La concept car in salsa francese. Meglio futurista o retrò?

Forse non tutti sanno che nella Capitale francese, già dal 1851, è in mostra permanente quello che a tutti gli effetti può essere considerato il “Salone dell’Auto” del XVIII e XIX secolo, ovvero il Museo delle carrozze di Versailles: questo custodisce tutt’oggi le avanguardie dell’epoca in fatto di eleganza e sfarzo ma anche innovazione, nel comfort principalmente. Un trionfo di vetture “a emissioni zero”, oltretutto, in una città che cela anche un altro primato interessante: è stata la prima fra quelle europee a istituire un servizio di carrozze a noleggio, quello che noi oggi potremmo chiamare un carriage sharing. Insomma, Parigi da sempre alterna eleganza e innovazione nei suoi Saloni e, quest’anno, affida alle concept car di Peugeot e Renault il ruolo di “carrozze” di primo piano: E-Legend e EZ-Ultimo, una per celebrare il passato, l’altra per guardare dritto al futuro.

La proposta di Peugeot è un vero richiamo alla leggenda, con la rivisitazione della 504 coupé del 1969: E-Legend è tecnologia avanzata ma design squisitamente retrò. La sfida è dimostrare che passato e futuro possono coesistere e prendere un’unica forma, quella nata originariamente dalla magistrale “mano” di Pininfarina. Batteria da 100 kWh, autonomia di 600 km (calcolati col ciclo Wltp), 462 Cv di potenza e 800 Nm di coppia, che portano l’auto a una velocità massima di 220 km/h. Quattro i programmi di guida, due dedicati a quella autonoma, due alla manuale (di cui uno fatto per esaltare le prestazioni).

Nella modalità autonoma, il volante viene “assorbito” dalla plancia per rendere più vivibile l’abitacolo. Mentre quando si guida alla vecchia maniera, il display davanti al guidatore riproduce digitalmente il cruscotto analogico e anche i “vecchi” inserti in legno della 504. A rispondere ai comandi vocali, poi, la voce di Giles Vidal, progettista capo di Peugeot. L’allestimento interno continua a richiamare la coupé di Pininfarina nella forma a “H” dei sedili e nelle imbottiture verticali e, anche per quanto riguarda il design esterno, il grigio-champagne della carrozzeria, le linee e la fanaleria sono rimasti fedeli al modello originale: doppi gruppi ottici sul frontale e triple luci oblique in coda.

Linea snella, slanciata, con i parafanghi che inglobano quasi completamente le quattro ruote: il prototipo di Renault, al contrario di quello Peugeot, è rottura delle forme e pura sperimentazione, tanto nell’estetica quanto nella dinamica: la EZ-Ultimo è una “carrozza on demand”, improntata al comfort e all’uso della tecnologia più audace. Che sia per semplici e brevi spostamenti o per una privata gita turistica della città, “EZ-Ultimo offre un’esperienza lussuosa unica a bordo di un’auto-robot […] ispirata dall’architettura contemporanea e integrata nelle smart cities del futuro”, parola di Laurens van den Acker, capo design di Renault. È così completata la triade di mobilità elettrica, autonoma e condivisa che la Casa della Losanga ha inaugurato lo scorso anno con EZ-Pro e EZ-Go.

Alla vettura – gestita dal livello 4 di guida autonoma – si accede da un’ampia apertura laterale, dalla quale “sgusciano” fuori i sedili che accompagnano i passeggeri fin dentro l’abitacolo. I materiali impiegati per gli interni sono legno, marmo e pelle: in una parola, lusso.

Ma in un “Salone delle carrozze” non possono certo mancare i modelli dal tetto apribile. Ecco allora che tra le cabriolet spunta Smart Forease, prototipo della citycar a due posti, basato sulla sua già nota versione elettrica Fortwo Cabrio: in funzione di ciò, può contare su una batteria agli ioni di litio da 17,6 kWh e un motore elettrico da 80 Cv di potenza (60 kW) e 160 Nm di coppia motrice. Mica male per una “carrozzina” da passeggio.

Ferrari, la prima volta del dopo Marchionne

La prima volta del dopo Marchionne non è la stessa cosa. Rispetto al resto della galassia Fca, lui nelle Rosse ci metteva anche un po’ più di cuore, oltre al business. Ferrari e Parigi, poi, sono un binomio classico e senza di lui il salone francese senza di lui suona strano. Eppure proprio agli uomini di Maranello, con in testa il nuovo ad Louis Camilleri, è toccato rappresentare l’Italia vista la scelta del sodalizio Italia-Usa di non partecipare con altri marchi del gruppo. La scelta dei modelli da esporre è stata quanto mai simbolica: le due Monza Sp1 e Sp2, “barchette” ispirate ai modelli da competizione degli anni 50 e spinte dagli 810 cavalli del 6.5 V12. Velocissime, oltre i 300 orari. Lo stesso dinamismo che si dovrà mettere nell’attuazione del piano industriale, che prevede l’arrivo del primo suv della storia, il Purosangue. E se la curiosità (magari pure lo scetticismo) dei puristi è giustificata, l’attesa è per quelle 15 nuove Rosse annunciate nei quattro segmenti strategici come le sportive, Gran Turismo, Serie Speciali e le “Icona”. Ma fondamentale sarà anche la svolta green. Ovvero quel 60% di supercar ibride che entro il 2022 faranno parte del rooster di Maranello, alcune delle quali saranno presentate proprio a Parigi tra due anni. Sempre che esista ancora un salone dell’auto.

Motorshow dimezzato: là dove c’era la grandeur

“Afare le cose a mezzo, si perde sempre”. Gli organizzatori del Mondial de l’Automobile di Parigi penseranno alla massima del loro connazionale Napoleone, passeggiando tra gli stand di un salone dell’auto dimezzato. E anche i visitatori che ne affolleranno i padiglioni, da oggi fino al 14 ottobre, si guarderanno intorno un po’ spaesati chiedendosi che fine abbiano fatto tanti dei marchi a loro cari. Abarth, Alfa Romeo, Aston Martin, Bentley, Fiat, Ford, Infiniti, Jeep, Mazda, McLaren, Mini, Mitsubishi, Nissan, Opel, Rolls-Royce, Volkswagen e Volvo: sembrerebbe la reclame di un concessionario multibrand. Invece è la lista, in rigoroso ordine alfabetico, dei costruttori che hanno disertato l’appuntamento biennale nella Ville Lumière. Appuntamento che, come altri colossi del settore, sta mostrando di avere piedi d’argilla.

Il primo a cadere, sotto gli strali e la concorrenza temporale del Consumer Electronics Show di Las Vegas, era stato il salone dell’auto di Detroit. Costretto a reinventarsi in estate e con un’inedita formula open air, perché il deserto high-tech del Nevada ormai tira più del ghiaccio della Motor City. Questione di priorità: ormai si cercano luoghi dove presentare tecnologie, info-mobilità e guida autonoma su tutte, più che auto. Lo hanno capito prima di tutti quei furbacchioni svizzeri del salone di Ginevra, stringendo una Santa Alleanza con l’Ifa di Berlino, l’equivalente del Ces in Europa, ovvero una fiera dell’elettronica da anni punto di riferimento del settore. È della settimana scorsa, invece, la notizia della caduta di un pezzo di cuore per gli appassionati italiani: il Motor Show di Bologna cambia nome e a maggio si trasferirà a Modena al sole della Motor Valley.

Se nel caso di un evento tradizionale ci sta che i costruttori non vogliano più spendere soldi per vedere le proprie novità di prodotto mischiate con quelle degli altri, il “Motorsiò” è sempre stato un luogo di passione prima che di business. Quel che invece continua ad essere l’esposizione di Porte de Versailles per l’industria francese dell’auto. Il gruppo Psa e quello Renault, negli ultimi anni, sono partiti da qui per allargarsi e trovare una dimensione internazionale, nonostante la loro grandeur continui a manifestarsi soprattutto nella vecchia Europa, che rimane l’ombelico del loro mondo commerciale. Dove potersi sfidare, come in questo caso, anche sul terreno delle auto a prova di futuro: prototipi agli antipodi stilistici come la Peugeot e-Legend e la Renault EZ-Ultimo, uno ispirato al passato e l’altro al (dopo) domani.
Ma Parigi affascina, si sa. Asiatici, americani o europei, non fa differenza. In parecchi, ad esempio, provano a dare la spallata finale a Elon Musk, accusato di frode dalla Sec (l’ente americano regolatore della Borsa), e alla sua Tesla con una pattuglia di auto a batteria. Come quelle dei soliti tedeschi, che non contenti di avere un salone a loro dedicato (Francoforte, che si alterna proprio con Parigi nelle annate dispari) spingono forte anche in trasferta: Audi Q3, Bmw Serie 3 e Mercedes Gle, tanto per ribadire che il comparto del lusso è roba loro.

L’Italia in questo periodo invece non va molto di moda Oltralpe. Pure se non una correlazione diretta non esiste, alle scaramucce politiche tra governi fa riflesso la l’assenza di marchi chiave di Fca come Alfa Romeo e Jeep. Anche per mancanza di novità sostanziose da presentare. A fare da portabandiera ci pensano Maserati e, soprattutto, Ferrari. Per il Cavallino e il suo nuovo amministratore delegato Camilleri questa è la prima uscita ufficiale in una fiera internazionale, dopo la scomparsa di Sergio Marchionne e la presentazione di recente del nuovo piano industriale 2019-2022. Sullo stand delle Rosse campeggiano le due varianti della Monza: SP1 e SP2, spinte da un poderoso V12 da 800 cavalli che le spinge da 0 a 100 orari in meno di tre secondi. È tempo di ripartire, veloci.

In difesa di Juncker, il Bogart di Bruxelles

Noi, che siamo da lungo tempo ammiratori del presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, siamo felici della nuova popolarità regalatagli da Matteo Salvini: il ministro dell’Interno gli ha sostanzialmente dato dell’ubriacone dopo alcune parole minacciose sui conti pubblici italiani. Leggenda vuole, infatti, che l’ex premier lussemburghese – con spiacevoli infortuni passati in materia di spionaggio e politiche fiscali – abbia una certa passionaccia per gli alcolici: effettivamente, certe volte guardandolo camminare non si può che pensare al Bogart di “tutto il mondo è in ritardo di tre drink”, piuttosto che alla fastidiosa sciatica a cui ricorrono a Bruxelles per spiegarne l’incerto caracollare. Detto questo, ci tocca difendere Juncker da Salvini: se fosse un buon bevitore, e noi lo speriamo e lo crediamo, sarebbe l’unica cosa per cui ci sentiremmo di apprezzarlo. Di più, siamo convinti che siano quei tre drink di vantaggio il segreto della qualità che più ce lo rende caro: la brutale sincerità che esplode in detti memorabili come “quando la situazione si fa seria, bisogna mentire” (nel 2011 sulla crisi greca). E allora viva Jean Claude. E prosit!

P.S. Ci corre l’obbligo di avvertire il lettore che Carlo Calenda ha scritto un libro e rilasciato un’intervista a Vanity Fair per lanciarlo: vi dichiara di sentirsi “detestato” nel Pd, partito in cui non lo hanno “mai coinvolto in niente”. Ora l’accozzaglia democratica va superata “in modo intelligente”: “Se non accadrà entro l’inverno, mi ritirerò dalla vita politica”. E prosit 2!

Verona Fiere: poca trasparenza, troppi spifferi

Questa storia arriva da Verona. E finisce per mandare in subbuglio la politica locale e far intervenire, da Roma, l’Anticorruzione di Raffaele Cantone. Tutto comincia quando un consigliere comunale, Alessandro Gennari, ex candidato sindaco di Verona per i Cinquestelle, fa una richiesta di accesso agli atti a Veronafiere: chiede il verbale di una riunione del consiglio d’amministrazione, quella del 27 ottobre 2010. Vuole verificare un fatto successo otto anni fa: un dipendente era uscito dall’ente fieristico veronese, aveva incassato una robusta buonuscita e poi aveva continuato a lavorare come consulente, fatturando delle belle sommette. Veronafiere respinge la richiesta: sostiene di essere una società per azioni, non soggetta al controllo del Comune. Il direttore generale Giovanni Mantovani scrive: “Veronafiere spa non rientra tra i soggetti rispetto ai quali può essere esercitato l’accesso atti, considerato che non è un ente o un’azienda dipendente sottoposta a vigilanza del Comune di Verona, trattandosi, diversamente, di una società a partecipazione pubblica (non a controllo pubblico), che vede il Comune di Verona detenere una quota pari al 39,666 per cento del capitale sociale”. È una spa, è vero, ribatte Gennari, ma è quasi totalmente pubblica e ha il Comune come socio di maggioranza. Inoltre, nel 2010, Veronafiere era ancora un ente controllato dal Comune e non una società per azioni. Allora il consigliere comunale ci riprova. Questa volta la richiesta di accesso agli atti è presentata per conto del Comune e dei consiglieri comunali, come previsto dalle linee guida dell’Anac sulla trasparenza nella pubblica amministrazione.

A questo punto succede un evento che Gennari ritiene inquietante: il personaggio oggetto della sua richiesta si presenta sul suo posto di lavoro e chiede di parlargli. Gennari quel giorno non era in sede. Ma poi, al telefono, l’ex dipendente di Veronafiere cerca di lisciargli il pelo e gli chiede un incontro, per dargli la sua versione della vicenda. Gennari si chiede: come ha fatto a sapere che ho chiesto il verbale del cda che riguarda proprio lui e la sua buonuscita del 2010? Ci sono spifferi a Veronafiere? C’è una talpa che diffonde notizie riservate proprio a chi dovrebbe essere oggetto di un atto ispettivo? Gennari informa subito il sindaco e l’assessore alle società partecipate. Poi presenta un esposto ai due enti di vigilanza, l’Anac e il Difensore civico, lamentando l’assenza di trasparenza di una società controllata dal Comune e denunciando che era stato spifferato l’atto ispettivo di un consigliere comunale. L’Anac apre un’istruttoria sul caso. Il Difensore civico intima a Veronafiere di consegnare il verbale del cda. Veronafiere resiste ancora e fa ricorso. Intanto avviene la cosa più fantastica di questa storia: l’ente fieristico che non vuole consegnare alcun verbale del consiglio d’amministrazione, manda a Gennari il verbale del consiglio d’amministrazione (del 2018) in cui il cda decide di non mandarglielo (quello del 2010). Gennari è preoccupato: “Un ex dipendente di Veronafiere è stato informato della mia richiesta di accesso agli atti e si è presentato sul mio luogo di lavoro. Sono stato rassicurato dalla notizia che all’interno della Fiera sarebbe partita un’indagine per capire come l’ex dipendente sia venuto a conoscenza della richiesta istituzionale di un consigliere. A oggi non ho ancora avuto la possibilità di vedere quel verbale, né conosco l’epilogo della vicenda. Sono preoccupato per questa storia assolutamente non chiara e deluso per la mancanza di tutela da parte del Comune nel supportare una più che legittima richiesta di un consigliere. Come ci regoleremo in futuro con altre aziende o enti partecipati? E soprattutto: avrò il piacere di ricevere nuove visite?”.

Caro Saviano, a quando le cavallette?

Roberto Saviano ha saputo costruirsi un bel ruolo: quello di “Re dei buoni”. L’ultima tappa della sua crociata è la difesa del sindaco di Riace, anche – e soprattutto – dopo l’arresto. Ad agosto diceva: “Mimmo Lucano è un modello. Ripartiamo da qui per organizzare una nuova Resistenza”. Lungi dal fare autocritica, pratica a cui Saviano è un po’ allergico, lo scrittore sta ora rilanciando il suo pensiero con intemerate funeree. Ovviamente il primo bersaglio è Salvini, che per Saviano c’entra sempre: Saviano è davvero convinto che Salvini sia una sorta di nuovo Goebbels. Nulla di strano: in tempi di perdurante penuria a sinistra, l’identificazione di un Orco Cattivo può aiutare a serrare le fila (quali?) e marciare uniti (come no) verso il Sol dell’Avvenire (ciao core).

Saviano sa benissimo che l’inchiesta che riguarda Lucano è scattata nel 2017, quando non era neanche ipotizzabile un Salvini al Viminale. Eppure per Saviano è sempre colpa del “ministro della malavita”, come lo chiama lui, citando malino lo storico Salvemini che a sua volta parlava di Giolitti (e “mala vita” lo scriveva staccato). A scanso di equivoci, ribadisco la mia stima a Saviano e la mia lontananza da Salvini: non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, ma viviamo tempi intrisi di tifo e dunque stupidi. Purtroppo questa demonizzazione maldestra e in servizio permanente di Salvini rischia di fare proprio il gioco del leader leghista. Eppure Saviano va avanti, scomodando perfino Brecht: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere”. Detto che quando penso alla Resistenza penso a Fenoglio e non a Mimmo Lucano, brava persona ma “eroe” proprio no, il punto è un altro: chi lo decide quando la giustizia è giusta o ingiusta, Roberto? Tu? E come funziona, di grazia? Che se indagano Salvini la giustizia è buona mentre se arrestano un tuo amico allora è regime? Via, su. Anche sulla santificazione di Lucano, già divenuto “esempio di disobbedienza civile”, ci andrei cauto. A meno che, pure qui, non sia sempre Saviano a decidere quali siano i carcerati buoni e quali quelli cattivi. Beato lui: mai un dubbio, mai una sfumatura. Da una parte c’è il Bene, cioè Saviano, e dall’altra il Male. Una sorta di “manicheismo buonista”, che ti fa sentire sempre migliore degli altri. Così: ontologicamente. Saviano ha anche detto che “questa inchiesta è il primo passo verso lo Stato autoritario” e che “l’Italia sta diventando un regime”. Ehilà, addirittura. E quando è prevista l’invasione delle cavallette? Così, giusto per sapere: vorrei organizzarmi bene per l’avvento delle Tenebre. È poi confortante che Saviano abbia ritrovato tutta quella (meritoria) veemenza che purtroppo non sempre aveva con Renzi al potere, prima causa del Salvimaio, e quando la ritrovava – Boschi e caso Etruria – Repubblica lo censurava (e lo pubblicava l’Huffington Post).

Peccato che il 4 marzo quella veemenza si tradusse in un voto alla Bonino: cioè a Renzi, di cui i radicali (featuring Tabacci) tentarono d’essere un ormai liso specchietto per le allodole, a uso e consumo di quasi-delusi come Serra e Saviano. C’è poi un ultimo aspetto: i video. Quei video. Sempre quelle pause che in confronto Celentano è Il Mitraglia. Sempre quelle carrettate di retorica. Sempre quei toni da Cassandra in slow motion. Sempre quella recitazione monolitica, sempre quello sguardo lanciato verso l’Armageddon. Sempre quel tono di voce mai modulato, da automa apocalittico che ci tiene a ricordarti che devi morire. Sempre quell’effetto involontariamente comico, come Anna Marchesini quando parodiava Il giardino dei ciliegi. Ma lei, che era un genio, lo faceva apposta. Sei bravo e coraggioso, caro Roberto, ma se ogni tanto sottrai enfasi & bile alle tue reprimende ci guadagniamo tutti. Tu per primo.

La disobbedienza generosa di Lucano

Ho un amico senegalese, arrivato in Italia sei anni fa: è un clandestino. Lavora: fa il falegname. Ha un ruolo nella nostra società: a cui non nuoce in nulla, anzi alla quale giova moltissimo, con la sua dedizione, con la qualità del suo lavoro, con la sua onestà. Ma è un fantasma: uno schiavo del nostro sistema.

Ma con le leggi che ci siamo dati, non c’è modo di fargli avere un permesso di soggiorno, e chissà, un giorno la cittadinanza. Abbiamo chiuso tutte le strade: e non perché siano troppi, ché anzi ci servono (in tutti i sensi). No: per la “percezione dell’insicurezza” messa a reddito da una politica ridotta all’imprenditoria della paura. Ebbene, se io potessi organizzare un matrimonio combinato per dargli la cittadinanza, lo farei. Se, pur violando qualche norma, potessi affidargli un appalto pubblico per un lavoro che fosse in grado di fare bene, non ci penserei un momento. È quello che ha fatto Mimmo Lucano, su una scala così importante da essere diventato un modello e un riferimento internazionale. Ora Mimmo Lucano si difenderà in un processo, come tutti coloro che si trovano costretti a violare la legge perché quella legge è inumana, ingiusta, sbagliata. È una resistenza civile, una disobbedienza: e chi la pratica sa perfettamente che può essere chiamato a pagarne tutto intero il prezzo. Anche se vive in una terra, come la Locride, in cui certo le infrazioni della legge hanno altri moventi, e in cui un cittadino si potrebbe ingenuamente aspettare che la procura usasse tempo e soldi per perseguire altri reati. Ma il punto non è questo. Il punto è da che parte stare: e c’è un’Italia che sta con Mimmo Lucano, perché sente che l’unico modo di superare queste leggi è disobbedire, pagandone il prezzo. Chi la pensa così sa che dalla parte del sindaco di Riace c’è un alleato potente: che si chiama Costituzione della Repubblica italiana. Già: si può violare la legge, e però attuare la Costituzione.

Il precedente è quello celeberrimo di Danilo Dolci, processato nel 1956 per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. Capi di imputazione ben più gravi di quelli contestati a Lucano: e legati anche in quel caso a una lotta per i diritti dei più poveri. In quel memorabile processo sfilarono come testimoni della difesa di Dolci figure come quelle di Carlo Levi ed Elio Vittorini, e fuori dall’aula le ragioni dell’imputato furono difese da La Pira, Piovene, Guttuso, Zevi, Bertrand Russell, Moravia, Bobbio e Zavattini, Silone, Sellerio, Capitini, Paolo Sylos Labini, Eric Fromm, Sartre, Jean Piaget e da altri ancora.

Alla fine Dolci fu condannato: a cinquanta giorni di reclusione. Eppure la sua battaglia ebbe un’importanza cruciale: per cambiare il senso comune, e le stesse leggi della Repubblica.

Uno degli avvocati difensori di Dolci fu, è noto, Piero Calamandrei, e la sua arringa è il testo più illuminante da leggere per capire anche questo caso di 62 anni dopo: “Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione”.

Ebbene, quel periodo di trapasso non è finito: la nostra legalità non è ancora la legalità nuova promessa dalla Costituzione. In particolare, la legislazione sui migranti è in gran parte contro lo spirito e la lettera della Costituzione, e contro i diritti umani più elementari. Disobbedire a queste leggi, essendo disposti a pagare il prezzo di questa disobbedienza, è un modo generoso e impervio per cambiare lo stato delle cose.

Per questo sto con Mimmo Lucano, e faccio mie le parole di Calamandrei: “Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione”.

Mail box

 

Come i politici, noi italiani abbiamo la memoria corta

Nel leggere l’editoriale di Travaglio circa la contraddizione di Renzi, il quale nel 2017 aveva dichiarato “via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%” per poi puntualmente criticare l’attuale governo “reo” di aver programmato un deficit al 2,4% le cui “scelte di oggi” avranno “conseguenze devastanti”, mi ha fatto riflettere sulla memoria corta sia dei nostri politici, sia soprattutto di noi italiani. Ho fatto una ricerca sulle promesse degli ultimi vent’anni e ho scoperto che Berlusconi aveva promesso due milioni di posti di lavoro in 4 anni. Oggi i disoccupati sono aumentati! E Forza Italia parla ancora di posti di lavoro garantiti se va al governo. Il Prof. Monti oggi critica l’attuale governo sul rischio di sforamento mentre lui stesso, quando è stato al governo, ha sforato. Nessuno di noi italiani si indigna più ascoltandoli proprio perché, come i politici, noi abbiamo la memoria corta. Facciamo l’ultimo sforzo: crediamo in questo nuovo governo e poi si vedrà. Tanto, come diceva qualcuno, più nero della mezzanotte non c’è più nulla! Grazie di esistere, un giornale come Il Fatto ci fa riflettere sulle cose e ci aiuta a ricordare.

Elio Alfano

 

Su Minzolini il parlamento ha violato la Severino

Visitando la fiera “Libro Aperto” a Firenze, ho incrociato l’ex presidente del Senato Pietro Grasso. Non mi sono potuto trattenere dal fargli una domanda. Gli ho chiesto se non ritenesse un grave insulto istituzionale, in particolare nei riguardi della Camera, della Magistratura e del Quirinale, e, ancora peggio, una grave lesione del diritto, la votazione del Senato nella scorsa legislatura che aveva decretato la non espulsione del senatore Minzolini, in discordanza con la legge Severino.

Sintetizzo lo scambio di battute: “…ma alla fine ci sono state le dimissioni di Minzolini…”. “Sì, ma dimissioni volontarie accettate e non in applicazione della legge Severino. Il Senato doveva solo prendere atto della esistenza delle condizioni di applicabilità” “Una votazione è una votazione… non esiste presa d’atto, del resto questa è la politica”. Personalmente sono convinto che l’abuso di una carta di credito non sia stato, dal punto di vista etico, così grave come tanti altri delitti a cui ci ha abituato la cronaca, ma la legge è legge e dovrebbe essere rispettata in particolare da una Istituzione promulgatrice. Ricordo che il Fatto Quotidiano pubblicò tutti i nomi dei senatori che ritennero di poter disattendere la Legge, e personalmente eviterò di dare il voto a qualsiasi partito politico che ripresenti in lista uno qualsiasi di quei nomi nel mio Collegio.

Ma mi sorge spontanea una domanda: sono io che non capisco nulla di Diritto, essendo i miei studi ed esperienze in tutt’altro settore?

Pietro Brogi

 

Catastrofisti, state tranquilli: non finiremo come la Grecia

Questo governo un miracolo lo ha già compiuto. E pure grande.

L’Italia non è piu un paese socialmente indifferente, disgregato e qualunquista. E tutto questo agitarsi, come fosse stato scrollato un alveare, sembra rivelare finalmente un interesse, per il Paese e il suo futuro. La preoccupazione sale nei pessimisti, mentre la soddisfazione gratifica gli ottimisti.

Tuttavia, gli uni e gli altri dovrebbero concedersi un po’ di tempo e un minimo di fiducia per valutare gli sviluppi. Dopo di che si potranno trarre, nel bene o nel male, conclusioni sensate.

Ma i catastrofisti possono dormire sonni tranquilli: non seguiremo la china della Grecia, fallita soprattutto perché la classe dirigente aveva raggiunto un livello di corruzione insostenibile. Esattamente ciò che il governo attuale vuole contrastare, almeno nelle intenzioni.

Lettera non firmata

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo di Alessia Grossi pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano vi sono due imprecisioni nel box che riguarda il Teatro Massimo.

I ricavi da biglietteria infatti non sono diminuiti del 15,5 %, ma al contrario sono cresciuti del 19,9%, come da Bilancio 2017 disponibile online sul sito della Fondazione.

Viceversa il debito totale non è cresciuto del 18,7%, ma è diminuito di oltre il 5%, passando dai 17.522.972 € della chiusura di esercizio 2016 a 16.625.988 euro del 2017, come riscontrabile dai dati contenuti nel già citato Bilancio 2017.

Angela Fodale

 

Per i dettagli sulla situazione economica e finanziaria delle Fondazioni lirico-sinfoniche presenti nell’articolo sopra citato ci siamo serviti dei dati della prima Relazione semestrale 2018 del Commissario straordinario Gianluca Sole. Alla voce del Teatro Massimo di Palermo si leggono le cifre riportate nell’articolo e non quelle su indicate dalla Fondazione.

A. G.

Vaccini e “baby e sodati”. Ecco perché la legge Lorenzin discrimina tre volte

Chi scrive è il padre di un bambino di 5 anni all’ultimo anno di scuola materna, iscritto prima del ddl Lorenzin, ma estromesso con una comunicazione verbale senza che la Usl abbia mai risposto alla formale richiesta di appuntamento per parlare con il medico del servizio vaccinale. Torno dal primo tentativo, fallito, di inserire mio figlio in un’altra struttura: il bimbo ha pianto fino a perdere il fiato, non capisce perché debba essere costretto a lasciare la scuola, amici e maestre. Eppure, ministro, non sono Stato io. Doveva frequentare l’anno di preparazione alla prima elementare, ma adesso temo che qualunque soluzione alternativa lo penalizzerà. Questa legge è tre volte discriminatoria: perché colpisce lui per sanzionare me, perché mentre per la fascia 6-16 la sanzione estingue l’obbligo, per la fascia 0-6 si procede all’esclusione anche dei “veterani” dell’ultimo anno, perché c’è disparità di interpretazioni della legge nazionale da Regione a Regione e perfino da scuola a scuola, sui documenti da presentare. E tutto questo per cosa? Le coperture vaccinali sono state pressoché raggiunte, il morbillo ha esaurito il suo picco, ai bambini immunodepressi è da sempre sconsigliato di frequentare i coetanei nella fascia 0-6, quella a più alto rischio per ogni genere di malattia infantile. Ai genitori che chiedono informazioni non è dato discutere né del numero né del tipo né del motivo di questi 10 vaccini. I vaccini di oggi, è la vulgata, sono più sicuri di quelli di ieri: esiste però una legge psicologica in base alla quale all’aumentare della percezione di sicurezza cresce anche il numero di comportamenti a rischio. Se questo vale per chi non vaccina o vaccina parzialmente, anche la banalizzazione della pratica vaccinale di massa e il soprannumero di trattamenti obbligatori vi rientra. I no-vax, d’altra parte, sono menzione mediatica e marchio d’infamia: esistono, questo è vero, le associazioni di danneggiati da vaccino che negli ultimi vent’anni hanno socializzato le loro informazioni, le testimonianze, i pareri medici, con un’azione di supplenza rispetto alle note lacune della farmacovigilanza. Non sono tanti, ma sono abbastanza da aver prodotto un’esitazione vaccinale che va risolta con dialogo e informazione trasparente, non col ricatto. Chiedo al ministro della Salute e al governo di intervenire il prima possibile per tamponare questa situazione discriminatoria. Soprattutto, urge salvaguardare i piccoli di 3 e 5 anni inseriti con requisiti differenti – i “baby esodati” – prima ancora di porre mano al decreto che, mi auguro, libererà il Paese da un provvedimento di impianto postbellico.

Giulio Milani

 

Gentile Giulio, contemperare i diritti allo studio e alla salute è la sfida maggiore che ha dovuto affrontare la Lorenzin e resta ancora oggi un nodo da sciogliere. Ieri è iniziato l’iter di discussione al Senato dei due ddl presentati da Lega e M5S, diversi per impostazione e contenuti. Si vedranno presto sia testo finale che esito. Intanto andrebbe gestita meglio questa fase di transizione, fatta di discrezionalità e del rischio, con l’autocertificazione, che si dichiari il falso per permettere ai figli di andare a scuola. Cosa che lei, per fortuna, ha deciso di non fare.

Virginia della Sala

Yulin, la mattanza dei cani che diventano bistecche

È lo sguardo dei cani a rimanere impresso nella mente. Quei cani che aspettano solo il loro turno. Alcuni di loro hanno il pelo macchiato di rosso, del sangue degli esemplari macellati prima di loro. Siamo a Yulin, nel sud della Cina, una città di sei milioni di abitanti. Yulin è diventata un simbolo in tutto il mondo. Qui ogni anno si tiene lo “Yulin Dog Meat Festival”, il festival della carne di cane. Non ci sono fuochi d’artificio o balli, ma semplicemente, ogni anno, a partire dal solstizio d’estate, dal 21 giugno, per dieci giorni all’anno è possibile acquistare nei mercati di Yulin molta più carne di cane del solito (è risaputo come in Cina, e nei Paesi limitrofi, sia uso nutrirsi della carne di quello che per noi non è altro che un animale domestico). Si parla – per la World Animal Protection – di 10.000 cani macellati solo durante il festival (25 milioni in tutta la Cina ogni anno).

La carne di cane è ricercata perché è considerata ricca di proprietà nutritive e afrodisiache, e durante queste giornate, a Yulin, i venditori possono arrivare ad alzare il prezzo fino a 14 yuan per 500 grammi, circa 4 euro al chilo (il costo medio della carne di maiale è la metà). “Costa più il cane della pecora”, ci dice un commerciante di cani che incontriamo per la strada. È seduto sul suo motorino, e al posto del portapacchi ha una gabbia. Piena. “L’ho allevato come cane domestico”, ci dice. “Ma possiamo mangiarlo?”, chiediamo io e la mia collega delle Iene Francesca Di Stefano. “Io lo vendo, voi ci fate quello che volete. Con questi io ci mantengo la famiglia!”. Intorno a lui ci sono altri cinque commercianti. Tutti sul motorino, chi con uno, due o persino tre cani nella stessa gabbietta in attesa di un acquirente: vengono dalle zone povere delle campagne.

Il vero business avviene però nel mercato coperto, più grande. Appena ci avviciniamo all’ingresso, veniamo subito intercettate dai “buttafuori”, che hanno il compito di non fare entrare gli stranieri. Sanno bene che qualunque immagine venga registrata all’interno del mercato sarà usata per alimentare le manifestazioni, con le richieste di chiusura conseguenti che ogni anno ci sono per l’inizio del festival: ecco perché le immagini che abbiamo trasmesso nella puntata di ieri delle Iene sono esclusive.

Ogni anno personaggi di tutto il mondo come Matt Damon e Tiziano Ferro spendono la propria visibilità per chiedere di fermare Yulin con l’hashtag #StopYulin. È la rivendicazione che accompagna i presìdi davanti alle ambasciate cinesi dei Paesi occidentali che tanto infastidiscono il governo di Pechino. Grazie a un complice entrato per noi, riusciamo a registrare quello che non siamo riuscite a vedere direttamente: centinaia di carcasse di cane appoggiate sui banconi, tutte intere, coda e zampe comprese, una sopra l’altra. Gli acquirenti scelgono il cane macellato e se lo portano via, in dei sacchi o direttamente sul motorino. La macellazione è stata spostata lontano da occhi indiscreti, in un villaggio vicino. “Mai provato la carne di cane?”, ci chiedono qui, offrendoci dei bocconcini già cotti. Con una scusa, abbiamo gentilmente rifiutato. In Cina tutto è commestibile: dallo scorpione alla tartaruga, ed effettivamente non è così semplice spiegare loro che gli occidentali risparmiano degli animali per il rapporto privilegiato che hanno con l’uomo. Un cane è così diverso da un maiale? No, non lo è. Soffrono e gioiscono allo stesso modo. Ma voi pensate all’animale che siamo abituati a vedere sul divano di casa, che si appresta a essere ucciso, proprio sotto i nostri occhi.

Il ragazzo di fronte a noi apre una gabbia, e sceglie un cane nero. In mano ha un bastone con un uncino di ferro. Con quello prende su per il collo il cane, che non oppone resistenza, e con il bastone nell’altra mano lo stordisce. Il cane guaisce. Così il ragazzo gli dà una nuova bastonata, e poi un’altra ancora, e lo butta a terra. Tira su il cane per la pelliccia, e con il coltello lo sgozza. Prima di appenderlo a testa in giù, pronto per essere scuoiato, con lo stesso coltello gli taglia il collare. Significa che quel cane aveva una famiglia, e come tanti, nei giorni prima del festival, è stato rubato.

Mangiare il cane o il gatto è una questione culturale. Sono la tradizione e gli usi a decidere quale animale è da compagnia, e quale invece deve finire a tavola. “È da quando esiste l’uomo che l’uomo si mangia il cane”, ci ha detto un venditore. Ma a nessun animale andrebbe riservato un trattamento che è a tutti gli effetti una tortura. Per questo è importante abbattere le mura del mercato di Yulin, e fare uscire fuori quello che succede lì ogni anno. Per fermare la mattanza.