Addio al giudice De Grazia: ideò la legge contro mafia-politica

È scomparso lunedì notte a Lamezia Terme (Catanzaro), all’età di 82 anni, Romano De Grazia, magistrato a riposo, presidente emerito della Corte di Cassazione e fondatore del Centro Studi Nazionale “Giuseppe Lazzati”.

Fu autore del progetto di legge intitolato a Lazzati per contrastare il voto di scambio e introdurre il divieto di attività politico-elettorale per i soggetti indiziati di appartenenza alla criminalità organizzata e sottoposti a misure di prevenzione, poi approvato nel 2010 ma con modifiche che lo inducevano a parlare di testo “mutilato”.

Non aveva mai abbandonato l’impegno civile e qualche mese fa, in una delle ultime apparizioni pubbliche per ritirare il premio “Federico II”, aveva sottolineato per l’ennesima volta l’importanza di quelle misure contro l’inquinamento mafioso della politica: riferendosi a Lamezia Terme, Comune sciolto tre volte per mafia, aveva detto che “basterebbe stare attenti, perché alle cene, ai comizi, si vede chi c’è sotto il palco, si vede chi appoggiano le benemerite famiglie degli Iannazzo e dei Torcasio”.

Italia-Dubai, accordo (o quasi) di estradizione

Lo avevamo lasciato lo scorso dicembre, di nuovo libero per le strade di Dubai, grazie al pagamento di una cauzione. Ora però Giancarlo Tulliani – rinviato a giudizio, con il cognato Gianfranco Fini, per riciclaggio in relazione alla nota vicenda della “casa di Montecarlo” – avrà di che preoccuparsi.

Ieri, infatti, il Senato ha approvato in via definitiva il decreto di ratifica dei trattati tra Emirati Arabi Uniti e Italia per l’estradizione e l’assistenza penale. Un accordo nato nel 2015 quando l’allora Guardasigilli Andrea Orlando aveva condotto una complessa trattativa con gli Emirati per mettere fine a una situazione insostenibile: gli Emirati sono diventati il paradiso dei latitanti vip italiani. Che laggiù vivono alla grande, a volte aprono attività commerciali alla luce del sole.

A doversi preoccupare sono 16 latitanti. Molti nomi noti come l’ex deputato di Forza Italia, Andrea Matacena che, ha ricordato il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, “è stato condannato in via definitiva nel 2013 per il reato di concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso”. Ma nell’elenco del ministero della Giustizia risulta anche Massimiliano Alfano “richiesto in estradizione sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare per reati di lesioni personali gravi e porto abusivo di armi, aggravati dalla finalità di agevolare un’associazione di tipo mafioso”. Ecco poi i napoletani Gaetano Schettino e Raffaele Imperiale accusati di traffico di stupefacenti. Ancora: Andrea Nucera, destinatario di “un’ordinanza di custodia cautelare per bancarotta fraudolenta” e oggi, pare, titolare di un ristorante; Abelmoula El Aziz (accusato di “associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e al traffico di sostanze stupefacenti”) e Antonio Giulio Cetti Serbelloni Alberico, fuggito negli Emirati Arabi insieme con i suoi cognomi per evitarsi 8 anni e 6 mesi di reclusione per violazioni tributarie.

Finita la pacchia? Il trattato è firmato, ma rischia di restare un pezzo di carta. Racconta una fonte ministeriale: “Ci risulta che manchi ancora il deposito della ratifica da parte degli Emirati. Senza quella il trattato non vale nulla”.

Finora le autorità italiane che hanno cercato di ottenere la consegna di persone ricercate spesso si sono scontrate contro un muro di gomma. Ci sono stati casi clamorosi di rigetto della richiesta, come avvenne in un primo tempo per Amedeo Matacena. Ma, riferiscono sempre dal Ministero, talvolta la tattica è più sottile. Semplicemente non arriva alcuna risposta. Oppure le domande italiane devono scontrarsi con richieste che hanno il sapore di mero ostruzionismo. Come quando dagli Emirati arrivano richieste di “integrazioni” piuttosto singolari. Vedi per esempio, è sempre il caso di Matacena, quando fu richiesta una “fotografia aggiornata”. Come se ce ne fosse bisogno, visto che Matacena negli Emirati risulta lavorare in un locale pubblico. Per non dire che risulta difficile fornire foto aggiornate di un latitante. Lo stesso Matacena, ricordano le autorità italiane, che dagli Emirati ottenne un permesso di espatrio.

Lo scambio del documento di deposito delle rispettive ratifiche perfezionerebbe il trattato. Rendendo più difficile, per non rischiare conseguenze diplomatiche, il rifiuto della consegna dei latitanti. Altrimenti tutto continuerà come prima: “In pratica”, ricordano da via Arenula, sede del ministero, “in base al principio di cortesia tra Stati”. Così i latitanti di “peso” non vengono toccati. Mentre i pesci piccoli che non portano soldi negli Emirati vengono rispediti in Italia.

 

Traini condannato a 12 anni: “Sparò per odio razziale”

Dodici anni di reclusione, tre anni di libertà vigilata e risarcimento, da quantificare, alle parti civili. È la condanna inflitta a Luca Traini dalla Corte d’assise di Macerata. Ieri mattina quando è sceso dal cellulare della polizia penitenziaria per assistere all’ultima udienza, Luca Traini, accusato di strage aggravata dall’odio razziale, tentato omicidio plurimo e porto abusivo di armi, per aver sparato il 3 febbraio scorso all’impazzata contro sei africani per le vie di Macerata, non aveva quello sguardo allucinato mentre in segno di vittoria si mostrava avvolto dal tricolore. Il suo sguardo era disteso. Poi al termine della lettura della sentenza ha commentato: “Ci sta”. In aula aveva letto da un foglietto le sue scuse alle vittime spiegando: “In carcere ho capito che il colore della pelle non c’entra. Volevo giustizia per Pamela”.

Pamela Mastropietro, la ragazza romana, ospite della comunità, che sarebbe stata fatta a pezzi dal 29enne nigeriano Innocent Oseghale, unico imputato per omicidio volontario, violenza sessuale, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere. “Ringrazio le forze dell’ordine per quello che fanno per Macerata. Volevo fare giustizia – ha detto testualmente – contro i pusher per il bombardamento di notizie sullo spaccio diffuso anche a causa dell’immigrazione: anche la mia ex fidanzata assumeva sostanze”. Per lui la Procura era partita da 22 anni di carcere, scesi a 12 grazie alle attenuanti generiche e allo sconto di un terzo per il rito abbreviato. Si dice soddisfatto il Procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, che aveva puntato tutto sulla matrice razzista e sulla perizia del consulente, lo psichiatra Massimo Picozzi, per il quale Traini è “capace di intendere e di volere, definendo il suo gesto “organizzato” derivato da “uno stato emotivo passionale” e sul riconoscimento dell’ipotesi di strage. Di tutt’altro avviso, ovviamente, l’avvocato di Traini, Gianluca Giulianelli, che annuncia ricorrerà in appello: “Non è razzista, ce l’ha solo con gli spacciatori”, e ribadisce la personalità borderline del suo assistito, forte della perizia effettuata su di lui dopo che in carcere aveva preso a testate il muro. L’avvocato spiega poi come Traini, in 8 mesi di carcere, abbia maturato la consapevolezza che tutti gli uomini sono uguali a prescindere dal colore della pelle, anche grazie al compagno di cella, un ragazzo africano con cui ha molto legato. Ieri mattina Macerata era tranquilla. Sembrava trascorsa un’eternità da quel 31 gennaio quando la cittadina di provincia fu stravolta dalla notizia di Pamela Mastropietro, fuggita dalla comunità di recupero, uccisa, il suo corpo fatto a pezzi riposti in due trolley abbandonati nella zona industriale di Pollenza.

Neppure un mese dopo, Macerata viene di nuovo sconvolta dal gesto di Luca Traini, noto estremista di destra, candidato della Lega alle amministrative di Tolentino, che spara contro gli immigrati dinanzi a un bar. Sei feriti e solo per caso nessun morto. Ieri ad assistere all’udienza in Corte d’Assise, che si è svolta a porte chiuse, anche quattro delle vittime e 13 parti civili, fra cui il sindaco di Macerata, il Pd locale e i negozianti che ebbero le vetrine danneggiate dai proiettili.

Don Biancalani digiuna per difendere l’accoglienza

“Chiediamo al Comune di Pistoia di rivedere il provvedimento che ci vieta di accogliere i migranti e quanti hanno bisogno”: l’ordinanza di settembre “toglie legalità alla nostra opera”, con risvolti legali “importanti per i nostri ospiti”. Così in conferenza stampa il parroco di Vicofaro (Pistoia), don Massimo Biancalani, annunciando che il via da oggi di un “presidio di digiuno per la giustizia” contro un provvedimento che definisce “ingiusto e in contrasto con il Concordato”. L’ordinanza comunale di settembre vieta al sacerdote di utilizzare per l’accoglienza alcuni locali della sua parrocchia che non sarebbero a norma. Biancalani ha già fatto ricorso al Tar. Il suo impegno per l’accoglienza è finito da tempo nel mirino di Forza nuova che l’ha contestato in vario modo, a Pistoia ci sono petizioni contro il suo centro di accoglienza e anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha polemizzato recentemente con lui.

“I migranti che ospitiamo – sottolinea il parroco – quando vanno in questura per rinnovare i documenti, si sentono rispondere che non possono indicare come loro domicilio il centro di accoglienza di Vicofaro. Il rischio è che quelle persone finiscano in strada”.

La piccola Anila e la “malattia del gommone”

Anila, ha treccine colorate fra i capelli e un vestitino nuovo per un giorno a lungo sognato: riabbracciare la mamma, che, forse, sopirà il ricordo di un’infanzia di abusi, detenzioni. Anila è una bimba di appena 10 anni o, forse, meno, quando viene raccolta dalla motovedetta attraccata al porto Favarolo da Pietro Bartolo, l’eroico medico di Lampedusa che racconta la sua storia disperata nel libro Le stelle di Lampedusa. “Teneva lo sguardo basso, cercava di non farsi notare” racconta Bartolo, quasi a volersi nascondere per non far capire che era sola. Facile preda dei criminali. “Aveva la faccia sporca di polvere”, lo sguardo atterrito. Non rispondeva ad alcuna domanda. Restava immobile. Anila aveva la “malattia del gommone” come la chiama il dottor Bartolo. Era ustionata dalla benzina che fuoriesce dai serbatoi dei gommoni che vengono riempiti dagli scafisti in mezzo al mare. La benzina, sul fondo, si mischia all’acqua salata creando una miscela corrosiva che, paradossalmente, generando calore sulla pelle riscalda dal gelo della notte. Arrivava dal Ghana dopo un viaggio lunghissimo, aver attraversato la Libia dove si era imbarcata ma il gommone era naufragato ed era stata raccolta da un peschereccio di Mazara del Vallo alla ricerca della mamma, partita anni addietro, lasciandola con i nonni nel frattempo morti.

Bartolo decide di dare voce e corpo al desiderio di Anila: trovare la mamma e lo fa senza sosta, in un’altalenarsi di sconforto e speranza che non raccontiamo per non sciupare le emozioni della lettura. Un libro struggente, scritto con quella semplicità, sempre difficile a trovarsi, di un figlio di pescatori che ha lasciato la sua isola per diventare medico e vi è tornato per curare gli isolani e chiunque il mare conduca fin lì che narra di storie che vivono nella cornice solidale di Lampedusa, l’isola dell’accoglienza al centro del Mediterraneo, dove l’umanità si mescola all’aria che sa di sale; dove, come cantano i Rolling Stone, “tentano in ogni modo di vedere il sole cancellato dal cielo” (Paint It Black). Bartolo racconta le notti “affollate dagli incubi, immagini dei bambini sui barconi, i loro sguardi muti e imploranti, l’odore dei cadaveri nei sacchi”, che “resta appiccicato al cervello per anni” e il bisogno di arrampicarsi “sul sentiero polveroso che, tagliando in due la contrada Cavallo Bianco, sale dal vecchio porto e si lancia verso il mare azzurro” dove spicca l’opera del maestro Mimmo Palladino, monumento a “tutte le persone morte in mare durante il loro viaggio verso la salvezza. Una porta. La Porta d’Europa. Aperta verso l’Africa”. Dove ultimamente torna spesso, “da quando sono entrati in vigore gli accordi tra Italia e Libia per limitare le partenze dei barconi e bloccare il flusso dei migranti, abbiamo meno emergenze e ho più tempo libero”. Accordi che definisce “una vergogna” che “spostano il problema un centinaio di miglia piu a sud, lasciando tutta quella povera gente nelle mani dei criminali”.

Ma “affacciandosi verso il Mediterraneo da quest’ultimo lembo di continente, respirando a fondo la salsedine lontano dai veleni e dagli interessi minuscoli della politica” riflette “presto la Storia, quella con la S maiuscola, tornerà a bussare alle nostre case. Lo farà con la sua solita forza… ”. Intanto “ieri sera Anila ha fatto il suo primo saggio di danza con il tutù e le scarpette, ha lo sguardo sicuro, sorride, ed è bellissima”.

Migranti, Riace non si ferma. Oggi il sindaco dal giudice

“Il sistema Riace resta in piedi”. Dopo l’arresto del sindaco Domenico Lucano, il suo vice Giuseppe Gervasi ammette che “è un duro colpo per l’idea rivoluzionaria che si è portata avanti negli anni” ma “l’arresto non pone fine al modello”. Riace va avanti, insomma, nella politica che ha trasformato il piccolo Comune della Locride da borgo in via di spopolamento in una comunità dove convivono uomini, donne e bambini di razze, culture e storie diverse. “Con questo peso dell’inchiesta sulla testa – aggiunge Gervasi –non sarà facile lavorare a livello amministrativo”.

Ieri è arrivata la sospensione di Lucano disposta dalla prefettura dopo l’arresto. Stamattina è previsto l’interrogatorio di garanzia. Mimmo “’u curdu” si presenterà con i suoi avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua davanti al giudice che, da una parte, ha ordinato i domiciliari per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso matrimoni di convenienza, dall’altra ha demolito l’inchiesta sulle presunte irregolarità nella gestione dei fondi ricevuti da Riace per i progetti di accoglienza dei migranti.

Letta l’ordinanza, i boatos di chi ha festeggiato per l’arresto di Lucano si sono attenuati. Perfino Matteo Salvini ha intuito il boomerang delle polemiche e ha smorzato i toni del primo giorno (“Accidenti, chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati” aveva scritto su twitter), limitandosi a puntualizzare che “non è il ministro dell’Interno che dispone di arresti a Riace”.

Pm cattivi se indagano sul sequestro di persona dei migranti bloccati sulla nave “Diciotti” e pm buoni se arrestano Mimmo Lucano per un “reato di umanità”, come lo stesso sindaco ai domiciliari ha detto ieri a suo fratello, gesti di disobbedienza civile commessi senza intascare un centesimo. Magistratura democratica non vuole essere tirata per la giacca dalla politica e ha pubblicato le carte dell’inchiesta: “Crediamo – è scritto in una nota di Md – che la lettura dell’ordinanza sia il miglior antidoto alla grancassa della speculazione che si è messa subito in moto, con il ministro dell’Interno e con il blog ufficiale di una delle due forze di governo a decretare ‘finita l’era del business dell’immigrazione’”. Dai ranghi della magistratura si leva anche la voce di Nino Di Matteo, il pm della Trattativa Stato-mafia oggi sostituto alla Direzione nazionale antimafia, che mette in guardia dalla “strumentalizzazione” dell’arresto di Lucano “per denigrare e delegittimare l’operato di tante associazioni, cittadini e volontari che quotidianamente si dedicano anima e corpo all’accoglienza dei migranti”.

Per sabato a Riace è prevista un’importante manifestazione di solidarietà al sindaco che da mesi denunciava le contraddizioni delle relazioni della prefettura di Reggio Calabria. Sei ispezioni in due anni. Tutte diverse. La prima, conclusa con la segnalazione alla Procura, descriveva Lucano come un sindaco che trattiene i migranti per intascare i soldi dell’accoglienza e che emette buoni acquisto “succedanei della moneta”. L’ultima ispezione, nel maggio 2017, ribalta tutto: la moneta virtuale diventa un “bonus utilizzabile a Riace e che non ha corso legale”. E “il sindaco è un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio”. L’esperienza di Riace è “importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione”.

Ecco perché il convegno sull’immigrazione organizzato ieri a Montecitorio si è aperto con un lungo applauso per “Mimmo ’u curdu”. Il sindaco è ai domiciliari per quelle che Andrea Morniroli del Forum Diseguaglianze e diversità, riprendendo le parole di Don Ciotti, definisce delle “scorciatoie per troppa generosità”. Il presidente della Camera, Roberto Fico, invece, non si è sbilanciato. Ma il suo pensiero è chiaro: “È fondamentale far comprendere che esistono centinaia di migliaia di buone pratiche fatte dai piccoli Comuni e dalle scuole”.

“Non c’è solo chi vegeta nei palazzi. Ma il dissenso è stato rottamato”

Loredana Legrottaglie, 42 anni (“portati benissimo”, ci tiene a sottolineare), è cresciuta a pane e politica. È una di quelle potenziali “risorse” che ha creduto nel progetto del Pd, ha avuto ruoli di responsabilità regionali e nazionali. Poi ha lasciato. “Sono stata nella segreteria regionale fino a due anni fa, poi non ho più rinnovato la tessera, ma guardo al prossimo congresso con curiosità e interesse”. Il racconto del percorso e delle delusioni di Loredana può aiutarci a capire il disastro del Pd. “Il partito ha subito una mutazione genetica profonda. Ai militanti ha preferito i grandi elettori, soprattutto al Sud. Al giovane impegnato nei movimenti No Tap e per la riconversione dell’Ilva, ha preferito i detentori di pacchetti di voti e di tessere. Negli anni del renzismo spinto, la rottamazione è stata usata per espellere il dissenso, colpire giovani che davano fastidio e che potevano essere da ostacolo al potere di piccoli notabili locali. Il resto lo hanno fatto le ultime, aberranti leggi elettorali, il Porcellum e il Rosatellum. Grazie a loro i territori sono stati annullati, non hanno avuto più potere di scelta dei candidati, la classe dirigente è stata selezionata nelle stanze del partito a Roma sulla base della fedeltà al capo e del peso delle correnti. Anche il congresso segue le stesse sciagurate modalità. Insomma, siamo alla cooptazione al ribasso dei fedelissimi, una sorta di fiduciari legati al destino del leader. Per cui un militante non trova più i luoghi per esprimersi, e sente che la sua opinione non è affatto richiesta. Un esempio, il Jobs act. Non ne abbiamo mai discusso, mai a Roma è arrivato il parere di chi lavora nei territori, a contatto con i disoccupati, e di chi conosce dall’interno i meccanismi del mercato del lavoro, soprattutto al Sud. E le conseguenze le abbiamo viste alle elezioni politiche di marzo. Le stesse modalità, anche lo stesso clima l’ho ritrovato in Art.1, che pure ho contribuito a fondare in Puglia. Una identica logica autoreferenziale che ha portato alla marginalità quella parte della sinistra. Che fare, con chi ricostruire? Con quella rete sommersa di militanti e potenziali dirigenti assolutamente ammutolita in questi anni. In giro, nel Pd e fuori dal Pd, ci sono energie che possono dare un grande contributo alla rinascita della sinistra, penso a Giuseppe Provenzano, Michele Laforgia, Anna Falcone, e a tanti quarantenni di valore pronti a dare un contributo. Certo, non sono i soliti nomi, quelli che affollano i talk tv, i volti degli sconfitti e di una presunta classe dirigente che non studia, non sa, non approfondisce, non vive sui territori, ma vegeta in Parlamento”.

L’incubo del congresso nella terra di “re” Michele

Grande è la confusione sotto il cielo che illumina il Pd di Bari e della Puglia. Il Congresso si deve fare, ma nessuno lo vuole. Neppure il segretario regionale del Partito, l’onorevole Marco Lacarra, renziano doc al quale non difetta la schiettezza. “Diciamo la verità, il congresso lo vuole il ceto politico, non certo i militanti, le donne e gli uomini che tengono in vita circoli, che organizzano le Feste dell’Unità. Fosse stato per me l’avrei evitato”. Ma se evitare non si può, rinviare è possibile. Settembre doveva essere il mese decisivo per l’assemblea regionale che avrebbe dovuto stabilire tempi e modalità del Congresso, nulla di fatto, tutto rinviato a ottobre. Con il segretario regionale che tre mesi fa ha annunciato le dimissioni ma è ancora in carica.

Partito in salute e allo stesso tempo malato, unito ma anche spaccato: la condizione del Pd pugliese è indefinibile. Governa da 15 anni il Comune capoluogo, più altri importanti enti locali, e la Regione, ma tracolla alle Politiche di marzo, dove racimola un rachitico 13,6%, cinque punti in meno rispetto alla media nazionale.

“Alle politiche si è perso perché la gente ha votato contro Renzi”, la tesi di Michele Emiliano. “Di fronte a questi numeri – è la risposta di Ada Fiore, candidata in un collegio salentino – qualcuno ci deve spiegare perché ha giocato a distruggere il Pd”.

Sta di fatto che tre mesi dopo, a giugno, si vota di nuovo in Comuni importanti e il Pd, col centrosinistra, sembra risorgere. Altamura, 70 mila abitanti, col 54,70% dei voti stravince il sindaco del Pd Rosa Melodia, sconfiggendo la destra e i Cinquestelle che passano dal 32% delle Politiche al 15,7. Ma neppure i successi locali bastano a sanare le spaccature che attraversano il Pd. “Il partito – dice Lacarra – è lacerato, esattamente come un anno fa, nonostante questo io mi ritengo un segretario unitario. E imporrò l’unità, perché tra due anni qui si voterà per il sindaco di Bari e per la Regione, se ci dividiamo rischiamo di perdere. La destra è forte, i Cinquestelle tentano di riprodurre lo stesso modello nazionale con contratti di programma allargati a una destra a trazione leghista. Per questo invito Emiliano a evitare esternazioni spiacevoli”. Quelle che il governatore ha fatto recentemente in un convegno. “Il Pd non ha più senso, è il mio avversario numero uno, tutta la componente renziana è schierata contro di me”. Quindi sì alle primarie a novembre, ma non per eleggere delegati e dirigenti del Pd, ma per scegliere il candidato alla Regione.

Emiliano lancia la sfida perché si sente forte. Pochi giorni fa ha incassato “l’elogio” di Corinna Cretu, Commissario europeo per le politiche regionali. Un giudizio netto: “Per come ha speso i fondi, la Puglia può dare lezioni al Sud, all’Italia e all’Europa”. L’Italia politica si divide su reddito di cittadinanza e sforamenti di bilancio, in Puglia, tasso di povertà assoluta 8%, esiste già. Si chiama Red (reddito di dignità), 600 euro al mese per 60 mila pugliesi in difficoltà, con l’obiettivo di raggiungerne almeno altri 300 mila nei prossimi cinque anni, spesa totale 350 milioni. Misure popolari che accrescono il consenso di Emiliano, impegnato a tessere alleanze, al centro, a destra e a sinistra. Rimpasta la giunta regionale e fa entrare Mino Borraccino, LeU, come assessore allo sviluppo, ma si copre a destra stabilendo un patto per il 2020 con Massimo Cassano, ex deputato di centrodestra, al quale riserva un posto in giunta per il fedelissimo Gianni Stea.

Un attivismo che divide i renziani. Vicinissimo al “rottamatore” è Antonio Decaro, il sindaco di Bari, che però è schierato su posizioni più moderate rispetto all’ultrà Teresa Bellanova. L’ex viceministro allo Sviluppo economico è la candidata che Renzi e le sue truppe pugliesi vorrebbero contrapporre a Emiliano nella corsa alla Regione. Si attendono scontri feroci. “Il problema – nota Pierpaolo Treglia – è che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Faremo un congresso senza aver mai analizzato nel profondo le ragioni del disastro di marzo. Pensiamo ancora di risolvere tutto con accordicchi dentro il solito ceto politico”. Pierpaolo, classe 1987, è una giovane promessa del Pd, presidente del partito a Bari, è vicesindaco di Palo del Colle, 21 mila abitanti. “Le Feste dell’Unità stanno andando discretamente, a Taranto in una situazione difficilissima ho visto una bella presenza ai dibattiti. I nostri militanti ci chiedono una cosa sola: costruire un partito di sinistra, che abbia un sistema di valori riconoscibile. Schierarci al congresso, ma con chi? Zingaretti, Richetti? È tutto ancora in alto mare e non è la disputa sui nomi e i gazebo per votare che ci serve”.

Il vice di Appendino: “Occasione persa, non sono il signor No”

Le olimpiadi invernali a Torino un’occasione persa. “Se fosse arrivata una candidatura sostenibile sarebbe stata una bella occasione per riqualificare delle aree, come quella della ThyssenKrupp. La nostra ipotesi era quella di non fare debito e recuperare quanto era rimasto in sospeso”. Parola di Guido Montanari, vice di Chiara Appendino e assessore all’Urbanistica spesso bollato come il “signor No” vicino ai movimenti che osteggiano costruttori e opere. “Gli architetti che ho incontrato dopo cinque minuti che parlavano con me dicevano: ‘Allora tu vuoi fare le cose!’. Certo, ma le voglio fare bene, evitando di consumare suolo”. Anzi, lancia un allarme: “C’è una difficoltà nazionale, abbiamo norme che mettono in difficoltà e tempi eterni. Se va bene un cantiere apre dopo un anno, inaccettabile”. Lo dice anche perché vorrebbe attirare più investitori privati a Torino: “Quasi tutti gli interventi programmati in città prevedono investimenti pubblici o semipubblici – spiega –. Gli investitori privati vogliono tempi certi”.

In bagno o al parco: questuanti Rai ovunque

“Al Tg1 ho smesso di bere, niente acqua, niente succhi”. Perché? “E mi chiede perché? Mi fa soffrire, io ho un ricordo divertito e pure un po’ lugubre di quel periodo in Rai”. Carlo Rossella ha diretto il Tg1 dal ’94 al ’96: “E ho conosciuto, le aggiungo per una mia biografia esaustiva, una miriade di simpatici questuanti”.
Il tempo delle nomine non finisce mai tra Viale Mazzini e Saxa Rubra. Vent’anni fa come oggi col governo dei gialloverdi. Rossella, mi perdoni, ha lasciato in sospeso la vicenda del bere: “Mi scusi, volevo riannodare la memoria. Io adoro la vita di redazione, anche al Tg1 mi alzavo solo per andare in bagno. Aprivo lentamente la porta, mi incamminavo con passo felpato, ma dopo un paio di metri alle mie spalle si formava una coda di colleghi. Le donne sostavano fuori e gli uomini entravano con me”.

Rossella, ometta i dettagli. “Dopo aver concluso le mie cose, mi pulivo le mani e le stringevo ai colleghi con la speranza che fossero abituati a una certa igiene. C’era chi si informava sulle mie condizioni di salute, ma le giuro che stavo molto bene. C’era chi mi porgeva un libro o mi invitava a cena, a una festa, a un caffè. C’era chi mi toccava la spalla e mi sussurrava: ‘Io sono sempre stato dei vostri’. I vostri chi? Così mi ero attrezzato per ridurre le trasferte al bagno. Non è finita, però”. Non le chiedo perché. “Dopo le 20:30, terminata la sigla del Tg1, staccavo il telefono, spegnevo gli apparecchi e meditavo con trasporto. Mi creda, la meditazione mi ha salvato da infinite rotture di scatole, di politici che si lamentavano, di giornalisti che si vantavano”. Almeno cenava con serenità: “No, neppure. Perché a mezzanotte c’era l’edizione dei finiani, nel senso degli amici di Gianfranco Fini. C’era il gruppo di Massimo Magliaro per le ultime notizie, le previsioni del meteo, l’almanacco, l’oroscopo. Mi hanno processato in Vigilanza Rai perché mandavo in onda delle signorine un po’ appariscenti. Aspetti, dimenticavo un particolare: la mia stanza era invasa da piante di gentili e anonimi amici, ficus, azalee, orchidee”. Per anni la Rai ha ignorato la questione botanica. Il riservato Carlo Verdelli, direttore editoriale di Campo Dall’Orto, giornalista con la scorza dura, appena insediato s’è ritrovato un cactus in ufficio, alto due metri con spine aguzze che sfregiavano le giacche. Siccome era troppo ingombrante per passare sotto la porta, il cactus era un po’ piegato, non proprio dritto. Nessuno l’ha rivendicato mai.

Il giorno dell’addio di Verdelli – causa farsa del Cda Rai sul progetto di riforma a cui aveva lavorato – anche il cactus è scomparso. Il vulcanico Mauro Masi – direttore generale dal 2009 per un biennio – custodisce i segreti delle scale anti-incendio di Viale Mazzini: “Ho odiato l’ascensore, ho odiato quel rumore che annuncia l’arrivo. Io mi avvicinavo per andare a casa e i dipendenti mi braccavano: direttore di qua, direttore di là, vorrei quel programma, vorrei quel mandato. Io lavoravo al settimo piano, non c’erano molte soluzioni”. Non per gesti estremi. “Ho studiato, caro mio. Io ho inventato l’uscita di via Pasubio, e quanto l’ho amata”. Viale Mazzini è l’ingresso principale col cavallo morente, via Pasubio è il retro del palazzo Rai di Roma: “Non è durata molto, mi hanno scoperto e di sera c’era un traffico di dipendenti del servizio pubblico, altro che assenteismo organizzato: ciascuno mi illustrava un problema esistenziale”.

All’alba, però, il mattiniero Masi si godeva la corsa sul Lungotevere. “Mi tocca precisare: corsa tranquilla, colazione agitata. All’epoca abitavo in zona piazza Farnese e, prima di fare la doccia, mi prendevo un caffè, a volte un cornetto, in un bar all’angolo di Campo de’ Fiori, davanti agli occhi di Giordano Bruno. Non c’era pace neppure al bar, ero circondato da gente Rai”. Dove si nutrono i potenti, si sfamano gli adulatori. Un ristorante di Prati ha aumentato i ricavi perché Mario Orfeo era un cliente abituale e dunque le mense Rai si sono trasferite lì. Il discreto Campo Dall’Orto – veneto di nascita, milanese di adozione, direttore generale dal 2014 al 2016 – ha scovato inedite vie di fughe a Villa Borghese, dove si rilassava ogni mattina, per aggirare i disturbatori Rai che lo tampinavano tra le fontane e le sequoie. Campo Dall’Orto s’è pure inflitto un’astinenza da Facebook perché il primo giorno di lavoro ha ricevuto trecento richieste di amicizia di dipendenti Rai. Soltanto da qualche mese ha ripreso l’attività social.