Comuni, il ministero dà l’ok all’uso degli avanzi di bilancio

Ieri il ministero dell’Economia ha emanato la circolare per lo sblocco degli investimenti per i comuni prevedendo la possibilità di far rimanere nella loro disponibilità gli avanzi di amministrazione, che dovrebbero ammontare per il 2018 a circa 200 milioni. La circolare prende spunto da una sentenza della Corte costituzionale, la 247 del 2017, che ha formulato un’interpretazione dell’articolo 9 della legge 243 del 2012 in materia di equilibri di bilancio degli enti territoriali. In particolare la Consulta afferma che “l’avanzo di amministrazione rimane nella disponibilità dell’ente che lo realizza” e “non può essere oggetto di prelievo forzoso” attraverso i vincoli di bilancio. “Sono contento – ha detto in una nota il sottosegretario al Mef, Massimo Bitonci – di essere riuscito ad andare incontro alle richieste dell’associazione dei sindaci della Marca Trevigiana e della Bassa Padovana, emerse durante l’incontro della scorsa settimana. Stop quindi alla mannaia del prelievo forzoso per raggiungere i vincoli di bilancio. Si tratta di un primo passo concreto che avrà un seguito in manovra di Bilancio dove ci sarà un altro pacchetto per gli Enti Locali con ulteriori semplificazioni e sblocchi per comuni virtuosi”.

Il prof all’Ue: “Non ci sarà nessuna Italexit”

Sale in cattedra di fronte agli europarlamentari italiani, Paolo Savona, per ascoltarli, certo, ma anche per esprimere chiaramente due concetti. Intanto che il governo italiano punta alla crescita economica e che quindi, per ottenere tale obiettivo, Roma indica come prioritario un orizzonte europeo in cui la politica monetaria non sia più svincolata da quella fiscale. Savona vuole uscire dall’euro? “Ormai ho messo il pilota automatico per rispondere: non è nostra intenzione. Voglio rafforzare la moneta unica, per questo ne discuto”. Il ruolo della Bce? “Va riformata, deve diventare per statuto un prestatore di ultima istanza”, soprattutto una volta archiviato il quantitative easing avviato da Mario Draghi. C’è rischio default per l’Italia? “Impossibile, siamo molto più solidi della Grecia”. Savona contro l’Europa? “Sono europeo, più ancora che europeista. Motivo per cui voglio riformare l’Unione”.

Vola alto il ministro degli Affari europei citando economisti e filosofi, come Ralf Dahrendorf. Si richiama alla Politeia, termine greco che definisce il buon governo. Per l’opposizione, Pd da un lato e Forza Italia dall’altro, il suo è un discorso da professore bello sulla carta, forse perfino condivisibile nei principi, ma “vuoto di contenuti”. Peggio ancora, esprime un libro dei sogni di un governo schizofrenico sull’Europa e incapace di realizzare quelle alleanze internazionali, senza le quali l’obiettivo della riforma dell’Unione diventa irrealizzabile.

La missione del ministro a Strasburgo era cominciata martedì sera con l’incontro con il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani. Con l’esponente di Forza Italia molto critico nei confronti del Def (“fa male all’economia italiana, come indicano i mercati”), l’unico punto di contatto era sembrato la sottolineatura dell’importanza del Parlamento Ue, che per il ministro dovrà in futuro “avere più poteri”, compreso quello di iniziativa legislativa che al momento non detiene. Ieri la giornata è invece cominciata con un incontro riservato con il presidente della Commissione economia Roberto Gualtieri (Pd) e a seguire con le delegazioni della maggioranza, gli europarlamentari di Lega e M5S.

È nel primo pomeriggio che Savona si presenta di fronte a tutti gli eurodeputati italiani. Incassa le lodi entusiastiche dei leghisti Mara Bizzotto e Mario Borghezio, come i complimenti per il cambio di passo all’insegna dell’italianità da parte di Alessandra Mussolini. Sconta l’ostilità frontale del renziano Nicola Danti e del collega Daniele Viotti. I capi-delegazione di Pd e FI lo incalzano: come si può indicare un orizzonte generale, senza scendere nel concreto?

Su questo però Savona tiene il punto. “La manovra potrà essere discussa quando conosceremo i dettagli”, ribadisce, facendo costante riferimento al “documento”, ovvero al Def. Solo in serata arrivano un po’ di dettagli da Palazzo Chigi, ma il ministro è già rientrato. In mattinata aveva rilasciato solo un’indicazione sulla manovra: “Se si fa il condono, allora turiamoci il naso. Così finanziamo la Fornero che servirà per l’occupazione”.

Il piano B dei 5Stelle: via Tria per Savona, Di Battista agli Esteri

Del ministro con cui non hanno mai legato non ne possono più. E mentre si arrovellano sui numeri del Def, “sentono” che serve una nuova spinta, sui media e nelle piazze. Qualcosa e qualcuno, anche per tenere il passo del Matteo Salvini che gioca a fare il premier. E allora i Cinque Stelle pensano al piano B. Ossia a un rimpasto di governo da realizzare a dicembre o al massimo a gennaio, a manovra approvata. Con cui sostituire Giovanni Tria, il ministro dell’Economia, rimpiazzandolo con Paolo Savona, colui che avrebbe già dovuto essere l’uomo dei conti del governo gialloverde. E soprattutto, con il quale far tornare Alessandro Di Battista. Il trascinatore, da mesi in viaggio in Sudamerica, che ora il Movimento rivorrebbe in Italia come ministro degli Esteri.

Eccolo, il piano del M5S. Difficile da realizzare, per tanti motivi. Però concreto, tanto che negli incontri al vertice ne parlano da diversi giorni. E la miccia è innanzitutto la frattura ormai insuperabile con Tria. “Nelle riunioni – sibilano dal Movimento – il ministro parla poco o niente, si fa guidare su tutto dai tecnici del suo Mef. E in questi giorni ci ha piazzato brutte sorprese nel Def, sempre sotto il loro influsso”. Ed è sempre la stessa narrazione, quella dei tecnici nemici. Però avverso, o comunque non in linea, è considerato anche Tria. E allora nel Movimento lo vogliono fuori già a inizio anno. Nelle speranze, con dimissioni spontanee. E su questo l’accordo con la Lega, o almeno con gran parte del Carroccio (Giancarlo Giorgetti non è mai stato ostile al ministro) non dovrebbe mancare.

E poi c’è Di Battista. Il nome a cui i piani alti del Movimento, a partire dal vicepremier Luigi Di Maio, pensano per recuperare spazio mediatico e ridare entusiasmo alla base, un po’ disorientata dal Movimento di governo. Ma soprattutto, l’ex parlamentare romano sarebbe l’uomo che potrebbe contenere Salvini. L’unico capace di riempire le piazze come fa il ministro dell’Interno. Il più adatto per rintuzzare le sparate con cui il leghista alza volutamente l’asticella. E d’altronde lo stesso Di Battista ha voglia di tornare sulla scena politica. Lo dicono da settimane, dentro il M5S. E in fondo lo ha confermato lui stesso su Facebook, due giorni fa: “Ho letto che Luigi ha detto che se necessario andremo a spiegare la manovra nelle piazze d’Italia. Lui e voi sapete che in tal caso ci sarei anche io”. Ma è importante anche un’altra frase: “Questa forse è la manovra di sinistra degli ultimi 30 anni”. Ed è il Di Battista che già prova a rispostare il baricentro dalla parte opposta rispetto alla Lega. Di certo dal Movimento hanno già sondato l’ex parlamentare, prospettandogli un inserimento nel governo. E lui ha preso tempo. Però a fine luglio aveva già annunciato il ritorno in Italia a dicembre con un video, in cui lanciava una frase ambigua: “Torno e vedremo quello che succederà”. Però per adesso ha ancora in programma un viaggio nel 2019 in Africa. E in queste settimane, ai tanti che lo contattano dall’Italia, non ha dato riscontri precisi.

Ergo, non ha ancora deciso. Ma in attesa delle sue scelte, ci sono da valutare tanti altri nodi sulla strada del rimpasto immaginato dal M5S. E ovviamente il primo, grande scoglio è il Quirinale. Perché il Colle fu irremovibile nel suo muro a Savona al Mef, bollandolo come troppo rischioso per le sue posizioni spesso critiche nei confronti dell’euro. E difficilmente avrà cambiato parere, anche se l’attuale ministro agli Affari europei ieri a Strasburgo ha giurato fedeltà alla moneta unica: “Non intendo intraprendere alcuna azione contro l’euro, anzi voglio rafforzarlo”. E in questi giorni ha cominciato a seminare dichiarazioni concilianti. Ma non è affatto detto che possa bastare. E comunque c’è anche il tema Moavero Milanesi, l’attuale ministro degli Esteri. I 5Stelle valutano un suo spostamento agli Affari europei, al posto di Savona. Ma il risiko delle caselle sbatte ancora una volta contro il Colle.

Perché Moavero Milanesi è intoccabile per Sergio Mattarella, che lo ha voluto alla Farnesina come frangiflutti con l’Unione europea. Complicato ottenere che venga spostato di ruolo, anzi di più.

Ma in quel caso la soluzione potrebbe essere quella di dare proprio a Di Battista gli Affari europei. L’importante sarebbe averlo nel governo. Con un ruolo, visibile. E comunque in generale nel M5S non considerano la partita del rimpasto impossibile. Innanzitutto, perché godono ancora di un consenso molto forte nel Paese, che contano di mantenere e magari rafforzare con una manovra che avrà al centro il loro reddito di cittadinanza. E da qui pensano di tessere la loro tela. Puntando su un Savona sempre più “responsabile”. E sulla notorietà di Di Battista, che lo renderebbe difficile da respingere perfino per Mattarella. Calcoli, ipotesi, forse sogni quasi proibiti. Ma il Movimento già guarda al prossimo futuro. Perché sa di dover cambiare. Per non sbandare.

La manovra tutta e subito. “Dal 2020 il deficit calerà”

La sintesi brutale è questa: il governo gialloverde punta tutto sul 2019, quando a maggio ci saranno le elezioni europee, e prova a salvare le apparenze promettendo di tagliare il deficit nel biennio successivo. Sette giorni dopo il Consiglio dei ministri che l’ha approvata, l’accordo sulla Nota di aggiornamento al Def, che fa da base alla manovra, si chiude con un dietrofront. Il Disavanzo pubblico salirà al 2,4% del Pil solo nel 2019, per poi calare al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, invece che restare allo stesso livello per tutto il triennio come annunciato. In questo modo il debito/Pil calerà di circa il 4% arrivando nel 2021 al 126,5% (dal 130,8% previsto per quest’anno). “Già nel 2019 calerà al 130%”, assicura il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa alla fine dell’ennesimo vertice a Palazzo Chigi con i vicepremier e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ieri lo spread ha chiuso in calo a 283 punti.

Con questa mossa, il governo non rigetta del tutto il fiscal compact, che impone il pareggio di bilancio, anche se non seguirà il percorso di riduzione del deficit strutturale a zero come impongono le regole Ue. La scelta di mostrare un deficit in calo serve a rassicurare i mercati e Bruxelles. Che però lascia intendere che non basterà. “È un buon segnale che la traiettoria sia stata rivista”, spiega il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici. Ma avvisa: “Con il 2,4% nel 2019 è possibile che il deficit strutturale non sia nella traiettoria fissata dal patto di stabilità e crescita”. Fonti Ue ricordano che il giudizio di Bruxelles, che dovrà valutare la manovra, sarà solo sul 2018 e sul 2019 “escludendo quindi che l’opinione possa tenere in conto i numeri che il governo stimerà per il 2020 e 2021”. E per quest’anno difficilmente si potrà mostrare un miglioramento del deficit strutturale, garantito solo col disavanzo all’1,6% a cui si era impegnato Tria. Poco dopo Moscovici alza il tiro in una conferenza all’Ocse: “Anche gli italiani hanno optato per un governo decisamente euroscettico e xenofobo che, sulle questioni migratorie e di bilancio, sta cercando di sbarazzarsi degli obblighi europei”. L’uscita scatena la rabbia dei gialloverdi.

Si vedrà se la correzione sul deficit spingerà Bruxelles quantomeno a non bocciare in toto la manovra, cosa che obbligherebbe il governo a inviare un nuovo testo entro tre settimane. La vera incognita, però restano i numeri.

Il governo infatti non fornisce il testo e le tabelle della Nota di aggiornamento al Def né le stime di crescita (arriveranno oggi). Senza quelle è impossibile avere un quadro completo dei conti. “Abbiamo inviato la nota alle Camere”, assicura Di Maio. “Qui non è arrivato nulla”, fanno sapere dagli uffici parlamentari. Ai giornalisti non viene consentito di fare domande.

A oggi restano solo le stime spiegate da Tria al Sole 24 Ore quattro giorni fa: Pil che cresce dell’1,6% nel 2019 e dell’1,7 nel 2020. Nessuno sa se siano confermate. L’unica certezza è che sui numeri c’è stato un ulteriore scontro tra il ministro e gli alleati.

A Palazzo Chigi, il ministro Tria si presenta con numeri peggiori delle previsioni, soprattutto sulle coperture del 2020-2021 che mostrano, inglobando tutte le misure, un deficit in crescita ben oltre il 2,4%, anche perché inglobano il disinnesco degli aumenti automatici dell’Iva sia per il prossimo anno (12,4 miliardi) sia per quello dopo, quando serviranno 20 miliardi. La scelta fa infuriare i 5Stelle che gli impongono di disinnescarle solo parzialmente. Il calo del deficit nel biennio successivo – che vale una stretta fiscale da quasi 10 miliardi – sconta in sostanza che scattino parte gli aumenti Iva. Tria cerca anche di convincere gli alleati a presentare il reddito di cittadinanza (vale 10 miliardi) come una misura solo per il 2019, da prorogare solo se ci saranno le risorse: respinto anche su questo. Quota 100 per riformare la legge Fornero partirà invece da aprile (il costo cala a 7 miliardi). Ci saranno anche tagli fiscali per le partite Iva. Resta il nodo delle coperture, visto che il governo programma un aumento degli investimenti dello 0,2% di Pil nel 2019, che sale a 0,4 nel 2021 (+10 miliardi). Avviando tutte le misure del programma servirà reperire molte risorse (almeno 13 miliardi al netto del disavanzo). Non citando mai le stime di crescita, il sospetto è che il governo voglia alzarle per far quadrare i conti. Altrimenti c’è il rischio che servano robusti tagli. “Abbiamo mantenuto le promesse”, esultano Di Maio e Salvini.

Sallusti, che fare?

Lo sconfinato affetto che nutrivamo per Alessandro Sallusti si sta tramutando, giorno dopo giorno, in autentica idolatria. Mista a un pizzico di compassione. Mettetevi nei suoi panni: dopo anni di onorato servizio, nel vero senso della parola, gli tocca improvvisare. Per mancanza di ordini. Prima era tutto semplice: il padrone dettava e lui scriveva, tipo Totò e Peppino con la lettera alla malafemmina. Il padrone lanciava l’osso e lui scattava a riportarlo indietro. “Sallusti, un caffè!”, “Sallusti, i giornali!”, “Sallusti, le pantofole!”, “Sallusti, è finita la carta igienica!”. E lui, fedele e felice, eseguiva. “Sallusti, la Minetti è un’igienista dentale e Ruby la nipote di Mubarak!”, e lui prendeva buona nota. “Sallusti, mi raccomando, niente bungabunga ma solo cene eleganti!”, e lui ci apriva la prima pagina. Ora il padrone alterna brevi momenti di lucidità a lunghi periodi di mancamento. Più che parlare, biascica e vai a capire cosa dice. C’è e non c’è. E, le rare volte che c’è, non si capisce bene cosa voglia. Oppure lo si capisce benissimo, ma purtroppo è l’esatto opposto di quel che voleva il giorno prima. Provate voi a tradurre tutto questo in un giornale, anzi nel Giornale che fu di Montanelli, e capirete il dramma di Sallusti. Ieri, per dire, se l’è presa con Claudio Borghi, il deputato leghista anti-euro che, ogni volta che apre bocca, crolla qualche mercato, almeno rionale. L’altro giorno il buontempone aveva fatto una battuta delle sue sul ritorno alla lira, come se allo spread e ai mercati non bastassero i toni alti di Moscovici e quelli alticci di Juncker. Sallusti l’ha subito rimesso in riga: o è “idiota” o è “terrorista” o “tutti e due”.

Il bello è che Borghi, fino a poco fa, era un editorialista economico del Giornale, dove sparava sull’euro e rimpiangeva la lira un giorno sì e l’altro pure. Le stesse cose che ora dice dalla presidenza della commissione Bilancio. Solo che prima a Sallusti piacevano un sacco, tant’è che gliele pubblicava. Adesso invece gli fanno orrore, da quando la Lega sta al governo senza B. Dunque Borghi non ha mai cambiato idea. È Sallusti che la pensa diversamente, o meglio: gli è parso che la pensi diversamente B., e si adegua. Il guaio supplementare è che pure B. la pensava come Borghi: il primo a dipingere l’euro come causa di tutti i nostri mali fu proprio lui, e da presidente non di una commissione, ma del Consiglio. “L’euro di Prodi ci ha fregati tutti” (28.7.2005), anzi no “L’euro è stato assolutamente positivo e riconosco il merito a Prodi” (4.9.2005), anzi no “Prodi ha svenduto la lira all’euro con un cambio sfavorevole” (24.1.2006). Non solo: “L’euro è un grande imbroglio”. .

E ancora: “Se la Germania uscisse dall’euro non sarebbe una tragedia. Io sono sempre stato isolato in Europa nella battaglia contro le politiche di austerity che portano l’economia al collasso e a una spirale recessiva” (presentazione de Il grande imbroglio di Renato Brunetta, 27.9.2012). Quelli sì che erano ordini: chiari, perentori, impegnativi per tutti, almeno per Sallusti che tuonava un giorno sì e un altro pure contro l’euro (“ora tutti capiscono che era un grande imbroglio”), l’Europa, l’austerità e pure il complotto dello spread. Roba tipicamente tedesca, lasciò vagamente intendere nel suo tipico stile british del dire e non dire: “La caduta di Berlusconi: è stata la culona” (31.12.2011), “Ciao ciao culona” (29.6.2012). Ora invece B. è tornato amico della culona, a sua volta ridiventata Angela Merkel. Ma non è mai detta l’ultima parola, infatti ora l’europeista retrattile diserta la tre giorni di FI organizzata dalla Gelmini per volare a Mosca dall’amico Putin. Ma cosa pensi dello spread, dell’austerità e dell’euro non è più dato sapere. E a Sallusti, povero tapino, tocca fare tutto di testa sua (mai usata, fra l’altro). Lo spread non è più un complotto per rovesciare i governi, ma una cosa seria che “da venerdì ci è costata 5.700 milioni” a causa del “governo kamikaze”. L’Europa non è più un’accozzaglia di sanguisughe anti-italiane, ma un nobile simposio di gentiluomini dediti al bene comune. E chi dice il contrario è un terrorista o un idiota. Segue un penoso autodafé: “Borghi ha sedotto anche me e l’ho aiutato a diffondere il suo originale pensiero, pure ospitandolo su questo Giornale in tempi non sospetti”: cioè quando il padrone la pensava ancora come lui.

Lo stesso è accaduto con Marcello Foa: giornalista conservatore, estimatore di Putin, già capo degli Esteri al Giornale, titolare di un seguitissimo blog sul sito del Giornale, avrebbe tutte le carte in regola per piacere a B., e dunque – per la proprietà transitiva – a Sallusti. Ma un brutto giorno di mezza estate viene designato dalla Lega come presidente della Rai senza chiedere il permesso a B. A quel punto diventa un paria, un appestato, un lebbroso infrequentabile anche per il suo direttore, che lo attacca più del Pd e della sinistra. “Foa – tuona Sallusti – è una trappola di Salvini per mettere Berlusconi ulteriormente all’angolo del ring. Se FI, dopo essere stata umiliata, accetta l’imposizione si autocondanna alla subalternità irrilevante e definitiva”. E lo invita a ritirarsi. Due mesi dopo, B. cambia idea: FI vota Foa presidente della Rai. E il Giornale, anziché insistere sulla subalternità irrilevante e definitiva, festeggia la bella “ricucitura” perché Foa ora ha elogiato “il pluralismo” (due mesi prima era contrario). Ora Sallusti vive nel terrore che B. batta la testa in Russia, esca dal coma vigile, torni in Italia e si rimetta a dire quel che diceva prima: viva Putin abbasso la culona, viva la lira abbasso l’euro, e magari pure viva il reddito di cittadinanza (lo diceva fino a dicembre). Nel qual caso, comunque, nessun problema: Sallusti nominerà Borghi vicedirettore del Giornale e ricorderà che il famoso idiota/terrorista già ci scriveva. “In tempi non sospetti”.

Abbassiamo subito tutti i sipari. Per 5 anni

Ho fatto per quarantuno anni il critico musicale: ho smesso e penso come a un incubo alla – affatto ipotetica – eventualità che dovessi ricominciare. Attorno a me non vedo che desolazione, rovine, e un livello artistico e culturale così abietto da toglierti per sempre la voglia di andare all’Opera. Infatti non vado quasi più né a teatro né al concerto. Le cosiddette Fondazioni lirico-sinfoniche sono, secondo il ridicolo escamotage giuridico che le istituì, nella forma soggetti di diritto privato. In fatto, soggetti pesantissimamente sovvenzionati dallo Stato, dai Comuni e dalle Regioni. Come i musei, le gallerie, i monumenti.

Ma questi sono tenuti in vita per preservare e offrire al pubblico il più ricco patrimonio artistico mondiale, quello della civiltà italiana. L’essenziale fisionomia di questo patrimonio d’arte e di cultura si completa solo con la musica. La sola ratio per la quale le Fondazioni ricevano le centinaia di milioni di euro loro destinati sarebbe che fossero i musei della civiltà musicale, italiana in primis, mondiale poi. Tutto il sistema della musica e della prosa italiane è oggi frutto delle nomine del satrapo Salvo Nastasi, che ha spadroneggiato per anni e distrutto l’acustica del teatro più bello del mondo, il San Carlo di Napoli: con ciò sfregiando il patrimonio artistico del pianeta. I teatri servono in gran parte per le demenziali masturbazioni dei registi (Michieletto, De Rosa, etc), lodati da quei marchettisti dei cosiddetti critici musicali che nessuno legge più e hanno a disposizione spazi irrisori su giornali che nessuno legge più. Lo scopo museale dei teatri (e delle istituzioni sinfoniche), il diffondere la cultura musicale e in particolare il nostro patrimonio che va da Monteverdi a Puccini, Alfano, Respighi, Petrassi, Maderna, Togni, ricco quanto quello delle arti figurative, è completamente mancato.

A teatro vanno solo sfaccendati, pensionati, vedove benestanti, che non capiscono nulla e applaudono sempre; o turisti ancor più ignari. Non conosco un sol soprintendente che abbia un minimo di cultura e persino di intelligenza: sono solo furbastri, capaci di galleggiare e animati da cupiditas serviendi persino quando non ne ricavano utile. Sono tutti dell’infornata Nastasi: abituati a essere servi di Nastasi, ora che costui è politicamente morto, continuano a obbedire al suo cadavere per riflesso condizionato, come il cane di Pavlov. Le stagioni sono fatte o con i raccomandati di Nastasi o con le agenzie.

I soprintendenti pretendono di fare i direttori artistici e non hanno neanche sentito nominare Bach, Beethoven e Verdi. In tutti i teatri italiani esistono solo tre direttori artistici competenti e colti (posso fare i nomi: Meli, Nicolosi, Vlad) ma sovente sono costretti a fungere da segretari artistici a sovrintendenti che o preferiscono farsi preparare le compagnie dalle agenzie o fanno lavorare i raccomandati di Nastasi – o, adesso, il figlio della Casellati. Anche Roberto De Simone – che è troppo grande artista per esser nominato senatore a vita – ha affermato le stesse cose in un’intervista rilasciata a un quotidiano, ma l’intervista gli è stata censurata e trasformata in una “lettera al direttore” (come se il più grande compositore vivente italiano, insieme con Morricone, si mettesse a scrivere lettere ai giornali) onde il direttore potesse rispondergli prendendosi giuoco di lui: perché il quotidiano si è sentito automaticamente connivente con il teatro della città ove ha sede.

Paghiamo i dipendenti lasciandoli a casa fino alla pensione. Si risparmierebbe su tutto il resto. I ricavati della vendita dei biglietti sono irrisori. Il Maggio Musicale Fiorentino ha ricevuto in due anni una cifra che arrossisco a citare: avrebbe dovuto fallire da anni, le decine di milioni sono servite solo perché era il teatro di Renzi e Nastasi (e del povero Nardella, il pastore della meraviglia, come si dice a Napoli), e se ora non venisse liquidato sarebbe uno scandalo senza pari. Ma chiuderli tutti, e subito. Per cinque anni. Poi, scrivere una nuova legge che li consideri musei, non circhi equestri, impedendo che diventino il ricettacolo di Nino D’Angelo, Alessandro Siani, Maradona, Bellavista…. Musei con lo scopo di far conoscere il patrimonio della cultura musicale. Una parola nuova: fin qui non è stata mai pronunciata.

L’Opera fantasma e i lavoratori invisibili Le Fondazioni a picco

La situazione più critica nel settore culturale è certamente quella delle Fondazioni lirico-sinfoniche di mezza Italia: dal Verdi di Trieste al Petruzzelli di Bari, fino al Massimo di Palermo. Ex Enti pubblici che nel 1996 subiscono per primi – seguiranno altri – la trasformazione in Fondazioni di diritto privato. Un modo, secondo l’allora ministro dei Beni culturali Walter Veltroni, che doveva servire a non appoggiarsi completamente al pubblico. A sostenere le produzioni dovevano entrare anche gli sponsor, mentre ai soci fondatori, Regioni e Comuni, non restava che finanziarle con aiuti una tantum. Di statale sarebbero rimasti e bastati i contributi del Fondo Unico per lo spettacolo (Fus). Sono passati 22 anni dalla nascita delle nuove fondazioni, e 33 da quella del fondo unico, ma “il modello non ha funzionato”, spiegano i rappresentanti delle sigle sindacali riunite a Roma al Conservatorio di Santa Cecilia per presentare la piattaforma comune di rivendicazione che porterà in piazza, sabato 6 ottobre, non soltanto i lavoratori delle Fondazioni suddette, ma 70 gruppi tra comitati di lavoratori culturali, organizzazioni sindacali, studenti e movimenti politici e democratici. Giornata simbolica visto che il 6 ottobre del 1600 a Firenze nacque l’Opera.

A prendere la parola per primo è proprio il direttore del Conservatorio, Roberto Giuliani, che si dice “vicino alle rivendicazioni dei suoi ospiti, non soltanto perché è lo stesso Conservatorio da lui diretto a portare i segni della razionalizzazione dei fondi pubblici – 270 mila euro annui per tutte le attività del Conservatorio di musica più importante d’Italia che in parte svolge ormai una attività volontaristica – confessa Giuliani, ma soprattutto perché la situazione che denunciano i lavoratori oggi sarà il futuro dei miei studenti. Bene che vada – conclude amaramente – i più bravi finiranno in orchestre straniere”.

A scendere in piazza sabato saranno anche archivisti, storici dell’arte, attori, oltreché maestranze, musicisti e coristi. La richiesta è unica e si appella all’articolo 9 della Costituzione “quello che delega e attribuisce la responsabilità della tutela della cultura ai cittadini”. Ci sarà anche il settore pubblico nel corteo che partirà da Porta San Paolo, a partire dai funzionari del Mibact a testimoniare i tagli progressivi che il dicastero ha riservato al comparto culturale. “Che arrivano anche al 50 per cento dello stanziamento iniziale”, denunciano. “Per anni ci hanno fatto credere che fosse una questione di ripartizione dei pochi soldi che c’erano. Ci hanno spinto alla competizione reciproca. Ma non è così – spiega il rappresentante de ‘Mi riconosci? Sono un lavoratore dei beni culturali’. I soldi ci sono e si possono trovare. Ma soprattutto non può esistere la competizione”, conclude.

Ma i malati più gravi, dicevamo, sembrano essere le Fondazioni lirico-sinfoniche “indebitate per 290 milioni di euro” a detta dello stesso Commissario straordinario Gianluca Sole durante l’ultima audizione in Senato qualche giorno fa. Si parla di nove teatri (la cui situazione economica riportiamo nell’elenco accanto) che al 31 dicembre 2017 vengono ammessi alla procedura di finanziamento e che hanno ricevuto per il triennio 2016-2018 contributi pari a 158,1 milioni, a fronte dell’approvazione dei nuovi piani di risanamento rispetto al primo del 2014. Il fondo, non utilizzabile per la gestione corrente, ma per all’ammortamento del debito deve essere restituito in 30 anni, secondo quanto disposto dal decreto del 2014. Peccato che stando alle parole di Sole “neanche in 100 anni – visti gli utili ridotti dei teatri – questi riuscirebbero a ripagare il debito”. Siamo al 2018, dunque, alla conclusione del triennio mancano pochi mesi e del risanamento non si vede l’ombra. Anzi, in totale il debito delle Fondazioni è quasi raddoppiato, sempre secondo i dati del Commissario, anche se tutti hanno raggiunto l’equilibrio gestionale – condizione sine qua non per non venire liquidati coattamente – secondo quanto previsto dall’accordo con il ministero.

Da parte sua, il Commissario ha spiegato nella sua relazione che si sta procedendo anche ad altri aiuti ai teatri in difficoltà, soprattutto per quanto riguarda il debito fiscale. “Misure queste ancora insufficienti comunque ad abbattere il debito delle Fondazioni – ha spiegato Sole – a cui per questo motivo vanno aggiunte altre azioni, come quella di incitare i soci alla ricapitalizzazione reale e immediata. Da affiancare a un nuovo contratto per i lavoratori che tenga conto delle loro specificità”. In poche parole Comuni e Regioni non possono più “limitarsi a inserire in bilancio un ipotetico finanziamento che poi non erogano o lo fanno troppo tardi”, redarguisce Sole. Tra le altre misure individuate dal Commissario quella di un possibile rinvestimento del debito annuale restituito dai teatri nelle produzioni stesse. Ma siamo al fotofinish e la Lirica non sembra essere uscita dall’impasse.

“Il Tabucchi inedito che tutti rifiutarono”

“Non ci possiamo fidare di tutto quello che dicono gli scrittori”. E per fortuna, verrebbe da dire. Il prossimo 25 ottobre, a sei anni e mezzo da una scomparsa che ha lasciato orfana la letteratura internazionale, usciranno due volumi de I Meridiani Mondadori con le opere complete di Antonio Tabucchi. A curarli sono stati Paolo Mauri e Thea Rimini, “tabucchiani doc. Sarà molto bello, ne sono felice”, racconta da Lisbona, con il filtro dell’emozione, Maria José de Lancastre, traduttrice, docente di Letteratura portoghese a Pisa e moglie, anzi compagna di vita dello scrittore. Sua la coraggiosa decisione, cinque anni fa, di donare l’intero archivio del marito alla Bibliothèque Nationale de France.

Signora Maria José, ha collaborato all’edizione dei Meridiani?

Hanno fatto praticamente tutto i due bravissimi curatori. Io ho dato una mano a Mauri sulla cronologia, perché avevo dei dati in più rispetto ai suoi.

Che cosa troveremo nei due volumi?

Tutte le opere che i lettori già conoscono, cui però è stata fatta un’attenta revisione. Poi, attraverso l’apparato critico e la cronologia, viene fuori la rete di amicizie e sintonie che Antonio aveva con altri scrittori di tutto il mondo, ci sono passi di scambi epistolari. Per ogni sua opera pubblicata all’estero, uscivano recensioni e critiche ovunque. Sarà interessante capire che aveva una vita molto ricca, interessi anche completamente diversi dalla letteratura. E poi c’è un inedito.

Quale?

Lettere a Capitano Nemo.

Il romanzo del 1977 mai pubblicato, anche perché “respinto” – all’epoca – da tutte le case editrici?

Proprio quello. Antonio ne parlò in due occasioni. Nell’87, quando pubblicò I volatili del Beato Angelico, scrisse la ‘storia di una storia che non c’è’: raccontò di aver disperso il romanzo, affidando al vento quei fogli in una notte sulla costa atlantica. Nel ’91, quando pubblicò L’angelo nero, riparlò dell’opera per dire che dal cassetto erano sbucati tre o quattro fogli e che, partendo da quelli, aveva poi composto il racconto Capodanno, l’ultimo della raccolta. Non ci possiamo fidare di quanto affermano gli scrittori: l’aveva conservato tutto, ma in modo confusionario.

Dal ’77 nessun editore lo volle. Mondadori sostenne che, pubblicandolo, Tabucchi avrebbe corso il rischio di essere etichettato “scrittore per pochi”. Einaudi parlò di “suture faticose”. E così gli altri. Poi, nell’84, Il Saggiatore preparò il contratto ma suo marito non lo firmò. Perché mai?

Il tempo era passato e lui dalla Toscana, dov’è ambientato il romanzo, aveva allargato gli orizzonti. Faceva un altro tipo di letteratura e non si rivedeva più in quell’opera.

E allora perché pubblicarlo adesso?

Perché ci sono delle parti inedite molto belle e il tutto è avvincente.

Ma qual è la storia?

Il protagonista è un adolescente molto solo, Duccio, che ha traumi psichici infantili e vicende familiari complicate: il padre, repubblichino di Salò, è stato ucciso nei sotterranei della villa in cui abitano e Duccio lo viene a sapere dalle conversazioni di una domestica; lo zio omosessuale lo porta con sé sulla spiaggia. Come in ogni opera di Antonio ci sono l’estate, il caldo, le cicale, i sensi che si risvegliano. Anche se qui è solo un ricordo: la storia è ambientata la notte di Capodanno, durante la quale il ragazzo medita una dura vendetta.

Duccio scrive lettere al Capitano Nemo. Il loro è un rapporto d’amore. In quel periodo stavate traducendo insieme Fernando Pessoa. Ci sono dei richiami?

Credo di sì.

Rispondendo al rifiuto di Mondadori, suo marito scrisse: “Io non faccio il romanziere, scrivo romanzi”. Che differenza c’era?

Antonio sfuggiva dallo statuto del romanziere, che gli editori invece volevano conservare, ogni libro che scriveva era un’avventura. Tempo dopo abbandonò anche il termine ‘romanzo’: Pereira era una ‘testimonianza’, Gli ultimi tre giorni di Pessoa un ‘delirio’.

Tante etichette, nessuna etichetta.

Era un uomo molto libero. Non aveva un superego che lo condizionava nella scrittura. Nei primi tempi, da giovane, aveva dovuto accettare alcune regole; poi se n’era liberato e rivendicava il diritto di fare ciò che voleva. Quando gli andava di scrivere testi sull’impegno e sugli zingari lo faceva, ma diceva anche: ‘Se un giorno avrò voglia di scrivere qualcosa sulle carote del mio giardino sarò libero di farlo’.

Lei ha ricordato più volte che suo marito aveva il senso dell’ingiustizia. Cosa penserebbe oggi dell’Italia in cui stiamo vivendo?

Forse non aveva immaginato che ci saremmo spinti fino a tanto. Mi ricordo la serata della vittoria di Berlusconi, eravamo a casa di amici. Fu molto strano: Antonio rimase impietrito, come colpito dall’abisso che vedeva aprirsi davanti al Paese. Gli amici cercavano di tirargli su il morale, ma lui aveva intuito che qualcosa di grave stava per accadere.

La grande letteratura riesce a guardare oltre. Crede che quello che stiamo vivendo sia un periodo proficuo per gli scrittori?

La letteratura ha una forza che viene sempre fuori, in qualche modo. Ma sono tanti quelli che scrivono e pochi quelli che rimangono.

“L’imprenditrice chiese aiuto ai clan per farsi pagare”

“Gente mia”, la definiva al telefono l’intermediatrice finanziaria Paola Galliani, arrestata ieri dagli investigatori della Dia di Milano per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La sua “gente”, i suoi “ragazzi” erano tre uomini vicini alla ‘ndrangheta, già condannati per traffico di droga, che la donna, con Enrico Verità, suo collaboratore ora ai domiciliari, aveva assoldato per riscuotere un preteso credito da parte di un imprenditore che le aveva affidato una somma da portare all’estero e far rientrare in Italia. Somma che in parte si era persa per strada. E’ sempre l’intermediatrice (già denunciata nel 2017 dalla Guardia di Finanza per esercizio abusivo delle professione), che al telefono minaccia di fare “scatenare la belva” contro la vittima. “La belva” è Giuseppe Morabito, già condannato per droga, così come altri due arrestati che sono ritenuti vicini alle cosche di Rosarno (Reggio Calabria). Il ricorso della trader borderline a personaggi della criminalità organizzata per convincere i debitori rappresenta è per i pm un “inquietante rovesciamento di ruoli” nella “zona grigia” tra imprenditori e ‘ndrangheta. Il pestaggio, avvenuto nello studio della Galliani, è emerso dalla intercettazioni.

“I pacifisti marciano da soli: ai partiti non crediamo più”

“Per la prima volta il movimento per la pace si mette in proprio. Abbiamo capito che è inutile rinnovare le nostre richieste ai governi, questa sarà la marcia di chi la pace la promuove ogni giorno con il suo impegno e il suo lavoro nella società. Rinunciamo a cercare un confronto diretto con la politica italiana: non deleghiamo più, facciamo da soli”. Flavio Lotti è da molti anni l’organizzatore della marcia per la pace Perugia-Assisi. La prima fu convocata da Aldo Capitini nel 1961. Domenica sarà la numero 23. Questi tempi sono cupi, dice Lotti, ma guai a lamentarsi: “Il movimento pacifista non esiste più, almeno non nelle forme in cui lo conoscevamo ai tempi delle grandi manifestazioni del 2003. Ma c’è un mondo che ancora esiste, un’umanità diffusa che continua a lavorare lontano dai riflettori. In questi anni forse si è camminato troppo da soli, ricominciamo a farlo insieme”.

Si ricomincia da dove?

Si ricomincia osservando la nostra società. Non viviamo più la schizofrenia di parlare di pace concentrandoci sui grandi conflitti mondiali e ignorando quello che ci succede in casa. Partiamo dal lavoro, allora: la mancanza di lavoro è la prima grande emergenza che ci nega la pace. E poi crediamo debba cambiare il rapporto tra il mercato e l’uomo; tra l’economia e la finanza e i bisogni concreti delle persone.

Questo governo rende più urgente una mobilitazione per i diritti?

Assistiamo all’arresto del sindaco di Riace, alla battaglia quotidiana contro le Ong e chi salva vite… il clima è pesante e c’è un’ aggressione dei diritti fondamentali. Ma attenzione: non è iniziata mica con le elezioni del 4 marzo. Quel voto è il risultato di un sentimento che è cresciuto nel tempo. Le cause e le radici affondano nelle politiche e nelle ideologie degli ultimi 30 anni, che ci hanno regalato la competizione selvaggia e il tutti contro tutti.

L’ultima Perugia-Assisi è stata del Movimento 5 Stelle, per il reddito di cittadinanza. Un mondo lontano dal vostro.

Tanti partiti – anche i Radicali e il Pci – hanno fatto le loro Perugia-Assisi. Non c’è niente di male. Anzi, la lotta alla povertà che i 5Stelle hanno assunto come bandiera, con il reddito di cittadinanza, è uno dei nostri valori più cari. Certo, la povertà non si può abolire per decreto come dice qualcuno, ma noi pensiamo che ogni strumento che restituisca un po’ di dignità alle persone sia un fatto positivo.