Bibbia, bovini e pallottole: l’elezione-crociata di Bolsonaro

A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il Brasile appare più che mai spaccato in due: in cima alle intenzioni di voto c’è il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, ancora in ospedale dopo essere sopravvissuto alle coltellate di uno squilibrato durante un comizio il 7 settembre. Secondo gli ultimi sondaggi dell’Ibope però il deputato, nonché ex capitano dell’esercito (in servizio durante tutta la dittatura militare) noto per le sue posizioni misogine e razziste, sta guadagnando sempre più consensi del rivale Fernando Haddad, esponente del partito dei lavoratori, che ha rimpiazzato Lula incarcerato per corruzione. Bolsonaro sarebbe arrivato al 31%, seguito da Haddad attestato al 21%. Se questa percentuale troverà riscontro nelle urne, si andrà al ballottaggio, il 28 ottobre, previsto qualora nessun candidato otterrà la maggioranza domenica. L’istituto Ibope ha dichiarato che il sostegno al candidato del centrosinistra Ciro Gomes è rimasto stabile all’11%, mentre l’ex governatore di San Paolo, il Geraldo Alckmin sostenitore del liberismo in economia è sceso all’8%.

A spingere il cattolico Bolsonaro verso la vetta ci sarebbe la Bancada Evangelica, il fronte dei deputati neopentecostali assieme al gruppo dei rappresentanti parlamentari dell’agroindustria e dei fabbricanti d’armi, nota come “BBB”, acronimo di bìblia, boi e bala (bibbia, bue e pallottola). La lobby BBB copre il 60% dell’arco parlamentare e ha già dimostrato la propria forza quando ha dato il via libera all’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff. In Brasile, gigante con 210 milioni di abitanti dove l’1% della popolazione possiede il 60% della terra, le lobby dei latifondisti che allevano bestiame, dei proprietari di miniere e dell’industria delle armi però hanno sempre votato a destra.

Ciò che il partito dei Lavoratori e il centrosinistra hanno sottovalutato è l’avvicinamento dei fedeli neopentecostali ai temi da sempre appannaggio della estrema destra: sicurezza, battaglia contro aborto e i matrimoni gay. Fino alle ultime due elezioni gli evangelici avevano preferito appoggiare la battaglia a favore dello stato sociale lanciata da Lula e proseguita da Rousseff, nonostante le idee opposte nell’ambito dei temi “sensibili”.

È dagli anni Settanta che le Chiese evangeliche hanno iniziato a crescere nel Paese cattolico più grande del pianeta. Allora i cattolici erano il 90% della popolazione contro il 5% dei neopentecostali, oggi questi ultimi sono saliti al 27% mentre i cattolici sono scesi circa al 60%. Queste cifre si spiegano soprattutto con l’accrescersi della consapevolezza della massa di poveri, che costituisce la maggior parte del popolo evangelico, circa la diseguaglianza sociale, l’abissale divario tra ricchi e poveri. Le Chiese della Prosperità – nome scelto dai vescovi evangelici per sintetizzare la propria missione – promettono ai fedeli di aiutarli a migliorare la qualità della vita, oltre che a guarirli da malattie incurabili (in Brasile la sanità pubblica è di fatto inesistente) e a permettere loro di “far carriera” all’interno della gerarchia ecclesiastica.

Nonostante Bolsonaro sia l’esponente di punta dei ricchi, i vescovi tele-evangelici più noti, come Edir Macedo, pare siano stati in grado di convincere i loro “poveri” fedeli a sorvolare su questo dato di fatto e a votarlo perché promette sicurezza contro la piaga della violenza, che ha reso il Brasile uno dei paesi più pericolosi del mondo. Peccato che la disoccupazione e l’estrema povertà, cause scatenanti della delinquenza di strada, sono causate proprio dall’avidità di quei pochi che hanno in mano gli asset e le ricchezze naturali del Brasile.

Belle da morire: chi uccide le influencer d’Iraq?

Con il trucco pesante, tatuaggi e rossetto, linguaccia dei Rolling Stone sulla maglietta, aveva sempre l’aria frivola e spensierata, ma chissà se Tara Fares lo era davvero. Centinaia di selfie, decine di abiti, star dei social media, 22 anni. Miss Bagdad è stata uccisa. Tra le nuvole umide della capitale irachena un uomo si è avvicinato alla sua Porsche e le ha sparato.

Libanese la madre sciita, cristiano il padre iracheno. Fara viveva ad Erbil, con perenne mascara e tacco 12. Lontano da quel Medio Oriente di guerra e violenza, quelle foto da ragazzina ammiccante che postava continuamente non si sarebbero neppure notate, uguali a migliaia di altre. Ma se sei donna, puoi morire di bellezza in Iraq. Tara è stata ammazzata, ma il suo profilo con due milioni e 800mila followers è rimasto on line. Come la sua vita, anche la sua morte ora è virale, ripresa dalle telecamere di sicurezza della città.

Se l’omicida voleva uccidere lei o la sua immagine, o entrambe, non lo sanno i fan che ora la piangono, e nemmeno gli haters che di continuo la insultano, approvando la fine da “puttana che meritava”. Nessuno li ferma. Il web iracheno è spaccato a metà, tra lutto e oscena derisione, come la società stessa, polarizzata alle elezioni, dove per la prima volta nella storia si è candidata una donna alla presidenza: Sarwa Abdel Wahid.

Bellezza o libertà civile: per le donne è comunque tragedia corale. Tara aveva 22 anni, Suad al Ali ne aveva 46. Da Bagdad la liturgia mortale si è ripetuta uguale a Bassora, città senza acqua né elettricità, solo proteste quotidiane. Un’altra donna uccisa al volante: anche Suad, attivista politica, è stata ammazzata in auto, avvicinata da un motociclista che in pochi secondi le ha tolto la vita.

Dispotismo patriarcale riassunto nel piombo di un proiettile. Tara è stata uccisa per le sue immagini, Suad per le sue parole.

Sono state ritrovate cadavere in circostanze misteriose nelle loro case, senza causa di morte certa, ma solo ipotesi circondate da pettegolezzi, altre due donne bellissime lo scorso agosto: Rasha al Hassan era la direttrice della clinica di bellezza Viola, Rafifi al Yasiri, 32 anni, era un chirurgo estetico, quella dottoressa che tutti chiamavano in tv la “Barbie irachena”. Praticava, viveva e propagandava apparenza come inizio dell’indipendenza femminile.

Queste donne non si conoscevano, ma in comune avevano volti noti, capo svelato e testa alta in una società profondamente maschilista. Tutte sono state fagocitate e spente da odio ignoto, per finire dai social alle sezioni di cronaca nera dei quotidiani iracheni.

La mano armata è dei fondamentalisti? Della criminalità organizzata?

Sono quattro scie di sangue distanti, morti lontane l’una dall’altra in città diverse, ma ricongiunte nelle parole del primo ministro Haider al Abadi: “C’è un piano comune dietro questi crimini”. Gli stralci di indizi sono da riunire in un filone unico, ha ordinato il premier ai responsabili del ministero degli Interni e ai servizi segreti.

Nel paese di guerra, dove la sopravvivenza non è mai stata certezza per nessuno, adesso anche Miss Iraq ha paura, perché dopo la morte di Tara è stata minacciata di morte. Lo ha raccontato lei stessa, in un video che ha postato due giorni fa on line.

Cornate tra Tory: Boris ridicolizza la Brexit

Come tutte le guerre contemporanee, quella fra Boris Johnson e Theresa May per il controllo del partito conservatore è anche scontro mediatico, e seguirne le strategie è rivelatore dei rapporti di forza. Ieri il team May ha giocato di anticipo occupando tutte le prime pagine con una serie di annunci diretti alla pancia dell’elettorato: soprattutto, la grande riforma del sistema migratorio post-Brexit. “Per la prima volta da decenni la Gran Bretagna potrà controllare e scegliere chi vogliamo accogliere”, ha cinguettato la May in una serie di apparizioni accuratamente selezionate. Il nuovo piano prevede l’accesso, tramite visti di lavoro, solo dei più qualificati, sulla base delle esigenze delle aziende, che saranno comunque incoraggiate a prediligere i britannici. Nessuna priorità per i cittadini europei, che perderanno la “corsia preferenziale” finora garantita dal loro status.

Quanto ai lavoratori meno qualificati – ma disperatamente necessari a moltissimi settori produttivi – entreranno per quote e con visti temporanei, perché le esigenze dell’ideologia, di questi tempi, trionfano su quelle del pragmatismo. Lo scopo evidente è “ridurre l’immigrazione non qualificata e avviare il paese sulla strada di livelli migratori sostenibili”, obiettivo principale della May da quando era ministro degli Interni. In circostanze normali, in un paese normale, ieri per il primo ministro sarebbe stato un giorno da celebrare.

Ma nella stanza c’è un elefante troppo ingombrante: e i media si sono divisi fra l’analisi della riforma e quella dell’intervento di Boris Johnson al Congresso dei Tories a Birmingham. Piccoli dettagli rivelatori: la coda per entrare all’evento era di oltre un’ora, tanto che la sala scelta è stata attrezzata all’ultimo per raggiungere la massima capienza. Oltre 1000 fra delegati, vip e giornalisti per sentire l’ennesimo, virulento, esplicito attacco di Boris al suo primo ministro, quello a cui solo domenica diceva di essere “leale come un labrador”. Un discorso interrotto da applausi, soprattutto nei passaggi su Brexit. Sfida aperta, con l’appello a “chuck Chequers”, liberarsi del piano Chequers su cui la May ha costruito la sua visione del post-Brexit.

Un “imbroglio” lo ha definito Johnson. “Se imbrogliamo gli elettori – e Chequers è una presa in giro – non faremo che accrescere la loro sfiducia. Daremo armi a chi urla al tradimento, e temo che il maggior beneficiario di Chequers sarà l’estrema destra dell’Ukip”. Un paradossale effetto boomerang, visto che il primo effetto del referendum fu proprio la decimazione del partito indipendentista di Nigel Farage, tuttora ridotto ai minimi termini.

Non che Boris abbia un solido piano alternativo. La May ha reagito e ha liquidato il discorso con sarcasmo: “Un buono show” ha detto, ammettendo d’essere stata infastidita da alcuni passaggi.

Ma ci sono due segnali da tenere d’occhio. Il primo è che ad applaudirlo c’erano più parlamentari del previsto, e qualcuno ha calcolato che se decidessero di sostenerlo al voto sull’accordo finale con Bruxelles il governo potrebbe cadere. Il secondo è che lunedì sera, a sorpresa, Boris ha incassato l’appoggio di Arlene Foster, la coriacea leader degli Unionisti irlandesi che tiene in piedi l’esecutivo con un risicatissimo appoggio esterno.

Oggi previsto il discorso di chiusa della May. Sempre che non ci siano altri show.

Dopo le due piazze c’è vita a sinistra? Sì, ma troppo poca

Le due manifestazioni che si sono svolte in contemporanea a Roma e Milano domenica scorsa sarebbero in teoria una buona notizia. E in parte lo sono. Non tanto per il consueto balletto di cifre sull’adesione (è incredibile che non esista un sistema che conta le persone con ragionevole certezza) quanto perché testimoniano che a sinistra esiste ancora qualche forma di vita. O meglio, qualche forma di vita fuori dalla scatola magica della tv dove resiste una “narrazione” largamente nostalgica. A Roma il Pd prova a ripartire dalla piazza più equivoca che esista: piazza del Popolo. Sembra una barzelletta perché il guaio della attuale classe dirigente democratica (non solo Renzi e compagnia) è la siderale distanza dai ceti più marginali della società e dai loro problemi di sopravvivenza. Si parla, non a caso, di congresso non come momento di riflessione (e dibattito, come succedeva quando esistevano le tesi congressuali) ma come scontro di potere tra correnti, più o meno dichiarate. Di un segretario come di un leader, non come il rappresentante di un’idea di mondo, di società. Da marzo a oggi – e sembrava un’impresa impossibile – il Pd continua a scendere nei sondaggi (l’ultima rilevazione effettuata lunedì da Swg per il Tg di La7 lo dava al 15,7%).

A Milano,invece, piazza Duomo era tutta colorata di rosso per una manifestazione indetta da Anpi, Aned e Sentinelli, l’associazione nata nel 2014 in contrapposizione alle ultracattoliche “sentinelle in piedi”. Si protestava contro i messaggi d’odio e razzismo del governo a trazione leghista. I valori sono certamente un buon terreno su cui fondare la protesta e l’opposizione, specialmente mentre le opposizioni “istituzionali” appaiono smarrite. E qui, sul terreno del disorientamento, bisogna chiamare in causa non solo il Pd, ma anche tutto quello che si è aggregato, scisso e poi di nuovo riunito a sinistra del Pd. Non basta, a nessuno, urlare al pericolo fascista, al regime, al colpo di Stato autoritario ogni cinque minuti. Non basta nemmeno dire che bisogna fare autocritica o che la gente non ha capito le cose fatte dagli esecutivi di centrosinistra. L’idea che siano gli elettori a essere incolpati è l’ultima frontiera del tafazzismo irresponsabile. La penultima era il popcorn di Renzi. Un’ideona: sempre i sondaggi svelano che i consensi delle forze di governo superano, dopo cinque mesi, il 62%.

C’è sicuramente un’opinione pubblica di sinistra che non si vuole più turare il naso e che non si accontenta di dire che sono tornati i fascisti (che per ora non sono tornati). E questo accade perché i valori civili, l’unico terreno su cui la sinistra ha lavorato negli ultimi anni, non sono la prima preoccupazione di una gran parte della popolazione che si sente abbandonata.

Qualche giorno fa la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima un pezzo del Jobs act, la parte in cui fissava un indennizzo fisso per il licenziamento ingiusto (il giudice dovrà decidere caso per caso). Lo ricordiamo qui perché abolire l’articolo 18 (diritto al reintegro) è stato un suicidio per una sinistra che ha deciso di adottare le parole d’ordine di quelli che un tempo erano nemici: non più tutela del lavoro, ma flessibilità; meritocrazia (concetto vuoto) al posto dell’uguaglianza. Il guaio è che, a lungo andare, non è possibile organizzare un’area politica attorno al programma “andare a braccetto coi manager multimiliardari, ma anche coi disoccupati e chi guadagna 1.200 euro al mese” (e, in caso di problemi, tenersi stretti ai primi). Com’è noto i secondi e i terzi contano meno, ma sono di più: il che tende ad avere una certa rilevanza quando si aprono le urne.

Soldi per non fare niente: così ci portiamo avanti con il lavoro

Pare dunque accertato che il famoso reddito di cittadinanza stia diventando un sudoku piuttosto difficile da risolvere, con parecchi difetti. Per esempio andrà solo agli italiani e a chi abita qui da dieci anni, che è come dire che chi vive qui, poniamo, da cinque o otto anni, manda i figli a scuola, paga le tasse (se non l’Irpef, perché è sotto le soglie, tutte le altre) ed è in difficoltà, cazzi suoi. Poi c’è l’altra regola: ai poveri non si danno in mano contanti, come si fece invece per i ceti medi degli 80 euro renziani. Meglio di no, quelli sono poveri, non sono abituati, poi chissà che ci fanno, coi soldi. E se scialano? Poi diventa centrale il funzionamento dei centri per l’impiego, quelle strutture che forniscono lavoratori precari al mercato e che traballano perché hanno troppi precari al loro interno (comma 22). Segue complicata struttura di pagamenti elettronici (si scivola verso la social card di Tremonti).

E segue ancora, esilarante, la proposta dei sedicenti economisti della Lega per cui lo Stato dovrebbe in qualche modo tracciare le spese degli italiani che ricevono il sussidio: se comprano prodotti italiani in negozi italiani bene (alalà!), se comprano la stufetta coreana su Amazon no (questa è di Claudio Borghi, uno forte nel cabaret, finito, invece che a Zelig, alla Commissione Bilancio).

Insomma, come tradizione riformista nazionale ci siamo in pieno: una macchina senza ruote che si dovrà spingere in qualche modo. Si dirà che la preoccupazione maggiore è quella – sacrosanta – di ridurre al minimo abusi e furbetti, giusto. E del resto sul funzionamento della macchina che gestirà e distribuirà qualche soldo a chi finora è stato tenuto fuori da qualsiasi anche minima redistribuzione, i Cinquestelle si giocano gran parte della loro scommessa e l’osso del collo.

Dunque è comprensibile che qualche obiezione al sistema sia più che sensata, ma purtroppo non è questo il tipo di opposizione prevalente. “Farlo è giusto e bisogna farlo bene” è un po’ diverso dal dire “farlo è sbagliato”. Eppure la critica al reddito di cittadinanza (10 miliardi, quello che costarono gli 80 euro, meno di quello che si spese per salvare le banche, meno di quello che ci costa disinnescare la mina Iva ogni anno) vola verso altri lidi. Ancora una volta prevale un’impostazione classista che unisce pensatori di estrazione culturale omogenea (per dire: Matteo Renzi e Flavio Briatore), secondo cui il reddito di cittadinanza paga la gente per stare sul divano invece di sbattersi, lavorare, darsi da fare, industriarsi. C’è, dietro questa impostazione teorica, il vecchio vizio borghese di considerare i poveri unici responsabili della loro povertà, e (di conseguenza) la povertà una colpa, vecchio ritornello adattato ai tempi, ma ennesima versione dell’antico e italianissimo “i meridionali (e i poveri) non hanno voglia di lavorare”.

Cosa sorprendente, molti di quelli che avanzano questo nuovo antichissimo refrain sono gli stessi che riflettono (?) sulla veloce automazione del lavoro, sulle frontiere della robotica.

Sanno benissimo, insomma, che tra dieci o vent’anni, metà dei posti di lavoro non ci saranno più, e che i lavoratori sostituiti dalle macchine dovranno comunque mangiare qualcosa, si spera tre volte al giorno. Un qualche reddito-chiamatelo-come-volete che sostituisca il reddito da lavoro, insomma, sarà inevitabile e sarà la scommessa dei prossimi decenni. Cavarsela con “Uh, li paghiamo per stare sul divano” non è solo banale e rivelatore del nulla teorico che ci circonda, ma anche miope nei confronti del futuro: presto stare sul divano senza lavoro sarà una situazione assai diffusa per moltissimi, respinti nella povertà dal famoso “mercato” per la cui gloria – maledetti – i poveri non si sbattono abbastanza. Loro e il loro divano.

Il ministro si sbrighi a riformare il Csm

Quanto è avvenuto nella seduta del Plenum, nella quale è stato eletto il nuovo vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura nella persona dell’onorevole David Ermini, fornisce la “prova provata” dell’assoluta necessità in una immediata radicale riforma dell’organo di autogoverno.

Già da tale prima seduta si riscontrano le seguenti anomalie:

a) È stato nominato vicepresidente l’unico politico tra gli otto membri eletti dal Parlamento (deputato del Pd ed esponente di rilievo di tale partito);

b) Nessuno dei componenti laici ha votato per Ermini (eccetto l’interessato!);

c) L’elezione del vicepresidente è stata determinata dai soli membri togati e, precisamente, da quelli appartenenti alla corrente di Magistratura indipendente (5) e di Unicost (5). I voti favorevoli del Primo presidente della Cassazione (ex Csm in quota MI) e del Procuratore generale della Corte (ex Csm per circa 15 anni con varie funzioni, in quota Unicost), completano la cornice correntizia nella quale si è concretizzata la nomina.

Secondo quanto riportato dalla stampa, i principali protagonisti dell’accordo tra le due correnti sarebbero stati i rispettivi “leader” di fatto: il magistrato-parlamentare Cosimo Ferri (già ex Csm in quota MI, poi, sottosegretario alla Giustizia in quota Pdl; e, infine, deputato in quota Pd) e Luca Palamara (ex Csm e già, per anni, presidente dell’Associazione nazionale magistrati che Marco Lillo, su questo giornale, ha definito “l’uomo chiave della partita in corso al Csm”, “in ottimi rapporti con il giro renziano”). Una cosa è certa: che le correnti – almeno nella loro componente maggioritaria – hanno dato una dimostrazione della loro forza e della loro immanenza nel Csm. Tant’è che è caduto nel vuoto il monito del Capo dello Stato secondo cui “i membri togati non possono e non devono assumere le decisioni secondo logiche di pura appartenenza”.

Dopo l’esito della votazione, il ministro di Giustizia ha avuto una forte reazione (non del tutto consona al suo ruolo istituzionale). Ma la polemica non serve a nulla, bisogna agire e il ministro ha tutti i poteri per farlo: dia immediatamente corso al preannunciato progetto di iniziativa governativa di riforma del Csm che, per ottenere dei risultati, dovrà prevedere:

a) L’estrazione a sorte dei componenti togati (anche con un sistema misto: sorteggio di un congruo numero di magistrati da presentare alle elezioni);

b) Il divieto di eleggere al Csm rappresentanti del parlamento o del governo;

c) Nomina del vicepresidente mediante estrazione a sorte tra gli otto membri laici;

d) Abrogazione della norma per cui il vicepresidente del Csm è anche presidente della sezione disciplinare, prevedendo, poi, con legge a parte, la modifica della sezione disciplinare sia nella sua composizione sia nel relativo procedimento disciplinare nel quale vanno specificamente introdotte le cause di incompatibilità, astensione e ricusazione dei giudici e sia previsto che il ricorso per Cassazione sia deciso dalle Sezioni Unite penali della Corte (e non, come attualmente, dalle Sezioni Unite civili).

Infine, con legge costituzionale a parte, dovrà essere abrogata la disposizione prevista dall’articolo 104 della Costituzione secondo cui “il Primo presidente e il Procuratore Generale della Corte di Cassazione fanno parte di diritto del Csm”. Gli enormi poteri che derivano a costoro dalle rispettive cariche (il Primo presidente è anche presidente del Consiglio direttivo della Corte, mentre il Procuratore generale è titolare dell’azione disciplinare) rendono inopportuna la loro collocazione ai vertici dell’Organo di autogoverno e la loro stretta e continua vicinanza con i componenti del Csm.

Solo con tali provvedimenti, i principi costituzionali dell’“essere al servizio esclusivo della nazione” (articolo 98) e “di assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” (articolo 97), troveranno sicura, completa attuazione anche nell’espletamento delle attività del Csm.

Mail box

 

Alan Friedman, ancora disinformazione in tv

Vorrei segnalare una cosa secondo me significativa come esempio della pessima informazione che regna nel nostro Paese. Non solo “giornaloni”, ma anche televisioni. Nella puntata del 27 settembre di “Piazza Pulita” ho avuto la sgradevole sorpresa di vedere ancora una volta ospite il sig. Alan Friedman, in qualità di esperto economico (?). Al di là delle mie personali considerazioni su un personaggio che vende i suoi libri in Italia perché la sua credibilità in Usa è azzerata, il sig. Friedman è coinvolto in un torbido intrigo con l’ex responsabile della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort. Manafort è ora in carcere per loschi affari di corruzione in Ucraina allo scopo di pilotare la politica locale a favore di Putin. Ma la vicenda ovviamente la conoscete. Si sa per certo che Friedman collaborava con Manafort e non credo per farci le vacanze in Ucraina. Ora, che Mr. Friedman venga a darci lezioni di economia è già surreale, ma trovo gravissimo che un personaggio così ambiguo possa soltanto varcare l’ingresso di uno studio televisivo! Mi piacerebbe conoscere le motivazioni di Corrado Formigli. Spero che il Fatto segnali questo apparente piccolo frammento di (dis)informazione televisiva, perché a mio parere rappresenta la deriva negativa dei nostri media, che dovrebbero selezionare con cura gli ospiti dei talk-show, nel rispetto di noi utenti, che abbiamo ancora l’illusione di informarci anche attraverso essi.

Luca Battistini

 

Caro Salvini, criminale è anche chi fa crollare i ponti

Forte l’articolo di Travaglio dal titolo significativo: “Fate schifo”. Mi associo e mi domando come sia possibile che un proprietario dia in concessione un’azienda o una proprietà (leggi Autostrade) e non possa ritirare l’affidamento qualora constati irregolarità gestionali pesanti da parte dell’affidatario. Ma dico, qui siamo nella famosa Vigna dei Coglioni? Siete gli unici voi del Fatto a fare i nomi dei Benetton, oscurati o menzionati di sfuggita da tutti gli altri media. Ci sono, in questa vicenda, morti pesanti, famiglie sfrattate dalle loro case e dalle loro vite. Il Cazzaro Verde sta sempre in giro a strombazzare (a volte con qualche ragione, non lo nego) sui “negher”, però non gli ho sentito dire una parola contro i tosapecore. Dai Salvini su, i criminali non sono solo quelli che entrano nelle case, ma anche quelli che in nome del Dio Denaro lasciano crollare ponti che da tempo erano stati messi sulla lista delle strutture pericolanti.

Maurizio Dickmann

 

Io, padre di una detenuta, vi racconto un’altra Rebibbia

Ad alcune settimane dalla tragica morte, per mano della mamma, dei due bambini nel carcere di Rebibbia, vorrei raccontare un’altra faccia di quel carcere, un’esperienza che mi ha toccato molto da vicino, perché la mia unica figlia è stata lì dentro per quasi tre anni. Una ragazza giovane, che non ha ancora 23 anni. Non sto qui a spiegare i motivi che l’hanno portata lì, ma l’esperienza per lei non è stata così negativa, anzi, lei stessa dice che il carcere le ha fatto bene. In carcere si è ritrovata. Posso dire con assoluta certezza che ha avuto sostegno in un percorso non facile, anzi certamente lungo e travagliato. Eppure ha avuto supporto psichiatrico e psicologico, medico (ha una seria malattia del sistema immunitario) e personale. Ha infatti avuto, dopo oltre un anno e mezzo, anche l’opportunità di lavorare lì dentro e addirittura di seguire un corso di scrittura tenuto, attraverso una piattaforma e-learning, da 15 grandi scrittori italiani, gente del calibro di Dacia Maraini, Erri De Luca, Pino Corrias, Nicola Lagioia, Andrea Purgatori. Un progetto che è poi sfociato in un libro di racconti cui hanno contribuito 15 detenuti e addirittura in un premio letterario nella splendida cornice del Salone del Libro di Torino. Poi penso alle tragiche conseguenze del gesto disperato di quella mamma, alle due creature innocenti e a tutto quello che ne è scaturito: l’inchiesta giudiziaria, i tanti, forse troppi commenti, la sospensione dei vertici del carcere. Ebbene, ora mi sento in dovere di ringraziare quei vertici, quegli operatori e il personale della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Rebibbia che per tre anni si sono occupati, e direi molto bene, di mia figlia.

Lettera firmata

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri nel titolo dell’articolo sulla nuova Commissione d’inchiesta sulle banche è stato attribuito un virgolettato (“verità sulla vigilanza”) non corretto al senatore Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze. Che invece aveva auspicato “una riflessione organica su come rendere più equilibrato il rapporto tra Italia e istituzioni Ue”. Ce ne scusiamo con l’interessato e i lettori.

FQ

Beni comuni. La distanza tra chi valorizza e chi strumentalizza l’arte e il patrimonio

Ci dispiace che il nostro lavoro sia servito a Tomaso Montanari, di cui apprezziamo l’impegno e spesso condividiamo le posizioni, per attaccare la banca, in questo caso, in modo pretestuoso e senza, ci risulta, preoccuparsi di venire a vedere di persona di cosa si trattasse. Nel 2017 l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles ci ha chiesto di realizzare una mostra fotografica che rappresentasse Napoli in modo non stereotipato. Ci siamo quindi impegnati in un lavoro complesso durato vari mesi, nel quale abbiamo cercato delle relazioni tra aspetti diversi, lontani nel tempo e nello spazio, dell’arte a Napoli. Abbiamo pensato di includere in questo caleidoscopio della città non solo opere antiche e opere canoniche dell’arte contemporanea, ma anche alcuni esempi di street art che ci sembravano significativi. Il lavoro è confluito in una mostra dal titolo evocativo “Metabolismo napoletano” nella quale tutte le opere presenti sono impregnate di una lettura fotografica personale. La mostra fotografica è stata presentata a Bruxelles nel maggio 2017 e dall’8 giugno al 30 settembre 2018 è stata ospitata gentilmente dalle Gallerie d’Italia, Palazzo Zevallos Stigliano che si sono presi l’onere della promozione. Per la pubblicità della mostra hanno scelto il dittico “Parthenope non è morta” che mette a confronto il risorgere, attraverso la street art, di una nuova vitalità culturale della città e il luogo antico dove, nel mito, sarebbe morta Parthenope, il Castel dell’Ovo. Premesso che tutto il nostro lavoro è stato realizzato gratuitamente, non crediamo che la prestigiosa sede di Palazzo Zevallos abbia bisogno, per promuoversi, di altre opere oltre quelle che già sono normalmente esposte nel museo e pertanto tutto questo clamore ci sembra del tutto superfluo.

Luciano e Marco Pedicini

 

Excusatio non petita, accusatio manifesta. La saggezza degli antichi fornisce il miglior commento alla lettera degli autori della fotografia della “Parthenope” di Francisco Bosoletti usata da Banca Intesa per reclamizzare una mostra. Non li avevo citati nell’articolo, perché il loro ruolo mi pareva francamente del tutto secondario. Fotografare un’opera di tutti, in questo caso un grande murale pagato “dal basso” dai cittadini del quartiere di Materdei, è naturalmente legittimo. Il problema è che cosa ci si fa, dopo, con quella foto. Perché un conto è usarla, per dire, in un saggio di ricerca sulla Street Art pubblicato da una rivista scientifica, altro conto è farne il logo di una operazione di marketing di una grande banca. I Pedicini precisano che il nome dell’autore del murale era indicato in didascalia: e ci mancava pure che non lo fosse! Ma il punto è la Banca – e, dico ora, anche loro: i fotografi – avrebbero dovuto fare l’ovvio: cercare e contattare l’autore e i committenti (si tratta di una storia notissima), e chiedere il loro consenso: che ovviamente sarebbe stato negato, vista la distanza tra la ragione sociale della banca e quella dei cittadini. Il fatto che non ci abbiano nemmeno pensato, e che ora ravvisino nel mio intervento “superfluo” un “attacco pretestuoso”, è la miglior conferma di ciò che ho scritto: esiste una distanza antropologica tra chi i beni comuni li crea, li condivide e li difende e chi li sfrutta e li strumentalizza, senza nemmeno accorgersi di ciò che sta facendo.

Tomaso Montanari

I cervelli fuggono, il “Cambiamento” ancora non si vede

“Cambiamento”, ne ha scritto Linda Colley sulla London Review of Books, è una delle parole più abusate del nostro tempo. Non è neppure una gran novità, perché da sempre nei periodi di crisi qualcuno vuole che tutto cambi: anche Catilina, all’epoca di Cicerone, voleva il cambiamento a ogni costo, era rerum novarum cupidus; e questo un bel po’ di tempo fa, nel 63 a. C.

Il guaio è che ci sono cambiamenti per il peggio (per esempio il fascismo) e cambiamenti per il meglio (per esempio la Resistenza). E c’è in ogni caso, anche oggi, qualcuno che pensa il contrario (viva il fascismo, abbasso la resistenza). Ma a Roma, da Catilina ai nostri giorni, lo slogan del cambiamento va sempre di moda.

Di slogan e formulette, si sa, la politica si nutre. Ma come mai non viene in mente ai nostri governi di lanciare slogan appena un po’ meno vaghi e consunti, che magari indichino un qualche traguardo concreto? Come mai nessuno proclama di voler essere, che so, “il governo della giustizia sociale”, “il governo del diritto alla cultura”, “il governo dell’attuazione della Costituzione”? Mai successo, oggi meno che mai.

“Cambiamento” è una formula di comodo, non indica un progetto né un vero e riconoscibile obiettivo, ma un vago desiderio, un’ipotesi, forse un miraggio. Designa un processo, non un programma. Può sedurre, non convincere. Anche attuare pienamente la Costituzione sarebbe un cambiamento, e che cambiamento! Ma “cambiamento” sarebbe anche smantellarla, come infatti il duo comico Renzi-Boschi si era impegnato a fare. In nome, si capisce, di uno slogan altrettanto vuoto, quello delle “riforme”. Come se non ci fossero, poi, riforme buone e riforme cattive o pessime (come la loro).

Troppo spesso, nella confusione dei tempi che viviamo, i fautori di un qualsivoglia cambiamento vengono scambiati per progressisti. Ma chi davvero opera politicamente nell’ottica del bene comune dovrebbe rinunciare a questi termini-omnibus che possono contenere tutto e il contrario di tutto (riforme, modernizzazione, rinnovamento, cambiamento, e via approssimando). Senza una qualche precisazione, “cambiamento” può essere un furbesco sinonimo politico di “rottamazione”. Una controprova? La genealogia dell’uso politico del termine “cambiamento”, che dovrebbe esser chiara a tutti : viene da uno dei grandi bugiardi del nostro tempo, Tony Blair, non per niente fondatore di un Institute for Global Change e musa ispiratrice di una pseudo-sinistra nostrana che ha perso ogni bussola e molte sinapsi.

La vera distinzione non dovrebbe essere fra chi propugna il cambiamento e chi no, ma fra chi spiega bene quel che vuole e chi sta sul vago, trincerandosi dietro comode frasette multiuso. Dovrebbe essere fra chi iurat in verba magistri, appiattendosi sulle decisioni dei vertici o guru di partito, e chi mostra di saper giudicare criticamente, argomentare, dialogare a fondo con chi la pensi diversamente. Perciò il “governo del cambiamento” è destinato o a perdere terreno o, peggio ancora, a guadagnarne spostandosi a destra, difendendo i privilegi degli italiani per nascita, minacciando di angherie e rappresaglie chi ha avuto il torto di nascere altrove, puntando sull’applauso dei distratti e non sul consenso dei cittadini più vigili. Il SalviMaio va battendo strade notissime, per esempio esercitando i privilegi dello spoil system, approvando questo e quello in consiglio dei ministri, e però “salvo intese” come ai bei tempi di Berlusconi o di Renzi, copiando Minniti sui temi dell’immigrazione. O ancora mettendo in scena un perpetuo braccio di ferro fra i partiti al timone, e ricomponendo l’accordo a giorni alterni, come ai vecchi tempi dei tri, quadri e penta-partiti. Su questi fronti, nessun cambiamento.

Eppure, qualcosa accomuna la Lega di Salvini e il M5S di Di Maio: entrambi a suo tempo lottarono (e vinsero) contro la riforma costituzionale proposta da un Pd già in preda al delirio istituzionale che oggi lo divora. Proviamo dunque, lasciando da parte temi più vasti e controversi, a proporre al governo due domande facili facili su temi centrali nella Costituzione: la scuola e la ricerca. Prima domanda: abbiamo esultato per aver difeso la Costituzione nello stolto referendum, eppure è sempre più evidente che la maggior parte degli italiani la Costituzione non l’hanno mai letta e ne hanno un’idea assai vaga. Dati inoppugnabili in tal senso sono stati raccolti e analizzati in un libro molto serio (L. Allegra, M. Moretto, Che storia è questa. Gli adulti e il passato, ed. Celid). Per rimediare, la prima mossa sarebbe introdurre nelle scuole lo studio obbligatorio della Costituzione, rimettendo in circolo l’Educazione Civica colpevolmente esiliata dalle aule. Si può fare, costa poco o nulla. Il governo intende farlo? E se no, perché?

Seconda domanda: i nostri governi degli ultimi trent’anni (di qualsiasi segno) hanno considerato la ricerca un lusso, tagliando spietatamente i fondi alle università e agli enti di ricerca, falcidiando l’organico dei docenti e generando legioni di precari e decine di migliaia di emigrazioni di studiosi di prim’ordine formati in Italia a caro prezzo, e poi regalati a Svizzera, Germania, Olanda, Stati Uniti, Gran Bretagna…. Un’impressionante fotografia di questa terribile e costosissima emorragia intellettuale risulta dai dati del Consiglio Europeo delle Ricerche, la più prestigiosa agenzia di ricerca del mondo. Nella corsa per gli starting grants, riservati a giovani dottorati (fino a 3 milioni di euro l’uno), l’Italia è seconda dopo la Germania (prima della Gran Bretagna e della Francia) per numero di borse vinte (dati 2018). Ma poi precipita in fondo alla lista, perché gli italiani che vincono non hanno la minima fiducia nel futuro della ricerca nel nostro Paese, e ne scelgono un altro. Così l’Italia vince 42 borse, ma 27 vincitori se ne vanno subito in un altro Paese europeo, mentre la Gran Bretagna vince appena 22 borse, ma 45 altri ricercatori (ciascuno dotato di alcuni milioni di euro) la scelgono come luogo di ricerca. Risultato iniziale (borse vinte): Italia batte Regno Unito 42 a 22. Risultato finale (luogo prescelto per la ricerca): Regno Unito batte Italia 67 a 15. Che cosa ha in mente il governo per rimediare a questa situazione che sarebbe ridicola se non fosse tragica? Intende ridare sangue e forza alle università e agli enti di ricerca, incrementare significativamente i fondi, creare una prospettiva per i giovani, attrarre dall’estero i migliori ricercatori, o no? Questo sarebbe un cambiamento per il meglio, ma nulla finora fa sperare che ci sarà.

Via dalla biblioteca. Avvenire e manifesto, polemica sulla sindaca

Il manifesto e Avvenire non più consultabili in biblioteca a Monfalcone (Gorizia): a stabilirlo è stato il sindaco, Annamaria Cisint (Lega), che alcuni mesi fa ha tagliato gli abbonamenti alle due testate. “Non è censura ma razionalizzazione delle spese”, dice il sindaco. Per sopperire a tale mancanza, un gruppo di persone tramite una colletta aveva quindi acquistato e donato al Comune i due abbonamenti. Ma le due testate non sono state reintrodotte per la consultazione quotidiana. Una decisione che ha sollevato diverse polemiche. La notizia è apparsa anche sulla stampa locale. Le deputate del Pd, Debora Serracchiani e Tatiana Rojc, definiscono la decisione “deplorevole e arbitraria, figlia di un clima sempre più pesante nei confronti della libertà di stampa e della pluralità dell’informazione che non possiamo tacere né sottovalutare” e annunciano un’interrogazione parlamentare. L’Associazione della Stampa e l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia che denunciano la “violazione della Costituzione”. La sindaca Cisint ha fatto sapere che “da domani quegli abbonamenti saranno consultabili liberamente da tutti i cittadini all’Urp, in municipio”.