A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il Brasile appare più che mai spaccato in due: in cima alle intenzioni di voto c’è il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, ancora in ospedale dopo essere sopravvissuto alle coltellate di uno squilibrato durante un comizio il 7 settembre. Secondo gli ultimi sondaggi dell’Ibope però il deputato, nonché ex capitano dell’esercito (in servizio durante tutta la dittatura militare) noto per le sue posizioni misogine e razziste, sta guadagnando sempre più consensi del rivale Fernando Haddad, esponente del partito dei lavoratori, che ha rimpiazzato Lula incarcerato per corruzione. Bolsonaro sarebbe arrivato al 31%, seguito da Haddad attestato al 21%. Se questa percentuale troverà riscontro nelle urne, si andrà al ballottaggio, il 28 ottobre, previsto qualora nessun candidato otterrà la maggioranza domenica. L’istituto Ibope ha dichiarato che il sostegno al candidato del centrosinistra Ciro Gomes è rimasto stabile all’11%, mentre l’ex governatore di San Paolo, il Geraldo Alckmin sostenitore del liberismo in economia è sceso all’8%.
A spingere il cattolico Bolsonaro verso la vetta ci sarebbe la Bancada Evangelica, il fronte dei deputati neopentecostali assieme al gruppo dei rappresentanti parlamentari dell’agroindustria e dei fabbricanti d’armi, nota come “BBB”, acronimo di bìblia, boi e bala (bibbia, bue e pallottola). La lobby BBB copre il 60% dell’arco parlamentare e ha già dimostrato la propria forza quando ha dato il via libera all’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff. In Brasile, gigante con 210 milioni di abitanti dove l’1% della popolazione possiede il 60% della terra, le lobby dei latifondisti che allevano bestiame, dei proprietari di miniere e dell’industria delle armi però hanno sempre votato a destra.
Ciò che il partito dei Lavoratori e il centrosinistra hanno sottovalutato è l’avvicinamento dei fedeli neopentecostali ai temi da sempre appannaggio della estrema destra: sicurezza, battaglia contro aborto e i matrimoni gay. Fino alle ultime due elezioni gli evangelici avevano preferito appoggiare la battaglia a favore dello stato sociale lanciata da Lula e proseguita da Rousseff, nonostante le idee opposte nell’ambito dei temi “sensibili”.
È dagli anni Settanta che le Chiese evangeliche hanno iniziato a crescere nel Paese cattolico più grande del pianeta. Allora i cattolici erano il 90% della popolazione contro il 5% dei neopentecostali, oggi questi ultimi sono saliti al 27% mentre i cattolici sono scesi circa al 60%. Queste cifre si spiegano soprattutto con l’accrescersi della consapevolezza della massa di poveri, che costituisce la maggior parte del popolo evangelico, circa la diseguaglianza sociale, l’abissale divario tra ricchi e poveri. Le Chiese della Prosperità – nome scelto dai vescovi evangelici per sintetizzare la propria missione – promettono ai fedeli di aiutarli a migliorare la qualità della vita, oltre che a guarirli da malattie incurabili (in Brasile la sanità pubblica è di fatto inesistente) e a permettere loro di “far carriera” all’interno della gerarchia ecclesiastica.
Nonostante Bolsonaro sia l’esponente di punta dei ricchi, i vescovi tele-evangelici più noti, come Edir Macedo, pare siano stati in grado di convincere i loro “poveri” fedeli a sorvolare su questo dato di fatto e a votarlo perché promette sicurezza contro la piaga della violenza, che ha reso il Brasile uno dei paesi più pericolosi del mondo. Peccato che la disoccupazione e l’estrema povertà, cause scatenanti della delinquenza di strada, sono causate proprio dall’avidità di quei pochi che hanno in mano gli asset e le ricchezze naturali del Brasile.