“Segregata perché lesbica” Una 17enne tolta ai genitori

Potrebbe esserci una lunga catena di sottovalutazioni dei protocolli di vigilanza nell’assurda vicenda che ha visto una diciassettenne segregata per quasi un anno in casa dai genitori, che l’avrebbero punita per essersi innamorata di una sua coetanea. In 10 mesi né la scuola che frequentava, e che ha abbandonato, né le forze dell’ordine con cui è venuta in contatto avrebbero compreso l’incubo vissuto dalla diciassettenne e la sua gravità. La giovane infatti è stata tenuta segregata in casa ad Albano Laziale, cittadina dei Castelli romani, alle porte della Capitale, tra ripetuti insulti e umiliazioni, prima di riuscire a denunciare le privazioni e le violenze morali subite. Una agghiacciante quanto quotidiana storia di omofobia che è stata portata alla luce dal Gay Center di Roma, che ha raccolto la denuncia della ragazza. Ora la madre è indagata dalla Procura di Velletri con l’accusa di sequestro di persona e maltrattamenti.

A novembre dello scorso anno, dopo aver scoperto nei messaggi sul suo cellulare tracce di una relazione con una ragazza, i genitori della giovane, ancora minorenne, avrebbero iniziato a vessarla stabilendo per lei una serie di limitazioni. Prima sarebbe scattato il divieto di uscire con le amiche, poi è arrivato il ritiro della scheda sim del telefono, alla giovane sembra fosse concessa solamente la connessione alla rete wi-di casa con successivo controllo degli eventuali messaggi inviati. Dai continui divieti allo stop alla frequenza scolastica il passo è stato breve, tanto che la ragazza ha perso lo scorso anno scolastico vista la prolungata assenza.

Non ci sarebbe nemmeno una situazione di disagio o marginalità sociale a fare da sfondo alla vicenda. I genitori della ragazza infatti sono due impiegati che lavorano a Roma e risiedono nel Comune non distante dalla Capitale. La giovane sarebbe stata spesso chiusa a chiave in casa e coperta di insulti legati alla sua attrazione per le donne, pronunciati anche in presenza della sorella più piccola.

Tagliata fuori dalla sua rete di relazioni sociali ed esasperata dalle privazioni continue, la ragazza ha tentato una prima volta la fuga, raggiungendo il litorale romano, dove ha sporto denuncia alle forze dell’ordine. Ma, vista la minore età, è stata comunque riaccompagnata a casa, dove sarebbero ripartite sia la segregazione sia le vessazioni. Nelle scorse settimane il contatto telematico con il Gay Center, che consente di sporgere denuncia in forma anonima, e la seconda fuga dall’abitazione di famiglia. Stavolta la segnalazione è arrivata all’Osservatorio di Polizia e Carabinieri contro le discriminazioni. Ora la giovane, su disposizione del Tribunale dei minori, alloggia in una struttura protetta, assistita da degli operatori.

“Purtroppo il suo non è affatto un caso isolato, succede in famiglie di ogni tipo”, denuncia Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. “La ragazza ha raccontato una situazione familiare molto grave – aggiunge – da quando i genitori hanno scoperto che era lesbica. Viveva in un clima di continua violenza ed era sequestrata in casa” . Per Marrazzo “è importante approvare al più presto una legge contro l’omotransfobia, che preveda anche la formazione per il personale pubblico per evitare episodi di discriminazione e pregiudizio anche da parte di funzionari pubblici come accaduto a questa giovane”. Solo lo scorso anno un ragazzo è stato ospitato presso Refugee Lgbt – la prima casa famiglia aperta dal Gay Center assieme alla Croce Rossa destinata a gay, lesbiche, trans e bisex vittima di maltrattamenti – un altro ragazzo prelevato nella sua abitazione dopo che i genitori lo avevano tenuto rinchiuso in una stanza.

Dopo la denuncia la Procura di Velletri ha indagato la madre della ragazza, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e sequestro di persona, mentre la posizione del padre resta al vaglio.

Con quota 100 si va di male in peggio. Senza fondi si svuotano gli ospedali

Abolire la legge Fornero e introdurre la quota 100, con la possibilità di andare in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi, rischia di indebolire ulteriormente gli ospedali italiani. Alleggerendo i requisiti per andare a riposo, infatti, nei prossimi cinque anni il servizio sanitario nazionale perderebbe 55 mila medici. Gli attuali posti disponibili nelle scuole di specializzazione – circa 6.500 all’anno – non permetterebbero di bilanciare le uscite, perché gli ingressi fino al 2024 si fermerebbero a massimo 32.500.

A prevedere effetti nefasti per la riforma delle pensioni annunciata dal governo è l’Anaao-Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti. Premessa: il problema esisterebbe anche mantenendo la legge approvata dal 2011 dal governo Monti, la quale richiederebbe dal 2019 almeno 67 anni di età o 43 anni e tre mesi di anzianità (un anno in meno per le donne). Questo perché già gli attuali flussi di pensionamento non vengono coperti con altrettante assunzioni. Se anche non toccassimo la Fornero, infatti, tra il 2019 e il 2014 – stima l’Anaao-Assomed – lasceranno il lavoro tra i 40 e i 42 mila dottori. La quota 100, però, aggraverebbe la situazione, permettendo l’accesso alla pensione ad almeno ad altri 13 mila. Il disagio maggiore si verificherebbe subito, tra il 2019 e il 2020, quando a poter uscire grazie alla riforma del governo Conte sarebbero i nati tra il 1954 e il 1957. “Sono in tanti i medici che a 62 anni hanno già accumulato 38 anni di contributi – spiega il presidente del sindacato Costantino Troise – grazie al riscatto del periodo passato all’università. E con le attuali condizioni di lavoro, le attuali retribuzioni, 15 milioni di ore di straordinari non pagati, non c’è dubbio che molti coglieranno l’opportunità”.

L’unica soluzione sarebbe aumentare il numero di laureati ammessi alla specializzazione, ma per questo bisognerebbe aumentare le risorse. Lo svuotamento delle corsie non è l’unica conseguenza negativa prevista dall’Anaao-Assomed. Ci sarebbe anche minore possibilità, per i medici anziani, di seguire la crescita dei colleghi più giovani: “I processi previdenziali – scrive il sindacato in una nota – sarebbero così rapidi e drastici da impedire il trasferimento di esperienze e di pratica clinica. Si tratta, infatti, di conoscenze e di capacità tecniche che richiedono tempo e una lunga osmosi tra generazioni professionali diverse”. Probabilmente tanti operai ultra-sessantenni aspettano la quota 100 come una manna dal cielo, ma forse saranno meno felici nel sapere che questo intervento, in assenza di nuovi investimenti in personale, rischia di minare la qualità della sanità italiana.

Alitalia, la dura realtà nascosta dietro ai brindisi

Quando il filosofo francese Francois – Marie Arouet, noto come Voltaire, scrisse a metà del Settecento il Candido, non poteva immaginare che più di due secoli e mezzo dopo l’inguaribile ottimista Dottor Pangloss avrebbe avuto dei convinti seguaci nei commissari straordinari di Alitalia. La compagnia è gestita nel migliore dei modi possibili, produce i risultati migliori possibili, non ha quasi per nulla intaccato il prestito ponte di 900 milioni e sarebbe persino tornata a un esile utile nel corso del trimestre estivo 2018. Dunque Alitalia vola nel migliore dei cieli possibili. Questo è in sintesi quando è stato detto in una recente audizione parlamentare, prontamente rilanciato dai numerosi Candidi che siedono nei banchi parlamentari, nelle associazioni sindacali e nelle redazioni economiche dei principali giornali. Peraltro se si ripercorre la storia recente di Alitalia si scopre che essa è sempre stata gestita e vigilata da seguaci del Dottor Pangloss.

Si può infatti dimenticare quanto dicevano i vertici aziendali nel corso del 2016? Alitalia era stabilmente sulla via del risanamento, dalla quale deve avere inaspettatamente deragliato se solo pochi mesi dopo gli stessi ottimisti dovettero sedersi ai tavoli sindacali per proporre provvedimenti lacrime e sangue nella forma di drastici ridimensionamenti del personale e dei livelli salariali dei fortunati dei rimasti. E se andiamo più indietro nel tempo, chi può dimenticare gli ottimisti emiri del Golfo, accolti da Matteo Pangloss al grido ‘Se decolla Alitalia, decolla l’Italia, se decolla l’Italia decolla Alitalia’? Queste profezie non si sono avverate e tanto l’Italia quanto l’Alitalia sono rimaste al prato mentre il profeta è stato riposto dagli elettori italiani nell’hangar della politica.

Non parliamo poi dell’ottimismo del 2012, quando irruppe sulla scena Poste Italiane con tutte le sinergie aeronautiche garantite dalla sua compagnia aerea Mistral, specializzata nel trasporto di pacchi e pellegrini. Ma anche in questo caso a prendere presto il volo furono i 150 milioni delle Poste ottimisticamente affidati ad Alitalia. L’apice dell’ottimismo fu tuttavia raggiunto nel 2008 coi coraggiosissimi capitani e gli ancor più coraggiosi politici che affidarono loro l’Alitalia, ripulita dei debiti e del personale indesiderato e rivestita di norme giuridiche ‘ad aziendam’. Anche in quel caso non andò come previsto ma l’ottimismo non può certo lasciarsi scalfire dai 4 miliardi di perdite aziendali private accumulate dal 2009 a oggi e dai 7 miliardi di oneri e perdite pubbliche causate dal ‘salvataggio’ del governo Berlusconi. Dobbiamo forse rinunciare all’ottimismo? Come ci direbbe Leibnitz, se gli 11 miliardi non vi sono più è perché era nella natura delle cose che andassero perduti.

La storia recente di Alitalia non è una normale storia d’impresa bensì una rivisitazione in chiave aviatoria del Candido di Voltaire, tuttavia, a vantaggio dei pessimisti e degli scettici, è utile riporre l’ottimismo e fare un po’ di tara ai numeri dei commissari: nei primi nove mesi del 2018 i passeggeri sono cresciuti dello 0,4% e i ricavi aziendali del 4,6% mentre il margine operativo lordo è migliorato, pur restando negativo, di quasi 190 milioni al netto delle poste non ricorrenti, anche per effetto di costi in diminuzione; l’azienda avrebbe inoltre conseguito un piccolo utile nel terzo trimestre e sarebbe in grado di restituire l’intero prestito ponte alla sua scadenza.

Pur trattandosi di dinamiche di segno positivo non dimentichiamo che esse si confrontano con un 2017 estremamente problematico e pieno d’incertezze. Sino a tutto il terzo trimestre dello scorso anno l’azione di contenimento dei costi da parte dei commissari, arrivati a maggio, non poteva essere stata in grado di produrre risultati significativi. Inoltre le prenotazioni risentivano del clima d’incertezza sulla continuità aziendale, tanto che nell’intero anno 2017 Alitalia ha perso quasi il 6% dei suoi passeggeri in un anno in cui il mercato italiano è cresciuto più del 7%. I dati appena resi noti ci confermano che passeggeri persi lo scorso anno non sono stati in alcun modo recuperati dalla gestione commissariale nella parte trascorsa del 2018, nonostante in questo periodo l’intero mercato italiano sia cresciuto ancora del 6%. È inoltre poco plausibile che l’azienda abbia conseguito un utile netto nel terzo trimestre. Infatti se dal margine operativo lordo (Ebitda), dichiarato in 87 milioni, detraiamo 53 milioni di ammortamenti, valore pari a quello medio trimestrale del 2017, circa 20-25 milioni di oneri finanziari e diversi e 23 milioni di costo del prestito ponte, arriviamo a una perdita netta di 10-15 milioni di euro.

Ma l’informazione più naif di tutte riguarda la capacità dell’azienda di restituire integralmente il prestito ponte alla scadenza nell’ipotesi che si perfezioni la vendita aziendale, essendovi ancora in cassa, oppure depositati in garanzia, 770 milioni, dei 900 originari. Intanto l’importo da restituire allo Stato non si limita ai 900 milioni ma include anche l’interesse, al tasso di circa il 10%, per l’anno e mezzo di durata del prestito, per una somma totale che si avvicinerà a fine anno ai 1.030 milioni. Se i commissari ricavassero 300 milioni dalla cessione dell’azienda arriverebbero a tale cifra? La risposta è affermativa ma solo non pagando le fatture residue, quelle non ancora saldate dei voli già effettuati e di non sostenere più i costi per far volare i passeggeri che hanno già prenotato e pagato per volare nei mesi successivi. Due condizioni che non sono state precisate nella recente audizione parlamentare. D’altra parte se questi Candidi dei commissari non avevano bisogno dei 900 milioni, e non li hanno utilizzati, perché mai li hanno presi a prestito al non modico interesse del 10%? Forse volevano risanare la finanza pubblica italiana anziché la compagnia di bandiera?

Al convegno in Bocconi anche Bini, il valutatore dei titoli di BpVi

Si è celebrato lunedì scorso a Milano presso l’aula Magna dell’Università Bocconi di Milano il convegno nazionale dell’Organismo Italiano di Valutazione (Oiv), il think tank dei valutatori aziendali italiani. Tema della giornata di studio il ruolo dei consiglieri indipendenti e degli organi di controllo con interventi della Consob e dei grandi sacerdoti italiani della materia: dal notaio Piergaetano Marchetti a Mauro Bini, il gran visir dell’Oiv che ha concluso i lavori. Proprio quel professor Mauro Bini della Bocconi passato alla storia per essere stato chiamato per anni come esperto (naturalmente indipendente) dalla banca del vignaiolo Zonin a valutare le azioni della Popolare di Vicenza, per le quali formulò un prezzo di 62,5 euro in base ai “flussi reddituali” (pochi anni dopo il valore si sgretolò a 0,10 centesimi e infine a zero spaccato). E poi per essere stato incaricato per anni di valutare le attività di bilancio (impairment test) de Il Sole 24 Ore (autore anche della perizia sul patrimonio ai tempi della quotazione in Borsa) prima che scoppiasse il bubbone con gli ex vertici del gruppo indagati per false comunicazioni sociali dalla Procura di Milano. Fossimo nel ministro Tria, che si trova ora braccato da economisti e opinionisti che dicono che i numeri del Def non stanno in piedi, assolderemmo qualcuno di questi super valutatori. Dare i numeri è un’arte. E bisogna farlo bene

 

Il settembre nero del Biscione: Canale5 è scomparsa

Mediaset non funziona più. Il lifting di Rete4 – passata da piazza pullulante di rancore a salotto di pensose riflessioni – non copre le rughe di un gruppo incapace di inventare e reinventarsi. Il mese di settembre boccia con severità il Biscione. Un paio di numeri: in prima serata, Canale 5 si ferma al 12,29 per cento di share (Rai1 è al 20) e Italia 1 sprofonda sotto il 5 per cento. Mediaset crolla, la Rai sale. Il confronto è inevitabile per comprendere i rispettivi quadri clinici.

Il vicepremier Luigi Di Maio, negli studi di La7, una concorrente del servizio pubblico, è stato molto scettico: “La nostra più grande sfida è mettere le mani sulla Rai, rimetterla in moto e garantire il merito. Una cosa è certa: gli italiani non possono pagare il canone per una Rai in queste condizioni”. Quali condizioni?

Nel giorno medio di settembre, il pacchetto di Viale Mazzini – generaliste e tematiche – agguanta il 36,6 per cento di share con una crescita dell’1,5 sul 2017, mentre Mediaset arranca al 29,2 per cento (-2,16 sul 2017). In sintesi: il servizio pubblico stacca di 7,4 punti Mediaset. Gli inserzionisti pubblicitari, però, osservano con maggiore attenzione la fascia pregiata che va – almeno ancora per l’Auditel – dalle 20:30 alle 22:30. I primi tre canali di Viale Mazzini, sempre in settembre, sono al 33,6 per cento di share (+2,86 sul 2017); quelli del Biscione, invece, perdono l’1,87 per cento e si fermano al 21,8. Vuol dire che il divario tra la Rai e Mediaset è di 11,56 punti: una voragine. Nel complesso, in prima serata (includendo le tv tematiche), un milione di italiani ha abbandonato il Biscione. I canali della famiglia Berlusconi soffrono in maniera indistinta. Canale5 si è ristretta, Italia1 pure e Rete4 – pompata ovunque – aumenta di neanche mezzo punto al 4,62, tampinata da La7 al 4,43 in prima serata.

Ora al Biscione devono sperare che le impressioni di settembre siano sbagliate e che il pubblico all’improvviso ritorni su Canale5, considerato un canale che si accende a tratti – con qualche trasmissione, con qualche partita – e non più centrale nell’intrattenimento. A Maria De Filippi e colleghi, ancora una volta, il compito di risollevare il Biscione. C’è un dubbio, però: i centri media possono continuare a dirottare oltre 2 miliardi di investimenti pubblicitari su Cologno Monzese? È vero che i telespettatori Mediaset sono più giovani e più “consumatori” di quelli del servizio pubblico, ma è anche vero che è complicato ottenere in eterno il 55/60 per cento del mercato degli spot in tv.

5G, cuccagna per il governo salasso per i big della telefonia

Ci si aspettava un incasso di 2,5 miliardi di euro, sono oltre 6,5. L’ultima assegnazione pubblica di frequenze radio per la telefonia, quella per il 5G, la quinta generazione, si è rivelata una miniera d’oro per il governo. Alla gara hanno partecipato tutti i principali protagonisti delle telecomunicazioni in Italia: Wind 3, Vodafone, Telecom Italia, Fastweb e Iliad. Si sono sfidate in 171 tornate di rilanci. Se per il governo, i 4 miliardi sono un inaspettato tesoretto, per le compagnie telefoniche, che già hanno debiti alti e margini risicati, la spesa è un fardello pesante.

Il 5G è lo standard che permetterà, secondo le aspettative dell’Unione europea a partire dal 2020, di connettersi senza fili per ricevere dati alla velocità di 10 gigabit al secondo, circa 100 volte di più della connessione 4G, la migliore tecnologia disponibile ora; per capirsi si potrà scaricare un film sul dispositivo mobile in una frazione di secondo. Ma non sono solo le applicazioni dell’entertainment quelle per cui sul nuovo standard stanno puntando compagnie telefoniche, governi e l’Europa: il 5G è considerato la nuova frontiera dell’interconnessione, in grado di portare, secondo gli esperti, sviluppi accelerati in settori che vanno dalla mobilità (per esempio per i veicoli a guida autonoma), alla sanità (diagnosi a distanza), alle applicazioni industriali.

Il problema è che per connettere tutto il territorio nazionale con questo standard serve un’ampiezza di banda (frequenze radio) 30 volte maggiore di quanto richiesto finora, tanto che le frequenze messe a disposizione nella gara attuale basteranno forse a soli due operatori per avviare le connessioni in 5G. Gli altri dovranno attendere un’ulteriore gara. Una circostanza che evidentemente non era stata presa nella dovuta considerazione nel 2017 dal ministero dello Sviluppo e dall’Agcom, quando sono state stabilite le regole dell’asta. “Si pensava che viste le molte frequenze da assegnare i prezzi sarebbero rimasti simili a quelli della gara precedente, quella per le frequenze 4G”, spiega un ex alto dirigente Telecom, “ma qui il rischio era di rimanere fuori e gli offerenti non si sono risparmiati”.

Nel dettaglio, la competizione più aspra è stata sulla banda attorno ai 3700 Megahertz (Mhz), che permette di partire subito con il nuovo standard. I lotti più importanti se li sono aggiudicati Tim e Vodafone (due blocchi da 80 Mhz) mentre a Wind 3 e a Iliad sono andati due blocchi da 20 Mhz. Le altre frequenze di peso, quelle da 700 Mhz, (che però non si potranno utilizzare fino al 2022 dato che sono ancora in uso dalle emittenti televisive) erano state già state assegnate, in asta a Tim e Vodafone, e senza gara alla francese Iliad, in qualità di nuovo entrante sul mercato. Tim e Vodafone hanno speso 2,4 miliardi ciascuna, mentre Iliad e Wind 3 hanno pagato complessivamente 1,7 miliardi per i lotti che si sono aggiudicate.

I 6,5 miliardi peseranno sui conti dei big delle telecomunicazioni, a cui l’arrivo dell’operatore low cost Iliad (costi fissi bassissimi e una rete commerciale tutta on line), che dallo sbarco in Italia a maggio ha già attirato 2 milioni di clienti, sta mettendo una forte pressione competitiva. L’agenzia di rating Moody’s quest’estate stimava un calo tra il 4% e il 6% dei fatturati nei prossimi due anni e secondo Sostariffe.it le offerte dei principali operatori mobili hanno già subito ribassi medi del 20%. Con la nuova spesa, che porterà benefici chissà quando, diventa difficile far quadrare i conti, a meno di escogitare qualche nuova fonte di ricavi da caricare nelle bollette o tagliare ancora sensibilmente i costi.

Secondo gli analisti finanziari, le ripercussioni più notevoli si avranno sui conti di Tim. I circa 2,4 miliardi spesi per le nuove frequenze, da aggiungere ai costi per adeguare le infrastrutture e l’architettura di rete al nuovo standard, pesano infatti su un indebitamento netto che era già a quota 25 miliardi e sui margini operativi tra i più risicati del settore. Nelle settimane scorse sui titoli del gruppo hanno rilasciato report negativi le banche d’affari Exane Bnp Paribas e Imi, l’altro ieri è stata la volta di Barclays. Ieri Tim in Borsa ha chiuso in ribasso del 2,5%, a 0,48 euro, vicina ai minimi storici del 2013.

Mediaset e le 5 sorelle: chi vince nel grande risiko delle radio

Durante la campagna per le Politiche del 2006, il premier uscente Silvio Berlusconi fece un intervento da 24 minuti a Isoradio, l’emittente Rai per gli automobilisti, nel momento di massimo traffico: ci furono proteste delle opposizioni e del sindacato Usigrai (le elezioni poi le vinse di misura l’Unione di Prodi). Allora, il gruppo Mediaset dei Berlusconi non possedeva emittenti radio mentre oggi è leader, con oltre 12 milioni di ascoltatori al giorno dichiarati. L’ultimo acquisto, a inizio settembre, è Radio Montecarlo, quasi 1,5 milioni di ascoltatori.

In termini economici, la radio ha un peso marginale: secondo l’Agcom, 629 milioni di giro d’affari nel 2017 (compresi 101 di canone Rai e 38 di contributi pubblici), contro gli 8 miliardi della televisione e i 2,2 del web. Gode però di buona salute. “A parte Internet, è il mezzo che è uscito prima dalla crisi, il fatturato è in crescita”, dice Marco Rossignoli, presidente del Tavolo editori radio (Ter), che cura la rilevazione degli ascolti. Secondo i dati di Fcp-Assoradio (federazione delle concessionarie di pubblicità), nei primi sei mesi del 2018 il fatturato pubblicitario delle emittenti è aumentato del 6,8% sul primo semestre 2017. Gli ascolti sono formidabili: in media, 34,5 milioni al giorno, compresa l’emittenza locale che fa un terzo del settore. Con pochi mezzi si raggiunge una platea enorme. Gli ascoltatori sono in aumento con le nuove tecnologie, soprattutto il digitale terrestre Dab (digital audio broadcasting), il cui segnale per legge dal 1° giugno arriverà a tutte le autoradio e dal 2020 a tutti gli apparecchi radiofonici. Accanto, l’uso del web e di piattaforme tv da parte delle emittenti radiofoniche e la crescente interazione tra radio e utenti sui social che aumenta audience e affari.

Mediaset. Col nuovo acquisto Radio-Mediaset raggiunge, tra network nazionali (Radio 105, R101, Virgin Radio e Rmc) e sovra-regionali (Subasio, leader nel Centro Italia, 1,8 milioni di ascoltatori, acquistata nell’agosto scorso per 25 milioni), 12,7 milioni di utenti; anche se va notato che il dato non tiene conto delle duplicazioni: gli ascoltatori che seguono nella giornata più di un canale del gruppo. Quest’anno il fatturato pubblicitario dovrebbe avvicinarsi ai 70 milioni rispetto ai 60 previsti senza Rmc. A parte la crescente influenza culturale e politica, l’aggregazione è un’opportunità per la concessionaria Mediamond (50% Mediaset, 50% Mondadori), che affianca il più giovane pubblico della radio a quello di tv e stampa. Le offerte di spazi pubblicitari a pacchetto, tv più stampa più radio, faranno però verosimilmente calare il costo/contatto degli annunci radio, mettendo in difficoltà le altre emittenti. A rendere il gruppo dominante sono poi le sinergie nel marketing: promozione delle radio gratis o a prezzi fuori mercato in tv, e viceversa. Qualificando gli spot radio come “autopromozione”, Mediaset può sforare il tetto del 15% che limita per legge l’affollamento pubblicitario in tv, senza rinunciare ad altri introiti pubblicitari. Secondo i concorrenti con tale espediente le radio del gruppo nel 2017 hanno evitato costi per quasi 25 milioni. Nel gennaio 2018 Agcom ha diffidato la holding R.t.i. dal proseguire la prassi. Pende un ricorso al Tar, prima udienza fissata per il 28 novembre.

Gedi. Il gruppo nato dalla fusione dell’Editoriale L’Espresso di De Benedetti e la Itedi di Fca (editrice de La Stampa e del Secolo XIX) è il secondo per ascoltatori radio. Possiede la storica emittente milanese Radio Deejay, terza in Italia per ascolti, oltre a Radio Capital e M2o. Con 118 addetti in organico di cui 16 giornalisti, nel 2017 ha fatturato 59 milioni. Il risultato operativo di 15,5 milioni ne fa uno dei gruppi più redditizi del settore. Nell’ottobre 2017 ha acquisito dall’azionista di controllo Mario Volanti, per 6,5 milioni, il 10% di Radio Italia che ha 5,1 milioni di ascoltatori.

Rai. È il primo gruppo per ricavi grazie al canone, 101 milioni l’anno; la pubblicità ne fa 27,9. Cinque canali storici, 1, 2 e 3 più Gr Parlamento e Isoradio, e dal 2017 cinque canali digitali. Ha l’11% di quota di mercato, ma gli ascolti sono in costante calo: -6% nel 2017. La qualità del servizio resta alta, ma senza i soldi prelevati nelle bollette elettriche Radio Rai, con oltre 600 dipendenti, sarebbe fuori mercato.

Rtl. È suo il primo posto tra le emittenti private, da oltre 10 anni: sono 7,6 milioni gli ascoltatori nel giorno medio; 70,5 milioni il fatturato consolidato nel 2017 (comprende anche ricavi come le produzioni discografiche), in crescita del 6%. Nel 2016 ha acquistato per 13 milioni Radio Zeta, emittente pluri regionale del Nord con un milione di ascoltatori e l’anno scorso ha rilevato per 2,1 milioni dalla Lega Nord le frequenze e parte degli impianti della disastrata Radio Padania Libera (altro bacino d’utenti da un milione) grazie alle quali ha lanciato l’emittente rock Radio Freccia. Rtl 102,5 Hit Radio srl è della famiglia Suraci. Il capo, Lorenzo Suraci, arrivato a Bergamo da Vibo Valentia, aveva acquistato nel 1987 la Radio Trasmissioni Lombarde per pubblicizzare la sua discoteca il Capriccio, di Arcene (Bg); dopo un inizio stentato, decide di cominciare ad aumentare i ripetitori, poi ad acquistare frequenze, fino a diventare leader in Italia. “Siamo stati tra i precursori del settore insieme a Radio Deejay e 105 – spiega Suraci, che è anche produttore discografico (ha lanciato lui, per esempio, i Modà) – ma i primi a trasmettere a livello nazionale in isofrequenza” (con lo stesso canale, i 102,5 megahertz, ndr).

Rds. L’emittente romana Radio Dimensione Suono, fondata nel 1978, è stata rilevata nel 1981 da Edoardo Montefusco, classe 1953, napoletano, commendatore della Repubblica, ex vicepresidente di Confindustria Roma. Ha fatturato nel 2017 55 milioni. Nel 2017 la concessionaria Rds Advertising ha avuto una crescita dei ricavi di oltre il 10% grazie anche alla raccolta nazionale del circuito di 21 radio locali 100% Special Radio, nato l’anno scorso per sfruttare il potenziale pubblicitario di contenuti Rds premium (come “100 secondi con Enrico Mentana”). L’audience è a 5,6 milioni. Punta molto sull’integrazione delle piattaforme: “Il canale Fm, il Dab, i social network, il sito e le applicazioni – spiega Massimiliano Montefusco, general manager – portano circa un milione e mezzo di utenti in più, dato che viene valorizzato nella raccolta pubblicitaria”. Rds prosegue nel suo sviluppo autonomo, ma stringendo accordi e acquisendo partecipazioni, come il 19% di Radio Italia (società in cui convive con Gedi) e il 25% di Via Radio nel 2017. Dell’anno scorso anche il tentativo di entrare nel capitale di Radio 24, respinto: “Non è in vendita”, gli è stato risposto.

Radio 24. Comprensibile che l’emittente di Confindustria non sia in vendita, visto che a differenza del quotidiano va bene. Con 2,2 milioni di ascoltatori concentrati nella fascia che il marketing classifica ad alta capacità di spesa, ha registrato ricavi per 17,8 milioni nel 2017 e un margine lordo del 9,4%. Nel primo semestre 2018 la raccolta segna +6,1%.

 

Il problema dei negozi non è la domenica

Quella sulle chiusure domenicali dei negozi è da sempre una battaglia di principio difficile da sostenere con i numeri e ancor di più da tradurre in pratica, come si conferma nelle audizioni sul disegno di legge voluto dal Movimento 5 Stelle per ridurre la liberalizzazione introdotta dal governo Monti nel 2011. Vediamo i numeri. L’Ufficio parlamentare di bilancio, un’autorità indipendente, smonta il mito dell’eccezionalità italiana del lavoro domenicale: nei Paesi Ue hanno lavorato una domenica al mese in media il 30% dei lavoratori, l’Italia è al quintultimo posto con il 24%, il 17% ha lavorato più di tre domeniche in un mese. Prima nei festivi lavorano soprattutto gli autonomi, ora i dipendenti si stanno uniformando. L’Ubp, con un modello econometrico, stima che la liberalizzazione non ha fatto aumentare le vendite, ma soltanto l’occupazione.

Dietro le battaglie sull’importanza del tempo da passare in famiglia, c’è il tentativo di penalizzare la grande distribuzione a favore di piccoli esercizi. Perché un problema c’è: tra il 2006 e il 2018 le vendite dei negozi con meno di 5 addetti sono scese del 20%, quelle degli esercizi commerciali più grandi sono aumentate del 15. La soluzione è mettere paletti a outlet e ipermercati? L’audizione della stessa Confcommercio, in prima linea contro le troppe liberalizzazioni, dimostra quanto è difficile: se si impongono le chiusure domenicali obbligatorie a tutti poi si entra in un ginepraio di richieste di deroghe, per esempio nelle città turistiche (lì il valore della domenica in famiglia è minore?) o di flessibilità regionali, non parliamo poi della turnazione decisa in via amministrativa che finisce per penalizzare qualcuno e premiare un altro (chi è aperto la domenica di pioggia incassa meno ecc.).

In Italia, nota l’Upb, la produttività media per addetto è di 28.000 euro, in Francia e Germania di 38.400 e 30.300. In Italia il numero medio di addetti è 3,1, in Francia 3,9 e in Germania 10,7. Il problema dei negozi italiani non è la domenica, ma la dimensione.

Fca, si annunciano tempi duri: vendite giù e rischio diesel

L’ha detto con linguaggio felpato, ma l’ha detto: la prossima fase non sarà semplice. Nel presentare ai dipendenti la nuova struttura manageriale del gruppo Fca, il nuovo amministratore delegato, Mike Manley, ha avvertito i circa 86 mila uomini e donne alle sue dipendenze in Italia che “i prossimi cinque anni continueranno a essere estremamente impegnativi per il nostro settore”. Ovviamente, ha assicurato, ce la faremo grazie alle nostre competenze, alla flessibilità, etc etc.

I prossimi cinque anni sono quelli in cui dovrà essere applicato il piano industriale presentato lo scorso giugno dallo scomparso Sergio Marchionne, piano che però si presenta molto complicato tanto da far dire alla Fiom-Cgil che siamo in una situazione di “allarme rosso”. Il primo problema si materializzerà oggi quando il Parlamento europeo voterà le nuove norme per ridurre le emissioni di biossido di carbonio prodotte dalle autovetture nuove.

L’obiettivo è il taglio delle emissioni del 45% entro il 2030 delle autovetture nuove rispetto ai limiti del 2021, con un obiettivo intermedio del 20% entro il 2025. Alle case automobilistiche, inoltre, verrà chiesto che i veicoli a emissioni zero rappresentino il 40% delle vendite di auto e furgoni nuovi entro il 2030 e il 20% entro il 2025.

La prima conseguenza del cambio delle normative in un mercato che sta già scontando il futuro, è il crollo delle vendite di vetture alimentate a diesel. A settembre, a seguito dell’inasprimento delle norme sulla circolazione, sono diminuite del 38,3% mentre da inizio anno la flessione è del 9% passando da 878 mila a 799 mila. Nello stesso periodo le vendite di auto ibride ha avuto un balzo del 33,2%, e quello delle elettriche del 150% ma stiamo parlando, nel primo caso, di sole 16 mila auto in più, mentre nel secondo di un volume complessivo pari a 3588 auto vendute.

L’evoluzione del mercato mette alla prova il piano industriale di Marchionne-Manley in cui è previsto un investimento di 9 miliardi per l’elettrificazione dei marchi di tutto il gruppo. Ma i risultati non si sa quando verranno. Al 30 settembre, secondo i dati Unrae, sulle 65 mila vendute ibride vendute in Italia 45 mila sono della Toyota e tra le prime dieci vetture vendute non figura nessuna Fca e nemmeo tra quelle relative al solo mese di settembre. Di strada da fare ce n’è ancora tanta.

Fca è stato il gruppo ad avere l’andamento peggiore in termini di vendite sia in Italia che in Europa. Nel nostro Paese la flessione nel periodo gennaio-settembre è stata del 10,52% (dati Unrae) con una quota di mercato passata dal 29,17% al 26,97. A flettere clamorosamente sono le auto con marchio Fiat con meno 20% e quelle Lancia-Chrysler con meno 27% non compensate dal quasi raddoppio del marchio Jeep-Dodge che fa un balzo dell’86,46% con un volume complessivo di circa 65 mila auto. I concorrenti vanno meglio con il più 7% di Volkswagen e il più 6% del gruppo francese Psa che, considerando anche il marchio Opel acquisito lo scorso anno, fa invece un balzo del 45%.

La situazione europea è un po’ migliore e Fca ha un andamento positivo delle immatricolazioni grazie alle 117 mila vetture Jeep (contro le 65 mila del 2017) che frenano la caduta del marchio Fiat e di quello Lancia-Chrysler.

Sembra così premiata la strategia di diversificazione sul cosiddetto modello Premium di fascia alta basato su crossover (Jeep) e sulle berline come Giulia dell’Alfa Romeo o Levante della Maserati. Come però rilevava ieri Autonews, il sito specializzato degli Stati Uniti, il nuovo responsabile Fca dell’Europa e Medioriente (Emea), Pietro Gorlier, avrà un compito molto difficile perché a giudicare dai risultati del secondo trimestre l’utile netto dell’area si è fermato al 3% contro il 7% del gruppo francese Psa che Manley ha indicato come il modello di riferimento. Nell’area Emea, scrive Autonews, Fca soffre di “bassa profittabilità e alta sovracapacità produttiva”. L’Alfa Romeo dovrebbe trainare il segmento alto ma finora ha prodotto solo la Giulia e lo Stelvio Suv mentre la Giulietta è vecchia di 8 anni. Gli stabilimenti “del lusso”, in Piemonte a Mirafiori e Grugliasco, dove si produce Maserati, hanno subito un fermo produttivo dal 26 settembre al 5 ottobre. Pomigliano ha siglato lo scorso luglio un accordo per la cassa integrazione fino al 10 settembre 2019 in preparazione della nuova produzione che a oggi non è stata indicata e ormai è forte il rischio di un disallineamento tra durata degli ammortizzatori sociali e avvio dei nuovi prodotti. E se la Fiom parla di “allarme rosso”, ma invita il ministro Luigi Di Maio a prendere in mano la situazione, anche la Fim segnala più di una preoccupazione “in particolare per Pomigliano e per il Polo produttivo torinese, dove gli ammortizzatori sociali sono in esaurimento”. Senza contare il problema di Magneti Marelli, che tra l’altro produce a Bari motori elettrici, è che è data in vendita al fondo di private equity Kkr che al momento lascia con il fiato sospeso gli oltre 10 mila dipendenti italiani. A tutti questi Manley dovrà dire qualcosa di più che inviare una semplice lettera.

“Perrone resta a Roma, conferenza per il dialogo a novembre a Palermo”

La scelta è simbolica: la conferenza sulla Libia si svolgerà a Palermo il 12 e 13 novembre. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Enzo Moavero in Parlamento, ricordando che è stata scelta una città del Mediterraneo, su cui l’Italia ha una proiezione geografica, storica e politica naturale che le assegna un ruolo di primo piano per la stabilizzazione dell’ex colonia. L’obiettivo della conferenza sarà favorire il dialogo tra le parti, con tutto il sostegno internazionale possibile, ma rispettando l’autonomia dei libici. In questo senso, a Palermo non si sceglierà una data per elezioni, senza frettolose fughe in avanti, ha detto il ministro nell’audizione al Senato. Potendo contare anche sul sostegno dell’Onu, che nell’ultimo Consiglio di sicurezza ha bocciato l’ipotesi di un voto il 10 dicembre, come invece chiede la Francia. L’ambasciatore Giuseppe Perrone si trova ancora in Italia per via del malinteso provocato da una sua intervista in arabo, e benché “non è una situazione positiva in un momento in cui avremmo la necessità di essere pienamente operativi”, ha spiegato il ministro (intanto i francesi ieri hanno riaperto la loro sede diplomatica a Tripoli).