Ma David Ermini non è Virginio Rognoni

Avevo citato Giovanni Bachelet perché aveva scritto nel 2010 “Sogno partiti politici che anche oggi, in tempi non meno difficili di allora, sappiano esprimere candidati di alto profilo professionale e morale, dei quali il Paese possa andar fiero”. E perché lodava la Dc di allora che “includeva fra i propri candidati al Csm alcuni intellettuali d’area anziché puntare esclusivamente su fedelissimi”.

Prendo atto che Giovanni Bachelet ritiene David Ermini l’incarnazione del suo sogno. Purtroppo il suo entusiasmo per Ermini a mio parere cozza con gli alti principi espressi 8 anni fa.

Siamo sicuri che gli incarichi ottenuti dal professor Alberto Maria Benedetti dal Pd sviliscano la sua indipendenza e autonomia di consigliere del Csm? Benedetti sulla piattaforma del M5s Rosseau ha ottenuto più di 4.300 voti come candidato al Csm nonostante fosse scritto: “Nel 2013 è stato nominato presidente del Corecom in Liguria, Comitato regionale per le Comunicazioni, dall’allora presidente della regione del Partito democratico, Claudio Burlando. È stato iscritto al Pd (era nell’ambitissina commissione statuto del Partito) ed era della mozione Sinistra Per Veltroni”.

Per Bachelet quelle macchie targate Pd sporcano il suo curriculum accademico e lo rendono meno idoneo alla carica di vicepresidente del Csm. Ma davvero un professore sponsorizzato per incarichi diversi da partiti e personaggi diversi come Burlando e Di Maio appare a Bachelet meno indipendente di uno che deve tutto a Renzi?

E veniamo a David Ermini. Bachelet figlio lo paragona a Virginio Rognoni come argine a difesa della magistratura contro la maggioranza. Evidentemente, per Bachelet, il M5S e Berlusconi sono equiparabili come minaccia all’autonomia della magistratura e dunque ci vuole oggi come allora un vicepresidente ‘d’opposizione’. Ma, anche a voler prendere per buona l’equiparazione tra Conte o Di Maio e Berlusconi, come si fa a non vedere le differenze tra Ermini e Rognoni? Eletto nel 2002 con 21 voti al Csm, Rognoni era stato ministro dell’Interno Dc per 5 anni dopo il sequestro Moro e in quella veste varò il decreto sul sequestro dei beni alla mafia dopo l’omicidio La Torre.

Era stato candidato l’ultima volta dal Ppi di Martinazzoli contro il Pds nel 1994. Cosa c’entra il metodo adottato per la sua nomina con quello che porta al vertice del Csm un deputato responsabile giustizia del Pd, che ha fatto campagna in tv a favore dei Renzi fino a ieri contro un’inchiesta dei pm napoletan ora sottoposti al giudizio del Csm?

Forse sarebbe meglio ammettere che Ermini va bene comunque, a prescindere. Anche se è un avvocato di provincia, anche se non ha un curriculum accademico, anche se era il responsabile giustizia del Pd. Anche se difendeva i Renzi insinuando complotti. Va bene perché è del Pd. Mentre Benedetti non va bene perché, anche se è un professore, era del Pd, ma non lo è più. Così, almeno, tutto sarebbe più chiaro.

Caro Fatto, il Csm non può mai essere “governativo”

Venerdì Marco Lillo ha ricordato mio padre e il Csm del 1976, riportando fedelmente lunghi stralci di un mio intervento del 2010. Lo ringrazio. All’epoca, da parlamentare Pd, speravo di far cambiare idea a Bersani su uno dei candidati laici al Csm da lui indicati, a mio avviso troppo connotato politicamente (al momento dell’elezione era capogruppo dell’Udc alla Camera) e troppo poco accademicamente (non era né professore ordinario di Diritto né famoso come avvocato). Non ci riuscii e, per protesta, votai nel segreto dell’urna non lui ma Gustavo Zagrebelsky.

Lillo però, citando la chiusa di quel mio articolo, immagina che giovedí scorso l’elezione di David Ermini a vicepresidente Csm mi abbia deluso. Su questo si sbaglia: la sera di giovedì ho mandato a David Ermini un sms di sincere congratulazioni e auguri. Certo Ermini, candidato Pd, non è un avvocato famoso come il vicepresidente Csm del 1996, Carlo Federico Grosso. Tuttavia anche il candidato grillino, Alberto Maria Benedetti, non era un ordinario di chiara fama come Conso o Capotosti (altro vicepresidente Csm diventato poi presidente della Corte costituzionale), ma solo un professore ordinario noto per diversi incarichi politico-amministrativi in Liguria (avuti dal Pd!).

Il fatto è che l’elezione del vicepresidente Csm avviene quando ormai i suoi membri (per due terzi togati e un terzo “laici”) sono stati eletti dai magistrati o dal Parlamento, quali che fossero i loro meriti politici e/o professionali. In questa seconda elezione la saggezza dei Padri costituenti volle che i magistrati avessero la maggioranza del Csm (due terzi). In tal modo, anche se la Costituzione stessa prevede che il vicepresidente sia uno dei “laici” (avvocati o giuristi eletti dal Parlamento), l’ago della bilancia sono i magistrati: sia che votino compatti, sia che nel voto si dividano.

Negli ultimi quarant’anni la loro maggioranza ha sistematicamente privilegiato autonomia e indipendenza della Magistratura: in generale dalla politica, ma anzitutto dal governo in carica. In questo senso mi pare sia andata anche l’elezione di giovedí scorso di David Ermini, che a me ha ricordato piuttosto quella del 2002 di Virginio Rognoni (ordinario di diritto oltre che piú volte ministro).

Il Guardasigilli di allora, Castelli, la commentò come “un voto contro il governo” con la stessa stizza con cui il ministro Bonafede, anziché accettare britannicamente il risultato, ha dichiarato giovedì che “una parte maggioritaria di magistrati ha deciso di fare politica”. Un Csm come quello che oltre a mio padre e Conso vedeva consiglieri del calibro di Pietro Barcellona o Mario Almerighi, Ettore Gallo o Marco Ramat, sarà difficile da eguagliare: quel sogno è stato interrotto non da Renzi, ma dal tragico 1978.

Possiamo però augurarci che Ermini, come mio padre, riesca fin dal giorno dopo l’elezione a ricucire la spaccatura e lavorare insieme a tutto il Consiglio per il bene del Paese e per l’indipendenza e l’autonomia della magistratura.

Astaldi chiede il concordato: il titolo precipita in Borsa

Prima un altro tonfo in Borsa (-25%) a 0,57 euro poi il taglio del rating da parte di Fitch da CCC a C: è stata la dinamica che ieri ha coinvolto Astaldi, la multinazionale italiana delle grandi costruzioni che ha chiesto al Tribunale di Roma il concordato preventivo “con riserva”, prodromico a depositare una proposta di concordato preventivo in continuità aziendale. Il titolo venerdì scorso aveva chiuso con un calo del 30% a 0,8 euro. Lo stallo nella vendita della quota nella concessionaria del terzo ponte sul Bosforo in Turchia ha bloccato l’aumento di capitale da 300 milioni deliberato a giugno. Dopo aver rinviato l’approvazione dei conti semestrali e annunciato di essere in fase avanzata nello studio di un piano da sottoporre al tribunale e ai creditori, il gruppo ha comunicato che l’indebitamento finanziario netto è salito a 1,89 miliardi a giugno dagli 1,47 di dicembre. “Il downgrade – si legge in una nota di Fitch – è conseguenza del fatto che Astaldi ha fatto richiesta di protezione dai creditori in continuità aziendale”. La società “ha avviato un accordo di moratoria che impedisce ai creditori di iniziare o proseguire procedure di esecuzione forzata sul debito” dando così tempo al gruppo “per ristrutturare il suo debito”.

Fincantieri salva l’azienda, ma non il lavoro

Quando a gennaio 2017 si diffuse la notizia della Fincantieri intenzionata ad acquisire la Cordioli – azienda veneta di carpenteria metallica, allora già di fatto fallita – sui giornali locali scoppiò una festa: “Saranno salvi tutti i posti di lavoro”, si leggeva nei titoli. Quel passaggio di consegne sta per concretizzarsi proprio in queste settimane, ma le cose sono andate diversamente rispetto alle rosee aspettative. La Fincantieri (controllata dallo Stato attraverso la partecipazione di Cassa depositi e prestiti), prenderà solo 20 dei 65 dipendenti che attualmente fanno parte del personale dell’impresa veronese appartenente al Gruppo Tosoni.

Il rilevamento della Cordioli risulterà strategico per la società in mano alla Cdp la quale, nel frattempo, risulta essere stata indicata per un importante incarico: potrebbe avere un ruolo nella ricostruzione del ponte Morandi di Genova. Da questo punto di vista risulterà prezioso, per un gruppo che in genere si occupa della fabbricazione di grandi navi, il contributo di un’azienda con esperienza nel campo delle infrastrutture. Ciononostante, sarà arruolata meno della metà dell’attuale forza lavoro.

Si tratterà, tra l’altro, di una nuova assunzione: questo vuol dire che chi prenderà servizio presso la nuova proprietà (pubblica) perderà i diritti riconosciuti dall’accordo aziendale che era stato raggiunto con la Cordioli prima che finisse in malora. Insomma, sarà un contratto “a tutele crescenti”, quindi per tutti loro sarà cancellato l’articolo 18 che garantisce il reintegro dei lavoratori in caso di licenziamento senza giusta causa.

Questo è quanto prevede l’accordo firmato il 21 settembre dai commissari liquidatori e dalla Fim Cisl, che rappresenta la maggioranza dei lavoratori. La Fiom Cgil, invece, ha rifiutato di sottoscrivere quelle condizioni. Ora la palla è in mano al ministero dello Sviluppo economico, che dovrebbe approvare un decreto per sancire il trasferimento d’azienda.

Secondo la Fiom, il ministro Luigi Di Maio dovrebbe opporsi alla vendita posta in atto con questi presupposti. Anche perché, se si dovesse proseguire sulla strada ormai tracciata, si creerebbe una situazione paradossale: in casi simili, quando un’impresa in difficoltà viene rilevata da un’altra, è il governo stesso a mediare per far sì che chi acquista mantenga i livelli occupazionali e i diritti dei lavoratori. Questa volta, però, a comprare la Cordioli è una società di fatto controllata dal ministero dell’Economia. Quindi lo Stato è il vero protagonista dell’operazione eppure, come detto, sarà riassorbita solo una parte dei lavoratori e con condizioni meno favorevoli. “Mentre da un lato assistiamo a trattative in cui giustamente per il governo diventa centrale la tutela dei lavoratori (come il caso Ilva ad esempio, ndr) – affermano dalla Fiom – dall’altro un’azienda il cui controllo (79%) è di Cassa depositi e prestiti ed è stata rilanciata grazie alla legge navale (con 5,4 miliardi di euro), decide di assumere solo alcuni dipendenti riportandoli ai livelli più bassi economicamente”.

La Fincantieri sostiene che sin dall’inizio era previsto che si sarebbe fatta carico di una parte del personale, che ora sarà riqualificato e messo al lavoro. La Cordioli è ferma dal 2016; a maggio di quell’anno è stato dichiarato lo stato d’insolvenza. Aveva debiti per 29 milioni di euro, un patrimonio negativo di 64 milioni e una perdita di 83 milioni. Nonostante questi numeri, è rimasta appetibile per le professionalità e l’esperienza sulle quali può contare.

Per questo, dopo l’avvio del commissariamento, la Fincantieri ha deciso di formulare un’offerta che è stata accettata. Il 2 agosto è stata approvata l’aggiudicazione provvisoria, manca l’ultimo passaggio: la Cordioli sta per rinascere, ma non tutti i lavoratori potranno beneficiarne.

Chat cancellate nei telefoni sequestrati dopo il crollo

Chat e email cancellate. Ma recuperate dagli esperti informatici della Guardia di Finanza. Da qui potrebbe arrivare una svolta alle indagini sulla tragedia del ponte: dai messaggi scambiati tra dipendenti di Autostrade, Spea (società controllata che si occupa di controlli) e ministero delle Infrastrutture.

Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia gli uomini del primo gruppo della Finanza di Genova avevano sequestrato cellulari e computer di una quindicina di persone, anche non indagate. La speranza era di trovare sms, chat whatsapp e mail che parlassero del ponte. Un lavoro enorme, perché parliamo di 13 terabyte di file sequestrati. Nelle settimane successive gli investigatori hanno calato le reti a strascico sperando che qualcosa restasse impigliato. Sono state utilizzate parole chiave: “ponte”, “pericolo”, “sicurezza”, “criticità”. E sono stati cercati tutti i file cancellati. Grazie a sofisticati software chiamati di ‘captazione’, i computer degli investigatori hanno fatto un bel raccolto: dai cellulari di alcuni dipendenti sono riemerse chat whatsapp e mail cancellate. Chi ha premuto il tasto ‘elimina’ non sapeva che i messaggi lasciano un segno nella memoria. E possono essere recuperati. Si tratta, a un primo esame, di messaggi di lavoro. Ma sono emerse anche chat amorose. Cancellate per timore che l’inchiesta rivelasse relazioni galeotte.

Il lavoro dei pm intanto va avanti. E la lista degli indagati si allunga. Ai diciannove iscritti all’inizio di settembre se ne sono aggiunti due. Entrambi dirigenti del ministero delle Infrastrutture dove si occupavano di vigilanza: il primo è Bruno Santoro, sentito sabato dai pm. Il secondo è il funzionario della quarta divisione – vigilanza – che ricevette il progetto di refitting cui doveva essere sottoposto il ponte.

Stamattina intanto i periti incaricati dal gip si ritroveranno al Morandi per compiere le prime analisi di quel che resta del ponte e delle macerie. Avranno due mesi di tempo per presentare le loro conclusioni.

Il primo incidente probatorio ha lo scopo di ‘congelare’ lo stato dei luoghi. Cioè di ricostruire esattamente quanto è rimasto dopo il crollo. Sono gli accertamenti irripetibili previsti dal codice e non più eseguibili dopo la demolizione. Così poi potranno cominciare i lavori. Anche se, come ha fatto notare la Procura, le indagini non sono un ostacolo alla ricostruzione perché i periti hanno avuto un chiaro mandato: “Devono essere concordate modalità di demolizione idonee a salvaguardare le prove”. Non solo: “Per l’incidente probatorio potrebbe essere utile avere alcune parti di ponte già demolite da analizzare. Anche per evitare che i periti rischino la propria incolumità”.

Non sono state le indagini a provocare il ritardo nella ricostruzione. A quasi due mesi dal disastro non si sa ancora chi e come effettuerà la demolizione. Così come nulla è stato deciso sul progetto del nuovo ponte. La scelta del commissario, Claudio Andrea Gemme, dovrebbe accelerare i lavori. A dicembre, poi, si svolgerà un secondo incidente probatorio, mirato sull’individuazione delle responsabilità nel crollo.

Intanto non manca chi si cimenta nel fornire consigli sulla ricostruzione. L’ultimo in ordine di tempo è stato Flavio Briatore, giunto ieri in Procura per essere sentito come indagato in un’inchiesta su un presunto caso di corruzione legato alla confisca del suo yacht Force Blue. L’imprenditore non ha mancato di dire la sua sul ponte, sposando la causa di Autostrade: “Tragedia enorme. Genova per ripartire avrebbe bisogno di ricostruire subito ed eliminare le burocrazie. È incredibile che dopo un mese e mezzo non ci sia nulla. Era normale che Autostrade ricostruisse il Ponte, ma al governo non abbiamo grandi geni”, Briatore dixit.

Il viaggio di Soumaila e la fine della pacchia

Chissà perché nell’attrazione fatale della Tv verso la cronaca nera, sanguinosi affari di famiglia, amanti diabolici, zii libidinosi, cappellani porcaccioni, inviati spediti a scandagliare il rione cortile per cortile e a citofonare Giusy, nessuno aveva pensato di occuparsi della tragica morte di Soumaila Sacko, uno dei tanti braccianti africani impiegati nella raccolta della frutta. Prima gli italiani, va bene; ma Soumaila non è stato aiutato a casa sua e nemmeno a casa nostra, visto che è stato ucciso lo scorso 2 giugno da una fucilata mentre tentava di recuperare delle lamiere. A colmare la lacuna ci hanno pensato Gad Lerner e Laura Gnocchi con il toccante speciale Il viaggio di Soumaila Sacko trasmesso domenica da Rai3 in vista della Giornata per le vittime dell’immigrazione che si celebra domani. Quando i fatti parlano, o addirittura gridano, è sufficiente metterli in fila. Lerner compie a ritroso l’odissea senza Itaca di questo ragazzo di 29 anni il cui sogno era costruirsi una baracca tutta per sé; la tendopoli di Rosarno, l’incredulo cugino residente a Parigi (“Come è possibile vivere in queste condizioni?”), il villaggio del Mali dove madre, moglie e figlia hanno accolto il corpo senza vita di Soumaila. A un certo punto, come nei film di Hitchcock, c’è stato un cameo di Matteo Salvini in visita alla tendopoli. “Il vero razzismo è fare entrare tutti”. Già, veniva da pensare, specie se ad accogliergli a braccia aperte c’è solo il caporalato della ’ndrangheta.

Ermini, l’uomo senza qualità da Renzi al Csm

“Sono intorno a noi (…)/ A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo/ Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile/ (…) Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro/ (…) Sono tanti, arroganti coi più deboli/ zerbini coi potenti, sono replicanti/ Sono tutti identici, guardali/ stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere/ Come lucertole s’arrampicano/ e se poi perdon la coda la ricomprano/ (…) Sono intorno a me, ma non parlano con me/ Sono come me, ma si sentono meglio”. È uno dei testi più belli della musica italiana e, in quanto tale, si adatta a molte tipologie di umanità. Compresa quella dei turborenziani, espressione peggiore della politica italiana nella storia repubblicana. Così, mentre leggi e ascolti Quelli che benpensano di Frankie Hi-Nrg, ti vengono in mente anche loro. I turborenziani. E tra questi David Ermini, fresco vicepresidente del Csm a conferma di come il renzismo – benché amenamente moribondo – lotti ancora in mezzo a noi. Per la fortuna di tutti.

Ermini è nato nel 1959 a Figline Valdarno. Fin dalla sua collocazione geografica, a metà tra Firenze e Arezzo, appartiene in tutto e per tutto – oseremmo dire ontologicamente – al giglio magico. Ogni volta che vent’anni fa capitava per caso di incontrarlo e ascoltarlo, di lui non ti colpiva mai nulla. Ma proprio nulla. Se non quella sua squisita assenza di qualità evidenti. Eloquio da pioppo morto, carisma da salice piangente, guittezza da cipresso depresso. Renzi ha avuto sin dall’inizio una capacità rabdomantica di attirare a sé il peggio della politica, forse per somiglianza o forse per osmosi. Liceo Classico a Figline Valdarno, laurea in Giurisprudenza a Firenze. Avvocato penalista. Consigliere comunale a Figline, capogruppo della Margherita in provincia a Firenze (con Renzi presidente). Deputato nel 2013. Responsabile nazionale del Pd con delega alla Giustizia nella seconda Segreteria Renzi. Rieletto deputato nel 2018, si è dimesso per incompatibilità dopo essere stato eletto dal Parlamento – in seduta comune – membro laico del Csm. Di cui, dal 27 settembre, è vicepresidente. Un bell’esempio di imparzialità.

Qualcuno si è a quel punto preso la briga ma non certo il gusto di cercare accadimenti vagamente rilevanti nella sua biografia. Ahinoi non trovandoli. Giusto l’aneddoto d’esser stato compagno di banco di Maurizio Sarri alle elementari, e conoscendo il carattere del comunistissimo Che Gue Sarri possiamo solo immaginare le bestemmie che già allora l’allenatore del Chelsea sciorinava per dover star seduto accanto a un esempio precoce di mestizia basso-riformista. Poco da dire c’è anche sull’Ermini deputato, megafono di terza fila turborenziano, o di quello televisivo. Lo vedevi, poco e malvolentieri, nei talk show mattutini. Lo chiamavano quando dicevano no Andrea Romano o Genny Migliore, e capite bene che esser riserve dell’uno e dell’altro è devastante. Ermini parlava e non diceva nulla: anche per questo è renziano. Una volta, però, seppe dare il meglio di sé. Omnibus, La7, agosto 2017. Parlando di Fincantieri e non avendo ovviamente nulla da dire neanche su quello, tal Ermini buttò la palla in tribuna con agio livido: “Adesso tutti si leccano le ferite, ma nessuno ha chiesto scusa per quel No al referendum del 4 dicembre. Io alla mia patria ci tengo e quindi ho tutto il diritto di dire che il 4 dicembre è stato una débâcle per l’Italia. È inutile che vi arrabbiate: l’Italia da quel giorno è più debole, è così. E su questa roba vorrei vedere gli italiani che stanno per la loro patria”. Poi arrivò un’ambulanza, e la cosa finì lì.

Cottarelli, l’astrologo della domenica

Tutte le domeniche sera, dopo il limoncello, ci dedichiamo alla nostra ultima passionaccia: la rubrica di Carlo Cottarelli nel programma di Fabio Fazio.Ne siamo dipendenti, al punto che ormai il lunedì non andiamo neanche a comprare il pane senza gli avvertimenti dell’economista, che suggiamo a mo’ di oroscopo economico della settimana.

Fazio accoglie il Branko e le stelle del mondo finanziariocon sobrietà: “Professore (vocativo, ndr), questa settimana abbiamo tanto bisogno di lei”, dica solo una parola e noi saremo salvati, il che è prodigioso per uno il cui nome, al solo evocarlo comepresidente del Consiglio incaricato, ha fatto schizzare lo spread in alto come manco Fosbury alle Olimpiadi del ’68. “Cosa ha fatto il governo? Perché lo ha fatto?”, apparecchia Fazio. I tratti somatici scolpiti nel legno, la flessibilità di un maggiordomo bretone, Cottarelli cela l’angoscia dietro il sorriso dei miti: “Il deficit è la differenza tra le entrate e le spese dello Stato”, spiega al pubblico istantaneamente rapito da tanta scienza, “è come lo se lo Stato fosse un condominio”. Cominciamo bene: la metafora più amata dai feticisti dell’austerità, che però non hanno mai il coraggio di portarla fino in fondo e di dire che un malato che non produce è come un condòmino moroso e quindi può anche morire.

Fazio gli mette sale sulla ferita: “La reazione dei mercati è fisiologica? Che cosa ci aspetta?”. L’Oracolo del Def parla: “I mercati si aspettavano l’1,6%, è venuto il 2,4, più alto del previsto” (da chi? ndr). Insomma, “è un problema, perché noi dovremmo ridurre il deficit”. E fin qui è la solita dinamica freudiana con noi borderline spreconi nel ruolo di Es del Continente e l’Europa come Super-Io che ci ammonisce. Il fatto è che qui mancano 15 miliardi, come risulta da un rapido calcolo del pizzicarolo del Fondo monetario internazionale. A Che tempo che fa, il programma aperto da Cottarelli e chiuso dalla Littizzetto, comincia a tirare una brutta aria. Sul maxischermo scorrono immagini subliminali di broker di Borsa con le mani sugli occhi, letteralmente disperati. Fazio fa la parte dell’ingenuotto: “Ma c’è chi dice che la Francia ha fatto il 2,8%…”. Cottarelli si fa ieratico: “I mercati ci guardano come osservati speciali”. Fazio comincia a capire: “La manovra è una scommessa?”. Cottarelli, dal cimitero delle possibilità: “Io non l’avrei fatta”.

Cottarelli è persona neutra (anzi, neutrale, come il governo di cui Mattarella lo voleva a capo): non parla per sé, ma per conto della Verità. In quanto esperto, non si esprime: vaticina; non descrive: diagnostica. Tanto che immaginiamo lo faccia gratis, pro bono (invece no: il patito della spending review, con questi chiari di luna, non disdegna di gravare nel suo piccolo sui conti pubblici accettando un compenso).

Intanto Fazio prova almeno a far aumentare un po’ di spesa privata consigliando il libro di Aldo Cazzullo. Il quale in collegamento dice che 70 anni fa mangiavamo le cocce dei mandarini ma eravamo “umanamente più ricchi e felici”. Cottarelli, capirai, annuisce, poi riprende la sua litania da automa costruito nei sotterranei del Fmi: il deficit, il debito, i mercati… Di colpo, sentiamo una improvvisa brezza di austerity, un odore di zuppa di cavoli e patate si diffonde negli studi Rai come nella Londra di Dickens. Più il Paolo Fox della Finanza parla, più capiamo che c’è un equivoco di fondo riguardo il senso della democrazia. Com’è che possono cambiare i governi (almeno finché ci sono elezioni e leggi elettorali appena decenti) ma non possono cambiare le politiche economiche dei governi, o meglio devono essere sempre quelle gradite ai mercati, alle prefiche del rigore, a Cottarelli e al suo giro? (Fermo restando che i governi del Pd hanno fatto il 3% nel 2014, il 2,6 nel 2015, il 2,5 nel 2016, il 2,4 nel 2017, e gli oracoli tacquero). Dal che si evince che il vero problema è il voto: continuando così, finiremo alla rovina.

La rivincita dei vaffa (politici) sui mercati

Tanto tuonò l’antipolitica che piovve. L’antipolitica del vaffa di Beppe Grillo – e quella dei bacini di Matteo Salvini – alla fine, restituiscono la politica alla decisione. L’antipolitica, appunto, s’è fatta politica. Il governo di Giuseppe Conte vara la manovra del popolo e quelli col culetto al caldo attendono gli sfracelli per poter strillare – l’avevamo detto, l’avevamo detto! – ma sempre sorvolando, ci mancherebbe, sull’unico inoppugnabile fatto. E cioè che lo zero virgola è sempre più ricco mentre sempre più povero è il restante 99 e passa della popolazione.

Ha fatto bene allora la politica – ha fatto bene! – a tornare a essere politica e a imporsi sui bilanci a favore della realtà, anzi, meglio: a protezione degli ultimi. Nel frattempo che tutto è politico, grazie agli stregoni della globalizzazione, tutto è diventato mercato. Un andazzo subito trasfigurato in un inamovibile tabù. Ma tuonò e piovve. E il caso tutto particolare d’Italia, alla fine, conferma quanto abbia ben scavato la talpa dell’antipolitica: all’opposto della politica non c’è questa, pur coi suoi rutti e i suoi bar sport, ma il mercato finanziario. L’ha spiegato ieri con la sua consueta onestà intellettuale Ernesto Galli della Loggia in un editoriale limpido al punto di dover mettere – visto l’obbligo antigovernativo di tutto il sistema dell’informazione altolocata – le mani avanti: “Si rischia di passare all’istante per tifosi dei partiti di governo”.

Non da ultras, dunque, ma con la freddezza di un chirurgo, Galli della Loggia coglie “ciò che sta dietro l’osservanza o meno delle regole europee in materia di deficit”. Ed è – la questione è cruciale – il rapporto “tra la politica e l’economia”.

A contrapporsi, infatti, non sono più una certa idea di destra e un’altra idea, quella di una certa sinistra. A contendersi la sovranità, oggi – e il caso italiano è proprio speciale – sono due distinti soggetti: la politica e il mercatismo del latinorum fatto di deficit, disavanzo e surplus. Giusto quello degli Azzeccagarbugli che – come ieri, come sempre – vanno a imbrogliare i Renzo Tramaglino. Obietteranno, i saputi, che sono sciocchezze queste considerazioni, faranno strame perfino di Galli della Loggia ma tutto quell’economicismo che arriva a cavallo del liberismo – dogma cornuto più che il dilemma tra destra e sinistra – sovrasta i diritti dei cittadini quando “la proclamata indipendenza delle banche” sconfina al punto di rendere “bisognosi di credito” i bilanci statali per inchiodare al muro del rigore, con la volontà popolare, anche la libertà delle madri e dei padri di famiglia. Tutta quell’onnipotenza dei mercati svuota il portafoglio di mamma e papà se poi il carico tributario – con la ricetta degli scienziati europeisti – grava sul ceto medio che non c’è più, sui lavoratori trasformati in precari mentre il si salvi chi può salva solo e sempre lo zero virgola per lasciare affogare tutti nelle sabbie mobili della flessibilità (mai incontrato un teorico del liberalismo liberista, specie tra le star dell’informazione, che non abbia un solido contratto a tempo indeterminato). Autorevoli commentatori, ancora ieri, twittavano felici i numeri infausti dello spread, un altro del livello di Gianni Riotta – sempre ieri – cinguettando declamava “la Borsa italiana ha perso 22 miliardi euro”, tutti svelando la stessa bava di Edoardo Albinati, lo scrittore. Quello che sperava ci scappasse un bambino morto tra i migranti e così laureare “assassino” Salvini, giusto per ben orientare l’opinione pubblica.

Giusto per fabbricare i nuovi mostri, come in un servizio andato in onda domenica su Rete4, dove per dare l’aiutino al mercato finanziario e azzoppare il populismo della politica si “svela” come spenderebbero i soldi del reddito di cittadinanza ad Agira. Ovviamente è un servizio con riprese rubate e dichiarazioni raccolte tra gli ubriachi per farne il racconto del pittoresco: invece che per mangiare, i soldi dello Stato, usati per giocarseli a birra, per farsi le serate e comprarsi i bei vestiti all’outlet…

È il mio paese. So bene cos’è e cosa siamo noi agirini per risultare, con tutto l’entroterra di Sicilia, il fanalino di coda dell’economia italiana. È il paese del santo che suda e San Filippo lo fa per non consentire a nessuno di trattarci alla stregua di quattro scimmie da ammaestrare a beneficio della propaganda. E se la stragrande maggioranza, ad Agira, ha votato gialloverde, l’ha fatto per un preciso proposito statalista: fare della solidarietà un dovere. Di civiltà. A forza di vaffa, e bacini.

Mail box

 

Milano, il sindaco Sala torni con i piedi per terra

A Milano il sindaco (quello di Expo) vuole riaprire i Navigli, e fin qui l’idea non sarebbe male, ma le strade di Milano specie in periferia (abito in zona Affori Comasina) sono scassate, incerottate, i cordoli e i marciapiedi rotti sono frutto di remoti lavori mal eseguiti o iniziati da mesi e mai finiti, le fogne meteoriche non sono più ricettive, e poi i sottopassaggi delle Ferrovie nord… E a Milano, ma soprattutto a Meda bastano poche gocce d’acqua e i Navigli ce li ritroviamo in casa. Per non parlare poi della zona Niguarda, dove il Seveso è sempre in agguato. La Rho-Baranzate-Monza doveva essere finita per Expo, ma è ancora di là da venire. Il sindaco Sala torni sulla faccia della terra, lasci perdere i Navigli e risistemi quanto sopra. Certamente avrà meno gloria, ma una Milano a posto.

Gianni Martini

 

Chi ha alzato il debito ora protesta senza vergogna

Chi è davvero onesto intellettualmente e conosce a fondo i fatti non critica a priori una manovra coraggiosa, ma parla francamente: molti governi hanno sforato i parametri imposti dalla Ue e dunque questa non è una novità (Renzi voleva una finanziaria al 2,9%). La novità, dicono gli onesti, sta nell’uso dei miliardi in più che arriveranno: ai più deboli e poveri e non alle banche e alle lobby! L’hanno riconosciuto Emiliano del Pd (apriti cielo!), Annamaria Furlan, segretaria della Cisl (non propriamente di sinistra), Marco Travaglio… Invece, i “competenti” che hanno alzato il debito italiano (Renzi è l’ultimo di una serie) sono lì a protestare e a distribuire la “verità” senza vergogna alcuna, come non ci avessero ridotto in miseria e non ci avessero ulteriormente indebitati.

I creatori di disastri anziché tacere e arrossire per il fatto che manovre di sinistra le abbia fatte un governo che di sinistra non è, fanno percepire il non detto, ossia che si augurano il fallimento di queste ricette fatte di pensionamenti anticipati per lasciar posti ai giovani, di un reddito di cittadinanza che non è assistenzialismo (anche se il Pd prova a vendere ancora questa falsità) di tagli alle pensioni d’oro. Eppure la Fornero è lì, ad avvertirci che piangeremo per le conseguenze di questo Def; come se non avessimo già pianto per le conseguenze della sua orrida riforma.

Dalle mie parti si dice: “È il letamaio che si fa meraviglie della corte”!

Barbara Cinel

 

Il Pd ha manifestato contro le sue stesse balle di governo

Sembra un film, ma non quelli da Oscar, bensì una tragicommedia da seconda serata di qualche comico riciclato dalla televisione. Dopo la mancanza d’opposizione, dopo l’opposizione boomerang, oggi si apre una nuova fase: l’opposizione a se stessi. Roba che Dan Aykroyd, Will Farrell e Ben Stiller stanno prendendo appunti dall’America. Fa veramente ridere come il Pd abbia iniziato a confessare, forse senza neanche rendersene conto, che tutta la narrazione dei pugni sul tavolo, della flessibilità con l’Europa, dello sforamento capace di cambiare faccia all’Italia – ma solo se lo fa il Pd – siano state solamente delle enormi balle che ora si rimangia o nega senza neanche una parolina per giustificarsi. Fatta ovviamente eccezione per quegli sparuti panda tenuti ai margini proprio perché non facevano narrazione, ma raccontavano le loro idee per davvero. Ora capisco contro cosa i dem hanno manifestato il 30 settembre: contro le balle del governo, ma non quello giallo-verde, bensì il loro.

Mario Draghi ha detto che le parole fanno male. Ha ragione, i mercati sono molto emotivi, e perciò non sarebbe forse il caso di ricordare al Partito democratico che anche le loro parole fanno male? Non però al M5S ma a noi. Invece di parlare a vanvera e fare danni all’Italia per fare danni ai loro nemici politici, confessino per quale ragione milioni di poveri, per loro, non esistono.

G. C.

 

Si parla più di quanta gente c’era in piazza che dei contenuti

Visto che la radio dice una cifra, la tv un’altra e i giornali mille altre, non credete che ormai occorra un’autorevole persona (o robot) che faccia da “conta piazza”? Così sapremo finalmente il numero esatto di quelli che partecipano ai comizi! Cosa ne pensate, invece, per le prossime volte, di un aereo zeppo di onorevoli che si dotino di mega-megafono iper tecnologico così da poter fare i loro discorsi su tutta la città e dunque ai loro certi e indiscussi 4 milioni e passa di ascoltatori coatti? Quello che fa impressione di questa, più che di altre adunate è che, stavolta, si sia più parlato litigiosamente di quanti fossero i cittadini presenti in piazza del Popolo che delle cose che hanno detto. Ammesso e non concesso che le abbiano dette.

Gianni Basi

 

I NOSTRI ERRORI

Per una svista nel pezzo pubblicato il 30.9 a pag. 16 sotto il titolo “Don Camillo, Peppona e il santo che suda” ho scritto che il sindaco di Agira, Maria Gaetana Greco, è stata “capace di votare alla Camera a favore dell’arresto di Francantonio Genovese contravvenendo la disciplina di partito”. In realtà la Greco ha contravvenuto alla disciplina di partito, che aveva dato il via libera all’arresto, votando contro. Della svista mi scuso con l’interessata e con i lettori.

G.L.B.