“Che effetto fa” non essere più quei kuTso

Salire sul palco dell’Ariston con la stessa verve mostrata al Forte Prenestino di Roma e avere lo spirito di giocherellare con Carlo Conti come niente fosse, mentre uno dei componenti della band è addobbato come una doccia (in senso letterale). Vivere il trambusto, le date che puoi rivendere a prezzo più alto, le interviste senza sosta alcuna e poi, finita la pacchia – in questo contesto, il termine è usato in maniera appropriata – trovarsi col famoso cerino in mano. Girarsi e accorgersi che dopo l’“armiamoci e partiamo”, a reggere la bandiera ne è rimasto solo uno. Che effetto fa? Matteo Gabbianelli a quella domanda ha tolto il punto interrogativo e ci ha fatto il titolo di un disco, perché ha già avuto modo di rispondersi. Per lui, è soprattutto un’affermazione. È il frontman e l’anima dei kuTso, ma i kuTso non sono più i kuTso. Al terzo disco la band romana ha cambiato forma: a Gabbianelli si sono affiancati Brian Riente, Luca Lepore e Bernardino Ponzani. Cambio di staff, cambio di produzione. “Mi sono trovato solo nel bel mezzo di una diaspora. Ognuno aveva i suoi motivi. Capisco che dopo tanti anni, uno si chieda se vuole continuare la battaglia”, spiega. Perché son buoni tutti a raccontare la gavetta – la formazione nasce nel 2006 e si fa conoscere a suon di live ad alto tasso d’energia – ma in pochi sanno spiegare cosa succede dopo il momento che sembra quello della “svolta”. Per i kuTso fu il 2015 quando approdarono sul palco di Sanremo tra le giovani proposte arrivando secondi con il brano “Elisa”. Un risultato che non si aspettava nessuno: né chi li seguiva da tempo, né tanto meno loro: “Per tutto l’anno e quello successivo abbiamo continuato a fare le nostre date e anzi, con i cachet triplicati”. Sulla carta, la nuova ondata di successo della musica italiana avrebbe dovuto trascinarli con sé: “Siamo arrivati un po’ prima dell’esplosione e poi troppo dopo. Quando sei un cane sciolto, un fuori casta, quando stai nelle scene sempre un po’ da outsider, è una lotta” dice il frontman. Le battaglie però si vincono anche con l’equilibrio e forse per questo ai kuTso serviva tempo. Matteo Gabbianelli è uno che sa il fatto suo, anche se dice di aver perso sicurezza: voce incredibile e performance da show (dell’assurdo, a tratti) e probabilmente uno dei più bravi dal vivo, al momento. Ma l’intero progetto aveva bisogno di liberarsi da un po’ di patina post-adolescenziale. Che effetto fa ci prova: cambia passo. “È un disco ponderato – conferma Gabbianelli – Questa volta volevo le liriche fossero più aderenti alla musica”. Così è: tutto sembra essere meno schizofrenico e alleggerito, con parentesi più prettamente alla Elio e le Storie Tese (“Il segreto di Giulio”), ballate (“Uno + Una”, “Strade interrotte”) e melodie da tormentone.

Tutto nuovo: la produzione artistica insieme a Marco Fabi, un nuovo manager (Adriano Fabi, lo stesso di Arbore), nuova linfa. Senza rimpianti: “Rifarei tutto! Ogni vetrina è importante e tutto è performance, anche quest’intervista”.

Storia di un ISTRIONE. Lo “chansonnier” che voleva stare sul palco fino a 100 anni

Servirebbe una diretta con il Paradiso, adesso. Un paio d’anni fa avevamo chiesto ad Aznavour quale brano avrebbe cantato al Padreterno, nel giorno in cui lo avrebbe incontrato. E Charles, fulminante: “Il primo che riuscirò a ricordarmi!”. Beh, avrà l’imbarazzo della scelta, con quel repertorio che ha attraversato il Novecento e superato le Colonne d’Ercole del nuovo millennio come una nave solitaria o quasi, mentre attorno a lui la canzone d’autore francese andava alla deriva e spariva dalla vista. Becaud, Ferré, Montand. “Sono rimasto l’ultimo. L’unico”, si lamentava. Voleva arrivare a cent’anni, c’era quasi riuscito. “Salirò sul palco fino a quel punto, poi mi ritirerò”: era un progetto serio, il suo, non una boutade. Ha fatto concerti fino a pochi mesi fa, instancabile e acclamatissimo. Solo un paio di fratture, di quelle che denunciano la fragilità del corpo mentre l’anima continua a volare, lo avevano costretto a rinunciare alle tournée e a guardare il mondo dalla sua casa in Provenza, dove ieri ha chiuso gli occhi a 94 anni.

II “secolo breve” gli aveva proposto catastrofi, guerre, genocidi. L’integrazione a Parigi da piccolo armeno in fuga dallo sterminio da parte dei turchi, la gratitudine agli italiani per aver salvato il padre dal cannoneggiamento del piroscafo su cui viaggiava. Il devastante terremoto che nel 1989 aveva fatto 25 mila morti nella sua terra, inducendolo a radunare artisti tricolori per un benefit che aiutasse quella gente a risollevarsi. Era diventato ambasciatore d’Armenia in Svizzera, Charles. Un ruolo che prendeva maledettamente sul serio.

Le canzoni? Aznavour era l’aedo degli amori infelici, frustrati, proibiti, in declino. Tutto il pianeta voleva musica, lui andava controvento. E io fra di voi: può esservi una situazione più malinconica di un marito che si ritrova a far da terzo incomodo tra la moglie e il suo amante? O Quel che non si fa più, con l’eros coniugale che è diventato tedio fra le lenzuola? D’altro canto, Comme ils disent fu una scelta coraggiosa.

Era il 1972, e interpretare un omosessuale di quelli che si svelano di notte poteva essere rischioso, per una superstar come Charles. “Tutti nel mio entourage erano contrari”, ci raccontò. “Suonai quel pezzo al piano e mi dissero: ‘a chi vuoi farla interpretare?’. Lo farò io, risposi. Ci fu un silenzio di tomba. ‘Vuoi rovinare la tua immagine e la tua carriera?’. Ma ero certo di aver ragione. Sono fiero di quella canzone, che ha svolto un ruolo importante per le ragioni dei gay”. Evitava, però, di proporla in Paesi come la Russia, l’Indonesia e nel mondo arabo. “Non voglio alimentare inutili polemiche”, sottolineava. A dargli la spinta decisiva era stata Edith Piaf, che l’aveva portato in America nel ’46 per un trionfale giro di concerti. Non erano fatti per stare insieme, quei due. Ma amici e confidenti sì. Otto anni a far carovana fino al prossimo palco. E mille avventure lungo la strada. “Eravamo inseparabili. Quando sbarcammo oltreoceano tutti ci consigliavano di visitare le Cascate del Niagara. Così Edith disse: ‘Facciamolo!’. Ma quando uscimmo dalla macchina sbottò: ‘Tutto qui? È solo un mucchio di acqua zampillante, andiamocene’. Questa era la Piaf”. Nel ’51 l’Usignolo sprofondò in un buco nero: aspettava negli Stati Uniti il suo amore, Marcel Cerdan, l’uomo che faceva cospargere le stanze d’albergo di Edith di petali di rose. Lei lo aveva esortato a prendere l’aereo: “Marcel, la nave ci mette troppo! Voglio vederti subito!”. Il Constellation precipitò in mare. Erano gli stessi mesi in cui la Piaf ebbe un pauroso incidente d’auto proprio con Aznavour: lei riportò molte fratture che la costrinsero a un uso costante della morfina.

Charles aveva un debole per le donne in difficoltà: dopo che Mia Martini fu orrendamente sospettata di essere una menagramo lui la volle con sé in giro per l’Europa. Un mese di applausi. Parigi. La Royal Albert Hall. “Era semplicemente la vostra più grande cantante!”, affermava. Tra le altre italiane, duettò anche con la Pausini. Nel mondo, con mille. La Minnelli su tutte.

Aznavour, “L’istrione” per antonomasia. “Devi instaurare un legame speciale con la tua platea. Far divertire, sedurre. Evitando di sembrare falso”. Amava l’Italia: fece un paio di puntate anche a Sanremo. La prima volta da noi fu in un teatrino di Roma. “Ero uno sconosciuto, ma fu memorabile. Dopo lo show Fellini e la Masina mi invitarono a casa loro. Federico mi cucinò una pasta succulenta”. Dai, chansonnier, ora scegli una delle tue perle. Dio è esigente.

Funeral congress: seppellire la Brexit (e la May)

Domenica, all’inizio dei lavori del Congresso dei Conservatori a Birmingham, i delegati potevano scegliere fra gli sticker The Best Brexit deal, il nuovo slogan dei sostenitori del piano Chequers partorito fra atroci doglie da Theresa May, e i badge Chuck Chequers (butta Chequers nella spazzatura) dei Brexiteers.

Anche nel Regno Unito i congressi di partito sono luogo dello scontro aperto fra linea ufficiale e dissidenti. Ma raramente si era vista una guerra così sanguinaria al vertice. I Tories riuniti nella seconda città inglese fino a domani non sono parlamentari e delegati: sono tifosi di un derby, di quelli che comunque vada finiranno male ed è meglio non portare i bambini. Le divisioni sui rapporti con l’Europa hanno sempre lacerato il partito conservatore e tema dominante dei suoi congressi. Proprio per metterle a tacere, nel 2016, Cameron ha indetto il referendum che è costato a lui ogni ambizione politica e al paese due anni di faida fra i Brexiteers, i fanatici di un’uscita dura dall’Unione europea, e Theresa May che quell’uscita sta tentando faticosamente di trattare. A sei mesi dalla Brexit reale, il 29 marzo 2019, la faida è esplosa, i coltelli volano ad altezza uomo e la domanda è inderogabile: sopravviverà la Brexit della May a questa tre giorni di verifica dei rapporti di forza?

Oggi Boris Johnson guiderà una manifestazione di brexiteers contro il piano Chequers: non è l’unica contestazione delle ultime settimane, ma è particolarmente significativa perché, a 24 ore dal discorso di chiusura del primo ministro, mercoledì, sembra volere ufficializzare la candidatura di Johnson a leader alternativo dei Conservatori. Un’offensiva anticipata sul Sunday Times, che domenica titolava “Boris vs May, ora è guerra” e ospitava due interviste su Brexit, una ingessatissima della premier e una a ruota libera a Johnson. Che ha colto l’occasione per ricordare di aver fatto campagna per il Leave (la May era tiepidamente per il Remain), definire Chequers, “un piano demente” ma assicurare di essere “leale come un Labrador”, e proporre un ponte per unire Irlanda e Inghilterra.

Dal punto di vista di un osservatore esterno, che Johnson goda ancora di qualche credito è uno dei beati misteri della politica inglese. Ma il pericolo deve essere serio, se a sostegno della May sono scesi in campo i big del partito. La tostissima 39 leader dei Conservatori scozzesi Ruth Davidson ha chiesto a Boris di tacere.

E il Cancelliere Philip Hammond ci è andato più pesante: ha escluso che Johnson possa mai diventare primo ministro, suggerendo che il suo unico successo sia stato l’introduzione del bike-sharing quando era sindaco di Londra.

Poi ha tentato di spostare l’attenzione su un tema altrettanto centrale per la sopravvivenza dei Tories: il loro ruolo di difensori del capitalismo. Ai delegati ha dichiarato: “Nel caso ci fossero dubbi, ribadiamo che i Tories saranno sempre dalla parte del business”. È un messaggio che mira a rassicurare una vasta e ricca platea in ascolto fuori dalle sale del Congresso: i finanziatori, le industrie, la finanza, il commercio, i settori produttivi che con Cameron avevano una linea diretta e che invece, proprio sui timori legati alla Brexit, non hanno trovato nel governo May l’interlocutore che si aspettavano.

Indonesia: i morti sono oltre 1.200 emergenza per 2,4 milioni di persone

I numeri della tragedia in Indonesia crescono impietosamente: sono almeno 1.200 i morti provocati dai due terremoti di venerdì, accompagnati da uno tsunami. Le dimensioni del caos sono ben rappresentate anche dalla fuga di massa dalle carceri. Mentre crescono le polemiche per un’allerta che sarebbe stata revocata troppo presto. Tre giorni dopo il disastro, le strade della città di Palu, il principale centro dell’isola di Sulawesi devastato dal sisma sono ancora coperte di detriti e cadaveri. Si continua a scavare fosse comuni per seppellire le centinaia di corpi finora recuperati, anche se le autorità hanno avvertito che si troveranno ancora più vittime, una volta che i mezzi pesanti avranno liberato l’area dalle macerie.

Le cifre del disastro sono impressionanti: 2,4 milioni di persone coinvolte, tra cui 600 mila bambini. 500 mila le persone che avrebbero bisogno di soccorsi urgenti.

Due anni di cella ad Arnault stupratore ammazza-Nobel

“Le possibilità di ripristinare la fiducia nell’Accademia sembrano ridursi, soprattutto a causa delle contraddizioni personali che complicano una corretta gestione delle crisi”. Così il professore emerito in Etica dell’Università di Uppsala, Carl-Henric Grenholm, giudica il verdetto della Corte distrettuale di Stoccolma, che ha condannato a 2 anni di reclusione per stupro Jean-Claude Arnault, il fotografo e regista franco-svedese epicentro del terremoto che ha decimato l’Accademia svedese causando l’annullamento del Nobel per la Letteratura 2018, e forse anche 2019.

La sentenza arriva nel giorno dell’assegnazione del Nobel per la Medicina. La Svezia ha visto tutti i settori della cultura e non travolti dallo scandalo globale degli abusi e delle molestie sessuali, rivelati dal movimento #MeToo. Il caso Arnault però è il più eclatante perché rimarca una corruzione morale ed economica pericolosamente vicina all’Accademia. Un legame mai nascosto. Oggi 72enne, infatti, Arnault è sposato con la poetessa Katarina Frostenson, dal ‘92 membro dell’Accademia svedese, che tra l’altro disponeva finanziamenti al centro culturale del fotografo. Una sorta di circolo esclusivo che promuoveva i giovani talenti alternativi. E già questo era palesemente contraddittorio: che la cultura classica istituzionalizzata sponsorizzasse “la contro-cultura”. Per non parlare del conflitto di interessi, sotto il silenzioso sguardo di tutti. Secondo un’indagine avviata dall’Accademia, la Frostenson dal ‘96 avrebbe ripetutamente fatto trapelare informazioni riservate sulla scelta dei vincitori dei Nobel. In un Paese, va ricordato, in cui si scommette forte e su tutto, sullo stile anglosassone.

Proprio dalla sua posizione di sedicente scopritore di talenti letterari, Arnault avrebbe allungato spudoratamente le mani sulle giovani che gli sottoponevano le loro opere. Ciò poteva accadere anche in un locale pubblico. A nulla serviva presentarsi con un’amica come potenziale testimone, o con il partner per scoraggiarlo. Il francese palpeggiava sfacciatamente, molestava e procedeva nella sua prassi, che poteva finire in uno stupro. Il caso che ieri lo ha visto condannato si riferisce a un episodio del 2011 e riguarda una donna con la quale avrebbe avuto prima un rapporto consenziente e poi sotto violenza. Per questo inizialmente l’accusa era di duplice stupro della stessa donna e la richiesta del pm era di tre anni. Ridotta a due e al pagamento di un risarcimento di circa 10mila euro. Il legale di Arnault ha già fatto sapere che ricorrerà in appello. Lo scorso novembre, sempre sulla scia di #MeToo, il quotidiano svedese Dagens Nyheter aveva pubblicato le accuse di molestie sessuali di una ventina di donne, che indicavano Arnault. Tutte denunciavano le stesse modalità morbose e arroganti, di chi si sente intoccabile. I reati ai loro danni sono caduti in prescrizione. Tre di queste donne, Martina Montelius, Elise Karlsson e Gabriella Håkansson, hanno commentato la sentenza. Tra le lacrime si dicono sollevate, soprattutto perché la vittima è stata creduta. “È un sollievo ogni volta che vedi che un’accusa di questo tipo viene presa sul serio”.

Terapie anti-cancro: ad Allison e Honjo il premio della speranza

Per la medicina e la Fisiologia il Nobel 2018 va alla scoperta dell’immunoterapia anticancro. Le ricerche dell’americano James P. Allison e del giapponese Tasuku Honjo sono state una pietra miliare nella lotta contro i tumori perché per la prima volta hanno portato alla luce i meccanismi con i quali le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali.

Allison ha aperto la via a queste ricerche studiando le proteine che funzionano come un freno del sistema immunitario e intuendo le loro grandi potenzialità: manipolando il loro freno naturale sarebbe stato possibile aggredire i tumori con nuove armi.

Honjo ha segnato un altro passo lungo questa nuova strada scoprendo una proteina delle cellule tumorali che funziona anche come un freno, ma con un meccanismo d’azione diverso rispetto a quelli noti fino a quel momento.

Entrambe le scoperte si sono tradotte nel tempo in nuovi approcci per la terapia contro i tumori che si stanno dimostrando molto promettenti. Il riconoscimento ammonta quest’anno a 9 milioni di corone svedesi, al cambio odierno oltre 871 mila euro.

“L’immunoterapia non è più la Cenerentola contro i tumori”

Nell’immunoterapia come trattamento per combattere i carcinomi, lui ci crede da quando era un giovane studente di Medicina e chirurgia, a Napoli, e da parte della “comunità medica e scientifica c’era una diffidenza completa: erano pochissimi quelli che pensavano che potesse avere un futuro nell’oncologia”.

Molte cose sono cambiate da allora, da quando Michele Maio se ne andò, fresco di laurea, all’estero con una borsa di studio. Destinazione: il New York Medical College, dove già più di trent’anni fa si facevano sperimentazioni sulla capacità del sistema immunitario di sconfiggere il melanoma e il cancro al colon.

Michele Maio nel frattempo è diventato un luminare dell’immunoterapia. E ora il Nobel per la Medicina assegnato agli scienziati James Allison e Tasuko Honjo, che hanno scoperto due proteine in grado di accendere le cellule killer dei tumori, archivia un’epoca: quella dello scetticismo. Una sfiducia che Maio ricorda bene: lo ha accompagnato anche quando è rientrato in Italia per dirigere prima il Centro di oncologia di Aviano, nel Friuli, e poi fondare, nel 2004, il Centro di Immunoterapia Oncologica, primo in Europa e unico in Italia, al Policlinico di Siena.

Professor Maio, il Nobel ad Allison e Honjio è un risultato storico?

Un riconoscimento storico e quasi scontato, aggiungerei. James Allison e Tasuku Honjo hanno dato un contributo straordinario alla comprensione del funzionamento del nostro sistema immunitario e alla lotta contro il cancro. Ma c’è ancora molto da fare.

Perché lo definisce un riconoscimento scontato?

Perché sono già sul mercato nuovi farmaci che derivano dalla scoperta di queste due proteine (dal 2011 negli Stati Uniti, e dal 2003 in Italia). Farmaci con i quali sono stati ottenuti risultati inimmaginabili nel trattamento di alcune forme di cancro. La scoperta di Allison e Honjo è storica: una vera e propria rivoluzione. Ma è il punto da cui partire, in prospettiva, per sconfiggere tutte le forme tumorali.

Su cosa si basa l’immunoterapia?

È basata sull’uso di farmaci che potenziano la nostra difesa immunitaria. Attivano il nostro sistema sfruttando ciò che il corpo sa fare molto bene: distruggere cellule tumorali. Queste cellule a volte cambiano, assumendo caratteristiche che scatenano il cancro, per questo dobbiamo “educare” il sistema immunitario. Il nemico è il cancro: il male che colpisce oltre mille persone al giorno nel nostro Paese; una parola che ancora oggi alcuni faticano a pronunciare. Negli anni abbiamo iniziato a interrogarci sulle armi, anziché sul nemico. Il cancro si è sempre combattuto assalendolo dall’esterno. Ma forse l’arma segreta, la più potente e definitiva – almeno io di questo ne sono convinto – si cela al nostro interno, è già in noi. Si chiama sistema immunitario.

Perché l’immunoterapia è così efficace?

Perché in molti casi, con una percentuale che si avvicina al 50%, permette la scomparsa della malattia. Ed è comunque più efficace della chemioterapia. Possiamo dire che quest’ultima dà benefici che possono durare poco nel tempo. Mentre l’immunoterapia, quando funziona lo fa per un lungo periodo, cronicizzando la malattia, e aumentando quindi sensibilmente le aspettative di vita del paziente.

Qual è la situazione in Italia?

Molto buona, anche se potrebbe migliorare. Il nostro sistema sanitario dispone già di alcuni farmaci che attivano le nostre difese per contrastare efficacemente alcuni tumori come il melanoma, il cancro del polmone o della vescica. Ma l’elenco potrebbe allungarsi e includere anche altre patologie cancerogene, come già avviene negli Stati Uniti.

Siamo in ritardo, se guardiamo oltreoceano?

Parliamo di un ritardo che è dovuto principalmente alle procedure per l’approvazione di un nuovo farmaco da immettere sul mercato. Negli Stati Uniti, anche partendo da studi che sono al livello embrionale, tutto è molto più rapido. In parte il nostro ritardo è fisiologico, in parte è dovuto alle procedure più lente e complesse dell’Ema, l’agenzia europea per i medicinali. Anche se in Italia si è fatto molto per diffondere l’immunoterapia, con lo stanziamento di fondi. Parliamo comunque di farmaci molto costosi, che devono essere importati. Per questo tutti coloro che hanno un ruolo nel sistema sanitario, dall’industria farmaceutica ai medici, per arrivare al ministero della Salute, dovrebbero mettersi intorno a un tavolo e definire, tra le tante cose, anche come riorganizzare l’assistenza oncologica.

Che cosa differenzia l’immunoterapia dalle cure tradizionali come la chemioterapia?

L’immunoterapia è meno invasiva: possiamo tenere sotto controllo gli effetti collaterali, e il paziente può continuare a fare una vita assolutamente normale. L’immunoterapia, in più, oltreché sul tumore, può dirigersi anche verso altri organi, ma con meno intensità rispetto alla chemioterapia. E poi la chemio, come ben sappiamo, abbassa le difese immunitarie.

Lei è stato il primo a introdurre questa terapia in Italia…

Sì, sono stato il primo. Con la mia equipe ho trattato a Siena il primo paziente.

E adesso che questa terapia viene considerata la nuova frontiera dell’oncologia, come si sente?

Potrei dire ai colleghi: avete visto che funziona? Battute a parte, so di non avere lavorato invano per quarant’anni. Una volta l’immunoterapia era la Cenerentola dell’oncologia. Di fronte ai risultati clinici ottenuti, e al prestigioso riconoscimento di ieri, il Nobel per la Medicina, non è più così.

L’ultima scoperta del Cern: il maschilismo della scienza

Sono passati sette anni da quell’indimenticabile comunicato con cui Mariastella Gelmini esultava per l’esperimento con i neutrini e annunciava entusiasta: “L’Italia ha contribuito alla costruzione del tunnel tra il Cern al Gran Sasso!”. Era davvero convinta che superato il tunnel alla velocità della luce, i neutrini, all’altezza di Cocullo, si fossero fermati all’autogrill a farsi una Rustichella. Ci avevamo messo un po’, noi italiani, a recuperare la stima del Cern, l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, ma siamo riusciti immancabilmente a combinarne un’altra. Questa volta il protagonista della nobile figura è Alessandro Strumia, ricercatore e professore di Fisica all’Università di Pisa, che mercoledì scorso, in occasione di una conferenza a Zurigo presso la sede del Cern, ha pensato bene di chiedere lo spazio (non previsto) per un intervento.

Fin qui tutto normale se non fosse che la conferenza era sulla fisica ma anche e soprattutto sulla questione tutta femminile delle pari opportunità (un tema molto sentito nell’ambito scientifico) e che quel genio impavido di Strumia ha illustrato una teoria secondo la quale i discriminati, nell’ambito scientifico, sono gli uomini.

Inutile dire che finito il suo intervento numerose ricercatrici presenti hanno cominciato a proporre un nuovo esperimento denominato “la scissione di Strumia” (si scherza, forse) e a twittare il loro sdegno, per cui il Cern si è dissociato pubblicamente dai contenuti delle sue slide ritenuti “offensivi”, annunciando di aver rimosso tutto dagli archivi. Slide che ovviamente erano già migrate a una velocità che ha doppiato quella dei neutrini, su siti e caselle di posta elettronica varie, compresa la mia. E che sono un discreto mappazzone di vignette, grafici, considerazioni discutibili e altre più ragionevoli più la stoccata personale a una ricercatrice, che paiono scritte da una ragazzetto di 25 anni a cui una collega più sveglia ha soffiato il posto, più che da un navigato ricercatore di 48.

La teoria di Strumia è che nell’ambito scientifico le donne ottengano meno assunzioni e risultati non perché discriminate, non perché c’è una cultura maschilista, non perché ci sia la supremazia del maschio bianco, ma perché le donne, in queste discipline, sono banalmente meno predisposte e abili. Afferma che perfino nei bambini, prima che ci sia un qualunque condizionamento ambientale, è evidente che i maschi sono più portati per le materie scientifiche delle bambine. Che le donne sono più numerose in lavori come educatrice e psicologa perché amano lavorare con le persone, gli uomini preferiscono lavorare con le cose.

Ci sono varie tabelle a supporto delle sue teorie che, vi dirò, lette così, sono perfino convincenti. Poi però siccome sono una donna e quindi come tale inabile all’approccio scientifico, mi sono domandata con quale criterio Strumia abbia fatto le sue valutazioni. Non mi risulta che si sia mai occupato di gender studies, e infatti il suo approccio alla materia è quello freddo e tecnico della “bibliometria”, ovvero: dimmi quante volte una tua pubblicazione è stata citata da altri ricercatori in articoli o produzioni e ti dirò quanto vali (devo semplificare, mi perdonerete, ma almeno questo, me lo riconoscerete, è un difetto poco femminile).

Strumia, dunque, utilizza il metodo del bilancino per parlare di pari opportunità e se vi fosse qualche dubbio sul fatto che ritenga quello delle citazioni l’unico criterio di valutazione possibile nel mondo del lavoro in ambito scientifico, scomoda anche l’aneddotica personale, con toni piccati. Approfittando di un palco, cita una collega, tale Anna Ceresole, affermando che lei ha avuto una promozione al posto suo nonostante le 3.200 citazioni della Ceresole e le sue 30.000. Addirittura, afferma, il commissario incaricato di decidere chi promuovere era una donna e aveva ancor meno citazioni della Ceresole. Morale, secondo lui, i discriminati sono gli uomini. Quindi, secondo Strumia, l’approccio bibliometrico è l’unico parametro possibile in un mestiere in cui si lavora con “le cose” e non con le persone. Chissà se avrà contato anche le citazioni di Fabiola Gianotti, direttore donna del Cern dal 2014, e se ritiene che lei abbia scippato il posto a un collega maschio più citato e quindi automaticamente più meritevole.

Bisognerebbe preparare una serie di slide, per Strumia, in cui gli si spiega come il talento e le ambizioni femminili in settori storicamente maschili come quello scientifico, siano ancora oggi scoraggiati da pregiudizi e da luoghi di lavoro nonché di studio in cui la donna è vissuta come l’intruso, quando va bene, come quella che deve dimostrare il doppio del suo valore rispetto agli uomini quando va male, quella a cui fare la battuta sessista in ambiti camerateschi quando va malissimo.

Devo quindi dare una brutta notizia a Strumia: un ricercatore che non comprende quanto la sopravvivenza di stereotipi e le dinamiche socioculturali siano fondamentali in molti ambiti lavorativi, è forse un ottimo scienziato, ma il suo talento al microscopio è accompagnato da una totale inettitudine alla comprensione del macroscopico. E se la direttrice del Cern Gianotti ha contribuito alla prova dell’esistenza della particella di Dio, il caro Strumia ha contribuito ancora una volta, casomai ce ne fosse stato bisogno, alla prova dell’esistenza di una mentalità maschilista resistente a qualsiasi esperimento di laboratorio.

Alla Commissione disciplinare entrano Davigo e Cascini

Eletti al Csm i consiglieri della sezione disciplinare, importantissima dato che processa e giudica magistrati, incidendo così anche sulla carriera. Oltre al vicepresidente David Ermini, che per ruolo è il presidente della sezione, il laico nominato ieri è Fulvio Gigliotti, il professore indicato dal M5S. Presiederà i collegi quando non ci sarà Ermini. Riguarda ai togati, giudici disciplinari saranno Piercamillo Davigo (AeI), eletto come rappresentante della Cassazione, Giuseppe Cascini, pm (Area) e i giudici di legittimità Marco Mancinetti (Unicost) e Corrado Cartoni (MI). A sorpresa ha preso la parola Cascini, a nome di Area, per assicurare a Ermini “piena collaborazione istituzionale” anche se il suo gruppo ha votato per il professor Benedetti(M5S) e per prendere le distanze dalle aspre critiche del ministro Bonafede e del vicepremier Di Maio ai magistrati che hanno votato l’ex responsabile Giustizia del Pd: “Non c’è nulla di più lontano dalla nostra cultura e sensibilità istituzionale. Così come è lontano l’uso strumentale di certa stampa di spifferi nel tentativo velleitario, ma non per questo meno pernicioso, di interferire sulle libere determinazioni di questo organo”.

Woodcock alle origini: torna ai reati di corruzione

Èun ritorno alle origini, alle inchieste che lo hanno reso famoso. Il pm di Napoli Henry John Woodcock lascia la Direzione distrettuale antimafia, dove si occupava di baby gang e di camorra del centro storico, e torna alla sezione Pubblica amministrazione, a combattere la corruzione. La scelta arriva d’intesa con il procuratore capo Giovanni Melillo, che ha accolto volentieri la domanda del suo sostituto, in un momento in cui è necessario potenziare e rinnovare la sezione dei reati dei colletti bianchi, rimasta orfana del procuratore aggiunto Alfonso D’Avino, nominato procuratore capo di Parma.

Con Woodcock il pool Mani Pulite sale a nove magistrati e per il momento non avrà un nuovo aggiunto: verrà coordinato personalmente da Melillo. Nelle intenzioni del procuratore capo dovrebbe essere composto da dieci sostituti. Ed è prossimo al rientro a Napoli il pm Antonello Ardituro, che pochi giorni fa ha esaurito i quattro anni di mandato presso il Consiglio Superiore della Magistratura. Ardituro dovrebbe reimpossessarsi per qualche mese del suo ufficio in Dda, dal quale raccolse le prime dichiarazioni del boss pentito Antonio Iovine e coordinò alcune delle più importanti indagini sul clan dei Casalesi e sull’ex sottosegretario Pdl all’Economia Nicola Cosentino.

Lo spostamento di Woodcock e l’arrivo di Ardituro si inseriscono in un più ampio quadro di riorganizzazione del lavoro all’interno della Procura di Napoli, che Melillo sta perfezionando in queste ore, con un occhio particolarmente attento anche al rafforzamento delle sezioni “reati ambientali” e “sicurezza urbana”. Tra i provvedimenti prossimi alla firma, l’affidamento del settore affari civili al procuratore aggiunto Raffaello Falcone e della magistratura onoraria al procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli.