Scarpellini non sapeva come “cacciare Verdini”

Prima concede gratuitamente un appartamento a Denis Verdini aspettandosi in cambio “la possibilità di avere cortesie”, poi però, dopo poco più di un anno, decide di vendere l’intero palazzo e si trova quindi a dover “cacciare” l’illustre inquilino: “Gli arriva la lettera che deve andarsene da lì”. Il cruccio è di Sergio Scarpellini, immobiliarista pluriottantenne romano che da quando è stato arrestato per corruzione nel dicembre 2016, ha iniziato a raccontare ai magistrati quello che ormai è diventato noto come il “sistema Scarpellini”: finanziare politici di ogni colore e distribuire a loro utilità, case e uffici per assicurarsene la benevolenza e, magari, qualche servizio.

Così ha fatto con Verdini, quando era ancora senatore e segretario di Ala, offrendogli un appartamento da 280 metri quadrati in via Poli, a pochi passi da Fontana di Trevi, in comodato. L’ex senatore e presidente di Ala è stato per questo indagato a metà settembre per finanziamento illecito, seppure il contratto di affitto gratuito fosse regolarmente registrato. Scarpelllini spiega ai magistrati durante uno dei tanti interrogatori che “l’affitto medio per quel genere di appartamento era di circa 6.000 euro mensili e Verdini non ha mai pagato nulla se non le spese condominiali” ma poi ho “deciso di cedere l’appartamento” perché se venduto l’intero stabile vale “15 milioni”.

È maggio del 2016 quando Scarpellini inizia a occuparsi del problema “sfratto Verdini” parlando al telefono con il suo braccio destro, Nicola Cristanti De Ascentis. Quest’ultimo dice all’imprenditore che “appena lo prendo (a Verdini, ndr) gli intimo lo sgombro”. Vendendo tutto “arriviamo a 15 milioni”. Ancora: “Facciamo l’atto con tutte le garanzie, allora a Verdini gli arriva la lettera che se ne deve andare”. Scarpellini chiede a quanto si può vendere l’appartamento in uso all’ex senatore. “Tre”, risponde Nicola. E lui ribatte: “Diciamo quattro, vale quattro”.

A luglio la situazione però non si è ancora sbloccata: Verdini è ancora lì. E Crisanti se ne lamenta, insiste per “staccare” l’ex senatore e chiedere un anticipo della banca per fare l’operazione immobiliare.

Scarpellini sull’argomento è tornato in due interrogatori differenti. Nel primo del 22 dicembre 2016, subito dopo l’arresto, ha detto di aver concesso la casa perché gli era stato detto dal “braccio destro di Verdini che ove avessi avuto bisogno erano pronti a farmi delle cortesie”. Nel secondo interrogatorio, il 15 febbraio 2017, dice: “Io sono una persona generosa ma è chiaro che essendo un imprenditore mi aspettavo che facendo un favore avrei potuto in futuro dove necessario trarne qualche vantaggio”. Ancora: “Mi trovavo in una situazione di parità con Verdini, non mi sono sentito costretto né mi è stato detto che avrebbero potuto farmi cortesie”. Tutto ritrattato. Dopo mesi Scarpellini decide di raccontare un po’ di favori fatti e spiega di non averli concessi per ottenere qualcosa in cambio ma per “evitare l’inimicizia di politici e conseguenti eventuali danni alle mie attività imprenditoriali”. E, garantisce: “Non ho mai chiesto nulla in cambio”. Salvo andarsene dalle case quando necessario? Di fatto Verdini dopo pochi mesi ha lasciato l’appartamento che è ancora lì, in via Poli.

L’ultima Boschi è donna copertina

Alla fine quello che resta non sono le Riforme, ma le forme: Maria Elena Boschi ha fatto l’ennesimo salto. Ovvero, è diventata la donna copertina per il maschile Maxim. Servizio fotografico, con tanto di scatti in camera da letto. Autore, Oliviero Toscani. “Il meglio deve ancora venire”, il titolo in prima, sulla sua effigie in jeans e maglietta a righe. La domanda sorge spontanea: quale meglio? Quale futuro sogna l’ex ministro ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi? Sta forse pensando di rivendersi come donna immagine, con tutti i rischi di essere attaccata un giorno sì e l’altro pure? Va detto che in questo è coriacea: tra un tacco vertiginoso, un vestito rosso scollatissimo e un’apparizione alla prima della Scala, ha sempre fornito materiale ai rotocalchi. E adesso, ha fatto pure il backstage del servizio. Sorriso smagliante e camicia svolazzante e sbarazzina come le sue affermazioni: “Non essermi indurita è il mio risultato più importante”. Contenta lei.

“L’Università? È ancora figlia di un Dio minore”

Con l’idea di riportare al centro la ricerca, il viceministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ammette che nelle stanze del ministero c’è stato qualche problema di comunicazione tra Lega e M5S. Ma, assicura, in via di risoluzione.

Viceministro, cosa succede al ministero? L’università sembra la grande assente.

Per anni è stata figlia di un Dio minore. La fusione col comparto scuola, che ha numeri infinitamente superiori, ha portato la politica a disinteressarsene. Errore imperdonabile. Il mio compito è invertire la rotta.

Viceministro, l’ultima nomina del ministro Bussetti è stata quella di Giuseppe Valditara, relatore della legge Gelmini, a capo del Dipartimento Università…

Non è un segreto che io fossi contrario. Non è una questione personale, ma di principio: il Governo del Cambiamento avrebbe potuto nominare una persona nuova, senza legami con le politiche del passato e con un profilo internazionale. Il ministro mi ha assicurato però che svolgerà un ruolo puramente tecnico.

La sensazione è che sia un fortino leghista con nomine ‘calate dall’alto’: qual è il peso del M5S?

Viceministro e sottosegretario sono del M5S, il peso c’è. I ministeri sono però macchine complesse e finora la comunicazione interna tra le due componenti politiche poteva essere più intensa. Ho chiesto più lavoro di squadra.

Negli anni sono gradualmente diminuiti i fondi agli atenei.

Tagliare la ricerca, soprattutto alla luce di una politica economica espansiva e un deficit al 2,4% sarebbe una sconfitta. Chiediamo più finanziamenti, semplificazioni amministrative e nuovi reclutamenti. Ci saranno più fondi sia straordinari che ordinari. Stiamo lavorando per aumentare FFO e FOE, reclutare nuovi ricercatori e favorire progressioni di carriera, allargare la no-tax area e incrementare le borse di studio. Non lasceremo indietro salute e istruzione

E c’è da risolvere il problema dei precari della ricerca…

Ci siamo mossi: abbiamo fatto vincolare alla stabilizzazione i fondi per gli enti di ricerca e così stabilizzeremo oltre 2000 precari. Abbiamo preparato una norma ad hoc per il salario accessorio (che rallenta l’iter, ndr), che purtroppo è stata dichiarata inammissibile nel Decreto Dignità ma riproporremo in Bilancio e nel Ddl Concretezza.

È stato attaccato per l’intenzione di creare una sorta di osservatorio sui concorsi.

Serve un approccio diverso per il reclutamento, che coniughi autonomia locale con trasparenza e merito, ma ci vuole tempo. Peraltro il giudizio della magistratura a volte non basta: molti ricercatori vincono al Tar, ma non ottengono nulla. Dobbiamo sostenere chi – fondatamente – denuncia irregolarità. Non è un osservatorio formale come è stato scritto, ma un piccolo team che mi aiuta a leggere, valutare e rispondere alle segnalazioni. Il mio segretario particolare Dino Giarrusso ha fra i suoi compiti questo lavoro. Sapete quante persone ci sono nel mio ufficio? cinque. I problemi sono enormi, lavoriamo giorno e notte.

In questi anni l’accademia ha mostrato insofferenza per l’Anvur e la Vqr, che misurano la qualità della ricerca: possono essere riformati?

Servono indicatori di qualità della ricerca migliori e meno manipolabili. Poi dobbiamo valutare meglio didattica e terza missione, cioè l’impatto degli atenei sulla società circostante. Ho aperto un dialogo con Anvur e lavoriamo all’anagrafe della ricerca, che creerà un portale con i profili di tutti i ricercatori.

E poi?

L’Italia è tra i primi paesi nella ricerca, nonostante i pochi finanziamenti e il reclutamento non sempre basato sul merito. Pensate cosa accadrebbe con più soldi e trasparenza. Lavoriamo perché in Europa l’Italia torni protagonista assoluta. Sogno di veder rientrare gli scienziati italiani andati all’estero e attirare cervelli esteri, trasformando la ricerca nel volàno di una nuova economia.

“Ritiriamo le truppe, anzi no”. Il governo fa meno della Pinotti

Il tono è quello della “promessa mantenuta”. La sostanza assomiglia a una fake news. “Cento soldati lasceranno Herat al completamento del processo elettorale afghano – riferiscono fonti della Difesa citate dall’Ansa – e un primo contingente di 50 uomini schierati alla diga di Mosul, in Iraq, rientrerà presto in Italia”.

Buone notizie, certamente, ma non certo quelle che ci si aspettava. Non tanto rispetto ai roboanti proclami del M5S che aveva promesso e garantito il ritiro totale degli italiani dall’Afghanistan, quanto più semplicemente rispetto agli annunci del precedente governo. La ministra Pd Roberta Pinotti aveva infatti annunciato a gennaio scorso, in sede di approvazione del decreto missioni per il 2018, il ritiro dall’Afghanistan di 250 uomini dei circa 950 presenti tra Kabul ed Herat. Saranno invece solo cento gli italiani che se ne andranno da Herat. Per gli altri se ne parlerà dopo. Quando? “Considerato l’imminente processo elettorale, abbiamo agito con responsabilità anche verso gli alleati. Nel 2019 si procederà ad ulteriori riduzioni, mantenendo sempre la capacità operativa della missione” dicono dal gabinetto della ministra Trenta. Dunque per ora rientro di meno della metà di quelli a suo tempo pianificati. Mentre sono svanite le parole scandite all’inizio di febbraio dall’attuale vicepremier Luigi Di Maio in una conferenza alla Link Campus University di Roma: “Pensiamo – aveva detto in quell’occasione – che il contingente italiano non debba più restare in Afghanistan. Questa missione espone i nostri soldati a rischi inutili”.

Contemporaneamente, sempre la ministra della Difesa, annunciava con tono trionfante dalla sua pagina Facebook l’inizio del dispiegamento di 470 militari italiani in Niger. Missione autorizzata col decreto missioni di gennaio, ma vivacemente contrastata a suo tempo dai Cinque Stelle. “Ce l’abbiamo fatta: dopo 8 mesi di impasse abbiamo sbloccato la missione in Niger per il controllo dei flussi migratori!” scrive la Trenta salutando il successo del Governo. Da gennaio una quarantina di militari italiani sono in Niger senza peraltro essere autorizzati a svolgere alcuna attività. L’ok al graduale arrivo dei restanti italiani è giunto solo poco tempo fa, dopo un viaggio della Trenta in Niger. Nel suo post su Facebook la ministra sostiene che l’obiettivo della missione italiana sarà quello di “arginare, insieme (alle forze nigerine, ndr), la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese”, con ciò contraddicendo il decreto di autorizzazione che parla di missione addestrativa.

In realtà gli italiani in Niger daranno supporto alle operazioni di statunitensi (ce ne sono circa 800) e francesi contro le articolazioni locali di Isis/Daesh. Anche gli Usa sono ufficialmente lì in veste di istruttori. Che è la “copertura” con cui si inviano i primi militari in una nuova zona di operazioni. Sulla reale natura della missione nigerina si era espresso ancora Di Maio alla conferenza della Link Campus. Bisogna chiarire – disse – “cosa debbano fare i nostri soldati e le truppe sul quel territorio, se dobbiamo partecipare, dobbiamo dircelo e non andare con la scusa dei migranti”.

E a proposito di missioni addestrative, due giorni fa in Somalia un veicolo blindato Lince del contingente italiano, lì ufficialmente per addestrare i somali, è stato attaccato. Italiani illesi, ma morti alcuni civili tra cui bambini. A bordo dei mezzi tricolore c’erano ranger del 4° reggimento alpini, un reparto per operazioni speciali. Non istruttori.

La concessionaria impaurita dal teste: “Gentile si sbaglia”

“Affermazionierrate e fuorvianti”. Autostrade ha voluto controbattere duramente, in un comunicato stampa, a quanto dichiarato ai magistrati (e poi ai giornali) da Carmelo Gentile, docente del Politecnico di Milano al quale Autostrade per l’Italia aveva commissionato nel 2017 uno studio sulle condizioni del Ponte Morandi in vista dei lavori di manutenzione straordinaria. Per la società controllata dai Benetton, le dichiarazioni sono false e mistificano i dati realmente riscontrabili nei documenti. Per l’ingegner Gentile, infatti, Spea, la società di progettazione del gruppo Atlantia, era a conoscenza della pericolosità della struttura: il professore aveva citato, davanti ai pm, alcuni valori che avrebbero dovuto indurre Spea a consigliare alla concessionaria di chiudere il ponte poi crollato. La cosa è decisamente negata da Autostrade: ci siamo sempre attenuti alle norme entrate in vigore nel 2008, si legge nella nota, e quanto ai valori citati da Gentile essi “erano adeguati”, comunque non indicativi dello stato di sicurezza del ponte e, soprattutto, non determinanti circa la necessità “di chiudere al traffico il Morandi da parte della Direzione di Tronco, unico soggetto competente a decidere“.

Meloni, Salvini e B. litigano per L’Aquila

Si fa presto a dire centrodestra unito. Certo, l’intesa raggiunta un paio di settimane fa da Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni -che hanno deciso di presentarsi uniti alle prossime elezioni locali – per il momento resiste anche in Abruzzo, dove si voterà a febbraio, ma la scelta del candidato governatore rischia di impantanare l’accordo. Nell’incastro delle spartizioni, il vertice aveva assegnato l’indicazione dell’aspirante presidente dell’Abruzzo a Giorgia Meloni, incaricata di presentare agli alleati una rosa di tre o quattro nomi tra cui poi scegliere di comune accordo il candidato.

Ma i problemi sono sorti ancor prima di stilare la lista. Colpa della possibile corsa all’emiciclo di Pierluigi Biondi, attuale sindaco Fdi de L’Aquila che si è detto disposto a dimettersi dalla guida del capoluogo e a candidarsi governatore. Un’idea forse vincente per la Regione – reduce dalla melina dell’ex presidente e ora senatore Pd Luciano D’Alfonso, che ha impiegato mesi prima di dimettersi – ma che non è piaciuta affatto a Forza Italia e che adesso la stessa Meloni potrebbe far naufragare.

“Non metto veti sulla persona – spiega Nazario Pagano, coordinatore regionale dei berluscones – ma esprimo preoccupazione per un dato evidente. Se Biondi si dimette dall’Aquila, giunta e consiglio vanno a casa, arriva un commissario prefettizio e si torna di nuovo al voto in primavera”. Il rischio per il centrodestra sarebbe quello di perdere la guida del capoluogo conquistato appena 15 mesi fa, dopo dieci anni di governo di centrosinistra: “Ora che siamo riusciti a eleggere il sindaco buttiamo tutto all’aria? Mi sembra stravagante”.

Anche perché i sondaggi sono molto diversi da un anno fa e il ruolo di Forza Italia in consiglio comunale potrebbe uscirne ridimensionato. Da qui il pressing dei forzisti, condiviso con toni meno netti dalla Lega. Due giorni fa Biondi ha incontrato Meloni, rientrando da Roma senza l’agognato via libera alla candidatura. Intanto i responsabili locali del partito, Giandonato Morra e Etelwardo Sigismondi, puntano sui nomi di Antonio Tavani (coordinatore provinciale di FdI a Chieti) e Guerino Testa (capogruppo a Pescara), pur rendendosi loro stessi disponibili alla corsa. Non è da escludere però che alla fine Meloni eviti guai con Forza Italia e faccia di testa sua, imponendo da Roma un fedelissimo come Michele Russo, responsabile della comunicazione di Fratelli d’Italia, o come il senatore Marco Marsilio.

In ogni caso, se sarà Biondi a guidare il centrodestra la decisione dovrà arrivare entro sabato, termine ultimo per presentare le dimissioni da sindaco e preparare la corsa alla Regione. Una volta sbloccata la situazione nel centrodestra, arriverà anche la risposta di Giovanni Legnini, l’ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura corteggiato dal Pd per la Regione e finora molto scettico sulla candidatura, anche a causa del probabile flop.

L’ultimo endorsement nei suoi confronti è quello dell’assessore regionale alle Politiche Sociali Marinella Sclocco, che l’ha definito “l’esempio virtuoso che stavamo aspettando, collante tra gli ideali, uomo del territorio al servizio dei cittadini”. Ma più che ai complimenti, Legnini guarda all’eventuale rottura nel centrodestra, l’unico spiraglio per sperare nella rimonta dem.

Commissario a Genova: Bucci in pole, ma vuole Autostrade

Eanche il povero Claudio Andrea Gemme pare rimasto (definitivamente?) vittima dell’enorme scontro di interessi in atto attorno alla ricostruzione del ponte Morandi di Genova, crollato il 14 agosto spegnendo 43 vite, terremotandone a centinaia e mettendo di fronte allo spauracchio della fine un bel pezzo dell’economia della città. Gemme, si diceva, com’è noto proposto da Matteo Salvini alla carica di commissario governativo. Ieri il nome del manager 70enne pareva tornato in auge per il ruolo: “Non ho altri nomi. Viene da Fincantieri, è di Genova e ha parenti tra gli sfollati”, lo ha benedetto Luigi Di Maio.

Un endorsement solo apparente, perché in realtà Palazzo Chigi e pezzi rilevanti dello stesso M5S hanno più di una perplessità sui conflitti di interessi di Gemme: prova ne sia che per tutto il pomeriggio di ieri è proseguita la trattativa tra i grillini e il sindaco di Genova, tornato in pole position per la poltrona di commissario. Una scelta che porrebbe un grosso problema: Marco Bucci e il suo sponsor Giovanni Toti, infatti, pretendono che in Parlamento sia modificato l’articolo 1 del decreto per Genova, in particolare sul ruolo di Autostrade per l’Italia (il testo vieta alla società di partecipare alla ricostruzione, Bucci e Toti ne sono invece i primi sponsor). “Così non potrei lavorare”, ha detto martedì lo stesso sindaco.

Una condizione, questa, al momento inaccettabile per i 5Stelle, ma il governo potrebbe essere spinto ad accettarla dal malumore della città: è notizia di ieri che la società controllata dai Benetton ha congelato la seconda tranche degli aiuti agli sfollati. La manovra, non proprio di buon gusto, l’ha rivelata Luca Fava del comitato sfollati dopo un incontro in Comune: “Dopo il decreto, che esclude Autostrade dalla ricostruzione, è tutto congelato: è evidente che si stanno chiudendo i rubinetti. Il nostro timore è che siano a rischio anche gli indennizzi sulle case”. La società, in sostanza, ha confermato: tutto fermo in attesa del commissario.

E qui si torna a Gemme e alle manovre di Bucci e Toti. Giuseppe Conte ha due tipi di perplessità: intanto il manager avrebbe ipotizzato un tempo di 30 mesi per finire i lavori, politicamente insostenibile; Conte poi ritiene che i conflitti di interessi del manager siano insuperabili. Non tanto il suo ruolo in Fincantieri (è presidente di Sistemi Integrati), società che proprio i 5Stelle vorrebbero coinvolgere nella ricostruzione, ma la sua posizione di “sfollato.” Claudio Andrea Gemme, infatti, risulta intestatario col sistema della nuda proprietà di un appartamento (5 vani, circa 110 mq) di proprietà del padre Giuseppe nella zona danneggiata dal crollo. Conte ritiene che questa sua condizione di “parte in causa” esponga Gemme a ricorsi legali: il manager s’è offerto persino di vendere la casa, ma – ammesso che la famiglia sia d’accordo e che ci riesca – non ha comunque convinto il premier-avvocato.

Per capire quanto pencolante sia la situazione dell’uomo di Fincantieri basta leggere i “pizzini” rilasciati ieri da Toti alle agenzie: “Concordo su Gemme come su altri molti nomi che ho sentito: siccome abbiamo ancora qualche giorno di tempo si facciano tutte le opportune verifiche per scegliere la persona giusta.” A cosa si riferisce? A questo: “Sarebbe un guaio avere un commissario che venisse impugnato perché gli atti di un’autorità che viene annullata si annullano ad origine e quindi vorrebbe dire ripartire dal via.” Il governatore della Liguria, insomma, senza nominarlo ha messo nel mirino il manager di Fincantieri per spingere la volata all’amico Marco Bucci: curioso che lo stesso cambio di cavallo avvenne – Toti benedicente – proprio per la scelta del candidato sindaco di Genova per il centrodestra, Gemme sembrava favorito, ma poi la spuntò Bucci.

D’altra parte governatore e sindaco, nella partita della ricostruzione del Morandi, vanno a braccetto da un minuto dopo la tragedia. Le prime riunioni del duo per concordare il da farsi con l’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, datano ad agosto; del 7 settembre è la conferenza stampa in cui tutti insieme presentarono il progetto del nuovo ponte di Renzo Piano e, simbolicamente, l’uomo dei Benetton fece crollare il plastico.

Al netto degli infortuni mediatici, però, il progetto per la ricostruzione di Toti e del suo commissario preferito Bucci è sostanzialmente chiuso da settimane. Fu lui stesso, quando litigava a mezzo stampa col ministro Danilo Toninelli, a raccontarlo: “Senza bisogno di tanta propaganda stiamo già lavorando, con il buonsenso, per fare in modo che il ponte venga ricostruito con la collaborazione di Fincantieri”. Era agosto e l’accordone era già chiuso: commissario amico, Autostrade risarcisce la città e ricostruisce il ponte a sue spese in Ati (associazione temporanea d’impresa) con Fincantieri e – ciliegina sulla torta – la controllante di Fincantieri, cioè Cassa Depositi e Prestiti, entra nel capitale di Autostrade. Un appeasement coi Benetton indigeribile per Di Maio e soci. Per questo la trattativa continua alla ricerca di un compromesso: ma ne esiste davvero uno possibile?

Il mistero della zarina di Tria: due identità e master fantasma

La donna del mistero del ministero dell’Economia si chiama Renata Pavlov. Si chiama ma non si chiamava perché il suo nome un tempo era diverso e probabilmente questa signora di 52 anni nata a Zvolen nell’attuale Slovacchia circolava per il mondo con una data di nascita diversa.

Non siamo in un romanzo di Tom Clancy ma nel cuore dello staff del ministro che ha in mano le redini del nostro bilancio. La ‘donna forte’ dell’entourage di Giovanni Tria ha un curriculum di rango, con un’unica piega misteriosa. Quella di un master americano conseguito nel 1991 a Philadelphia. “Non risulta nei nostri archivi che una ‘Renata Pavlov nata il 27 luglio 1966, abbia ottenuto un MBA dall’università della Pensylvania nel 1991”, scrive Ron Ozio, responsabile relazioni esterne dell’Università.

Anche all’Università Komenského di Bratislava, dove avrebbe conseguito un Master of Art in Filosofia e Lingue moderne nel 1989 non trovano Renata Pavlov. Però, dopo nostre insistenze, rintracciano una ‘Renata Pavlovovà’, nata a Zvolen (come Renata Pavlov) che ha conseguito un titolo Ph. Dr. (un “piccolo dottorato”, lo definisce la portavoce Lenka Miller) nel 1989.

Nonostante le insistite ricerche invece non si risolve il giallo della Pennsylvania. Il portavoce Ron Ozio ci spiega che non c’è nessuna persona chiamata Renata e nessuna persona nata il 27 luglio del 1966.

Quando chiamiamo Renata Pavlov per avere la sua versione lo smarrimento aumenta: “Non sono sorpresa. In quel periodo usavo un altro nome e un documento diverso, quindi non mi trova negli archivi. Però io quel master in Business Administration lo ho conseguito”. Quando chiediamo data di nascita e nome dell’epoca, la risposta è disarmante: “Non lo posso dire perché è una cosa delicata per la mia famiglia. Mia madre è tedesca e mio padre era slovacco. Potevo usare nomi diversi. Abbiamo trascorso periodi all’estero e mio padre lavorava in ambasciata. Sono cose antiche e delicate e non sono tenuta a spiegare a lei perché ho usato un nome diverso per uscire dal mio Paese. La mia famiglia ha passato momenti difficili”. Inutile insistere: “Non le dico il nome per verificare ma non pensi di avere scoperto un titolo che non c’è nel mio curriculum. Siete fuori strada”. La risposta è intrigante. Nei palazzi romani circolano voci non controllate. Un profilo twitter anonimo, seguito da più di 28 mila utenti, Il portaborse, a fine luglio ha cinguettato “Renata Pavlov (…) c’è di più: uno mi ha spifferato che ha avuto rapporti con i servizi segreti bulgari”.

Quando chiediamo: “Davvero ha avuto rapporti con i servizi bulgari?” Lei ride sibillina: “Questa è una balla. Sono stata una volta sola in Bulgaria. Le dico una cosa però: se avessi collaborato con un servizio segreto non sarebbe stato certo quello bulgaro ma di un Paese più importante”.

La collaboratrice del ministro ci lascia con un sorriso affabile e mille dubbi. Quando le chiediamo se Tria sa tutto, lei replica: “Il ministro sa da dove vengo”. Stop.

Effettivamente Tria conosce Renata Pavlov dai tempi in cui entrambi lavoravano per il ministro Brunetta. Poi nel 2012 Tria passa a presiedere la Scuola Nazionale della Pubblica amministrazione e Pavlov diventa sua consulente. Uno dei primi atti da ministro è la sua nomina a capo della segreteria tecnica con un decreto del 13 giugno 2018. Il trattamento retributivo di 160 mila euro lordi non è stato aumentato a fine luglio da un secondo decreto che affida a Renata Pavlov ad interim anche l’incarico di portavoce.

Al suo arrivo si è fatta notare. Non solo perché è una bella donna con gli occhi di ghiaccio. Franco Bechis sul Tempo l’ha ribattezzata “la zarina del ministero” per i suoi “ordini perentori ritenuti non sempre appropriati” dagli alti dirigenti del Tesoro. A prescindere dal giallo del master e del doppio nome, il curriculum è impressionante. Oggi è cittadina italiana ma nasce a Zvolen, si laurea a Vienna nel 1988, nel 1989 master (‘piccolo dottorato’) a Bratislava; nel 1991, dopo la caduta del muro, ottiene il ‘misterioso’ MBA all’Università di Philadelphia. Dal 1995 al 1997 lavora alle Nazioni Unite; dal 1998 al 2001 è a Finmeccanica a curare le relazioni con la stampa estera. Poi dal 2002 al 2004 è al ministero delle infrastrutture quando c’è Pietro Lunardi che però dice: “Non me la ricordo tra tante collaboratrici”.

Dal 2008 al 2012 è al fianco di Brunetta al ministero della Pubblica amministrazione come “consulente senior per gli affari internazionali”. Nel 2012 è con Tria alla Scuola Nazionale della Pubblica Amministrazione e poi direttore esecutivo del centro Mena-Oecd, un programma comune tra Italia e Ocse, a Caserta. Nel suo curriculum vanta esperienze con Goldman Sachs, la Open Society Foundation di Soros, il Fondo Charme di Milano.

Nel 2011 è stata intercettata (non indagata) dai pm che indagavano sul caso Bpm. Pavlov faceva lobby in favore di un gruppo che voleva costruire la nuova sede della Provincia di Brescia e l’autodromo del Veneto. Le sue fatture del 2011 per un totale di 54 mila euro furono acquisite dalla Finanza ma era tutto lecito.

Chi ha lavorato con Renata Pavlov a Finmeccanica sostiene che sia una gran lavoratrice e parla davvero a un livello alto sei lingue: francese, tedesco, russo e italiano. Più due idiomi come lingua madre: inglese e slovacco, più un pò di arabo. Se poi avesse pure avuto due identità, avrà pensato Tria, non è il caso di sottilizzare.

Bekaert, c’è l’accordo per evitare i 318 licenziamenti

Accordoin extremis per i 318 lavoratori della Bekaert di Figline Valdarno (Firenze): è stata firmata l’intesa con l’azienda, al tavolo del ministero dello Sviluppo economico, nell’ultima notte prima della scadenza del 3 ottobre fissata per il via alla procedura di licenziamento collettivo. Nei prossimi giorni sarà definita la procedura di attivazione della cassa integrazione per cessazione di attività, cancellata col Jobs act e reintrodotta giorni fa dal decreto Emergenze. Il referendum per la ratifica si terrà entro fine settimana. La Cig straordinaria, che partirà dal 1 gennaio 2019, è uno dei pilastri del piano. Il secondo è l’impegno dei firmatari alla reindustrializzazione della fabbrica, con un incentivo da parte di Bekaert. La multinazionale belga riconoscerà all’azienda che subentra uno sconto di 40.000 euro per ogni dipendente assunto nell’area: rapportati all’attuale forza occupazionale, significherà un esborso di milioni di euro. Il terzo pilastro sono gli incentivi per l’esodo volontario e l’accompagnamento alla pensione dei lavoratori più anziani. La sfida è ora quella della reindustrializzazione della fabbrica, che potrebbe anche essere frazionata a fronte di un pluralità di manifestazioni di interesse: almeno tre.

Il Senato avanti sui vitalizi, la delibera di Fico come testo base

Il taglio dei vitalizi prosegue il suo cammino legislativo. Il Consiglio di Presidenza del Senato ha adottato come testo base la delibera della Camera presentata da Roberto Fico. A riferirlo è stato il Questore di Palazzo Madama, Laura Bottici (M5s). “Siamo felici”, ha commentato la Bottici augurando “un’approvazione a breve della delibera così come è avvenuto alla Camera”. Tutto faceva pensare che la fase di competenza del Senato potesse essere più accidentata. Il Presidente Maria Elisabetta Casellati aveva infatti, nei mesi scorsi, manifestato dubbi di incostituzionalità del provvedimento e invitato a seguire la strada della prudenza. L’eventuale reticenza di Palazzo Madama aveva spinto Fico ad accelerare la procedura. Il testo è stato invece approvato ieri con il voto di M5S e Lega, mentre, come ha spiegato la Bottici, l’opposizione “non ha partecipato alla votazione”. Il testo del provvedimento, che prevede un risparmio di circa 40 milioni, sarà ora sottoposto ad emendamenti da discutere ed approvare nella prossima riunione del Consiglio. “Noi come M5S – ha proseguito la Bottici – siamo per mantenere il testo base adottato”.