Salire sul palco dell’Ariston con la stessa verve mostrata al Forte Prenestino di Roma e avere lo spirito di giocherellare con Carlo Conti come niente fosse, mentre uno dei componenti della band è addobbato come una doccia (in senso letterale). Vivere il trambusto, le date che puoi rivendere a prezzo più alto, le interviste senza sosta alcuna e poi, finita la pacchia – in questo contesto, il termine è usato in maniera appropriata – trovarsi col famoso cerino in mano. Girarsi e accorgersi che dopo l’“armiamoci e partiamo”, a reggere la bandiera ne è rimasto solo uno. Che effetto fa? Matteo Gabbianelli a quella domanda ha tolto il punto interrogativo e ci ha fatto il titolo di un disco, perché ha già avuto modo di rispondersi. Per lui, è soprattutto un’affermazione. È il frontman e l’anima dei kuTso, ma i kuTso non sono più i kuTso. Al terzo disco la band romana ha cambiato forma: a Gabbianelli si sono affiancati Brian Riente, Luca Lepore e Bernardino Ponzani. Cambio di staff, cambio di produzione. “Mi sono trovato solo nel bel mezzo di una diaspora. Ognuno aveva i suoi motivi. Capisco che dopo tanti anni, uno si chieda se vuole continuare la battaglia”, spiega. Perché son buoni tutti a raccontare la gavetta – la formazione nasce nel 2006 e si fa conoscere a suon di live ad alto tasso d’energia – ma in pochi sanno spiegare cosa succede dopo il momento che sembra quello della “svolta”. Per i kuTso fu il 2015 quando approdarono sul palco di Sanremo tra le giovani proposte arrivando secondi con il brano “Elisa”. Un risultato che non si aspettava nessuno: né chi li seguiva da tempo, né tanto meno loro: “Per tutto l’anno e quello successivo abbiamo continuato a fare le nostre date e anzi, con i cachet triplicati”. Sulla carta, la nuova ondata di successo della musica italiana avrebbe dovuto trascinarli con sé: “Siamo arrivati un po’ prima dell’esplosione e poi troppo dopo. Quando sei un cane sciolto, un fuori casta, quando stai nelle scene sempre un po’ da outsider, è una lotta” dice il frontman. Le battaglie però si vincono anche con l’equilibrio e forse per questo ai kuTso serviva tempo. Matteo Gabbianelli è uno che sa il fatto suo, anche se dice di aver perso sicurezza: voce incredibile e performance da show (dell’assurdo, a tratti) e probabilmente uno dei più bravi dal vivo, al momento. Ma l’intero progetto aveva bisogno di liberarsi da un po’ di patina post-adolescenziale. Che effetto fa ci prova: cambia passo. “È un disco ponderato – conferma Gabbianelli – Questa volta volevo le liriche fossero più aderenti alla musica”. Così è: tutto sembra essere meno schizofrenico e alleggerito, con parentesi più prettamente alla Elio e le Storie Tese (“Il segreto di Giulio”), ballate (“Uno + Una”, “Strade interrotte”) e melodie da tormentone.
Tutto nuovo: la produzione artistica insieme a Marco Fabi, un nuovo manager (Adriano Fabi, lo stesso di Arbore), nuova linfa. Senza rimpianti: “Rifarei tutto! Ogni vetrina è importante e tutto è performance, anche quest’intervista”.