La piazza spontanea di Milano: c’è vita a sinistra

Tra Milano e Roma c’è di mezzo un partito. Due piazze, del Popolo e Duomo, due manifestazioni contemporanee contro il governo nell’ultima domenica di settembre e di sole: la differenza è prima di tutto una questione di metodo. Nella Capitale va in scena la reunion dei dirigenti di un Pd lacerato e contuso dopo le innumerevoli batoste elettorali in una piazza riempita a suon di pullman (200 autobus e sei treni: secondo gli organizzatori ci sono 70 mila persone).

Sotto la Madonnina il popolo della sinistra si dà appuntamento in maniera quasi spontanea, si radunano in 25 mila. Organizzano l’Anpi, gli ex deportati dell’Aned e i Sentinelli di Milano, associazione che si batte per i diritti civili, nata nel 2014 contro le ultracattoliche Sentinelle in piedi. Il dress code è qualcosa di rosso: una maglietta, un drappo, uno striscione. Contro le politiche del governo ci sono gli ecologisti, i movimenti Lgtb, l’Osservatorio democratico sulle nuove destre, i sostenitori delle Ong che salvano vite in mare, i militanti di Libera e di Legambiente. Ragazze con il velo, studenti, anziani con il fazzoletto dei partigiani. Lo slogan di questa giornata è “intolleranza zero”: “Milano è antifa”, una scritta che si trova su molti muri, dal centro alla periferia.

“Per un momento ci siamo detti che forse stavamo dando numeri più bassi di quelli della questura – spiega Luca Paladini, portavoce dei Sentinelli –. Siamo stati sorpresi, non ci aspettavamo una risposta tanto incoraggiante. Abbiamo organizzato la manifestazione in poche settimane e abbiamo subito pensato di farla con realtà, Anpi e Aned, che con noi condividono lo spirito antifascista. Volevamo denunciare come certi messaggi d’odio, che non sono cominciati certo il 4 marzo ma partono da lontano, abbiano seminato un clima avvelenato contro i migranti. Non ci meritiamo Salvini ma nemmeno chi, come i 5Stelle, acclamava in piazza il nome di Rodotà e oggi accetta ogni cosa proposta o urlata dal ministro dell’Interno”.

Sul palco si alternano vittime dell’omofobia, migranti, sindacalisti. Arriva, applauditissima come probabilmente non le accadeva da tempo, Laura Boldrini. Massimo Cirri, voce storica di Caterpillar, conduce questa giornata e legge un messaggio della senatrice a vita Liliana Segre, che si dice “sconfortata” per il clima di antisemitismo e razzismo che monta nell’indifferenza. La piazza balla sulle note rap del bresciano Tommy Kuti, “Sono afroitaliano”. Uno striscione recita: “Sono un italiano nero”.

“Questi pezzettini di società civile hanno più credibilità dei partiti”, spiega Cirri. “La manifestazione è finita, come sempre, con Bella ciao ma prima tutti hanno cantato Maledetta primavera di Loretta Goggi, l’inno dei Sentinelli. È stato strano e molto bello. Milano riesce spesso a intercettare gli umori prima di altre realtà. C’è uno slancio ancora maggiore, credo anche grazie a Pisapia”.

Il collante sono i valori. “I Sentinelli hanno allargato il loro orizzonte: non più solo diritti civili, ma il rispetto delle diversità in generale”, conclude Paladini. “Credo che sia più facile portare in piazza le persone perché nei Sentinelli c’è un mondo variegato: chi vota un partito e chi un altro, chi ha un orientamento sessuale e chi un altro… Funzionano perché si sono dati un raggio d’azione limitato alla tematica dei diritti, non siamo obbligati ad avere un’idea su tutto”.

Decreto sicurezza, si cambia Stop a sospensione dell’asilo

Scompare l’espulsione automatica quando il richiedente asilo è iscritto nel registro degli indagati. Scompare anche la sospensione della sua richiesta di asilo. Il decreto sull’immigrazione licenziato dal Consiglio dei ministri il 25 settembre viene così modificato nell’articolo 10, il più a rischio sotto il profilo costituzionale, che infatti muta anche nome. Nel vecchio testo si intitolava “Sospensione del procedimento per il riconoscimento della protezione internazionale”. Ora è diventato “Procedimento immediato innanzi alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale”.

In sostanza, se prima era sufficiente la semplice iscrizione nel registro degli indagati, per espellere un richiedente asilo, ora la procedura è almeno in apparenza più garantista. Per attivare l’espulsione, infatti, è necessario che il richiedente asilo non abbia i requisiti – quelli previsti dal nuovo decreto – per ottenere la protezione in Italia.

Nel nuovo testo si legge che se “il richiedente è sottoposto a procedimento penale”, o se “è stato condannato anche con sentenza non definitiva” la Commissione territoriale – l’istituzione che deve valutare i suoi requisiti per ottenere la protezione in Italia – viene immediatamente convocata. Ad attivare la procedura è il questore. A quel punto – come da prassi – si procede all’audizione del richiedente asilo e si “adotta” la “contestuale decisione”. Ovvero: si stabilisce se ha diritto all’asilo oppure no. Se non ne ha diritto viene espulso. Il punto è che il decreto ha contestualmente abrogato la “protezione umanitaria” e quindi, a parte l’ottenimento dello “status di rifugiato” o della “protezione sussidiaria” – che operano quando si è vittima di persecuzione o si arriva da paesi in conflitto – i casi in cui il richiedente può ottenere asilo sono notevolmente ridotti. Restano infatti i “casi speciali” elencati tassativamente. Ovvero: gravi condizioni di salute, calamità naturali nel paese d’origine, un premio per comportamenti di alto valore civile. Ma soprattutto: è vero che il richiedente asilo, accusato di aver commesso un reato, ottenendo un diniego alla sua domanda, può sempre presentare ricorso, ma viene ugualmente espulso.

Il dossier Sprar 2017 – Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati – dimostra che, in primo grado, nel 49,8% dei casi il richiedente asilo ha poi avuto ragione. Percentuale che sale al 70 in appello. In tutti questi casi, però, l’espulsione oggi opererebbe ugualmente. L’impronta del Quirinale sul testo originale è stata riconosciuta dal premier: “Oggi ho avuto un incontro con il presidente Mattarella – ha detto Conte – per un aggiornamento sui contenuti della manovra economica e sul decreto immigrazione e sicurezza è in arrivo al Quirinale. Uno scambio proficuo in un clima sereno e costruttivo”. In realtà, il Viminale in un primo momento ha dichiarato che, sul testo giunto ieri al Quirinale, non v’erano state modifiche, a parte quelle sulla copertura finanziaria, che non avrebbe comportato ulteriori oneri. Poi Salvini ha esultato: “Il richiedente asilo commette un reato? Immediata convocazione in Commissione, sospensione ed espulsione”.

La sospensione è sparita dal testo ma la realtà è più vicina alle parole di Salvini che a quelle del ministro di Giustizia. Alfonso Bonafede aveva dichiarato di aver evitato le espulsioni senza una sentenza definitiva. Sul fronte sbarchi, infine, un dossier dell’Istituto per gli studi di politica internazionale spiega che, nonostante la loro diminuzione, il numero dei migranti morti in mare, nei 4 mesi del nuovo governo è salito da 3 a 8 al giorno. A settembre il 19% di chi ha lasciato la Libia è morto o disperso. “Il periodo di politiche di Salvini ha coinciso con un forte aumento delle morti in mare”, conclude il dossier, “che hanno invertito il trend di netta diminuzione del periodo precedente”.

Casellati: “Il testo per tagliare i vitalizi entro il 16 ottobre”

Infine sui vitalizi si muove anche il Senato. La presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati ha comunicato che la questione verrà definita nel Consiglio di Presidenza del 16 ottobre. Il ricalcolo delle pensioni degli ex parlamentari finora è stato approvato solo alla Camera, sotto la regia del presidente del Movimento 5 Stelle, Roberto Fico. A Palazzo Madama invece si è andati per le lunghe, scatenando la polemica tra i senatori grillini e la presidente forzista. Ora Casellati rompe gli indugi e annuncia la riunione che dovrebbe sbloccare la situazione, avviando la delibera che taglierà gli assegni anche agli ex senatori. “A tal fine – si legge nel comunicato – il presidente Casellati ha convocato il Consiglio di Presidenza il 3 ottobre alle ore 14.30 per l’adozione del testo base e fisserà, compatibilmente con le esigenze dei membri del Consiglio stesso, il termine per la presentazione degli emendamenti per venerdì 12 ottobre alle ore 12”. I Cinque Stelle commentano con soddisfazione attraverso il segretario d’aula Gianluca Castaldi: “Accogliamo con piacere la notizia. Ormai ci siamo, sono certo che dal primo gennaio 2019 anche gli ex senatori saranno trattati come i normali cittadini”.

“Vendetta sul Mef”: indagine su Casalino

Nel giorno in cui Rocco Casalino finisce di nuovo nella bufera per un altro audio pubblicato sui giornali, la Procura di Roma si muove sul primo episodio. È quello del messaggio vocale in cui il portavoce del premier Giuseppe Conte diceva che se il ministero dell’Economia non avesse approvato il reddito di cittadinanza ci sarebbe stata una “mega vendetta” del M5s contro “una serie di persone che stanno lì da decenni e che (…) proteggono il solito sistema”.

Alla fine non ce n’è stato bisogno di nessuna guerra: il reddito di cittadinanza è nella nota di aggiornamento al Def approvata il 27 settembre scorso. Ma intanto sulle parole pronunciate da Casalino la Procura di Roma ha aperto un frascicolo, per ora senza ipotesi di reati né indagati e affidato al pm Francesco Dall’Olio, dopo un esposto della Federazione dei Verdi, presieduta da Angelo Bonelli.

Nella denuncia si chiede di verificare se, dietro quell’audio, si possa ravvisare il reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Ossia, in questo caso, ai dirigenti del Mef.

È il reato, previsto dall’articolo 336 del codice penale, commesso da “chiunque usa violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o a un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri, o a omettere un atto dell’ufficio o del servizio” ed “è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.

Siamo già troppo avanti: ad oggi, infatti, nel fascicolo non c’è alcun reato iscritto e Casalino, autore di quell’audio, non è indagato.

La vicenda risale a qualche settimana fa: siamo nei giorni caldi che precedono l’approvazione del Def, il principale strumento di programmazione economica dello Stato.

In un messaggio vocale di due minuti indirizzato a due giornalisti, pubblicato il 22 settembre da alcuni quotidiani, Casalino – che non discute il ruolo del ministro Giovanni Tria (“Nessuno mette in dubbio che Tria non sia serio, eh”) – è chiaro: “Adesso il punto è, domani se vuoi uscire una cosa che può essere simpatica, la metti che nel Movimento 5 Stelle comunque è pronta una mega vendetta. Cioè c’è chi giura, lo metti come fonte parlamentare però, che se poi non dovessero all’ultimo uscir fuori i soldi per il reddito di cittadinanza, tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef. Non ce ne fregherà veramente niente, ci sarà veramente una cosa ai coltelli proprio, eh”.

I nemici sono i dirigenti del Mef: “Qui il vero problema – continua l’uomo forte dei 5Stelle – è che ci sono al ministero dell’Economia una serie di persone che stanno lì da decenni e che hanno in mano tutto il meccanismo e proteggono il solito sistema e quindi non ti fanno capire tutte le voci di bilancio nel dettaglio in modo che si possa tagliare. Perché non è accettabile che non si trovino 10 miliardi del cazzo”. E conclude: “Il fatto è che questa resistenza fa capire che c’è qualcosa che non va. (…) Noi crediamo che tutto andrà liscio… ma se per caso dovesse venir fuori che all’ultimo ci dicono: ‘I soldi non li abbiam trovati’… il 2019 ci concentreremo a far fuori tutti questi pezzi di merda del Mef”. Ora la Procura capitolina ha aperto un fascicolo come “atti relativi a”, cioè come indagine conoscitiva senza ipotesi di reato.

Casalino intanto finisce di nuovo tra le polemiche. Ieri Il Giornale ha pubblicato un altro audio in cui, pochi giorni dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, il capo della comunicazione diceva ai cronisti: “Io pure ho diritto a farmi magari un paio di giorni, che già mi è saltato Ferragosto, Santo Stefano, San Rocco e Santo Cristo”. Episodio per il quale si è scusato: “Nelle mie parole – ha detto ieri – non c’è mai stata la volontà di offendere le vittime di Genova. Offende invece l’uso strumentale che alcuni giornali ne fanno”.

Lega-M5S, partita a scacchi verso lo spareggio europeo

Dopo il fatale annuncio del 2,4%, Luigi Di Maio si affaccia al balcone e annuncia l’abolizione della povertà. Matteo Salvini dice che a quell’ora stava già a letto. Di Maio si scaglia contro Pd, Forza Italia (“nemici dell’Italia”) e il “terrorismo mediatico sullo spread”. Salvini: “Lo spread ce lo mangiamo a colazione”. Mattarella chiede l’equilibrio dei conti e subito il sottosegretario grillino Manlio Di Stefano lo accusa di “scoraggiare gli investitori” (poi si corregge). Invece Salvini: “Mattarella? Rispetteremo tutto quello che dicono tutte le carte”. Di Maio definisce “assassinio politico” il Jobs act del governo Renzi, e “aguzzini” quelli che “c’erano prima” a Palazzo Chigi. Salvini manda “bacioni” agli avversari. Di Maio sembra perennemente in trincea con elmetto e fucile caricato a pallettoni. Mentre Salvini riceve sorridente l’omaggio di Latina e del presidente di Confindustria Boccia. Di Maio ha Casalino. Salvini l’“autorevole” Giorgetti. Salvini cresce nei sondaggi. Di Maio no. E adesso una domanda: tra i due chi vi sembra stia mostrando la strategia più efficace?

I vicepremier hanno ragione da vendere quando affermano che la maggioranza gialloverde è solida. Che chi spera di dividerli non ha capito niente. Che questo governo non ha alternative. Ma c’è un punto politico di fondo, che supera i prevedibili (e superabili) scossoni sulla manovra economica e di bilancio. Riguarda la competizione tra M5S e Lega. Che ha un orizzonte decisivo e inevitabile: il voto europeo del maggio 2019.

A meno di non ritenere che il contratto di governo possa trasformarsi in un’alleanza strutturata e in un blocco elettorale per i prossimi anni. Ipotesi perlomeno azzardata, se non altro perché uno dei contraenti, Salvini, mantiene un solido legame nelle regioni e nei comuni (oltre che in una miriade di centri di potere) con la coalizione di centrodestra, di cui non va dimenticato soltanto sei mesi fa era il candidato premier.

Se dunque è immaginabile che, presto o tardi, si arriverà a uno spareggio tra le due forze che dominano la scena politica, resta la domanda su chi abbia più frecce al suo arco. Rispetto a Di Maio, Salvini può contare su qualche non piccolo vantaggio. L’offensiva contro l’immigrazione (irregolare e regolare) che miete consensi, e condotta a costo (quasi) zero. Il controllo del Viminale, centro nevralgico dello Stato. La solida rete nazional-sovranista costruita in Europa e della quale il leader leghista è perno, insieme a Orbán e Le Pen. Un obiettivo a breve termine: la conquista del Parlamento di Strasburgo, sia pure attraverso un patto con il Ppe. Un obiettivo a lungo termine: la disarticolazione dell’Ue e, se ve ne saranno le condizioni, l’uscita dell’Italia dall’euro. Invece, davanti a sé il M5S ha un panorama più nebuloso visto che in Europa non ha ancora fissato alleanze, non ha particolari obiettivi di programma e nemmeno è chiaro a quale gruppo politico si assocerebbe dopo i risultati.

Quanto al ruolo di governo, è sotto gli occhi di tutti che Di Maio si sia attribuito il compito più ingrato (e meritorio) in un Paese a forte allarme sociale, afflitto da cinque milioni di poveri e da una disoccupazione giovanile fuori controllo. Rimettere l’Italia sul binario giusto della crescita e dell’equità è un compito di straordinaria importanza. Non si vede perché rovinarlo con dichiarazioni risibili e con atteggiamenti inutilmente aggressivi e futilmente teatrali.

Sale l’occupazione, ma anche il numero di giovani senza lavoro

Dopo due mesi di magra, ad agosto il mercato del lavoro italiano si è risvegliato. Gli occupati, dice l’Istat, sono aumentati di 69 mila unità rispetto a luglio, e il tasso di occupazione ha raggiunto il record storico del 59%. Almeno questa volta, a garantire l’aumento non sono solo i precari (che comunque continuano a volare oltre i 3,1 milioni) ma anche i rapporti stabili. L’altra notizia positiva è il tasso di disoccupazione, dopo sei anni tornato sotto il 10%, cioè il 9,7. Tuttavia a questo ha contribuito anche l’aumento (+ 46 mila) degli inattivi, cioè di quelli che nemmeno cercano più un lavoro e non rientrano tra i disoccupati. Questo smorza in parte l’entusiasmo. Dunque, in agosto gli occupati sono arrivati a quota 23,369 milioni grazie a una consistente crescita dei dipendenti, risultati 95 mila in più rispetto al mese precedente. Tra questi, 50 mila sono permanenti e 45 mila a tempo determinato. I lavoratori autonomi, invece, sono di nuovo diminuiti (meno 26 mila). Della buona performance di luglio però, non hanno beneficiato i più giovani: nella fascia tra 15 e 24 anni c’è stato un calo di 13 mila unità mentre nel segmento tra 25 e 34 l’incremento è stato solo di 6 mila. Più 34 mila, invece, il dato registrato nella popolazione compresa tra i 35 e i 49 anni; più 42 mila la salita tra gli over 50. La disoccupazione giovanile è tornata a crescere arrivando al 31%.

Difficile interpretare i numeri alla luce del decreto Dignità che, proprio ad agosto, è stato approvato definitivamente dal Parlamento e ha introdotto la stretta sui contratti precari (ma a partire dal primo novembre). Si può ipotizzare che la conversione del provvedimento abbia favorito il ritorno alla crescita dei posti di lavoro, dopo due mesi di diminuzione coincisa proprio con il periodo in cui ancora non erano chiare le norme che il governo intendeva approvare. È possibile, insomma, che le imprese abbiano prima tirato il freno nella fase incerta e poi, una volta dipanata la nebbia, siano ripartite con le assunzioni. Comunque gli esperti suggeriscono cautela nella lettura: per Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt intervenuto su Twitter, un quadro più chiaro emergerà solo negli ultimi due mesi dell’anno.

Banche, commissione d’inchiesta Bagnai: “Verità sulla vigilanza”

Una commissione, quella di inchiesta sulle Banche, che a questo giro potrebbe portare alla luce elementi finora non considerati e che ieri è stata richiesta dal presidente della sesta Commissione Finanze del Senato, Alberto Bagnai: “La Commissione precedente ha ritenuto che le criticità degli istituti bancari fossero ascrivibili allo scarso dialogo fra le autorità indipendenti, conclusioni che personalmente ritengo parziali e insoddisfacenti – ha detto Bagnai -. La Commissione sarà la sede per avviare e motivare anche una riflessione organica su come rendere più equilibrato il rapporto fra l’Italia e le Istituzioni europee. E per analizzare le modifiche proposte dalle istituzioni europee al regolamento sulla copertura minima delle esposizioni deteriorate”. Oggi inizia l’esame del ddl del M5S. Per la presidenza si fa il nome del senatore Gianluigi Paragone.

Altro che Pace fiscale, la promessa del condono è costata già un miliardo

L’effetto-annuncio della “pace fiscale” ha già le prime conseguenze sui comportamenti dei contribuenti e di riflesso sulle casse dello Stato. Ieri scadeva il termine per pagare la seconda rata della rottamazione-bis. Ma gli incassi si preannunciano magri e nella prossima manovra potrebbero “ballare” oltre due miliardi. Anche perchè i commercialisti consigliano i clienti di sospendere il pagamento in attesa del nuovo condono. La possibilità di ottenere in breve sconti più cospicui direttamente sull’imposta evasa e non solo su interessi e sanzioni ha portato molti di loro a sospendere i pagamenti delle quattro rate mancanti. La prima rata, il 31 luglio scorso, ha portato nelle casse del Fisco circa 435 milioni di euro. L’incasso finale preventivato era oltre 1,6 miliardi quest’anno e 400 milioni nel 2019. Il primo ottobre è scaduta anche la quinta e ultima rata della definizione agevolata del 2016. Con la quarta rata era stato tagliato il traguardo dei 7,5 miliardi di gettito, contro i 7,2 stimati dal ministero dell’Economia. Un successo che ha portato a rialzare l’incasso finale atteso a 8,2 miliardi. Se la “pax fiscale” ha innestato l’effetto-congelamento sui pagamenti delle due rottamazioni, una parte dei 700 milioni in più del primo condono potrebbe non essere entrata. Mentre dei due miliardi della rottamazione-bis, la quota certa potrebbe essere solo i 435 milioni della prima rata.

Dietro l’attacco ambizioni personali e timori per la campagna elettorale

Una volta la Commissione europea si rifiutava di commentare indiscrezioni, bozze e dichiarazioni, aspettava i numeri ufficiali. Non è più così. Il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, quello che denunciava i “piccoli Mussolini” in giro per il continente, dal vertice dell’Eurogruppo in Lussemburgo nota che il deficit dell’Italia al 2,4 per cento rappresenta “una deviazione molto, molto significativa” rispetto agli impegni. E questo è un’ovvietà, visto che l’impegno era a ottenere 0,8, ma poi aggiunge una considerazione politica che viene letta come una manifestazione di aperta ostilità: “Il governo italiano sembra privilegiare la spesa pubblica”, cosa che “potrebbe portare a una leggera crescita” e a un “guadagno politico, ma alla fine bisogna dire agli italiani che sono loro che pagano”. Lo spread reagisce subito: il differenziale di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi passa da circa 270 punti a 282.

La mossa di Moscovici si dimostra ostile anche verso il ministro del Tesoro Giovanni Tria, che lascia il vertice dell’Eurogruppo per tornare a Roma (era tutto già previsto, assicura il governo): l’interlocutore della Commissione non è più considerato credibile, dopo che la sua promessa di tenere il deficit sotto il 2 per cento è stata travolta dall’urgenza politica di Lega e M5S.

Moscovici ha sicuramente un’agenda personale: da mesi sta valutando la candidatura a presidente della Commissione europea per i socialisti, per ora in campo c’è il poco conosciuto Maros Sefkovic, vicepresidente slovacco della Commissione che si occupa di energia. Il sistema degli Spitzenkandidaten, usato dai partiti europei nel 2014 per assicurarsi che il presidente della Commissione fosse scelto dagli elettori invece che dai governi nazionali nel Consiglio, è però già in crisi. Emmanuel Macron lo contesta, dopo le elezioni non c’è alcuna garanzia che i governi nazionali sceglieranno il candidato che avrà avuto più voti (Manfred Weber del Ppe?). I socialisti sicuramente non otterranno il posto, ma per Moscovici candidarsi può anche essere soltanto un modo di mettersi in mostra e ottenere un’altra poltrona.

Ma non è solo una questione di ambizioni individuali. Il “sistema” europeo è combattuto sulla linea da tenere verso l’Italia di Salvini-Di Maio: da un lato le istituzioni temono lo scontro, perché significa avere una campagna elettorale per le Europee di maggio tutta con Bruxelles nel mirino dei partiti. Dall’altro sanno che concessioni irragionevoli all’Italia rafforzeranno i partiti anti-europei in Germania che, come Alternative für Deutschland, si oppongono a ogni condivisione del rischio con gli indisciplinati Stati del Sud ad alto debito. Per questo tutti sperano in un compromesso. Lo dice lo stesso Moscovici nella conferenza stampa alla fine dell’Eurogruppo, con una nettezza che mai si era vista in queste fasi preliminari della discussione di una legge di Bilancio: “Nel dialogo che dovremo condurre, la posizione della Commissione europea è quella di tentare di convincere le autorità italiane di ritornare verso l’obiettivo di medio termine, che è la regola di finanza pubblica che bisogna seguire”.

Mario Draghi, dalla Bce, aveva indicato ai mercati e alle istituzioni Ue Tria, insieme al premier Conte e al ministro Moavero, come un interlocutore affidabile. Ma alla fine si è capito che decidono soltanto Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

A Bruxelles e Francoforte sono consapevoli che l’unica via di uscita onorevole dalla situazione sarebbe un impegno, anche soltanto formale e poco convinto, dell’Italia a non sfondare completamente tutti i parametri. E questo impegno potrebbe prendere la forma di un deficit più basso dopo il primo anno, magari nel 2020. Ma pare molto improbabile.

Tria vuole un secondo voto sulla manovra

Itecnici del ministero del Tesoro stanno ancora lavorando per avere un testo della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) votata in Consiglio dei ministri. Giovedì sera Lega e Cinque Stelle hanno imposto al ministro del Tesoro Giovanni Tria di accettare un deficit al 2,4 per cento del Pil per i prossimi tre anni, ma non hanno mai visto le simulazioni di cosa questo comporta per la crescita, il debito e tutto il resto. Per questo Tria vuole che ci sia un secondo voto in Consiglio dei ministri della Nadef: perché tutti i ministri, inclusi i due leader politici Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si prendano la responsabilità delle conseguenze di quello che hanno deciso e non possano, un domani, scaricare di nuovo le responsabilità sui “tecnici” del ministero dell’Economia. Ma fonti di Palazzo Chigi rispondono in modo lapidario: “Escluso”.

I punti sensibili sono vari. Primo: Tria ha detto al Sole 24 Ore una cosa che ha molto allarmato i mercati ma che i partiti all’inizio non hanno dato segno di capire. Nella manovra dovranno esserci meccanismi di correzione automatica: se il deficit supererà il 2,4 per cento del Pil fissato, scatteranno dei tagli di spesa lineari che permettano di mantenerlo entro quel limite. Questo significa che al Tesoro sanno che gli impegni di spesa sono di gran lunga superiori a quelli compatibili con un deficit al 2,4.

Secondo problema: le previsioni di crescita del Pil. Se esagerano con l’ottimismo sull’impatto di reddito di cittadinanza e mini-flat tax, per far tornare i conti dal lato del deficit, i numeri verranno contestati da Bankitalia, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio, col rischio di un’ulteriore perdita di credibilità sul mercato.

Dentro i Cinque Stelle comincia a serpeggiare qualche timore sulle incognite di questa fase che non si è certo chiusa con l’esultanza dal balcone di Palazzo Chigi giovedì notte. Molti parlamentari e membri dell’esecutivo pentastellati iniziano a temere un “partito di Mattarella” cui viene iscritto anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che fin dall’inizio del suo mandato è stato insignito del ruolo di mediatore, cui è richiesto di smussare ogni estremismo. Proprio ieri il capo dello Stato ha ricevuto Conte al Quirinale. La nota di Palazzo Chigi ieri sera cercava di minimizzare l’importanza dell’evento (“un incontro come il premier ne ha regolarmente con Mattarella”), ma il presidente della Repubblica ha discusso con il premier della Nadef sulla stessa linea che ha tenuto anche in pubblico, quando ha richiamato al rispetto dell’articolo 97 della Costituzione (“Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”). Conte, per quanto in suo potere, ha rassicurato il Quirinale. Ma ormai contano soltanto i numeri che, è sempre più chiaro, vengono decisi da Salvini e Di Maio. Un altro esponente del “partito di Mattarella”, cioè il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, considerato interlocutore affidabile e rassicurante dalle istituzioni Ue, è molto concentrato sull’organizzazione della conferenza internazionale in italia sulla Libia, ma non ha nascosto come la pensa: “Il fardello del debito pubblico che l’Italia si porta dietro da anni va ridotto”, ha detto ieri. Una presa di distanza chiara dalla linea prevalente nell’esecutivo.

Per ora questo “partito di Mattarella” non ha ottenuto grandi risultati, la forza politica di Lega e M5S ha prevalso. Ma alcuni Cinque Stelle non si fidano, sanno che devono temere i dettagli, più che le battaglie in campo aperto: ieri si è diffusa la voce secondo cui a finire vittima dei tagli di spesa automatici in caso di sforamento del deficit oltre la soglia del 2,4 per cento sarebbe proprio il reddito di cittadinanza (che dovrebbe valere 10 miliardi all’anno). Una proposta che, qualora arrivasse, i Cinque Stelle interpreterebbero come una vera provocazione da parte del ministro Tria. Ma visti i precedenti, tutto può succedere.