Ricapitoliamo. Il governo, in colpevole ritardo, sta per presentare il suo programma triennale sui conti pubblici: il Def dovrebbe fissare il deficit della P.A. al 2,4% del Pil per i prossimi tre anni, cioè più o meno al livello del 2017 e pochi decimali in più rispetto al 2018. Un po’ di disavanzo che dovrebbe servire ad avviare il programma di governo e a controbilanciare la frenata della crescita mondiale (la spesa pubblica, infatti, incide sul Pil): per questa via si pensa di stabilizzare, se non ridurre, il rapporto debito-Pil. Come e in che misura questo avverrà, ovviamente, dipende anche dalla manovra di ottobre, ma una cosa certa c’è e l’ha spiegata il Tesoro ai tempi di Padoan: se procedessimo al pareggio di bilancio ai ritmi Ue quel rapporto peggiorerebbe. Una manovra simile, quella di Monti, ci costò 300 miliardi di Pil in 4 anni e un aumento del livello del debito di 13 punti in due anni (senza contare i danni alle persone). Ora, a fronte di questa modesta manutenzione dei conti pubblici, le reazioni sono: “Arriva il Venezuela” (Renzi e altri), “la Grecia” (Brunetta e altri), “le porte dell’abisso” (Repubblica), “la fine dell’euro” (Juncker), “una serie di downgrade sul rating” (Goldman Sachs) e via così. Il mondo è bello perché è avariato, per carità, ma va notata una cosa: se il problema non è la teoria economica, e non lo è, allora c’entra la politica. Breve promemoria: imporre un modello di società con la clava (del mercato o d’altro genere) non s’è mai rivelata una buona idea; attenti a quel che desiderate, amici benpensanti d’ogni rito, perché lo avrete.
Reddito di cittadinanza, il ruolo della casa
Forse la versione corretta con il deficit al 2,4 per cento del Pil arriverà oggi, ma le tensioni interne alla maggioranza sono notevoli, tanto che ieri sera c’è stato bisogno di un vertice a Palazzo Chigi per discutere quanto in teoria era già stato approvato giovedì dal Consiglio dei ministri. Cioè i numeri della legge di Bilancio. I Cinque Stelle continuano a essere preoccupati dalle clausole di salvaguardia sulla spesa: i tagli automatici in caso di sforamento della soglia del 2,4 per cento del deficit. La misura più esposta a eventuali riduzioni è proprio quella più cara al Movimento 5 Stelle, il Reddito di cittadinanza.
Il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, ha smentito la frase riportata dalle agenzie di stampa che stava già accendendo gli animi: “Tutto il caos dei mercati nasce dal reddito di cittadinanza che ancora non si sa cosa sia”. Ma è vero che sulla misura bandiera c’è ancora parecchia confusione. Il vicepremier Luigi Di Maio annuncia ogni giorno qualche dettaglio, non sempre coerente con quelli già noti e con la proposta di legge del 2013, l’unico testo ufficiale disponibile.
Di Maio ha chiarito che il sussidio dovrebbe andare anche agli stranieri, purché residenti in Italia da 10 anni, e poi che ci sarà una differenza tra i poveri che abitano in una casa di proprietà e quelli che pagano un affitto: “Se si ha la casa di proprietà verrà stornato nel caso l’affitto imputato”. Non è un dettaglio. Come ha avvertito più volte l’ex presidente dell’Istat Giorgio Alleva, non considerare la cosa farebbe lievitare il costo potenziale del reddito di cittadinanza da 15 a oltre 30 miliardi. Funziona così: a chi abita in una casa di proprietà viene imputato un reddito virtuale pari all’affitto risparmiato. Così un povero a reddito zero che ha casa di proprietà con un affitto virtuale imputato di 500 euro potrà ricevere solo 280 euro, mentre un povero sempre con reddito zero ma in affitto riceverà l’ammontare massimo, 780 euro. La precisazione di Di Maio, che mancava nella proposta di legge del 2013, rende il progetto più sostenibile ma implica che molte persone che si aspettano di ricevere 780 euro invece ne otterranno molti meno.
Si annuncia molto più complicato tradurre in concreto un altro degli annunci fatti ieri da Di Maio: il reddito di cittadinanza deve “restare in Italia”. Il capogruppo del M5S alla Camera, Stefano Patuanelli, intervistato da Radio2, risponde: “Col reddito di cittadinanza si potrà comprare anche su Amazon? Non vedo perché non si dovrebbe”. Anche se il reddito di cittadinanza sarà erogato su una carta elettronica – come oggi è già il Rei, il reddito di inclusione introdotto dal governo Gentiloni – sarà molto difficile stabilire un limite all’utilizzo senza incorrere in proteste degli esclusi o violazioni della normativa comunitaria.
Il viceministro dell’Economia dell’Economia Laura Castelli (M5S) annuncia che il progetto di reddito di cittadinanza del governo “vale 10 miliardi, con la riforma strutturale a regime dal primo di gennaio, più 1 miliardo per la riforma dei centri per l’impiego”. E che comincerà a essere erogato “da aprile”. Giusto un mese prima delle elezioni europee. Anche nel 2014 il governo Renzi riuscì a far partire il bonus 80 euro a maggio, con le elezioni in giugno. E il Pd conquistò il 40,8 per cento.
La paura dell’Italexit. Perché i mercati temono i giallo-verdi
Ma cosa c’è nella testa degli investitori che ieri hanno spinto lo spread, cioè il differenziale di rischio tra titoli di Stato italiani e tedeschi, fin sopra la soglia dei 300 punti? Come è possibile che un deputato leghista importante, ma non certo un leader come il presidente della Commissione Bilancio della Camera Claudio Borghi – che evoca l’uscita dall’euro – possa influenzare tutta la giornata di Borsa? Rispondere non è facile perché, come sempre, si mescolano elementi razionali e irrazionali, valutazioni sui pochi numeri disponibili e intuizioni.
Le valutazioni razionali: il deficit al 2,4 per cento non è arrivato come una sorpresa. Le analisi di vari grandi investitori, come Amundi, da settimane si aspettavano anche di peggio. Sia perché la crescita del Pil nel 2019 sarà sotto l’1,4 per cento previsto, sia perché avevano letto il contratto di governo e sapevano che certe spese ci sarebbero state. Erik Nielsen, il capo economista di Unicredit, spiegava domenica che l’impatto sui conti di questo extra-deficit sarà limitato: la riduzione corrispondente del saldo primario (le entrate meno le uscite al netto degli interessi sul debito) sarà dall’1,7 all’1,3 per cento del Pil, cui corrisponde un debito aggiuntivo netto da vendere sul mercato di 57 miliardi invece dei 50 di quest’anno. “Di cosa vi preoccupate?”, chiede Nielsen, visto che quei 7 miliardi costeranno interessi aggiuntivi che, al momento, sono ancora bassi, 1,3 per cento di media.
Ma le banche sono le prime a voler trasmettere messaggi rassicuranti perché l’aumento dello spread riduce il valore dei loro titoli di Stato in portafoglio e dunque il loro patrimonio di vigilanza. Gli altri investitori guardano alla politica, più che ai numeri di bilancio. Tra i macro hedge fund che investono e scommettono sul nostro debito continua a circolare il sospetto che la Lega abbia un piano non dichiarato di uscire dall’euro, per ragioni tattiche e geopolitiche (rapporti con la Russia), per questo vengono monitorate su base quotidiana le dichiarazioni di Claudio Borghi e Alberto Bagnai (presidente della Commissione finanze del Senato) e per questo vengono considerate irrilevanti le rassicurazioni del premier Giuseppe Conte (“L’euro è irrinunciabile”). Ogni indizio che conferma questa teoria, diffusa dopo il 15 maggio con la rivelazione della bozza di contratto che contemplava una possibile uscita dalla moneta unica, viene amplificato e muove il mercato.
E di indizi gli investitori credono di averne visti parecchi: le risposte violente di Luigi Di Maio e Matteo Salvini ai pur irrituali attacchi del commissario Ue Pierre Moscovici, il ministro dell’Economia Giovanni Tria che annuncia clausole di salvaguardia che taglieranno la spesa se il deficit supererà il 2,4 per cento come possibile viste le misure annunciate (ma così il Pil scenderebbe e il peso del deficit sarebbe ancora maggiore), la crisi istituzionale strisciante tra governo e il Quirinale che tenta, senza successo, di farsi garante degli impegni europei.
“E chi va in tv a dire che il risparmio privato degli italiani compensa il debito fa ancora più paura perché implicitamente fa capire che prima o poi ci sarà una patrimoniale”, spiega un banchiere che avverte: “Il livello dei tassi supera la crescita del Pil e siamo ormai su una dinamica instabile sui mercati, le banche sono in tilt e non prestano più, è una tempesta perfetta”. Sale lo spread, scende il valore dei titoli di Stato in bilancio alle banche, aumenta la spesa per interessi che riduce i margini di spesa effettivi per il governo che quindi non avrà l’effetto desiderato sulla crescita del Pil e il debito al 131 per cento del Pil risulterà ancora meno sostenibile, quindi i mercati chiederanno ancora più interessi in un circolo vizioso.
Questa tempesta perfetta è tutta italiana. Mentre nel 2011 la crisi era di tutta l’eurozona e l’Italia soffriva per la credibilità della moneta unica, oggi il problema è solo politico, come dimostra il fatto che la Spagna ha ancora uno spread poco sopra i 100 punti, la Francia a 36 mentre noi ci avviciniamo pericolosamente al livello della Grecia (390). C’è un’altra grande differenza rispetto al 2011: finora i grandi investitori stranieri detentori di debito pubblico italiano hanno smesso di comprare ma non hanno cominciato a vendere. Sette anni fa la notizia che Deutsche Bank aveva ridotto la sua esposizione per 7 miliardi nel giro di sei mesi scatenò la fuga dal debito italiano. Questa volta nessuno ha ancora tirato il grilletto ma, assicura un alto funzionario europeo, “è solo questione di tempo e non si può neanche escludere che la vendita ci sia già stata, così da avere poi la possibilità di fare un po’ di speculazione con vendite allo scoperto al momento in cui sarà comunicata”.
Panico da spread, il governo litiga ancora sul vero deficit
Il governo gialloverde non molla. La Commissione europea nemmeno, anzi, conferma che la Nota di aggiornamento al Def, che porterà il deficit al 2,4 per cento per i prossimi tre anni viola le regole europee. Un testo peraltro fantasma su cui non si trova la quadra nemmeno dopo un nuovo vertice a Palazzo Chigi. E nell’incertezza gli investitori vendono i titoli di Stato italiani. E così dopo l’impennata di lunedì, innescata dalla bocciatura di Bruxelles, ieri lo spread è salito ancora. Ha chiuso a 301 punti, ai massimi dal 2014. Lo scontro ha in sostanza riportato indietro le lancette a prima del quantitative easing, il massiccio programma di acquisti di debiti pubblici lanciato dalla Bce a marzo 2015 per tenere in piedi l’eurozona. I timori sull’Italia hanno fatto chiudere in rosso tutte le Borse europee.
La giornata scorre in un continuo botta e risposta tra Bruxelles e i due alleati di governo. “L’Italia è il Paese che ha più beneficiato della flessibilità. Ora, il problema è che le discussioni sulla bozza di manovra vanno in una direzione che oltrepassa questa flessibilità, e Juncker ha detto che dobbiamo essere rigidi ed equi e applicare le regole”, ribadisce il vicepresidente dell’esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis. “Andiamo avanti, se ne faranno una ragione”, attacca Salvini. Per Di Maio “se serve spiegheremo la manovra nelle piazze”. Lo spread apre subito ben sopra 300. Calerà di poco durante la giornata per poi continuare a salire ad ogni nuova uscita. Le tensioni salgono anche dopo le parole del leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione bilancio della Camera: “L’Italia con una propria moneta risolverebbe gran parte dei propri problemi. Ma l’uscita dall’euro non è nel contratto di governo”. Per Bloomberg sono la causa del rapido calo dell’euro sul dollaro che si registra poco dopo.
Il problema più grosso, però, il governo ce l’ha al suo interno. A sei giorni dall’approvazione della Nota di aggiornamento al Def, base per la manovra, ancora non c’è il testo. Dovrebbe, forse, arrivare oggi. Una forzatura legislativa che finora non si era mai verificata. Nel pomeriggio viene convocato un vertice a Palazzo Chigi tra il premier, i due vice e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. La riunione slitta perché Conte vede prima Salvini e Di Maio. Il vertice fa peraltro saltare la prima riunione della cabina di regia sugli investimenti prevista sempre a Palazzo Chigi. “Confermiamo le riforme annunciate, che partiranno nel 2019”, rassicura Conte all’uscita. La realtà però più complessa. Tria infatti si presenta con numeri peggiori delle previsioni, soprattutto per le coperture sul 2020 e 2021 che mostrano un deficit a serio rischio di superare il 2,4 e forse perfino il 3 per cento del Pil con tutte le misure annunciate (reddito e pensioni di cittadinanza, quota 100 e tagli fiscali alle partite Iva che “cifrano” a 20 miliardi).
Per il 2019 il problema preoccupa meno. Il 2,4 per cento di deficit è molto superiore allo 0,8 per cento previsto al governo Gentiloni, ma col rallentamento della crescita allo 0,9 per cento (la stima era di un Pil a +1,4%) e il disinnesco degli aumenti Iva si parte già dal 2 per cento. In sostanza il governo si prenderebbe 0,4 punti di deficit. Se fosse confermata la crescita annunciata da Tria dell’1,6 nel 2019 e dell’1,7 nel 2020 – stima l’economista Francesco Daveri – con un’inflazione all’1 per cento si potrà mostrare un calo del debito/Pil. “Sarà rilevante”, assicura Conte. Ed è su questa garanzia che si chiude il vertice, che ricomincerà stamattina.
Il problema è se non verranno centrati gli obiettivi di crescita, anche perché la spesa per le misure, specie quelle per le pensioni, salgono nel tempo e nel 2020 gli aumenti dell’Iva da disinnescare salgono da 12,4 a 20 miliardi. Per questo il Tesoro studia un meccanismo per tagliare automaticamente il deficit se non viene centrata la “scommessa della crescita”, come l’ha definita Tria. Invece di usare gli aumenti automatici dell’Iva, verrebbe automaticamente ridotta la spesa pubblica. Una misura che però aggraverebbe la recessione. In pratica la proposta di Tria è presentare a Bruxelles reddito di cittadinanza e quota 100 come misure garantite solo per il 2019 da prorogare solo se ci saranno le risorse.
Ieri lo scontro con l’Ue si è chiuso con Salvini contro il presidente Jean Claude Juncker, che aveva paventato la rottura dell’euro se venisse concesso all’Italia di violare il fiscal compact: “Parlo solo con persone sobrie”. “È inadatto a quel ruolo”, attacca Di Maio.
I gonzi di Riace
Domenico Lucano, il sindaco ribelle di Riace da ieri agli arresti domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti, è un fuorilegge onesto. Pare un ossimoro, ma è proprio così: fuorilegge, perché è lui stesso a definirsi orgogliosamente così nelle sue conversazioni intercettate; onesto, perché anche il gip che l’ha arrestato riconosce che non ha mai agito per interesse personale e ha svolto un gran lavoro per integrare i migranti e riqualificare il suo comune spopolato. Da anni ci sgoliamo a ripetere che un conto è la questione penale, che attiene al rispetto delle regole; un altro è la questione morale, che riguarda i principi etici, i quali non sempre coincidono col codice penale. Quando noi giornalisti veniamo processati e magari condannati per aver ecceduto (secondo un giudice) in una critica o sbagliato in buona fede, pubblicando una notizia che sul momento pareva vera e verificata e poi si rivela falsa o inesatta, non diventiamo per ciò stesso disonesti. Se la legge è uguale per tutti, fissa e immutabile (almeno finché non viene cambiata), il giudizio morale varia a seconda dei princìpi, della cultura, dell’educazione, della sensibilità di ciascuno, ma anche del ruolo che ricopre l’autore della condotta.
Se è un eletto o un pubblico ufficiale, oltreché alle regole dell’etica deve obbedire all’art. 54 della Costituzione, che richiede l’esercizio di pubbliche funzioni “con disciplina e onore”. E soprattutto richiede il buon esempio: se a violare una legge è colui che per primo dovrebbe rispettarla, perché ha giurato di adempiere a quel dovere o perché addirittura la legge l’ha scritta lui, salta il patto sociale che ci tiene tutti uniti e a quel punto vale tutto. Cioè si precipita nell’anarchia, nel caos, nel Far West. Ma c’è un problema: se una legge è ritenuta ingiusta, disumana, immorale, che si fa? Si prova a cambiarla. Ma, se poi non ci si riesce, c’è una scelta estrema: quella della disobbedienza civile nonviolenta. Quella di Gandhi e dei suoi epigoni, giù giù fino a Pannella. Che divennero “fuorilegge” per contestare leggi che non condividevano: Gandhi si ribellò a quelle di un regime autoritario (la dominazione britannica in India) e finì in carcere, Pannella a quelle di uno Stato democratico come l’Italia (per esempio, su droga, aborto ed eutanasia) e finì tante volte denunciato e qualcuna condannato. Nessuno ha mai pensato che questi “fuorilegge” fossero disonesti: Gandhi è passato alla storia come padre dell’indipendenza dell’India, Pannella come alfiere dei diritti civili in Italia.
Lo stesso vale per il poeta Danilo Dolci, processato per le sue battaglie in Sicilia e difeso da Piero Calamandrei. E per Erri De Luca, processato per i suoi atti di disobbedienza in Val Susa accanto al movimento No Tav. Il dibattito su come contrastare una legge che si ritiene ingiusta lo avviò Sofocle nell’Antigone, la tragedia sulla storia della donna che decise di seguire la legge divina e seppellì il cadavere del fratello Polinice, morto in guerra, contro la legge umana imposta dal nuovo re-tiranno di Tebe, Creonte, che la fece condannare all’ergastolo e rinchiudere in una grotta, dove si impiccò poco prima di venire liberata.
L’Italia, diversamente dalla Tebe di Antigone e dall’India di Gandhi, è una democrazia e uno Stato di diritto. Dove non esistono processi politici o morali, ma solo penali, affidati a una magistratura indipendente nei suoi vari (secondo noi troppi) gradi di giudizio. Quindi chi grida al complotto o al regime fascio-salviniano per l’arresto di Lucano, oltre a usare pericolosamente l’armamentario lessicale berlusconiano, sbaglia bersaglio. Salvini usa politicamente l’arresto di un avversario politico “buonista”, esaltando i magistrati che fanno comodo a lui dopo aver insultato quelli che indagano su di lui e che hanno sequestrato alla Lega i 49 milioni rubati. Ma non è il mandante degli arresti di Riace: quelli li ha chiesti la Procura di Locri, sulla scorta delle indagini della Guardia di Finanza, e li ha disposti il gip, cancellando gran parte delle accuse e adempiendo così fino in fondo al suo dovere di giudice terzo. Gli arrestati (il sindaco e la sua compagna) potranno impugnare il provvedimento dinanzi al Riesame e, se sconfitti, ricorrere in Cassazione. Alla fine 10 magistrati avranno esaminato la misura cautelare. Poi, se si andrà a giudizio per volontà di un gup, se ne occuperanno altri 3 giudici di tribunale, 3 d’appello e 5 di Cassazione. Di quale “regime” stiamo parlando?
Eppure ieri è partito il solito derby. Con una particolarità. Qui non si sfidano colpevolisti e innocentisti, perché è lo stesso Lucano nelle intercettazioni a dirsi colpevole. Qui si sfidano i tifosi (Salvini e tutto il centrodestra) e i nemici (un bel pezzo della sinistra) dei magistrati di Locri che hanno disposto gli arresti. Noi, se ancora è lecito, preferiamo militare in una terza squadra: quella del buon senso. Il sindaco ribelle è simpatico e onesto: ha certamente agito animato dal più alto spirito umanitario per salvare migranti irregolari dall’espulsione, e non per tornaconto personale (anche se resta da spiegare l’appalto dei rifiuti affidato senza gara a due coop amiche, sintomo di quello che il gip definisce giustamente il “diffuso malcostume” di certi sindaci-Masaniello che fanno come gli pare). Ma – lo dice lo stesso Lucano – ha violato la legge sull’immigrazione, che ritiene “balorda”, organizzando falsi matrimoni proprio grazie al suo status di pubblico ufficiale (“io sono responsabile dell’ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente”) e di responsabile della Polizia municipale (“non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità e gli dico va bene, sono responsabile dei vigili”). E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tantopiù se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarla.
A chi deve obbedire un agente della polizia di Riace: al suo comandante che gli dice di applicare le leggi dello Stato, o al sindaco che le viola e istiga a violarle? E perché in tutta Italia i migranti devono mettersi in fila per chiedere l’asilo o il permesso di soggiorno e, se non l’ottengono, ricevere il foglio di via ed essere eventualmente rimpatriati, mentre a Riace possono aggirare le regole con finti matrimoni organizzati e officiati dal sindaco? Anziché prendersela con i magistrati che fanno il proprio dovere, chi si schiera con Lucano e ritiene “balorde” le norme sull’immigrazione ha strumenti più efficaci per cambiarle: organizzare un referendum abrogativo, raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare, chiedere agli amici in Parlamento di modificarle, provare a farla impugnare da un tribunale dinanzi alla Consulta (che peraltro le ha già ritenute costituzionalmente legittime, cancellando parti incostituzionali della Bossi-Fini e dei decreti Maroni). Se non ci riesce, può anche disobbedire, purché lo rivendichi e soprattutto ne accetti le conseguenze. Chi viola platealmente una legge penale sa che verrà indagato e processato, forse anche arrestato. E, quando questo avviene, l’unica cosa che non può fare è stupirsi o scandalizzarsi.
Altrimenti quello di Riace diventa un pericoloso precedente: e se domani la magistratura arrestasse un sindaco leghista che ritiene le leggi sull’immigrazione non troppo rigide, ma troppo blande, e provvede personalmente a inasprirle con raid razzisti o atti xenofobi, autoproclamandosi “fuorilegge” e creando una repubblica separata della xenofobia, opposta ma speculare alla repubblica separata dell’accoglienza illegale di Riace? Con quali argomenti chi ora grida al regime giudiziario di destra potrà contrastare i leghisti che strilleranno al regime autoritario di sinistra?
Certi paroloni-boomerang è molto meglio lasciarli a B.&Salvini e concentrarsi semmai sulla battaglia per una legge sull’immigrazione più razionale, che premi finalmente chi viene in Italia per lavorare. Solo così si prevengono casi come quello di Riace. Evitando, fra l’altro, di dar ragione a Leo Longanesi sugli italiani che “pretendono di fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri”.
Il nuovo Motor Show rinasce a Modena
Il Motor Show è morto, lunga vita al Motor Show. Niente più Bologna a dicembre, tutto spostato a Modena in maggio, con nome ritoccato in “Motor Show Festival – Terra di Motori”. Estremo tentativo di rivitalizzare un nobile decaduto, accostandone il nome al blasone della Motor Valley tricolore. Quella della kermesse bolognese è stata un’agonia durata anni, tra veleni, ridimensionamenti e stand vuoti. Non è giusto, non lo è mai stato, trattare la Fiera dei sogni in questo modo. Spolparla così fin all’osso svendendone l’anima popolare, a metà strada tra il lambrusco e la Formula Uno.
E va bene che il business ormai non c’è più, di soldi ne girano pochi e i costruttori li usano per palcoscenici meno tradizionali e affollati. Ma motivi come questi possono valere per posti come il salone di Detroit, anch’esso traslocato per colpa della sovrapposizione temporale con il Ces di Las Vegas, o Parigi, che prende il via in questi giorni nonostante abbia perso per strada ben 17 marchi. Bologna è sempre stata qualcosa di diverso. Magari non ci trovavi gli ultimi modelli in anteprima ma la passione, quella si. E serviva a scaldarti anche quando a dicembre il termometro scendeva. Ora ci penserà il sole di quella terra meravigliosa che ha dato i natali a Ferrari e Lamborghini. Basterà? Forse non serve neanche chiederselo. Il Motor Show, come lo conoscevamo, non c’è più: quello che verrà è un’altra cosa, a cui possiamo solo augurare di avere almeno la metà del successo del suo predecessore. Negli anni belli.
L’auto in Italia: Fca al top ma salgono le straniere
Come è cambiata l’Italia dell’auto negli ultimi 15 anni? Quali sono le vetture e i marchi preferiti dagli automobilisti? Se dal punto di vista delle architetture abbiamo risentito della tendenza europea degli sport utility al posto di auto familiari e soprattutto monovolume, per quanto riguarda i brand lo Stivale ha fatto storia a sé rispetto all’andamento continentale. Stando all’analisi proposta dalla Dat-Italia sui trend dell’automotive nostrano, Fca rimane al primo posto nelle vendite e nel cuore degli italiani, sebbene le sue vetture siano passate dal 46% al 36% del parco circolante complessivo. Il gruppo “per anni ha rappresentato un riferimento per gli italiani ed è stata una grande scuola per gli ingegneri che ci hanno lavorato e ci lavorano, ma il patrimonio va mantenuto e valorizzato come fanno gli altri costruttori”, ha spiegato il direttore generale di Dat-Italia, Antonio Coppola. Aggiungendo che per mantenere standard e quote di mercato sono necessari investimenti costanti in ricerca e sviluppo. Tra i costruttori stranieri, Renault ha limitato le perdite durante la crisi (anche grazie al sostegno di Dacia) e ultimamente è cresciuta parecchio. E hanno guadagnato terreno pure Citroën, Smart e Toyota. I più continui nel “rendimento” commerciale sono stati i brand tradizionali come Opel, Ford, Peugeot e il gruppo Volkswagen: il loro peso sui veicoli in circolazione in Italia si è sempre mantenuto stabile. Prova, secondo gli addetti ai lavori, anche della fedeltà da parte della loro clientela. Infine, i marchi di lusso: i listini di Audi, Bmw e Mercedes sono alti, ma la loro crescita è inesorabile seppur più lenta degli altri.
Audi Q3: new generation
Dimenticate le linee essenziali e tondeggianti dei designer guidati fino al 2015 da Walter de Silva, che hanno donato alle Audi un look per certi versi senza tempo. Il nuovo corso estetico dei quattro anelli, ben riassunto nella seconda generazione della Q3 in rampa di lancio entro fine anno, è (quasi) tutt’altra cosa. Perché pur se dal passato trae ispirazione, evolve nondimeno verso quei concetti di dinamismo che stanno alla base del marchio. Ecco allora dimensioni più generose (è lunga 4,48 metri), superfici tese e scolpite soprattutto sulle fiancate, passaruota larghi, un muso meno pacioso e più aggressivo, con quella griglia ottagonale che è un marchio di fabbrica per i modelli Audi preceduti dalla Q. In soldoni, parliamo di uno sport utility di lusso che è diventato più sportivo e muscoloso.
Sviluppata sulla piattaforma modulare Mqb, che fa da chioccia anche ad altri modelli del gruppo Volkswagen, la nuova Q3 nasce nello stabilimento ungherese di Gyor al contrario del modello che l’ha preceduta, assemblato nelle fabbrica Seat di Martorell. Su strada, non delude le aspettative che crea guardandola da ferma. Alla “tensione” di facciata corrisponde una dinamica di guida piuttosto agile, esaltata dalla trazione integrale permanente quattro, altro cavallo di battaglia di Ingolstadt. I motori, tre benzina e un diesel tutti omologati secondo le norme Euro 6d-Temp, hanno potenze comprese tra 150 e 230 cavalli, e sono abbinabili a seconda delle versioni a un cambio manuale a sei rapporti o a un automatico S-tronic che di marce ne ha sette.
La sicurezza è garantita poi dalla messe di sistemi di assistenza, tra cui vale la pena citare la frenata d’emergenza automatica e il Traffic Jam Assist, strumento prezioso di “incolonnamento” quando si viaggia in mezzo al traffico.
La tecnologia abbonda anche all’interno dell’abitacolo, completamente ridisegnato intorno al posto di guida. La Q3 è il primo modello della gamma Audi ad avere di serie il Virtual Cockpit, l’ormai famoso schermo ad alta risoluzione che sostituisce il quadro strumenti tradizionale. Mentre sistemato al centro del cruscotto c’è un altro display da dove gestire l’infomobilità e la navigazione. Oltre alla connettività, altre chicche high-tech sono la ricarica wireless dello smartphone e il sistema audio 3D con 15 altoparlanti firmato Bang&Olufsen.
Capitolo prezzi. Se in Germania partiranno da sotto i 34 mila euro, la filiale italiana ha deciso di alzare l’asticella dell’entry level infarcendolo di dotazioni aggiuntive, per cui il listino da noi comincerà un po’ più su, da quota 37 mila. L’inizio della prevendita è fissato per novembre, mentre il lancio ufficiale ci sarà il mese successivo.
Lo humour isterico dei soliti Mudhoney
Band primigenia del cosiddetto “Seattle Sound”, il Grunge , i Mudhoney di Mark Arm e del chitarrista Steve Turner tornano con un nuovo album dalle tinte forti, che è una sintesi di quell’energia profusa in oltre 30 anni di carriera. Digital Garbage, prodotto dalla storica etichetta Sub Pop, è il loro decimo disco, composto da 11 brani al solito isterici e acidificati, con un sound distorto e inzeppato di fuzz, su testi sarcastici in cui domina uno humour molto oscuro, perfetto per questi tempi sempre più cupi. Come suggerisce il titolo, Digital Garbage è il loro commento sulla vita nell’era di Internet, sebbene sembrino più interessati agli effetti offline derivanti dalla divulgazione di fake news e tweet presidenziali. I testi parlano di ansia da prestazione virtuale (da qui la “spazzatura digitale” del titolo), come in Paranoid Core e fatti di cronaca (Please Mr. Gunman). È un album senz’altro maturo, ma l’impressione che se ne trae è quella di una band che artisticamente non si sia né evoluta, né venduta. E questo è un bene.
Adele Nigro e l’orgoglio dei suoi 24 anni
Per incorniciare l’orizzonte espressivo di Adele Nigro, alias Any Other, e fornire un assaggio della sua forza rivestita di vulnerabilità (o viceversa), si può provare con un paio di citazioni dai testi. “Ora che non so distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è”/dovrei cambiare prospettiva/ non è un crimine essere così giovane/non mi sono fatta la doccia/un altro segno che non mi sento troppo bene”. Oppure: “Se non riesci a guardare il mondo se non attraverso la lente del cinismo/ Che senso ha vivere?/ Non ha senso nemmeno provarci”. Lo dice in inglese, e forse anche per questo sembrano dichiarazioni più incisive, ma di flash lirici come questi, in grado di rimanere impressi nella mente di chi ascolta, nelle canzoni della Nigro (cognome artisticamente beneaugurante: era quello di Laura Nyro) se ne trovano a ogni strofa. Ci sono spaesamento e lucidità, resilienza e ottimismo, insicurezza nelle relazioni e l’orgoglio di chi vuole ricominciare a volersi bene dopo l’ennesima delusione. Tutto il mondo di una ventiquattrenne con un talento e una visione multi-prospettica ai quali non siamo così abituati a queste latitudini.
Cantautrice “indie” ma nel senso letterale di un termine fin troppo abusato, cioè di indipendenza anche dagli stilemi di una scena pop italiana della quale peraltro la giovane veronese trapiantata a Milano fa parte a pieno titolo (ha suonato nel gruppo di Colapesce). Two, Geography (42 Rec.) è il secondo disco a firma Any Other – che, sia chiaro, è anche una band – e colpisce per la sapiente raffinatezza degli arrangiamenti, la struttura snella eppure mai banale dei brani, la capacità di muoversi tra suggestioni diverse mantenendo sempre la stessa forte personalità (dal folk voce e chitarra di Mother Goose all’eleganza soul contemporanea della splendida Capricorn No). Un nome internazionale da giocarsi come termine di paragone potrebbe essere quello di Julia Holter, ma Adele assomiglia davvero solo a se stessa. Come del resto scopriranno le platee del suo tour europeo attualmente in corso. Si può essere certi che il suo sarà un viaggio lungo e felice.