Le Ue muove i mercati per far cambiare il Def

Era scontato avvenisse, ma le modalità con cui ieri Bruxelles ha deciso di aprire il duello con il governo gialloverde prefigurano uno scontro senza precedenti. Ieri la Commissione e il Quirinale hanno stretto in una tenaglia l’esecutivo nel tentativo di fargli cambiare idea sul portare il deficit al 2,4% per i prossimi tre anni. L’obiettivo, caldeggiato anche al Colle, è spingere il governo a mostrare almeno un calo dal 2020 per salvare l’apparenza che l’Italia non stia rigettando il fiscal compact che impone di portare il deficit strutturale a zero.

Ieri Bruxelles, come mai prima d’ora, è sembrata muoversi proprio per aumentare la tensione sui mercati e mettere sotto pressione il governo.

In programma c’era la riunione dell’Eurogruppo, i ministri delle Finanze dell’area euro e (oggi) dell’Ecofin (allargato a tutta l’Unione). Il ministro dell’Economia Giovanni Tria si presenta nel peggiore dei modi. Per settimane ha cercato di tenere il governo su un deficit all’1,6% (il doppio di quanto si era impegnato a fare Gentiloni), e solo per il 2019, già accordato da Bruxelles. Poi ha capitolato. La giornata si apre con lo spread in calo. A mezzogiorno tocca il minimo di 260 punti, quattro meno della chiusura di venerdì; la Borsa di Milano segna la performance migliore d’Europa. Poco prima delle 15 il ministro dell’Economia entra al vertice: “Spiegherò cosa sta succedendo, e come verrà strutturata la manovra”. Bruxelles attende la legge di Bilancio entro il 15 ottobre, e solo allora dovrà esprimersi. Invece decide di rompere la prassi. Se ne incarica il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici: “Per il momento quello che so è che il deficit del 2,4%, non solo per l’anno prossimo ma per tre anni, rappresenta una deviazione molto, molto significativa rispetto agli impegni presi”. Poi parla come se il governo non avesse preso una decisione definitiva: “Con Tria lavoriamo sulla base dell’1,6%. Così invece è chiaro che il deficit strutturale non sarà guardato per niente nello stesso modo”. Gli fa eco il vicepresidente Valdis Dombrovskis: “La manovra non rispetta le regole”. A quel punto la Borsa di Milano vira in negativo e lo spread inizia una rapida salita: chiuderà la giornata a 282 punti. Luigi Di Maio è furibondo: “A qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato. Moscovici fa terrorismo”. Il commissario nega sdegnato, ma in serata è il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker a rilasciare la dichiarazione più violenta: “Con l’Italia bisogna essere rigidi, non vogliamo un’altra crisi come la Grecia”.

Innescare turbolenze sui mercati per costringere alla resa il governo di un Paese fondatore dell’Unione non s’era mai visto. Prima che Tria volasse a Bruxelles, alle 12 il Quirinale aveva convocato il premier Giuseppe Conte. L’incontro, informale, doveva restare riservato, invece la notizia esce. A quanto risulta al Fatto, Sergio Mattarella ha espresso preoccupazione per l’equilibrio dei conti e auspicato “aggiustamenti” confidando nel ruolo di mediatore di Conte tra gli alleati. Poco dopo il premier ha visto Tria. In serata è lo stesso Moscovici a svelare l’obiettivo: “Lavoreremo per convincere l’Italia a ritornare sul sentiero del pareggio di bilancio”. E lo fa sapere prima ancora di avere un incontro riservato con Tria e Dombrovskis. Ad aggravare la situazione, a Borse aperte, arriva la notizia che Tria rientra in anticipo in serata a Roma per chiudere il Def. Viene letta come il segnale che non c’è ancora l’ultima parola sul documento che fa da base per la manovra. E il ministro non fa nulla per eliminare il sospetto.

Decidendo di fissare al 2,4% il deficit nei prossimi 3 anni il governo ha deciso di rigettare la disciplina fiscale imposta all’intera eurozona a partire dal 2011, e che l’Italia ha recepito in Costituzione. Finora i governi italiani l’hanno sempre applicata contrattando solo un tragitto più graduale, mentre la stretta fiscale si è tramutata nella crescita più bassa dell’intera Unione. Bruxelles ha deciso che non consentirà un’alternativa, e terrà il punto anche riservando all’Italia un trattamento “alla greca”. “Dobbiamo evitare che reclami trattamenti speciali che, se concessi a tutti, significherebbero la fine dell’euro”, attacca Juncker. “Basta insulti, l’Italia è un Paese sovrano”, replica Salvini. Bruxelles non sembra pensarla alla stessa maniera.

Mangino brioche

Da profano assoluto, mi faccio una cultura appuntandomi tutto quel che si dice e si scrive sul reddito di cittadinanza.

1. “Meglio spendere soldi per creare lavoro che darli a chi non ne ha uno”. Bellissima frase. Purtroppo la sentiamo ripetere da anni, da tutti i governi che spendevano miliardi per creare lavoro e regolarmente non ci riuscivano, intanto i disoccupati e i poveri aumentavano. Forse, in attesa che qualcuno inventi la ricetta per creare 5 o 6 milioni di posti di lavoro, è il caso di provare a dare qualcosa a chi lo sta cercando.

2. “I Centri per l’impiego non funzionano”. Vero, infatti si parla di riformarli. Ma è curioso che a ripeterlo a pappagallo, a un governo insediato da meno di quattro mesi, siano quelli che hanno governato fino a maggio e avrebbero dovuto far funzionare i Centri per l’impiego.

3. “Il reddito cittadinanza toglie dignità ai giovani del Sud, è un insulto” (Antonio Tajani, vicepresidente di FI). Strano, perché il presidente di FI, Silvio B., il 22 dicembre scorso annunciò: “Noi coi 5Stelle condividiamo il reddito di cittadinanza per i cittadini che non hanno nessuna entrata: è la prima preoccupazione”. E il 27 dicembre aggiunse: “Quando il centrodestra tornerà al governo affronterà l’emergenza di quei 4 milioni 750 milioni di italiani (erano già aumentati in 5 giorni, ndr

) in povertà assoluta, un dato cresciuto del 165%, impressionante e inaccettabile. Lo Stato dovrà versare un reddito di dignità per arrivare ai livelli garantiti da Istat: 1.000 euro mensili”. Ma ora che i gialloverdi lo fanno, FI strilla all’“assistenzialismo” e il Giornale al “comunismo”. Mah.

4. “Reddito di cittadinanza vuol dire dare uno stipendio per stare a casa e non far nulla”. Questo è Matteo Renzi. Purtroppo non spiega perché lui e il suo Pd abbiano fatto altrettanto, lanciando il Rei, cioè il “reddito di inclusione” (con pochi soldi, 2 miliardi, e per poche persone, 900 mila) varato nel 2017 dal governo Gentiloni e così annunciato il 24 novembre dal sito Pd: “Parte il reddito di inclusione, la prima misura nazionale di contrasto alla povertà fortemente voluta dai Governi Renzi e Gentiloni”. A fine marzo, perse le elezioni anche per l’esiguità del Rei, Gentiloni dichiarò: “Bisogna rafforzare Rei con nuove risorse. Non buttando a mare il lavoro che è stato fatto, visto che funziona”. Che c’è di male se il governo Conte lo amplia, con 10 miliardi l’anno per 6 milioni di italiani? Mistero.

5. “Questo governo di cialtroni promette redditi di cittadinanza a chi vuole stare sul divano senza lavorare”.

L’ha detto Renzi domenica in piazza. Ma, a parte il fatto che potrebbe dirlo anche del suo Rei, forse non sa che chi sta sul divano è escluso dal reddito di cittadinanza, vincolato – come il Rei – a molti obblighi. Quali? In attesa del Def, fa testo il ddl presentato dal M5S: “fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego“ (con la possibilità di rifiutare una sola offerta), “partecipare a corsi di formazione, colloqui individuali e altre iniziative finalizzate al miglioramento delle sue competenze lavorative”, “offrire la disponibilità a lavorare per progetti comunali utili alla collettività” e “mettere a disposizione 8 ore settimanali per lavorare, in coerenza col profilo professionale, a progetti di pubblica utilità”. Se non si rispetta anche un solo obbligo, si perde il diritto al reddito.

6. “È assistenzialismo da Prima Repubblica”. Ma nella Prima Repubblica la disoccupazione era molto inferiore, l’economia globale era molto diversa e non c’erano sussidi del genere. In compenso, un reddito minimo esiste in tutti gli Stati membri della Ue, Grecia inclusa e Italia esclusa. Forse Germania (dove il reddito va anche a chi rifiuta due offerte di lavoro), Francia, Scandinavia ecc. sono figlie della Prima Repubblica italiana? O semplicemente han capito prima di noi che, dopo la crisi del 2009, complici la globalizzazione e la robotizzazione, la piena occupazione è una chimera e per aumentare i consumi e disinnescare le bombe sociali bisogna supportare chi non ha lavoro, purché lo cerchi?

7. “Il Def non aiuta i giovani”. Può darsi, vedremo. Ma se alcuni milioni di disoccupati avranno un reddito minimo di 780 euro al mese (o di più con figli a carico) e molti i disoccupati sono giovani, parrebbe che i principali beneficiari siano anche e soprattutto i giovani. I quali, fra l’altro, potrebbero trovare più facilmente lavoro, nei posti liberati da chi andrà prima in pensione grazie alla “quota 100” rispetto alla scadenza fissata dalla legge Fornero. O no?

8. “Anche gli 80 euro di Renzi dovevano aumentare i consumi, che invece restarono fermi”. Ma gli 80 euro sono sgravi fiscali in busta paga a chi uno stipendio ce l’ha e risparmia di più. Il reddito di cittadinanza sarà destinato ai consumi (alimentari, medicinali…), perché caricato sul bancomat o – per le spese via bonifico (canoni di affitto, bollette…) – su un’app, escludendo scommesse e sale giochi.

9. “È una pacchia per chi lavora in nero, ma risulta disoccupato e nullatenente”. Certo, ci vorranno severi controlli a campione. Ma il lavoro nero (e l’evasione fiscale) trucca le carte di tutto il Welfare: per evitare che i furbastri e i ladri ne approfittino, che facciamo? Aboliamo pure la cassa integrazione, i sussidi di disoccupazione, gli sgravi per non abbienti in ospedali, asili, scuole e università?

10. “Chi cerca lavoro lo trova”. L’ha detto pure Macron al giovane disoccupato che lo contestava in piazza: “Attraversa la strada e un impiego te lo trovo io”. Versione 2.0 dell’uscita di Maria Antonietta dinanzi al popolo che chiedeva pane: “Che mangino brioche”. Lei finì sulla ghigliottina. Macron, dopo un annoo poco più, sta già sulle palle a due francesi su tre. Avanti il prossimo.

Lo strafavorito “Roma” di Alfonso Cuarón

Messico Fin quando i bookmaker accetteranno scommesse? La statuetta è data per certa, e non sarebbe la prima per Cuarón. Nell’ultimo quinquennio i Three Amigos – lui, Del Toro e Iñarritu – hanno fatto sfaceli, da cui l’hashtag #OscarsSoMexican, e Don Alfonso ha intenzione di perpetuare la supremazia: Leone d’Oro in bacheca, il suo memoir fascinoso e laccato sarà il cavallo di Troia di Netflix nella fortezza dell’Academy? Strafavorito.

“Affari di famiglia” di Hirokazu Kore-eda

GiapponeGià sui nostri schermi con ottimi risultati, Shoplifters non è il migliore del nipponico Kore-eda, nondimeno è un buon film: segreti, bugie e taccheggi formato famiglia, o chi per lei, e una facilità e felicità di regia che incantano, al netto di qualche intorcinamento di sceneggiatura. Il dark horse per la vittoria finale, e vai a sapere se la Palma di Cannes non richiamerà altro oro a carati hollywoodiani: merita tanto, può tutto.

Pawel Pawlikowski ci riprova con “Cold War”

Polonia Statuetta nel 2015 per Ida, il polacco Pawlikowski riprova con il bianco e nero, stavolta a dipingere il tira e molla di una coppia a cavallo della Cortina di Ferro: atmosfere, aneliti e nostalghia, c’è molto, e verniciato lucido, ma forse non abbastanza per il raddoppio. Sulla Croisette ha incassato il premio per la regia: reale abbrivio? Non è dato sapere, ma se al cuor non si comanda, questi sono battiti di lancinante eleganza.

“Sunset” dell’ostinato regista László Nemes

Ungheria Nel 2016 l’Oscar per la Shoah in semi-soggettiva di Son of Saul, bissare tre anni più tardi sarà assai ostico, ma l’autore si conferma ostinato e contrario. Budapest, anni dieci del secolo scorso, l’apogeo della decadenza, l’alba della rivoluzione, e un mystery in cappelleria: mesme-rizzante, imperfetto, imprescindibile. A Venezia i parrucconi italiani l’hanno vilipeso, il Fipresci della critica internazionale l’ha laureato.

“Opera senza autore” di von Donnersmarck

GermaniaIl tedesco ha già vinto la statuetta con “Le vite degli altri” (2007), queste sono le fotografie degli altri, però sfocate: medicina nazista, Germania comunista e art pour l’art, l’andamento è thriller, le intenzioni ardite, ma la palpebra dello spettatore calante. Più probabile l’approdo in shortlist – svelata il prossimo dicembre – che alla successiva cinquina, il cui annuncio è previsto per il 22 gennaio 2019. Dal 4 ottobre in sala.

“Burning” di Chang-dong: un triangolo incendiario

Corea del SudCon un coefficiente di 3.8 stellette su 4 ha totalizzato il più alto punteggio critico nella storia – del daily – di Cannes, ma poi è rimasto a bocca asciutta in palmares: come andrà Oltreoceano? Il triangolo incendiario lui povero, lei povera e l’altro ricco del regista coreano associa a un primo livello thriller un altro meta-cinematografico: rovelli e debolezze del mestiere di scrittore solleticheranno il palato dell’Academy?

Il neo-irrealistico “Capernaum” di Labaki

LibanoDiretto dalla bella e furbissima libanese Nadine Labaki (Caramel), è un melodramma “neo-irrealistico” tra guerra e miseria mediorientale, issato sulle spalline dei due bambini protagonisti, usati platealmente quali esche emotive. A Cannes ha strappato il premio alla giuria di Cate Blanchett, mandando qualche penna in visibilio e più di qualche lacrima sprecata: concorrente infido e ancor più temibile, alla voce paraculaggine solidale.

“Birds of Passage” di Guerra e Gallego

ColombiaDopo la nomination conquistata da El abrazo de la serpiente, i colombiani Guerra e Gallego indagano le origini del narcotraffico attraverso la storia di una famiglia indigena che nei decenni abbandona le attività tradizionali per quelle stupefacenti. Rito e ricchezza, potere e avidità, onore e dissoluzione: Pájaros de verano è antropologia criminale, magnificenza visuale, epica disallineata. Nelle nostre sale a primavera 2019.