Sessismo, Stumia sospeso dall’Istituto di Fisica nucleare

Le frasi sessiste del suo intervento al Cern di Ginevra sono costate care al fisico italiano Alessandro Strumia dell’Università di Pisa, che ieri si è visto sospendere immediatamente anche dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn). All’origine del provvedimento di sospensione, “in attesa del risultato degli approfondimenti sul caso”, le dichiarazioni sulle discriminazioni di genere nella fisica fatte il 28 settembre al convegno High Energy Theory and Gender. Nella sua presentazione, Strumia aveva affermato che nella fisica sono gli uomini a essere discriminati, tanto da finire spesso scavalcati nel fare carriera da colleghe che hanno meno meriti. “L’Infn – dichiara lo stesso ente di ricerca – ha deciso di procedere alla sospensione immediata dell’associazione con la motivazione che il prof. Strumia ha fatto, per di più in un contesto pubblico internazionale, affermazioni lesive dell’immagine dell’Ente e, cosa ancor più grave, discriminatorie e apertamente lesive della reputazione di ricercatrici e ricercatori dipendenti e associati all’Infn, in violazione delle norme del Codice etico e del Codice di comportamento per la tutela della dignità delle persone dell’Istituto”.

Soldi alla fondazione Pd: la Finanza entra da Eyu

Ieri la Guardia di Finanza ha bussato alle porte della Fondazione Eyu, legata al Pd. L’obiettivo era acquisire i bilanci, la documentazione su entrate e uscite e alcune fatture, come quelle relative ai 150 mila euro ricevuti a cavallo delle scorse elezioni dalla Immobiliare Pentapigna Srl riconducibile a Luca Parnasi prima dell’arresto di giugno scorso (ora si trova ai domiciliari) per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione. Le acquisizioni di ieri per gli investigatori sono necessarie per capire se i 150 mila euro siano davvero serviti per uno studio di ricerca commissionato alla Fondazione o se sia stato un modo per finanziare il partito.

Per adesso, proprio per quel denaro ricevuto nel 2018 con due bonifici rispettivamente di 100 mila euro e di 50 mila euro del primo e del 5 marzo scorso, Francesco Bonifazi – tesoriere del Pd ma anche presidente della Fondazione Eyu – è indagato per finanziamento illecito in concorso con il costruttore.

Stando alla fattura del 22 febbraio 2018 della Pentapigna Immobiliare, si tratta di denaro versato per un progetto di ricerca commissionato dalla società di Parnasi dal titolo: “Case: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà”.

Fonti vicine alla Fondazione dem, sulle acquisizioni di ieri, spiegano al Fatto di “aver potuto finalmente dimostrare la consistenza della Fondazione e delle sue attività culturali e non solo”. “Questo – aggiungono – nell’ambito di un accesso durante il quale è stato fornito tutta la documentazione richiesta in un clima di piena collaborazione con le autorità inquirenti”.

Ieri la Guardia di Finanza ieri ha acquisito documentazione anche presso la Eurnova, la holding dalla quale Parnasi, che ne era presidente, si è dimesso a giugno scorso.

Il costruttore (che ieri è stata interrogato per la quarta volta dal pm titolare dell’inchiesta Barbara Zuin, ma per approfondire vicende diverse) ha già parlato di quei 150 mila euro lo scorso 20 settembre.

Ai magistrati ha chiarito alcuni aspetti di un incontro con il tesoriere Bonifazi e con una terza persona. Infatti, durante le indagini, è stato intercettato un colloquio a tre con il sistema trojan “iniettato” nel telefonino di Parnasi.

L’imprenditore avrebbe spiegato che quel giorno l’incontro si sarebbe tenuto in via delle Fratte, dove si trova la sede del Pd, e c’era pure Domenico Petrolo, responsabile della raccolta dei fondi per la Fondazione Eyu. “Ho avuto un incontro con Parnasi in Sant’Andrea delle Fratte – aveva detto nei giorni scorsi Bonifazi al Fatto – ma non c’è stato incontro a tre, nel senso che mi sono limitato a presentare i due che non si conoscevano. Poi ci siamo salutati”. Quella conversazione, in base alle norme vigenti, dovrà essere distrutta, quindi non se ne conoscerà mai il contenuto. Le intercettazioni ambientali effettuate infettando il telefonino mediante il trojan infatti sono utilizzabili solo limitatamente alle conversazioni intervenute nei luoghi espressamente previsti nel decreto del Gip che le autorizza. E l’ufficio del parlamentare è zona franca.

Adesso, carte alla mano, i pm cercheranno di chiarire la natura di quel versamento di marzo 2018 e stabilire se si trattava davvero di denaro versato per una ricerca.

Allo stesso modo i pm faranno approfondimenti anche sui 250 mila euro versati nel 2015 da una società riconducibile al costruttore alla onlus di area leghista “Più Voci”, di cui è presidente il tesoriere della Lega Giulio Centemero. Anche il parlamentare è indagato per finanziamento illecito. Nei giorni scorsi aveva spiegato che non c’era nulla di illecito in quei contributi e che neanche un centesimo era finito nelle casse della Lega Nord.

Intanto ieri Parnasi è tornato davanti al pm Barbara Zuin.

In oltre quattro ore di interrogatorio ha precisato alcune vicende emerse durante le indagini ma ha anche parlato di case fornite a politici, come un’appartamento che in passato il costruttore avrebbe dato in comodato d’uso ad ex consigliere di Forza Italia .

Durante l’interrogatorio, ha parlato anche di pressioni ricevute da una funzionaria della soprintendenza Archeologica per far lavorare alcuni suoi amici presso le sue aziende.

 

Acqua pubblica, la proposta di legge al voto entro dicembre

Sì della Camera alla discussione urgente della proposta di legge parlamentare sull’acqua pubblica, concernente “disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque”. Per Federica Daga, parlamentare del Movimento 5 Stelle membro della Commissione Ambiente e prima firmataria della legge, è “una norma attesa da quel 13 giugno del 2011, quando 27 milioni di cittadini affermarono che non si devono fare profitti sull’acqua”. “Finalmente oggi è stata votata tra le proposte di legge da discutere in aula alla Camera entro dicembre”, ha aggiunto Daga ieri all’uscita dall’aula, dopo la votazione conclusasi con 278 voti a favore di M5S e Lega, 89 voti contrari di Forza Italia e 124 astenuti tra Pd e Fratelli d’Italia. In una nota i deputati M5S in Commissione Ambiente hanno commentato “l’ottima notizia”: “ è arrivato il momento di dire basta al business dell’acqua, alle finalità di lucro e alla mercificazione di questo bene che consideriamo primario. Occorre trasparenza sui dati e su tutte le procedure di gestione dell’acqua, bene universale e di tutti”.

Taglio degli eletti, Cnel e referendum Fraccaro presenta le riforme costituzionali

“Siamo il Parlamento con il più alto numero di parlamentari in Europa. Noi non stiamo cancellando il Parlamento né snaturando il principio della rappresentanza, ma realizzeremo il più grande taglio dei costi della politica”. Riccardo Fraccaro, ministro dei Rapporti con il Parlamento, ha illustrato ieri il contenuto delle riforme costituzionali in una conferenza stampa a Montecitorio, insieme al vicepremier Luigi Di Maio e al vicepresidente leghista del Senato Roberto Calderoli.

La misura principale riguarda il taglio di 345 parlamentari (i deputati scenderanno da 630 a 400, i senatori da 315 a 200) che, secondo i calcolo fatti da M5S, porterà un risparmio di circa 100 milioni di euro all’anno. Fraccaro ha precisato che il suo pacchetto di riforme è “ispirato al principio della parsimonia: non vogliamo stravolgere la Costituzione e cerchiamo di intervenire con modifiche costituzionali solo dove è necessario. Dove si può interveniamo con modifiche parlamentari o regolamentari”. Tra le altre proposte, c’è la soppressione del Cnel, l’abolizione del quorum per il referendum abrogativo e l’introduzione del referendum propositivo su progetti di legge di iniziativa popolare: per le proposte appoggiate da 500 mila firme, il Parlamento avrà l’obbligo di discussione entro 18 mesi.

La Casellati batte il Senato Avrà il vitalizio arretrato

Comunque vada sarà un successo. Almeno per lei. E nonostante la battaglia sotterranea che si sta consumando ai piani alti di Palazzo Madama, dove i fautori dei tagli, M5S in testa, aspettano da settimane che si proceda al ricalcolo dei vitalizi che gli italiani attendono da anni. A Montecitorio, il presidente Roberto Fico ha varato il ricalcolo degli assegni degli ex deputati già da due mesi. Al Senato invece si procede al rilento. Tra richieste di pareri al Consiglio di Stato e audizioni eccellenti, come quella del presidente dell’Inps, Tito Boeri. Alla fine, la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati sembra aver rotto gli indugi: la questione verrà definita a Palazzo Madama il prossimo 16 ottobre. Finalmente.

Ma l’odioso privilegio verrà davvero sforbiciato anche al Senato? L’interrogativo resta, lasciando con il fiato sospeso circa un migliaio di ex inquilini del Palazzo. Tutti, Casellati compresa. La quale, però, in attesa del redde rationem, almeno un vitalizio pare averlo messo al sicuro: il suo.

La storia della titolare dello scranno più alto del Senato merita di essere raccontata nel dettaglio. Quando nel 2014 è stata eletta al Csm, la Casellati aveva già maturato il diritto al vitalizio grazie alla sua lunga militanza parlamentare iniziata nel 1994 con l’ingresso a Palazzo Madama nella fila di Forza Italia. Ma l’amministrazione del Senato le aveva chiuso i rubinetti negandole l’assegno mensile nella convinzione che quando un ex parlamentare siede a Palazzo dei Marescialli non debba riscuotere anche la pensione elargita da una delle due Camere.

E così è stato. Solo che lei non si è arresa, avviando, da coriaceo avvocato qual è sempre stata, un estenuante braccio di ferro con quella stessa Camera che dal 24 marzo scorso è stata chiamata a presiedere. E alla fine ce l’ha fatta, vincendo la sua battaglia personale quando a Montecitorio il presidente Roberto Fico aveva già tagliato i vitalizi procedendo al loro ricalcolo.

Il 5 settembre, infatti, al termine di una vertenza combattuta a colpi di ricorsi che l’hanno vista contrapporsi alla sua amministrazione, il Consiglio di garanzia di Palazzo Madama, uno degli organi di giustizia interna delle Camere, le ha dato ragione con una sentenza che vale oro e che si tradurrà in un assegno da centinaia di migliaia di euro. E che ora attende solo di essere liquidato. Di che somma si tratta? Sull’ammontare, così come sull’intera vicenda, a Palazzo regna il massimo riserbo. Bocche decisamente cucite. Anche se calcolare il vitalizio di un parlamentare non è poi operazione così difficile.

Fino al 2012 l’assegno viene definito secondo le regole del vecchio sistema: una percentuale dell’indennità lorda (10.385 mila euro mensili) a seconda del numero degli anni di mandato svolto. Per i periodi post riforma, invece, vale il metodo contributivo. Morale? Nel caso della Casellati, dimessasi da senatrice ed entrata nel settembre 2014 al Csm, stiamo parlando di una pensione mensile intorno ai 5 mila euro lordi. Che moltiplicata per gli anni trascorsi al Csm, il periodo per il quale le era stato negato il vitalizio, corrisponde all’incirca a 200 mila euro.

Questa è la storia. Trovare conferma sulla cifra precisa dall’interessata è stato impossibile. E, del resto, la sentenza emessa a favore della presidente del Senato è segretissima e gli uffici dell’organismo che l’hanno assunta oppongono un impenetrabile ‘non possumus’ alla divulgazione degli atti.

Bocche cucite anche tra i senatori che compongono il Consiglio di garanzia che ha emesso la decisione, sui quali gravano obblighi di riservatezza paragonabili a quelli dei giudici che si riuniscono in camera di consiglio.

In questo caso, gli organi di giustizia interna del Senato si sono riuniti diverse volte: in particolare, il Consiglio di garanzia lo ha fatto prima a luglio con l’audizione degli avvocati delle parti, della Casellati e dell’Avvocatura del Senato; poi all’inizio di settembre quando il collegio dei cinque senatori componenti dell’organismo hanno deciso che Palazzo Madama aveva sbagliato a negare il vitalizio alla presidente.

Insomma, un trionfo per la Casellati. Che, dopo l’elezione al vertice di Palazzo Madama, non fa che collezionare successi. E già, perché oltre alle mensilità dei vitalizi arretrati, porta a casa anche un altro robusto assegno. Quello che le spetta come membro uscente del Consiglio superiore della magistratura. Pochi lo sanno, infatti, ma ai consiglieri laici di Palazzo dei Marescialli, oltre ai lauti stipendi mensili e varie indennità, spetta pure un ricco assegno di fine mandato per il reinserimento nel mondo del lavoro, a compensare il divieto che incombe su di loro di esercitare la libera professione durante il mandato. La voce vale complessivamente oltre 1,5 milioni di euro. Ed è destinata ai membri laici uscenti che come la Casellati non siano già dipendenti dello Stato. Quanto sia toccato alla presidente ufficialmente non è noto. Sarà magari la stessa Casellati, se vorrà, a fornire lumi anche su questo importo.

Cara Gelmini, preferisco Putin

A Milano Mariastella Gelmini organizza una “convention sulle idee” per rilanciare Forza Italia? E chissenefrega. Domenica 7 ottobre è un giorno cerchiato di rosso sul calendario di Silvio Berlusconi: il compleanno di Vladimir Putin. L’amico Vladimir spegnerà 66 candeline e poteva l’amico Silvio mancare? Certo che no. Così anche quest’anno l’ex Cavaliere volerà in Russia, nella dacia vicino Sochi, sul Mar Nero, dove si svolgeranno i festeggiamenti. Un’amicizia nata nel 2001 e cementata nel corso del tempo, che ha regalato pure grandi momenti. Come la foto insieme imbacuccati con tanto di colbacco mentre sfogliano un album o la conferenza stampa “descamiciata” in cui Berlusconi, dopo una domanda scomoda al leader russo, mima con le mani una scarica di mitra verso il malcapitato giornalista. Non proprio beneaugurante visto il soggetto in questione. Speriamo solo che quest’anno l’amico Silvio si presenti con un regalo decente. Nel 2017 arrivò con un trashissimo copripiumino raffigurante una foto gigante di loro due che si stringono la mano. Vladimir gli regalò “un lettone” e lui solo un copripiumino. Non si fa.

A rischio il processo all’ex capo di Trenord: “La società è privata”

A rischio il processo a Norberto Achille, l’ex presidente di Ferrovie Nord Milano (Fnm), la holding che controlla Trenord. Era stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi, per peculato e truffa: aveva usato per sé e per la sua famiglia i fondi della società, 429 mila euro, di cui 124 mila euro di telefonate per il figlio, 3.750 per scommesse sportive, 7.634 per programmi pay tv tra cui film porno. L’indagine era partita grazie al whistleblower Andrea Franzoso. Ma ora in appello il processo rischia di saltare. Ieri l’udienza a Milano è stata rinviata a gennaio 2019. Intanto il nuovo difensore, il giurista Valerio Onida, che si è affiancato all’avvocato Gianluca Maris, punta tutto a convincere la Corte d’appello che Fnm holding, controllata da Regione Lombardia ma quotata in Borsa, non è una società pubblica, bensì privata. In questo caso Achille non sarebbe “incaricato di pubblico servizio” e dunque l’accusa di peculato (che si prescrive nel 2027) sarebbe derubricata in appropriazione indebita (prescrizione nel 2022). Se poi non gli fosse riconosciuta l’appropriazione indebita aggravata, Achille potrebbe essere assolto per mancanza di querela di parte.

La residenza e i rimborsi dell’ex gip di Roma

Nei corridoi della Procura e del Csm, continuano a circolare i veleni. L’unico antidoto è la pubblicazione. Meglio spalancare la finestra che subire questi spifferi che infestano l’aria. Per questo abbiamo scritto dell’indagine di Perugia (senza indagati) che riguarda i rapporti di un ex consigliere Csm (Luca Palamara) con l’imprenditore Centofanti. Per questo scriviamo oggi della residenza di un altro ex consigliere del Csm: Aldo Morgigni, l’ex gip di Roma che vanta sul curriculum l’ordinanza di arresto nel caso Fastweb, chiuso con molte condanne ma anche con assoluzioni come quella di Silvio Scaglia, agli arresti per un anno ingiustamente. Morgigni è stato fino a una settimana fa l’unico membro nel vecchio Csm di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo.

Da settimane gira la voce che, dopo l’elezione al Csm, abbia trasferito la residenza da Roma a Formia ottenendo un guadagno ulteriore di circa 2 mila euro al mese. Il Fatto, senza aspettare che i veleni uscissero dai cassetti, ha fatto un po’ di visure e ha scoperto che effettivamente Morgigni è stato legalmente residente a Roma dal 1986 al settembre del 2013 in una casa a Cinecittà. Poi ha comprato una nuova casa più in centro con la sua compagna e vi ha stabilito la residenza con la figlia piccola. Dopo l’elezione al Csm (nel luglio del 2014) il 12 giugno 2015, Morgigni lascia la casa romana, dove restano figlia e mamma, e trasferisce la sua residenza a Formia in una casa in affitto. Da allora percepisce, come da regolamento, 180 euro per ciascuna delle 12 sedute mensili del Csm. Intanto la figlia piccola resta con la madre a Roma dove inizia le scuole. Nel dicembre del 2016 infine Morgigni compra casa a Formia e vende la metà dell’appartamento romano alla mamma della piccola.

Al Fatto Morgigni spiega che è tutto in regola: “Io vivo davvero a Formia. Ci abitavo di fatto già nel 2012, anche se la residenza legale era rimasta a Roma. Ci sono andato a vivere perché la mia compagna è di Formia. Poi nel 2013 ci trasferiamo a Roma e, quando per ragioni personali ho dovuto scegliere un posto dove vivere da solo, nel 2015, ho preferito tornare a Formia. C’è il mare e con l’intercity arrivi al Csm in poco più di un’ora”. Nessuna residenza fittizia per Morgigni: “Già nel 2012 pagavo l’affitto per la casa di Formia affittata dalla mia ex compagna. Nel 2015 – prosegue Morgigni – è per ragioni personali che ho scelto di tornare a vivere da solo a Formia. Poi ho dovuto cedere la mia metà della casa di Roma per comprare l’appartamento a Formia. Solo nei 12 giorni in cui c’era seduta al Consiglio – spiega Morgigni – io dormivo a Roma, nella mia vecchia casa per stare anche con mia figlia. Quindi la residenza a Formia è reale. Se mi telefona la sera mi trova. I vigili hanno fatto gli accertamenti. I vicini possono testimoniare che io sto lì. Tra loro c’è anche un giudice di Corte d’Appello”. Morgigni ha tutta l’intenzione di restare sul litorale: “Vuole mettere Formia con il suo mare e l’aria pulita?”. Effettivamente l’aria di Roma è un po’ più velenosa.

Terremoto, i gialloverdi cambiano idea Ruffini non va bene: “È l’uomo della Cei”

Per bloccare la nomina di Gianfranco Ruffini a Commissario per il terremoto, i Cinquestelle hanno provato a mobilitare anche il premier Giuseppe Conte, che ha avuto negli scorsi giorni un colloquio con il senatore abruzzese Gianluca Castaldi. La nomina, che pareva imminente, sembra essersi bloccata. Per ora. Dopo le obiezioni del Movimento, anche i leghisti del territorio hanno iniziato a negare che l’input fosse venuto da loro. Paola De Micheli è scaduta ormai l’11 settembre, ma ha una proroga di 45 giorni: il tempo stringe, la soluzione non è chiara. Gli sponsor dell’ingegnere di Tolentino potrebbero farsi sentire: a volerlo sarebbe soprattutto la Curia marchigiana; si vocifera che il più grande “tifoso” di Ruffini sia l’attuale vescovo della diocesi di Fabriano e Matelica, monsignor Stefano Russo, neo eletto segretario generale della Cei, la Conferenza Episcopale Italiana.

Ieri il prelato ha avuto una fitta serie di incontri romani e vaticani, prettamente legati alla fresca nomina, tuttavia non è da escludere un suo interessamento alla delicata poltrona del commissario post-sisma: “Quello di Ruffini effettivamente è un nome in circolazione e monsignor Russo ne è a conoscenza – confida uno stretto collaboratore del segretario Cei –. Certo la nomina di Ruffini sarebbe a lui gradita vista la collaborazione, ma lui non è a conoscenza dell’orientamento del governo. Quanto potrà incidere? Non lo so”.

Ruffini vanta un’intera carriera professionale passata a collaborare con la Chiesa: dalla ricostruzione post-terremoto Marche e Umbria del 1997 a quella in corso, passando per incarichi e consulenze, compreso il lavoro per il Giubileo del 2000. Altro “amico” di Ruffini è Marcello Bedeschi, attuale direttore generale dell’Anci che, ad esempio, portò ad Ancona il Congresso Eucaristico Nazionale del 2011 e con esso l’allora Pontefice Joseph Ratzinger: “L’ingegner Ruffini lo conosco molto bene – precisa Bedeschi –, con lui ho collaborato spesso, ma la situazione è molto delicata. La rosa dei papabili per la figura di Commissario è molto ampia e include personaggi laziali e umbri. Noi ci attendiamo un interlocutore valido e super partes, ma il governo faccia presto. Un’ipotesi alternativa però ci sarebbe: nominare quattro diversi commissari, ossia i governatori delle regioni, con un coordinamento centrale a Roma”.

Peccato che questa opzione sia già stata scartata qualche tempo fa: servirebbero alcuni mesi per realizzarla.

“Ora Toti la smetta: arriveranno altri milioni per Genova”

Promette “altri milioni” per Genova. Invita Giovanni Toti a “smetterla con le critiche, perché è un commissario di governo”. E annuncia che l’analisi dei costi e dei benefici sul Terzo Valico è quasi ultimata. Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli lo ripete più volte: “Non siamo affatto in ritardo sui lavori per il ponte di Genova. Le cose vanno fatte bene e noi lavoriamo giorno e notte”.

Sarà. Ma le opposizioni e tante voci dalla città vi accusano di aver perso troppo tempo. E calendario alla mano sembrano avere ragione, no?

Coloro che ci accusano sono gli stessi che hanno lasciato per anni senza un tetto i terremotati. Abbiamo adoperato il tempo per scrivere un ottimo decreto, che verrà migliorato in Parlamento. Ed è stato un tempo giusto.

È discutibile. Intanto non avete ancora individuato un commissario alla ricostruzione. È vero che il nome di Claudio Gemme non è più sul tavolo perché per voi del M5S è conflitto di interessi?

Il governo non ha mai fatto nomi, erano solo indiscrezioni. Quel che conta è che nomineremo il commissario a strettissimo giro: molto prima del termine di dieci giorni fissato nel decreto, scattato venerdì con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Matteo Salvini aveva descritto il commissario facendo l’identikit di Gemme. E il suo vice alle Infrastrutture, il leghista Edoardo Rixi, lo ha definito “un ottimo professionista, che non è in conflitto di interessi”.

Non c’è mai stato alcun nome ufficiale. Normale che qualcuno abbia giudicato alcune professionalità, anche se io non lo ho fatto.

Il sindaco di Genova Bucci è in corsa per quel ruolo?

Non commento.

E allora commenti il governatore della Liguria Toti, che giudica i 15 milioni per il porto assolutamente insufficienti “dopo che si era parlato di stanziarne 100”. Ed è un’opinione molto diffusa.

Toti è un commissario di governo con poteri speciali. Ogni volta che critica l’esecutivo critica se stesso e non adempie al suo mandato. Tenga il giusto livello di responsabilità.

I soldi per il porto sono obiettivamente pochi. E anche Salvini ha detto che servono più risorse per le imprese di Genova.

Questo è quanto siamo riusciti ad ottenere dal ministero dell’Economia. Ma il decreto verrà migliorato in Parlamento. E abbiamo già trovato altri fondi nel bilancio del Mit.

Quanti?

Abbiamo trovato alcuni milioni che possiamo destinare al decreto. Dovremo confrontarci con il Mef, e confidiamo che al ministero capiscano la necessità di rafforzare il decreto.

Nel testo fino all’ultimo momento erano previsti 790 milioni per il sesto lotto del Terzo Valico, poi spariti nella stesura definitiva. Perché?

Io premetto che non ho alcun pregiudizio nei confronti del Terzo Valico, però attendo l’esito dell’analisi costi benefici per non sprecare soldi pubblici. E ci siamo, visto che l’analisi dovrebbe essere ultimata entro questo ottobre. Detto questo, quella parte sui 790 milioni per il Valico era incompatibile per materia. Poiché non c’è più Renzi al governo ma il M5S, le norme si scrivono bene, altrimenti vengono respinte dal Quirinale.

Un altro miliardo di fondi è bloccato. E stanno partendo le lettere di licenziamento per molti operai che lavorano all’opera.

Non c’è stato alcun licenziamento. Abbiamo parlato con Rfi.

Per il suo vice Rixi il Terzo Valico va fatto, a prescindere. Se l’analisi sui costi desse esito negativo, litigherete con la Lega.

Nel contratto di governo è previsto un comitato di conciliazione che deve risolvere le controversie nei casi in cui non ci sia convergenza tra il M5S e la Lega. Ma io non ho pregiudizi, lo ripeto.

E la Gronda? Toti ricorda che è sparita dai radar. Eppure lei non sembrava così contrario giorni fa, anzi.

Non può certo essere collegata al ripristino della viabilità ordinaria a Genova, che al momento è la priorità. Parlarne è pura speculazione. Ma anche su quell’opera c’è un’analisi in atto.