniziare un nuovo cammino. Con un disco in uscita (2008/2018 Tra la via Emilia e la via Lattea) e un libro di prossima pubblicazione e, soprattutto, un nuovo tour.

C’è un passaggio di testimone tra la generazione dei cantautori tout court. De Gregori ti ha voluto sul palco e Canali dei C.s.i. ti ha aiutato agli inizi della carriera. Stai confrontandoti con i mostri sacri della canzone italiana?

Ho la massima stima dei cantautori italiani, non per niente ho inserito nell’album due omaggi a De Gregori e ai Cccp perché la mia storia parte da loro. Ho iniziato a suonare perché sono rimasto ipnotizzato dalle loro canzoni e ho subito una mutazione: dopo niente è stato come prima. Non credo di essere all’altezza di questi nomi; Dalla, De Gregori e i Cccp hanno abbattuto qualunque tipo di frontiera e non hanno mai avuto mire espansionistiche. De Gregori non passa in radio e ancora oggi va nei teatri, ma la sua statura è enorme. Sono monumenti che scalciano ancora. I Cccp dicevano che “si fa musica ma anche storia e geografia”. A volte mi dispiace non riconoscere l’Italia ascoltando la musica contemporanea: non c’è traccia dell’aria che tira nella realtà. Non dico di essere tutti come i 99 Posse ma Azzurro di Paolo Conte – ad esempio – rappresentava l’Italia del suo momento.

Tommaso Paradiso (Thegiornalisti) ha detto in una intervista che preferisce i Coldplay ai Radiohead (“Per capirli dovrei attaccare un jack nella testa di Thom Yorke”). Disimpegno è la parola magica per stare sulla scena musicale italiana oggi?

Nell’Italia contemporanea il disimpegno premia. Ha anche fortissime e gravi conseguenze che prima o poi qualcuno pagherà. Anche il disimpegno è un gesto politico: il decidere di sbattersene. Chi mi segue sa benissimo come la penso e questo mi rassicura molto. Viviamo in un clima di omertà e squadrismo della rete più o meno velato e se ci facciamo intimorire è la fine. Apprezzo chi esprime idee anche opposte alla mie. De André diceva che da ragazzo se ne sbatteva di tutto ma poi, quando ha iniziato a capire che aveva un ruolo sociale, ha dichiarato che gli artisti hanno il dovere di essere anticorpi e antidoti della società. La frase la sposo e l’apprezzo.

Battisti sosteneva che sono le canzoni che devono parlare.

Condivido al cento per cento. Da questo punto di vista, pur non condividendo molte delle idee di Ferretti, lo rispetto: le inserisce nelle sue canzoni. È uno che si espone prendendosi le conseguenze.

Perché si chiude un ciclo?

Nasce dall’urgenza. Il disco è la chiusura del processo. Io sono un uomo dai mille dubbi ma questo pensiero era chiarissimo e lucido. Urgenza e, ancora di più, inevitabilità: non volevo implodere e sentire lo spazio troppo stretto. Faccio fatica a pensare al futuro: mi immagino molta sperimentazione e vorrei riprendermi le dimensioni piccole. Anche un posto da trenta persone.

In qualche modo Le luci sono state anche Pop.

Faccio un pop impopolare. Battiato fa pop e mi interessano anche i Baustelle, c’è un altissimo livello. Però sono pop personali. Il mio è impopolare.

Lascerai per la strada dei naufraghi?

Non lo so, non credo di avere questo tipo di responsabilità. Credo che i miei personaggi, quelli che descrivo nelle canzoni, faranno sempre parte di un percorso: tracce di qualcosa di precedente e qualcosa di nuovo. In fondo la ragazza di Mistica è la stessa di Piromani dieci anni dopo.

L’improbabile M di Scurati, ossessionato dal presente

Arrivati a pagina 341, non senza fatica, tocca ingoiare pure il rospo. Il rospo dell’aglio, per la precisione. Il malcapitato anfibio soccombe sotto la ruota di un camion di squadristi nel Polesine, nell’ennesima spedizione punitiva contro un leghista rosso, in una gelida notte del 1921. Il camion, la ruota, il rospo occupano quasi due pagine e siamo sempre alla numero 341, su un totale mostruoso di 827 (senza l’elenco dei personaggi principali): “L’insignificante massa elastica (il rospo dell’aglio, ndr) riceve il macigno sul dorso bruno con macchie olivastre, la sfera di materia gelatinosa si tende allo spasimo, poi lo schianto rilascia un suono in cui si mescolano uno sfiato d’aria e un versamento d’acque. Irrompendo nel cortile del casolare, la ruota del camion riguadagna la totale aderenza al suolo”.

La storia è fatta d’infiniti dettagli e la gelatinosa dipartita del rospo condisce l’immane M di Antonio Scurati. M come Mussolini, il figlio del secolo. Il tomo del momento, in testa alle classifiche e avvolto da una nube permanente d’incenso dall’establishment della critica – un unanimismo da regime, verrebbe voglia di dire – ché l’ambiziosa opera, a detta dell’autore, dovrebbe anche rifondare l’antifascismo. L’effetto finale però è paradossale, in direzione contraria a una nuova resistenza contro i fascismi del terzo millennio, alias populismo e sovranismo. Si consegni infatti il tomo a uno sguardo vergine e giovane, privo per motivi anagrafici dei fardelli ideologici del Novecento, e il risultato al termine della lettura potrebbe essere anche quello di subire il fascino del Male, come accaduto per don Pietro Savastano, il Libanese o altri criminali trasfigurati dalle fiction televisive.

Non proprio antifascismo, dunque. Anche perché il Mussolini scuratiano non ha alcun filtro o senso politico: la biografia del dittatore fascista è un racconto per immagini modello la storia italiana berlusconiana di qualche decennio fa. Non una narrazione unitaria, ma decine e decine di quadretti che vanno dal 1919, l’anno della fondazione sansepolcrista del fascismo, al 1924, quando con i ludi cartacei, ossia le elezioni, della legge Acerbo (simile a quella varata da Renzi e Verdini per la riforma costituzionale che fu), il figlio del fabbro di Predappio s’incorona Duce incontrastato dell’Italietta dei voraci gerarchi. Mussolini è una specie di self made man della politica: dal socialismo all’interventismo bellico del 1915, per poi sedersi all’estrema destra dell’emiciclo di Montecitorio, alla sua prima elezione da deputato nel 1921, nel blocco liberale e nazionalista.

Un uomo solo, affamato di sesso e di Storia, stavolta con la maiuscola. Accanto a lui, Scurati sceglie altri personaggi minori, tranne Giacomo Matteotti, per condensare la nefasta epopea di quel periodo: il crollo della democrazia liberale che ebbe Giolitti come suo epigono, la guerra civile tra socialisti e squadristi. E più che propendere per le sfumature e per la complessità di quella tragica fase c’è la riduzione tranchant a macchietta del morente parlamentarismo di allora. Il giolittiano Luigi Facta, per esempio, descritto come un cretino che ostenta i suoi baffoni e va a letto la sera prima delle dieci. Facta fu il presidente del Consiglio che fece da spettatore alla farsa della marcia su Roma del 28 ottobre del Ventidue.

Eppure la fatica documentaria alla base del libro è notevole: perché sprecare allora questa occasione e limitarsi a un polpettone pop e pulp, finanche anodino, pronto per diventare una fiction tv? Una spiegazione l’ha data lo stesso Scurati: far parlare i fatti e le carte. Ma è difficile immaginare uno scrittore bravo come lui cadere ingenuamente nella trappola della storia oggettiva, che non esiste. Piuttosto dalle ottocento e passa pagine di M emerge chiaramente l’ossessione del presente populista. Si scrive di M e si legge M5S e Lega. Ovvero il governo gialloverde partorito dalle due categorie che Scurati pone a fondamento dell’avanzata fascista: il ceto politico come “casta privilegiata e separata dalla società” e “lo scontento popolare”.

Insomma una versione enciclopedica dell’eterno fascismo italico, nato e pasciuto in un Paese di voltagabbana e incline nonché prono all’Uomo Forte. Così Mussolini arriva al potere solo per le divisioni democratiche e grazie alle sue sperimentate doti tattiche degne di Machiavelli. Tra l’altro, l’autore si stupisce del “bipensiero” nella lotta politica, cioè dire una cosa e pensarne un’altra, che i maestri della praxis fanno addirittura risalire a Caino e Abele. Tutto scade a banale retroscena politicista. Al contrario, Scurati non s’interroga mai sulle vere ragioni che spinsero l’oligarchia liberale a tentare di addomesticare Mussolini per frenare il fenomeno dei primi due partiti di massa italiani, quello popolare e quello socialista. A partire da un fattore decisivo: la mancata percezione critica di quello che stava accadendo. In altre parole, il moto violento della Storia, per citare l’ultimo Canfora.

Per non dimenticare l’intera vicenda della sinistra declassata a “guerre per bande”, con la “demenziale” scissione di Livorno del 1921, quando nacque il Pcd’I di Bordiga, Gramsci e Togliatti. Un po’ troppo paragonare il possente Psi di massimalisti, riformisti e comunisti al Pd di oggi. L’ossessione del presente, appunto.

Un’ossessionecui non sfugge nemmeno il fastidio per la vituperata questione morale. Succede, per Scurati, all’indomani dell’omicidio di Giacomo Matteotti nel giugno del 1924. Per lo scrittore il socialista massacrato dagli squadristi del Duce fu l’unico vero oppositore. E dopo la sua morte, la scelta dell’Aventino puntò sterilmente sulla questione morale. A sua insaputa, Scurati non solo è giolittiano ma anche un po’ berlusconiano. Senza offesa.

Collomb, divorzio definitivo. Macron perde un fedelissimo

Al secondo tentativo Gerard Collomb, 71 anni, è riuscito nel suo intento, lasciare l’incarico da ministro dell’Interno. Il presidente Emmanuel Macron ha dovuto accettare le dimissioni dopo averle respinte lunedì scorso. È l’ennesima defezione nel governo e non si tratta du roba da poco in un paese che ha la sicurezza fra le sue priorità considerati i continui attacchi di estremisti islamici (246 morti dal 2015). La guida del dicastero è stata affidata ad interim al premier Edouard Philippe: diverse le ipotesi per la nuova nomina, dall’attuale ministro del Bilancio Gerald Darmanin, al sottosegretario per le Relazioni con il Parlamento Christophe Castaner e il portavoce del governo Benjamin Griveaux o ancora l’ex numero uno della polizia nazionale Frederic Pechenard. Collomb era un sostenitore della prima ora di Macron e aveva contribuito a formare il movimento En Marche. Fra i due però la frattura è stata insanabile, Collomb ha imputato a Macron una “mancanza d’umiltà”. Ex sindaco socialista di Lione, Collomb intende ripresentarsi per quella carica nel 2020.

La sfida elettorale dei 54 candidati trans per opporsi al machismo di Bolsonaro

Se Jair Messias Bolsonaro – l’ex capitano dell’esercito candidato alla presidenza nelle elezioni del 7 ottobre con il Psl – mostra una pericolosa retorica populista, antagonista a qualsiasi diritto umano, il record di candidati e candidate trans al Senato e alla Camera rappresentano, contemporaneamente, l’espressione di una resistenza alternativa.

“Il movimento Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) ha guadagnato un forte impulso negli ultimi anni e, come altri movimenti sociali brasiliani, s’identifica con il tema delle oppressioni. Nel movimento Lgbt esistono molte espressioni, come nel caso del movimento lesbico, degli attivisti gay e, in questo senso, ha guadagnato molta forza l’attivismo di uomini e donne transessuali che trovano forte appoggio nel Psol e altri partiti di sinistra”, afferma Juliano Medeiros, il presidente del Partido Socialismo e Libertade. Delle 54 candidature trans che si presenteranno al suffragio elettorale, 21 appartengono a questo partito. “Il Psol e gli altri partiti di sinistra hanno permesso che il movimento si organizzasse; se e continuiamo a registrare espressioni avverse di odio e violenza, aumenta allo stesso tempo la resistenza e la solidarietà”. Il partito fu fondato dagli aderenti al Partito dos Trabalhadores dissidenti che non si conformarono con le decisioni e alleanze politiche che il Pt decise nel primo mandato del presidente Inacio Lula da Silva. Il Psol presenta anche Sonia Guajajara, la prima candidata india della storia brasiliana che concorrerà come vice del candidato alla presidenza della Repubblica, Guilherme Boulos, il leader del Movimento dei lavoratori senzatetto. Il partito si distingue per la difesa dei diritti umani, attività che può mettere a rischio anche la vita come nel caso di Marielle Franco assassinata lo scorso marzo. “Sarà difficile, ma se qualcuna di loro sarà eletta, sarà sicuramente una grande vittoria. Solo per il fatto di riuscire ad occupare questi spazi sarà un atto rivoluzionario e una forma di fare pressione nella politica”, dichiara Linda Brasil, una delle 21 candidate presentate dal Psol.

Il Brasile è la nazione, dove si uccidono più transessuali al mondo ma secondo Linda ci sono state alcune conquiste del movimento Lgbt, come il riconoscimento del matrimonio affettivo e la sostituzione del nome sociale. “Non abbiamo fatto statistiche – afferma Medeiros – perché sono dati difficili da raccogliere, dato il forte preconcetto nei confronti delle candidate trans; affrontano una resistenza dell’elettorato che preferisce votare candidati che dialogano con la loro realtà. Ma abbiamo 21 candidate, quindi, ci sono speranze d’eleggere la prima parlamentare trans della storia elettorale brasiliana”. Linda Brasil ha iniziato nel 2013 i primi passi nell’attivismo politico, con i movimenti studenteschi dell’Università federale di Sergipe; anche lei ha subito l’influenza di Jean Willis, il deputato del Psol, un simbolo delle battaglie Lgbt in Brasile. “Willis è l’unico parlamentare che ha assunto la propria omosessualità alla camera. La sua scelta è stata decisiva per condurre il Psol nella lotta in difesa della comunità Lgbt”. Recentemente Willis ha sostenuto che esiste una sinistra che oggi ha nuove forze in azione, come il movimento femminista e Lgbt.

I cambiamenti comportamentali sono alla base dei mutamenti culturali e, di conseguenza, anche politici. Willis non teme il machismo di Brasilia, dove ha affrontato duramente anche Bolsonaro che, secondo le statistiche elettorali, è considerato il candidato più inviso ai brasiliani, definito xenofobo razzista e ferreo oppositore dei movimenti Lgbt; di contro, difensore della tortura e dei torturatori dell’ex regime militare, come il sanguinario Carlos Alberto Ustra che seviziò anche l’ex guerrigliera Rousseff, poi diventata presidente.