“Il ponte andava chiuso” Il teste inguaia i Benetton

“Il progettista ha fatto delle valutazioni improprie, ma anche con quelle valutazioni improprie il ponte era da chiudere”, non ha usato mezzi termini Carmelo Gentile, docente del Politecnico di Milano cui Autostrade aveva commissionato uno studio sulla salute del ponte in vista del progetto di retrofitting. Il dossier del Politecnico conteneva diversi spunti allarmanti. Gentile è stato sentito ieri come testimone (non indagato) nell’inchiesta di Genova. “Spea – ha aggiunto – sapeva, aveva calcolato il livello di efficienza che era sotto uno e con quel dato il ponte andava chiuso. A me, però, non diedero tutta la documentazione, altrimenti lo avrei detto anche io”. Gentile è andato oltre: “Con un monitoraggio interpretato da chi è capace di farlo non so se si sarebbe riusciti a evitare il crollo ma, è una mia idea personale di cui mi assumo la responsabilità, molto probabilmente si sarebbe evitata la tragedia”. L’ingegnere del Politecnico ha concluso: “Tutte le persone che sono state sentite, tranne chi ha firmato il progetto strutturale, non avevano un quadro generale della situazione. Infatti la commissione ministeriale dice che le verifiche di sicurezza non tornavano. Non sugli stralli, ma sull’impalcato. A voi le conclusioni”.

Ieri mattina i periti incaricati dal gip e quelli scelti dalle parti si sono ritrovati ai piedi del Morandi per la prima perizia sul campo. Un esercito di 70 periti e avvocati – caschetto e scarponi da montagna che qualcuno indossava con eleganti completi gessati – pronti per esaminare ogni minimo reperto, per salire sul ponte ed essere issati su una gru per vedere da vicino i famosi stralli. Ma prima di tutto ieri è stato necessario esaminare i reperti conservati nell’hangar. Un po’ come avvenne per Ustica, dove fu riassemblato il Dc9 Itavia abbattuto. “Il nostro compito è ricostruire il puzzle del ponte”, racconta uno dei periti.

Un lavoro enorme: ecco nell’hangar, uno accanto all’altro, centinaia di reperti. Dal pezzo di calcestruzzo che pesa decine di tonnellate, al frammento; dal guard rail ai trefoli d’acciaio.

Ogni pezzo è accompagnato da una foto e una scheda che ne ripercorre la storia: dove è stato recuperato, in che posizione si trovava sul ponte. “Dovremo prima esaminarli con strumenti sofisticati per valutarne le condizioni. Poi saranno essenziali i documenti del progetto originario per ritrovare la loro collocazione sul ponte e per capire come siano stati realizzati. La Procura è stata chiara. Ci hanno chiesto velocità. Per questo già domani (oggi per chi legge, ndr) saremo di nuovo sotto il ponte. Arriveranno anche i droni”.

L’inchiesta avanza, ma la politica si impantana. “Commissario sì, commissario dai, commissario fantasma”, verrebbe da parafrasare la vecchia canzone di Elio e Le Storie Tese. Qui non è un primario, ma un commissario. Dopo il decreto sventolato da Giuseppe Conte in piazza davanti a 15mila genovesi e poi ritirato e modificato, adesso tocca al commissario. Dopo 45 giorni, dopo il veto M5S su Giovanni Toti – reo di aver presentato il progetto di Renzo Piano accanto ai vertici di Autostrade – nei giorni scorsi Salvini aveva annunciato la candidatura di Claudio Andrea Gemme, presidente di Fincantieri. Manager vicino al centrodestra già indicato come possibile candidato sindaco di Genova (prevalse Marco Bucci).

Oggi pare già in soffitta, sono spuntate infatti possibili ragioni di incompatibilità sollevate dal M5S: il ruolo in Fincantieri, prima di tutto, visto che la società potrebbe ricostruire il ponte. E poi ci sarebbe la questione dei familiari di Gemme che vivono nella zona interessata alla ricostruzione. Commissario fantasma, direbbe Elio. Con l’inquietudine dei genovesi che aumenta.

A chi toccherà adesso? Il toto nomi cambia di ora in ora. Ieri in mattinata sembrava in pole position Roberto Cingolani, scienziato e presidente dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit). Nome apprezzato da molti, ma qualcuno ha fatto notare le passate simpatie Pd di Cingolani che nel 2015 si era speso per la candidata Raffaella Paita, poi sconfitta da Toti. Senza contare che Matteo Renzi lo considerava un suo pupillo. Ma più recentemente Cingolani è stato anche ospite della Fondazione Casaleggio. Insomma, ferita sanata. Intanto ecco spuntare un altro papabile. È il sindaco di Genova, Marco Bucci, che in città gode di grande popolarità. Certo, se riunisse in sé le cariche di sindaco e commissario, diventerebbe un doge, con un potere quasi assoluto. Avversari, ma anche amici come Toti, potrebbero non gradire.

L’unico risultato acquisito finora sono i 19 milioni che ieri sono arrivati da Roma. Si tratta della prima tranche di un finanziamento di 33 milioni complessivi. Saranno destinati alle infrastrutture viarie (12 milioni), al rinforzo del trasporto pubblico (6 milioni). Poi 5 milioni per gli sfollati e l’assistenza abitativa.

Presunti scafisti assolti a Palermo: “Stato di necessità”

Avrebbero agito in stato di necessità i migranti accusati due anni fa di ingresso illegale nel territorio dello Stato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La terza sezione penale di Palermo, presieduta da Fabrizio La Cascia, ha accolto la tesi difensiva e ha assolto ieri i 14 che nel maggio del 2016 furono ritenuti responsabili dello sbarco di decine di migranti arrivati a bordo di 8 gommoni. Furono i profughi a riconoscere gli imputati e gli inquirenti riferirono delle condizioni “di indigenza e privazione nelle quali i migranti versavano prima e durante i viaggi”. I giudici di Palermo hanno ora riconosciuto la sussistenza dello stato di necessità: i 14, originari del Gambia, del Senegal, della Costa d’Avorio, del Ghana, della Guinea e della Sierra Leone, furono costretti da libici a mettersi alla guida dei gommoni. Il collegio ne ha disposto la immediata scarcerazione. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, riferendosi alla notizia dell’assoluzione, ha dichiarato: “Io posso anche combattere per bloccare barconi e scafisti, ma anche la giustizia deve fare la sua parte”.

Il disobbediente civile visionario

Mimmo Lucano sta vivendo le peggiori ore della sua vita. Chiuso nella sua casa trasformata in carcere è tormentato dal timore che il “modello Riace” finisca a pezzi. Che il paese si svuoti dei migranti, ritorni quel deserto di anime che era prima della grande illusione. Un po’ di vita alla marina. Case vuote al Borgo, per strada solo vecchi, i lunghi inverni nell’attesa dell’estate e del ritorno degli emigranti, gli italiani di Calabria che da decenni hanno costruito il futuro loro e dei figli al Nord, in Germania, in altri continenti. Hanno arrestato Mimmo Lucano, “’o curdu”, in ricordo di quello sbarco del 1998 di 200 profughi curdi che spuntarono come i Bronzi dallo Ionio. Ha rubato soldi? Neppure un centesimo. Ha fatto arricchire voraci cooperative sulla pelle dei migranti? No.

Lo scrive il giudice per le indagini preliminari che ha siglato il suo arresto ai domiciliari. La gestione dei fondi per l’accoglienza di profughi e rifugiati, minori, famiglie e bambini venuti dal mare, ospitati a Riace è “tutt’altro che trasparente… è acclarato che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformano i propri comportamenti a estrema superficialità”, ma “il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcune delle ipotesi delittuose delineate dagli inquirenti”. Non c’è concussione, non malversazione, non danno allo Stato, neppure associazione a delinquere. Riace non è Isola Capo Rizzuto, non Mineo, non Padova. Mimmo non si è arricchito con il suo sogno, non ha lucrato sulla pelle dei disperati: povero era e povero è.

Ma Mimmo ha violato la legge. Nella gestione dei fondi per l’accoglienza e della complessa rete di norme e leggi che regolano l’immigrazione è “soggetto avvezzo a muoversi sul confine (invero sottile in tali materie) tra lecito e illecito”. E lo fa in piena coscienza. Deliberatamente. Lo fa da disobbediente civile. Lo ammette. Lo dice pubblicamente. Lo teorizza quando usa il deprecabile escamotage di un paio di “matrimoni combinati” per accorciare la strada all’ottenimento di permessi di soggiorno e cittadinanza. Tutto discutibile, ovviamente. Ma quando Lucano ha seguito alla lettera leggi, norme e codicilli, se ne è pentito. Il 26 gennaio in una fetida baracca di San Ferdinando muore Becky Moses, nigeriana di 26 anni. A Riace aveva una casa e stava imparando un mestiere. Le respinsero per tre volte la richiesta di asilo e dovette andar via. Finì a fare la prostituta e morì in una baracca. Tra le fiamme.

Sarà un processo a stabilire se Mimmo “capatosta” è colpevole di qualcosa oppure no. Questo dice la legge e le sue garanzie, quelle che il ministro dei tweet Matteo Salvini ignora. Insieme al suo sottosegretario Carlo Sibilia ha già emesso la sentenza. Mimmo Lucano è disobbediente e visionario. La storia del Sud è zeppa di questi personaggi. Danilo Dolci (grande pacifista e organizzatore sociale) violava deliberatamente la legge. A Partinico organizzò uno “sciopero alla rovescia” (i disoccupati che costruivano una strada), lo arrestarono e lo processarono. Lo difese Piero Calamandrei. “Il Pubblico ministero ha detto che i giudici non devono tenere conto delle ‘correnti di pensiero’.

Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta… E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote… affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà”.

“Non possiamo farli sposare. Giosi vuole dormire con lei”

Il matrimonio, alla fine, il sindaco Mimmo Lucano non lo celebrò. E proprio perché non voleva umiliare nessuno. Non voleva umiliare Giosi, lo sposo 70enne, che voleva “dormire” con la futura moglie. Non voleva umiliare Sara, la 29enne nigeriana, che avrebbe anche accettato dopo aver già vissuto l’umiliazione di prostituirsi a Napoli. Sarebbe stato come “subire una violenza per un cazzo di documento”, dice Lucano in un’intercettazione. “Giosi è lucido, lui dice: ‘Questa qua vuole i documenti? Li deve pagare! Non li deve pagare con i soldi. Li deve pagare in natura. Lei è lucida, non ho scelta, così come sto per strada e mi pagano… ovviamente ha amarezza…”.

L’idea del matrimonio tra Giosi e Sara è venuta proprio a lui, al sindaco di Riace, e non si tratta neanche della prima volta. Ma se finzione dev’essere, che sia e alla pari, con eguale dignità tra gli “sposi”. Fatto che gli costa da ieri gli arresti domiciliari. Paradossalmente, a matrimonio celebrato, il reato non si sarebbe consumato e Lucano avrebbe un peso in meno in tribunale. Ha preferito non avere pesi sulla coscienza. Conosce Sara nel luglio 2017. A spiegargli la situazione è un’operatrice di nome Daniela: “Non ha una lira e si prostituisce”. Sara ha già incassato due dinieghi alla richiesta d’asilo e rischia l’espulsione. Lucano s’impegna a farle comunque una carta d’identità: “Proprio per disattendere queste leggi balorde – dice – vado contro la legge, però non è che le serve molto che ha la carta d’identità”. La soluzione può essere il matrimonio. Però bisogna trovare “un uomo con lo stato civile libero”.

Daniela ha un’idea: “Scusate – gli dice mentre parlano nell’ufficio della cooperativa – ma ieri al mio paese hanno fatto un matrimonio gay… io non la posso sposare?”. Può sembrare una battuta di spirito. Non lo è. “Sei libera tu?”, chiede Lucano. “In Italia è già legge”, continua, “però mi devi portare un certificato che sei stato civile libera”. “Chiamo il mio comune e me lo faccio fare”, risponde Daniela, “non ci vuole niente”. “È la prima volta – commenta ridendo Lucano – che io mi trovo così…”.

Non se ne farà nulla. L’operazione – scoprono i protagonisti dopo aver consultato degli avvocati – non consente a Sara di ottenere il permesso di soggiorno. Bisogna trovare un uomo. “C’è uno stupido – dice Lucano – si chiama Giosi”. E Giosi ha 70 anni. Come vedremo, però, quando Lucano definisce “stupido” Giosi, non intende che si possa prenderlo in giro. Al contrario. Il punto è che Giosi “è convinto – dirà poi Lucano – che la prima notte se la porta a casa”.

L’obiettivo è aiutare la donna. Lucano è disposto a violare la legge. Ma non la dignità. Né quella di Giosi. Né quella della giovane Sara. Alla quale Lucano dice di aver raccomandato: “Stai attenta che poi non succede qualche fesseria, che poi si convince…”. Lucano teme che lei accetti perché costretta dalle circostanze: “Loro il dramma che vivono… il fatto di dover tornare in Nigeria è un fallimento”, continua, “e allora fanno qualsiasi cosa!”. E infatti prima del matrimonio incontra i due e cerca di metterli di fronte alle loro responsabilità. “Vedi che dopo devi andare a vivere a casa sua”, dice a Sara, “lo sai?”. “Sì”, risponde la ragazza, “io vado a casa”. E a lui dice: “Poi Giosi il matrimonio sai com’è?… è come capita…”. “Io – risponde Giosi – le ho detto di restare sempre amici”.

Non si celebrerà alcun matrimonio. E a deciderlo sarà proprio Lucano. Quando si rende conto che Giosi non è in grado di manifestare un consenso valido: non ricorda neanche il nome della ragazza. “C’erano almeno 30, 40 persone – dice al telefono il sindaco, descrivendo la scena – non è possibile che tu ti sposi e non sai come si chiama tua moglie… allora lo state circuendo per prendere i documenti… io vi dico pure va bene, però almeno deve essere consapevole lui, non che lo prendete in giro, perché lui è convinto che se ne va a casa a dormire con lei. Questo è umiliare un essere umano… facciamo i razzisti al contrario, che succede… questi sono gli effetti della legge Minniti perché questa è stata diniegata tre volte e deve tornare in Nigeria… però tu non puoi giocare sulla pelle di uno che non è nemmeno consapevole… fate quello che volete… la mia firma non ve la metto!”.

Libertà e Giustizia contro le “strettoie legali” anti-migranti

Nella drammatica vicenda che ha investito il sindaco di Riace, al di là di ogni valutazione di merito (a partire dalla severità della misura cautelare adottata), di pertinenza della magistratura, due elementi spiccano sugli altri.

Il primo è l’oscena soddisfazione ostentata da attori istituzionali di primissimo piano, che, con cinismo senza pari, gongolano nel veder minata un’esperienza di accoglienza presa a modello in tutto il mondo.

Il secondo è la strettoia che si è venuta a creare nell’ordinamento giuridico con riguardo alla possibilità di accedere legalmente nel nostro Paese, al di là delle ipotesi di protezione internazionale sancite dalla Costituzione. Come se fosse possibile negare per legge l’esistenza di un fenomeno epocale, peraltro, almeno in parte, frutto di squilibri internazionali da noi stessi alimentati.

In questo momento chi ha a cuore la costruzione di una legalità coerente con la Costituzione sente di condividere profondamente le battaglie civili del sindaco Mimmo Lucano.

Salvini esulta, il Pd si divide e Saviano grida al “regime”

Matteo Salvini e Roberto Saviano vanno allo scontro, come già altre volte dall’inizio della legislatura, al netto dei ruoli e posizioni ben diverse dei due. Il ministro dell’Interno non si fa scrupolo di festeggiare l’arresto del sindaco di Riace. Il tweet è: “Accidenti, chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati!”.

Saviano, che diverse volte ha sostenuto negli anni il modello Riace, risponde: “Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell’Italia da democrazia a Stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche”.
Il Pd, come sempre, si barcamena. La lite nel partito avviene in una delle sue innumerevoli chat. A scontrarsi stavolta sono i deputati. Da una parte ci sono Anna Ascani, Franco Vazio, Luciano Nobili (ovvero la categoria degli ultrarenziani): le indagini sono indagini e finché sono in corso non si commentano. Dall’altra, ci sono Gennaro Migliore, Fausto Raciti, Giuditta Pini che spingono invece per una chiara difesa di Lucano. I big del Pd non fanno certo la fila per prendere una posizione pubblica. All’ora di pranzo arriva Matteo Orfini: “Lucano disobbediva ad alcune leggi che riteneva ingiuste e disumane. Non era un fatto nascosto, anzi lo rivendicava pubblicamente. I magistrati hanno escluso altri reati: non c’erano mazzette, non c’erano giri di soldi, nulla. C’è stato un atto politico forte perché non rispettare la legge lo è”. Non segue praticamente nessuno.

Oltre a Salvini (e a Saviano) ci sono solo le piazze. Quella di sabato a Riace. E quelle spontanee di ieri, a Roma. La manifestazione è stata organizzata dall’associazione Baobab, che si occupa dell’accoglienza dei rifugiati nella Capitale.

Il paese si divide su Domenico “u curdu”

A Riace ha piovuto ieri. Una bomba d’acqua verso l’ora di pranzo ha lavato le strade deserte di una cittadina nella Locride che si è svegliata stordita da una tempesta. Stordita e confusa perché Mimmo u curdu, il sindaco, è finito agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Una bufera giudiziaria che tutti avevano previsto da oltre un anno dopo le polemiche dovute al blocco dei fondi per l’accoglienza dei migranti. In mattinata, nel piazzale davanti al Comune non c’era nessuno. Solo qualche migrante che non capiva perché Mimmo Lucano ancora non si era fatto vedere.

Le tapparelle della sua abitazione, a due isolati dal municipio, erano tutte abbassate. Solo una finestra aperta dove si è affacciato il fratello Giuseppe. Stava ancora dormendo quando ha bussato la Guardia di finanza per arrestare Mimmo: “Ho sentito Mimmo che era molto sorpreso – dice – perché questa indagine è iniziata da un anno e mezzo e lui si era fatto interrogare spontaneamente. Non pensava si arrivasse addirittura agli arresti domiciliari”.

Negli occhi di Giuseppe c’è tutto l’orgoglio per un fratello che ha creato un modello di accoglienza sul quale Wim Wenders ci ha fatto film (e Beppe Fiorello una fiction). Addirittura, un paio d’anni fa, era finito pure nella classifica di Fortune tra le 50 persone più influenti al mondo. “Mimmo resisterà”. Suo fratello non ha dubbi: “Lui non ha nulla da nascondere, non ha rubato niente. Anzi ci ha rimesso. Vediamo alla fine cosa decideranno i magistrati. Secondo me è un’azione politica considerato il clima che si vive in questi giorni in Italia”.

Giuseppe lascia la finestra, ed esce: “Il tweet di Salvini l’ho visto. Il ministro ha sfruttato l’occasione per scagliarsi per l’ennesima volta contro la buona pratica dell’immigrazione. Lui vorrebbe chiudere tutto e Riace, invece, è un modello che vuole aprire tutto. Qui è rinato il borgo e le migliaia di persone che sono passate hanno riacquistato, grazie a mio fratello, la dignità di esseri umani”. “L’arresto – assicura il vicesindaco Giuseppe Gervasi – non mette fine al modello Riace. Anzi, credo che possa essere un nuovo inizio”.

In piazza c’è un unico bar aperto all’ora di pranzo. La titolare difende Mimmo, mentre inizia a piovere: “Ha pensato sempre al paese, e non a lui. Secondo me è un’ingiustizia”. Una ragazza poco distante le dà ragione: “Mimmo è una persona che ha aiutato tutti. Lo conosco da una vita. Adesso che è stato arrestato, Riace morirà”. Nell’altro bar, però, c’è chi non lo può vedere: “Sfido a trovare un amico di Mimmo. Io sono un suo nemico. Quindi non mi interessa quello che succede”. La pioggia si fa più forte. Vedendo i giornalisti, un signore con l’ombrello non vuole perdere l’occasione per sputare anche lui la sua dose di fango contro il sindaco. Il detto “Nemo profeta in patria” non rende a pieno il veleno nutrito da alcuni: “Sono cazzi suoi. – dice – Voleva essere il simbolo dell’accoglienza, ma lo faccia a casa sua”.

Nella piazza dove poche settimane fa c’è stato Roberto Saviano, adesso gioca un bambino di colore. Accanto c’è sua madre. “Avrà anche sbagliato qualcosa ma ha fatto tanto per me e per mio figlio”. A stento riesce a tenere il piccolo lontano dalle telecamere. Vorrebbe parlare con Mimmo: “Mi dispiace che vada in galera”. E poi gli manda a dire: “Vorrei che tu stessi con me per sempre. Ti voglio bene”.

Arrestato il sindaco di Riace. Ma il giudice smentisce il pm

Ha favorito un finto matrimonio tra due fratelli affinchè lo sposo potesse ottenere l’ingresso in Italia. E anche per questo il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, da ieri è agli arresti domiciliari. Per la sua compagna Lemlem Thsehafun è stato disposto il divieto di dimora. Ed è proprio Lemlem che tenterà il finto matrimonio con suo fratello, Gashaneh, intenzionato a raggiungerla. I due devono incontrarsi in Etiopia. Il sindaco aiuta la donna, inviandole il certificato per dimostrare che è nubile, ed è disponibile a raggiungerla come testimone di nozze. L’uomo però, trovato in possesso di documenti falsi, viene arrestato e il matrimonio salta. Per Lucano l’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Lui è l’uomo che “vive oltre le regole”, per usare le parole del gip Domenico Di Croce, il sindaco che per difendere il “modello Riace”, ad agosto, ha avviato lo sciopero della fame per contestare il blocco dei finanziamenti per il suo sistema di accoglienza. “Un progetto nobile e bellissimo – dice il procuratore di Locri Luigi D’Alessio – ma realizzato trasgredendo molte leggi. Abbiamo lanciato una bomba in una favola. Una bella favola. Ma la realtà era un’altra”. La realtà, per il momento, è nella monumentale bocciatura del gip che ha respinto al mittente la maggior parte delle accuse. La procura ricorrerà al tribunale del Riesame e Lucano, da ieri, è invece agli arresti domiciliari perché potrebbe reiterare il reato di favoreggiamento. Che i suoi siano gesti di disobbedienza civile – dei quali assumerà le eventuali responsabilità – è chiaro nelle parole del gip: “Lucano … non faceva mistero … di trasgredire intenzionalmente … norme civili e amministrative. Per il perseguimento dei suoi scopi… non risparmiava il ricorso a condotte penalmente e moralmente riprovevoli, per quanto, dal suo punto di vista, finalizzate a garantire a soggetti svantaggiati la possibilità di permanere in Italia o raggiungere il Paese, per godere di un migliore regime di vita”.

La sua “gestione dei fondi destinata all’accoglienza” è “opaca e discutibile” ma in nessun caso, dagli atti del gip, risulta che abbia intascato un centesimo. Anzi. Oltre il favoreggiamento – per aver contribuito ai matrimoni fittizi – resta l’accusa d’aver affidato “in via diretta i servizi di raccolta e trasporto rifiuti alla ‘Eco-Riace’ e a ‘L’Aquilone’ – non iscritte all’albo regionale – per realizzare la raccolta porta a porta con “mezzi meccanici” e “asinelli”. Dopo 18 mesi d’indagine e 31 indagati la richiesta della procura viene quasi completamente demolita. La turbativa delle gare dal 2014 al 2017? “Vaghezza e genericità del capo d’imputazione”. Truffa aggravata per aver “annotato derrate alimentari non destinate agli immigrati e rendicontato costi fittizi”? Le intercettazioni lasciano “trasparire una gestione opaca delle somme”, ma poi aggiunge: “gli inquirenti sono incorsi in un errore grossolano” nel conteggiare le cifre e, comunque, il “compendio indiziario non è idoneo” per l’arresto. Le 56 “false determinazioni di liquidazione”?. Accuse “quanto meno laconiche”. La “concussione” per aver costretto Francesco Ruga a consegnare “fatture per operazioni inesistenti”? Si basa quasi esclusivamente sulle dichiarazioni di Ruga. Che è “inattendibile”. La “malversazione” per 2,1 milioni? “Elementi di prova inidonei”. E le “preoccupazioni” espresse da Lucano, nelle intercettazioni? “Il turbamento dell’indagato – scrive il gip – non sembra derivare dall’aver distratto” i 2,1 milioni. E da cosa allora? “Dall’assurdità, ovviamente dal suo punto di vista, di un sistema normativo contabile che gli impediva di imputare alla rendicontazione… attività collaterali comunque riconducibili al servizio di ospitalità offerto”.

Di Battista: “Pronto a tornare in piazza per spiegare la manovra”

Alessandro Di Battista conferma che potrebbe tornare presto in Italia e anche alla politica attiva, fatta di piazze e cittadini, per aiutare il M5S a far capire la manovra agli italiani. “In vista della sfida decisiva per l’approvazione della legge di Bilancio abbiamo bisogno di tutto il sostegno popolare possibile. Dagli editori di quei giornali che rispondono più ai Rothschild che ai lettori è partito l’ordine rivolto ai sicari della libera informazione: ‘Dividete il popolo italiano come avete sempre fatto’”, ha detto l’esponente del Movimento 5 Stelle, in un post pubblicato su Facebook. “Adesso spetta al popolo ignorarli, spetta al popolo smettere di leggerli, spetta al popolo incartare un pezzo di caciotta con le prime pagine di questi giornali morenti. Ho letto che Luigi (Di Maio, ndr) ha detto che se necessario andremo a spiegare la manovra nelle piazze d’Italia. Lui e voi sapete che in tal caso ci sarei anche io”, ha concluso l’ex deputato che da diverse settimane è in viaggio in Centro e Sud America per osservare e studiare da vicino realtà diverse insieme alla sua compagna e al figlio.

Ecofin, via libera alla riforma sull’Iva dei libri elettronici

Via liberaal taglio dell’Iva per gli ebook e alla parità di trattamento con il libro prodotto su carta. L’aliquota potrà essere portata al 5% e in alcuni casi anche a zero. I ministri economici Ue riuniti a Lussemburgo hanno dato l’ok alla riforma del regime fiscale per i libri in formato elettronico. Finora la regola voleva un’aliquota minima del 15% per gli ebook e una del 5% per i libri di carta. Adesso chi vorrà potrà equiparare i prodotti e imporre una stessa base imponibile di imposta. Addirittura tariffe ridotte sugli e-book (meno del 5% di Iva) o tariffe a tasso zero potranno essere praticata da quegli Stati membri che attualmente già prevedono analogo regime per le pubblicazioni fisiche. Nuove regole in via provvisoria, in attesa della riforma del sistema Iva a livello Ue, su cui la Commissione europea sta lavorando. In Italia, l’ex ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini aveva imposto un’aliquota del 4% sui libri elettronici dall’1 gennaio 2015. L’accordo sull’equiparazione era stato raggiunto in Ecofin già a maggio, ma Repubblica Ceca e Romania avevano posto il veto. “È una grande vittoria per l’Italia e per i lettori europei”, ha detto ieri il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Ricardo Franco Levi.