Medici. Per risolvere il precariato basta fare i conti con fabbisogno e laureati

Sono un medico neoabilitato, vorrei esporre alcuni dei problemi della categoria. Ogni anno viene incrementato il numero di posti per il test di ingresso al corso di laurea a ciclo unico (6 anni) di Medicina e Chirurgia, tuttavia il numero di borse per la scuola di specializzazione è rimasto praticamente invariato. Il risultato è che da un po’ di tempo a questa parte è venuto a crearsi un imbuto tra laurea e specializzazione, per cui tantissimi colleghi rimangono in questo limbo a tempo indefinito (quindi togliere il test di ingresso è una sciocchezza colossale che aggraverà il problema) e in attesa del concorso successivo, fatto di sostituzioni volanti in ambulatori di medicina generale, guardie mediche e altre forme di lavori precari e spesso pagati poco e con l’obbligo di aprire una partita Iva. I contratti della scuola di specializzazione sono delle borse di studio contrattualizzate con una previdenza da versare alla gestione separata Inps. È nato anche un movimento che si chiama non a caso “Giovani Medici Anti-sfruttamento”. Ricordo inoltre che senza diploma di specializzazione non si può partecipare a concorsi pubblici nelle varie discipline specialistiche di interesse. In futuro cosa faremo, importeremo dall’estero una fetta di medici specialisti, mentre molti colleghi abbandonano il nostro Paese verso mete più “sicure” dove siamo molto ricercati e valorizzati visto il bagaglio scientifico-culturale che maturiamo nel corso degli studi?

Lorenzo Vantaggio

 

Gentile Lorenzo,nello stesso giorno in cui è arrivata la sua lettera, il ministro della Salute, Giulia Grillo, ha diffuso una nota in cui annuncia lo sblocco di 840 borse aggiuntive per la scuola di specializzazione rispetto a quelle già previste e quindi 2.039 in totale, che sembra essere un buon punto di partenza per cercare di risolvere il problema dell’imbuto formativo. Per il resto, sono d’accordo con lei sull’insostenibilità del sistema, tutto (essere precari e sottopagati è una moda che sarebbe bene finisca presto). Rendere il percorso di laurea in Medicina a numero aperto non è la soluzione. Potrebbe esserlo una pianificazione puntale del fabbisogno di medici e specialisti, equiparare il numero dei laureati in Medicina con quello dei posti disponibili nei corsi post-laurea e ancor più con il fabbisogno di medici in Italia, soprattutto nel settore pubblico. Ma l’Italia è il paese in cui pianificare con precisione e con dati che siano affidabili è una missione impossibile. Aspettiamo insieme la svolta e soprattutto stiamo a vedere se ci sarà.

Virginia Della Sala

Federcalcio, Lotito incandidabile: è fuori per sempre

Claudio Lotito fuori dalla Federcalcio. Per sempre. Il Collegio di garanzia si è pronunciato sulla legge sul limite dei mandati in vista delle elezioni del 22 ottobre. Il primo verdetto è che Gabriele Gravina (sostenuto da Serie C, Dilettanti, allenatori e arbitri) è candidabile e dunque sarà il prossimo presidente Figc. Sugli aspiranti consiglieri federali però cala la mannaia: chi ha già svolto 3 mandati deve farsi da parte. Fuori il leader dei calciatori Tommasi, il n. 1 degli arbitri Nicchi (qui c’è un buco normativo: il presidente è l’unico rappresentante dei fischietti). E Lotito: per tornare in Figc si era fatto nominare dalla Lega Serie A ma decadrà e dovrà essere sostituito; naufraga pure l’ipotesi di scalata alla Serie B (la legge non distingue fra membri di diritto o elettivi). I ricorsi degli esclusi sono scontati (c’è anche un altro parere della corte federale, che sostiene il contrario) ma rischiano solo di far slittare le elezioni: alla fine l’ultima parola spetta al Collegio, che ha parlato. Lotito non è uno che si rassegna, stavolta forse dovrà farlo. Gli resta una chance: candidarsi alla presidenza Figc. Troppo persino per lui.

Olimpiadi 2026, via al tandem. Appendino: “Incomprensibile”

A Milano e Cortina il sogno olimpico, a Torino le recriminazioni. Giovanni Malagò è in partenza per il congresso Cio di Buenos Aires che approverà le candidature per il 2026. E in valigia ha messo il dossier di Lombardia e Veneto, sottoscritto dal Coni. La grande esclusa è la città governata da Chiara Appendino. “Torino era la meno costosa, dovranno spiegarlo al Paese”, l’attacco della sindaca, che ha postato su Facebook una foto polemica di Milano, candidata alle Olimpiadi invernali senza montagne. Ma ormai Torino è fuori.

Il passaggio dal tridente al tandem si era già consumato: la rottura tra Sala e Appendino sulla leadership milanese, il ritiro dell’appoggio economico del governo del sottosegretario Giorgetti, il rilancio di Lombardia e Veneto pronte a fare da sole. È questo il compromesso approvato da Palazzo Chigi e ribadito da Di Maio: “Il governo manderà una lettera e dirà che va bene, ma non ci metterà un euro”. Così Appendino, frenata dalle divisioni nella sua maggioranza, è rimasta indietro. Malagò va avanti con Milano, da sempre la sua candidata, sulla strada ha trovato Cortina e salutato Torino: “Sono ottimista”.

“Il ddl Pillon va cambiato. Bisogna tutelare i bimbi”

“Il disegno di legge Pillon va cambiato. E credo che sia impossibile che arrivi in aula senza modifiche”. La vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni, deputata Cinque Stelle al secondo mandato, parla del ddl sull’affido condiviso voluto dal senatore leghista Simone Pillon. Un testo che mira “a garantire la bigenitorialità” per i figli di coppie separate, imponendo loro di dividersi tra le case dei genitori per la stessa quantità di tempo (o almeno per “12 giorni al mese” ciascuno). E che cancella anche l’assegno di mantenimento, con ogni genitore che dovrebbe mantenere a spese proprie il bimbo quando sta con lui. Proposte che hanno fatto insorgere molte associazioni e tanti tra legali ed esperti del settore, e contro cui sabato si è tenuta una manifestazione a Bologna. Ora il testo è in commissione Giustizia in Senato, in sede redigente (l’aula potrà votare il testo senza modificarlo).

Il disegno di legge non piace neanche al M5S, giusto?

Io sono favorevole all’affido condiviso, che è previsto anche dal contratto di governo. Ma questo ddl è da modificare, perché ci sono criticità. Innanzitutto, mancano alcune norme che vanno assolutamente inserite. La prima è quella su casi di violenza domestica nei confronti della donna, che non sono previsti dall’articolato. In quelle circostanze ovviamente non deve essere previsto uguale trattamento per i genitori. E il bambino che ha assistito a queste violenze va tutelato.

Il testo penalizza moltissimo le donne, cancellando l’assegno di mantenimento e obbligando entrambi i genitori ad avere case diverse. Le tante madri senza lavoro sarebbero schiacciate.

Questo disegno di legge è troppo rigido. E ci sono cose da cambiare.

I bambini sono trattati come pacchi postali. Grave, no?

Molte associazioni che tutelano i minori hanno sollevato problemi. Verranno ascoltate in audizione in Senato, e ci suggeriranno modifiche. Ho molta fiducia nei senatori.

Ma lei cosa ne dice?

Io ho dubbi sul fatto che un bambino possa essere tutelato quando lo costringi a trasferirsi da una casa o anche da una città all’altra.

Il ddl Pillon introduce anche la mediazione obbligatoria. con costi pesanti per le coppie. Ma pare anche la via per costringere molti a restare assieme.

Sono favorevole alla mediazione, perché è prevista quando non ci sia accordo tra i coniugi. Però non può disincentivare il divorzio. Se metti la prima seduta gratuita e poi tutto il resto a pagamento, è chiaro che questo succederà per chi ha meno risorse.

E come si rimedia?

Per me lo Stato dovrebbe coprire le spese per le coppie sotto un determinato reddito.

E se il ddl non venisse cambiato, che fareste?

Bisogna vedere cosa verrà modificato. C’è un’interlocuzione in atto con la Lega, e anche Pillon ha mostrato aperture. Per ora non mi pongo questa domanda.

Da parte della Lega c’è un costante attacco ai diritti civili. Secondo il ministro della Famiglia Fontana la famiglia gay non esiste…

Io posso dire che i diritti esistenti non verranno toccati. Il M5S se ne farà garante.

Ma le dichiarazioni di Fontana e Salvini “contro una certa deriva” creano un clima pericoloso contro i gay, no?

Conta quello che si fa in concreto. Poi ognuno è libero di dire ciò che vuole.

Opinioni diverse dalle sue.

Io ritengo famiglia qualsiasi coppia che dia amore a un figlio. Con la Lega abbiamo sensibilità diverse su questi temi. E per questo abbiamo stipulato un contratto di governo.

Nel quale i diritti civili sono assenti.

Ci siamo dati altre priorità da affrontare con urgenza: penso per esempio alla lotta alla precarietà, alla disoccupazione, alla corruzione e all’abolizione dei privilegi.

“Portiamo il dibattito in casa e nei parcheggi. La forza fisica della partecipazione ci salverà”

“È pedagogia pubblica. La gente vuole capire, discutere, confrontarsi e non più essere ridotta al clic compulsivo da social”.

Christian Raimo è scrittore e provvisoriamente assessore alla Cultura del terzo municipio di Roma, strappato da una coalizione di centrosinistra guidata da Giovanni Caudo nella città dei Cinquestelle.

Roma est: Montesacro, la Salaria, il Tufello. 220 mila abitanti. Grande come una città.

“Grande come una città” è il titolo degli incontri “pedagogici” con i quali lei chiama “alle arti” i cittadini.

Luca Serianni ha parlato della lingua italiana, Valerio Mastrandrea di cinema, Luigi Manconi di diritti civili, e decine di altri incontri, tutti realizzati in luoghi impossibili, improbabili: uno spiazzo, un parcheggio, una casa. Quello che c’è, o è rimasto, delle periferie. Eppure facciamo sempre il pienone. Può essere più chiara di così la voglia di partecipare, di affrontare la realtà, di esprimere un pensiero compiuto senza avere la bava alla bocca?

Resta la sensazione che freghi molto a lei, nelle vesti di visitor, e poco alla politica immaginare queste continue convocazioni di strada.

Il municipio non ha nessun potere, e zero quattrini. Forse è per questo che mi hanno chiamato. Ma non c’è problema. Ho accettato e faccio quel che penso sia giusto. Possono bastare anche i marciapiedi, sa? Bisogna combattere l’ideologia del like, del messaggio istantaneo o contaminato. I problemi prima si devono capire e poi affrontare. Il formato degli incontri agevola la comprensione e disciplina i pensieri: quaranta minuti al relatore e poi due ore di confronto, di dibattito nel merito. Parla chi sa di cosa parla.

È ritornato il dibattito!

Non è mai morto. Nella sostituzione del falso al vero abbiamo ridotto il popolo a un effetto collaterale e disgraziato della democrazia da coinvolgere solo con un miserabile clic. Invece ci salverà la forza fisica della partecipazione.

 

C’era una volta Roma. Oggi restano debiti e selfie

Che ci sia tutti lo dicono, dove sia nessun lo sa. Domiciliato presso un circolo del Testaccio, come quelle srl finte che offrono l’indirizzo del commercialista per darsi dignità, il Pd di Roma è un senzatetto. “In effetti i nostri anziani ci hanno così tanto coperti di debiti che neanche le mutande ci sono rimaste. Il debito è imponente, molto oltre il milione di euro, e siamo in attesa di eleggere un tesoriere e tentare di governare il deficit. Per adesso le attività devono essere a costo zero. Nel senso che se vuoi fare un’iniziativa te la paghi tu”. Al quarantenne Andrea Casu, renziano ipercinetico, è toccata in sorte la nomina a segretario. Va matto per i social e documenta la sua azione politica senza fissa dimora con un numero impressionante di selfie. “Oggi ero all’undicesimo municipio, su Facebook può vedere tutto. Giro come una trottola, vado dove c’è gente. Devono vedere che il Pd è con loro”.

Nel cuore di questo sfacelo, nella città dove il Partito democratico conta più responsabilità e più sconfitte della recente storia patria, nasce la candidatura di Nicola Zingaretti a segretario nazionale. Direte: e i voti? “Nicola è il nostro nuovo Zelig. È un po’ fuori al partito e un po’ immerso nelle correnti. Un po’ rivoluzionario e un po’ restauratore. Ma sempre cauto, com’è nello stile dell’uomo. Il coraggio non è mai stato un suo compagno di strada”, dice il compagno dirigente, “anonimo per l’amor di Dio”. Roma è Capitale d’Italia e capoluogo del Lazio. E Nicola, che del Lazio è presidente, fa un po’ e un po’. Ha goduto e godrà della cassaforte elettorale di Bruno Astorre, stagionato senatore di radici Dc dei Castelli Romani fino a quella di sinistra più piccina di Massimiliano Smeriglio. La sua squadra di assessori è collaudata, coesa, e qualche fatto, principalmente il rientro dei debiti della sanità, è cosa compiuta. Ma il Lazio senza Roma è come un piatto senza cibo. Il Pd è divenuto cenere e oggi il proprietario detentore sembra essere il parlamentare Claudio Mancini, già dalemiano, poi turco, anzi giovane turco, proprio come Matteo Orfini, e alla fine acclimatatosi al clima renziano. Che a Roma è rappresentato in Parlamento da Luciano Nobili, altro quarantenne selfista e bastonatore seriale su twitter. “Siamo ridotti a quel che vediamo eppure la malacarne del correntismo è sempre viva. Se non ti reggi a qualche corda, non esisti”, dice Roberto Morassut che nelle rubriche telefoniche è classificato alla lettera V di Veltroni, suo primitivo dante causa. Preistoria. Alla quale è legata la memoria di Goffredo Bettini, mentore e padre putativo di Zingaretti che nel tempo ha avanzato richiesta di autonomia sistemandosi nella mediana, tra Paolo Gentiloni e Dario Franceschini.

Bettini è stato il dominus di un partito che non c’è più e le speranze per Zingaretti di provare a vincere risiedono appunto nell’asse con i capi corrente, gli aggregatori d’area, i nomi illustri di questo Pd in povertà. Roma è ferma e il suo segretario cittadino, il giovane Casu, certamente non sta con lui: “Io lo sostengo come presidente della Regione. Per la segreteria nazionale attendo che altri nomi compaiano”.

Matteo Renzi è ancora il nume tutelare, il destino invisibile ma certo e perdurante. Roma è qui che annaspa. Mandato in pensione, in modo piuttosto dissennato, Walter Tocci, l’unico teorico della nuova città, l’ex senatore ed ex assessore forte ai tempi in cui la Capitale era feudo, i democratici romani si trovano a confrontarsi con Roberto Giachetti, il cui spirito radicale lo fa restare ai margini del partito, e la sfortunata campagna anti Raggi non ha certo giovato al suo status.

In pensione Rutelli e Veltroni, in esilio Bettini, in parziale disarmo Gentiloni, nell’oblio Orfini, e tutto sommato in difficoltà lo stesso Zingaretti, cosa resta al Pd di Roma? Una lucina di speranza al terzo municipio e all’ottavo, dove il centrosinistra è tornato a governare. Giovanni Caudo, professore di Urbanistica e assessore nella giunta Marino, prova a dare un senso alla sua candidatura da senza tessera (e perciò vincente) a presidente del Municipio che raggruppa i quartieri di Roma est. “Faccio sindacato di territorio, apro gli uffici, privi di competenze e soldi, perché i simboli contano. La gente deve poter entrare e chiedere, proporre, segnalare. Restano i marciapiedi, i mercati dove andare, la grande e sconosciuta. Roma è sconosciuta. Il Colosseo fa otto milioni di visitatori all’anno ma il centro commerciale di Porta di Roma ne fa quattordici”.

Romeo chiede a Consip un miliardo e mezzo di danni

La Romeo Gestioni cita al Tribunale civile di Roma l’ex ad di Consip, Luigi Marroni, e l’attuale amministratore delegato, Claudio Cannarsa, chiedendo un risarcimento danni per circa un miliardo e mezzo. Si tratta – è scritto in una nota della società riconducibile all’imprenditore campano Alfredo Romeo, sotto processo a Roma per corruzione di un dirigente Consip – di una richiesta “parziale di risarcimento per danni industriali, di immagine e di quelli commerciali futuri”. Nella nota si afferma che Romeo Gestioni ha “subìto un infinita serie di azioni negative fondate sul nulla giuridico (…) sulla totale mancanza della verifica dei fatti stessi”. La società cita la Cassazione che per “quattro volte (…) ha censurato procedure e impostazioni delle azioni a suo danno negli ultimi due anni e mezzo”. Nell’atto si parla anche di un “conflitto di interessi in cui più volte Marroni ha operato con palesi violazioni del codice etico della Consip e della Pubblica amministrazione, come facilmente riscontrabile dalle sue dichiarazioni, come testimone, del 20 dicembre 2016 e che non hanno avuto alcun seguito”. In realtà si tratta delle dichiarazioni rese davanti ai pm di Napoli, agli atti dell’inchiesta Consip ora in corso a Roma.

Posti a tavola, colloqui e traslochi in corso. Che via vai in casa Rai

“Ciao Genny, c’è posto?”. Sala mensa di Saxa Rubra, redazioni sparse del servizio pubblico, pasti frugali consumati piano. Gennaro Genny Sangiuliano, sempiterno vicedirettore al Tg1, esegeta di Vladimir Putin e di Matteo Salvini, pranza col popolo e con la collega Grazia Graziadei. Genny è candidato a una poltrona, a una direzione, a un premio per la devozione a Salvini. Il banchetto con quattro sedie è angusto, un posto per Genny, un posto per Grazia e per i commensali più lesti.

Quando c’è troppa ressa, Genny fa il galantuomo, non fa alzare Grazia o la “scorta” Giuseppe Malara (cronista e compagno – non in senso politico, giammai – di selfie con il leghista), ma trascina con perizia il tavolo accanto e moltiplica i coperti. Genny è un uomo saggio, e molto scafato. Per salutare il popolo, non rientra mai in sede prima di passare al bar per una tazzulella di caffè. “Il mangiare è mangime”, sosteneva Totò. Allora in tempi di nomine, mangiare assieme ai prescelti è un investimento personale, una perla nel curriculum, vale più di un visita di studio a Yale. Alberto Matano è più riservato. Il presentatore del Tg1 che piace ai Cinque Stelle – e al sottosegretario Vincenzo Spadafora – va sempre da Pagus, un ristorante non lontano dalla stazione del trenino di Saxa Rubra. Il giovane Matano è l’emblema dello spirito democristiano con la carriera che avanza in maniera inesorabile: ingresso al Tg1 con Pier Ferdinando Casini, ascesa con Augusto Minzolini, consacrazione con il renzismo e il Movimento. Maria Luisa Busi – “epurata” da Minzolini, richiamata al Tg1 da Orfeo e poi promossa vicedirettore – condivide spesso il pasto con Alberto assieme a Emma D’Aquino e Gabriella Capparelli, l’amica d’infanzia, la spalla di tante feste romane. Genny agogna il Tg1 di destra con Paolo Corsini e il fido Malara nel tridente. E poi apprezza le smancerie di Francesco Chicco Giorgino, anti-populista in cattedra (insegna alla Luiss), sovranista per necessità, pronto per una onorificenza. Al contrario di Matano, Sangiuliano ha il mestiere di chi organizza i giornali, fa girare le macchine, cura i dettagli, carezza gli alleati e non inferisce mai. Ieri ha ordinato a Malara di mostrare la palazzina del Tg1 a Fenesia Calluso, appena sbarcata al telegiornale per sostituire Claudia Mazzola.

Quest’ultima è aderente ai Cinque Stelle con una rapida evoluzione: fallita la corsa al Cda Rai con i pentastellati, s’è presto trasformata in esperta di comunicazione aziendale e da ieri è dislocata all’ufficio relazioni istituzionali di Viale Mazzini. Matano è più accorto e – nei conciliaboli in corridoio – garantisce la protezione umanitaria ai renziani, come la conferma al vertice di Costanza Crescimbeni, un trampolino per Paola Cervelli, la guida di Rai Quirinale per Andrea Montanari, l’attuale capo del Tg1. Qui Saxa, a voi Mazzini. Al settimo piano di Viale Mazzini – lì dove il potere si misura in metri quadri – il pellegrinaggio è fitto fitto, ma anche assai confuso. Perché il passato e il presente si mescolano, la resistenza dei vecchi, l’esuberanza dei nuovi. Al settimo piano si sale per proteggere la trincea con il partito Rai e dunque per confrontarsi con l’ex amministratore delegato Mario Orfeo e l’ex presidente Monica Maggioni – che hanno cambiato stanza di pochi passi – oppure per blandire l’amministratore delegato Fabrizio Salini e il presidente votato due volte Marcello Foa. In nome di antichi convegni, Angelo Mellone – ex di Alleanza nazionale – ha incontrato già Foa: capostruttura di Rai1, ambisce a una vicedirezione. Salini è tampinato dal giorno dell’insediamento. I dirigenti vivono negli ascensori con la speranza di stringergli la mano. Gli artisti – quelli che si definiscono volti noti – litigano per invitarlo alle conferenze stampa dei programmi. L’ad utilizza un metodo: va a officiare i debutti, così ha partecipato anche all’esordio di Elisa Isoardi – la fidanzata di Salvini – alla Prova del cuoco. C’erano pure il vicepremier e la “suocera”.

Salini dedica un paio di ore al dì ai colloqui con i dipendenti, l’elenco è talmente lungo che dovrebbe finire dopo il termine del mandato triennale. Al coordinatore dei palinsesti Marcello Ciannamea, sembianze leghiste e contatti con i 5Stelle, l’ad ha spalancato le porte. Ha la carica e i mentori giusti per ottenere o Rai Pubblicità o l’ammiraglia Rai1. Alessandro Lostia, il vicedirettore di Rai3 di matrice renziana, è andato subito in trasferta da Salini: viaggio infruttuoso. Anche Marcello Masi, ex direttore del Tg2 e conduttore di Linea Verde, ha tentato la sortita. Dubbi sull’esito. Siccome Salini è solito pranzare alla scrivania, pare ci siano controlli rigidi sull’identità dei camerieri.

Pd, è Minniti il candidato “alternativo” a Zingaretti

ÈMarco Minniti, non Graziano Delrio, il nome vero su cui sta lavorando Matteo Renzi. E che potrebbe diventare la carta su cui puntare per tutti quelli che pensano che Nicola Zingaretti non sia il candidato giusto per la segreteria del Pd. Anche se il nome del capogruppo alla Camera torna continuamente, Delrio ha nuovamente smentito ieri: “Non mi ritengo adatto”.

Renzi sta corteggiando Minniti da metà agosto: ovvero da quando Delrio è diventato “incandidabile”, con il crollo del ponte Morandi. Troppo imprevedibili gli strascichi della vicenda per un ex ministro delle Infrastrutture. L’ex ministro dell’Interno finora ha sempre pubblicamente detto no all’ipotesi di candidatura. Eppure, avrebbe svariate frecce al suo arco. Una proposta alternativa a quella del presidente del Lazio, il carisma (che gli viene riconosciuto anche dai Cinque Stelle), la possibilità di competere con Matteo Salvini sul tema della sicurezza, ma nello stesso tempo origini politiche chiaramente di sinistra. Peraltro, come Zingaretti, potrebbe a un certo punto lavorare per un governo con il Movimento, ove la maggioranza gialloverde andasse in crisi. Scenario che sembra remoto, ma che resta in cima alle speranze di molti. Tra gli invitati alla cena di Calenda c’era anche lui: ed è stato l’unico a non sbracciarsi per far sapere che l’invito non era né gradito, né opportuno. A volte, anche il silenzio è una mossa politica.

Minniti, dunque, continua a non confermare le voci che lo vogliono candidato. Eppure ha in programma un classico per gli aspiranti segretari del Pd: ha appena scritto un libro, che uscirà a fine mese. Titolo in via di definizione, anche se conterrà la parola “sicurezza”.

Certo, Minniti non potrebbe accettare di essere il candidato di Renzi. Un episodio su tutti, però, per capire il suo peso nel partito. A luglio, quando si trattò di decidere se votare con la maggioranza per dare 12 motovedette alla Guardia costiera libica, dopo giorni di discussioni e confusione, fu Minniti a dare la linea ai dem, che uscirono dall’aula. Un dato è certo: se alla fine decidesse di correre, il quadro del congresso cambierebbe. Per esempio, Paolo Gentiloni, finora, è intenzionato ad appoggiare Zingaretti. Ma con Minniti ha un forte legame personale.

Nel frattempo, Maurizio Martina, galvanizzato dalla manifestazione di domenica, ieri ha confermato che a candidarsi “ci penserà”. C’è anche chi non crede alla sincerità delle proposte di Renzi: per molti l’unico vero nome che l’ex segretario ha in mente è il suo. Volendo, anche farsi dire di no da Minniti sarebbe una strategia: a quel punto non avrebbe alternative.

Torna a crescere M5S, bene Lega, male Pd, Forza Italia ai minimi

Cresce il consenso dei partiti di governo nell’ultimo sondaggio di Swg diffuso ieri dal Tg La7 di Enrico Mentana: sono i primi numeri che misurano l’effetto del Def sull’elettorato. Continua a salire la Lega, anche se solo di due decimali: rispetto a una settimana fa passa dal 32 al 32,2 per cento. Rimane il primo partito nelle intenzioni di voto degli intervistati, ma torna a crescere dopo il Def anche il Movimento 5 Stelle, in maniera più robusta: recupera l’1,2%, passando dal 28,6 al 29,8. Continua, secondo il sondaggio, la caduta del Pd. I dem, che sono scesi in piazza domenica per protestare contro le politiche del governo gialloverde, scendono ancora dal 16,3 al 15,7%. Ai minimi termini Forza Italia: il partito di Berlusconi perde un altro punto pieno (dall’8,3% al 7,3%). Fratelli d’Italia passa dal 3,7 al 4%. Swg ha chiesto un’opinione agli intervistati anche sul documento che anticipa la manovra finanziaria del governo. I risultati sono molto equilibrati: il 35% ha espresso parere positivo sul Def, il 34% è indeciso, il 31% ha un parere negativo.