“L’albero dei frutti selvatici” di Nuri Bilge Ceylanv

TurchiaLa vita – filmata – come un romanzo russo: il turco Nuri Bilge Ceylan sottopone per la quinta volta un film all’Academy, e confida di superare l’unica entrata in shortlist. Fluviale (oltre tre ore), profondo e accorato, il passo a due di un figlio e un padre (Murat Cemcir, superbo) più simili di quanto non sembrino imbarca dialoghi strepitosi (gli imam), atmosfere bergmaniane e cinema senza sconti. Dal 4 ottobre in sala.

“Dogman” di Garrone: il nostro riscatto

Italia Nel 2009 Gomorra non entrò nemmeno nella shortlist, e ancora gridiamo allo scandalo: il (non) Canaro della Magliana Marcello Fonte saprà renderci giustizia? Dalla sua il premio per l’interpretazione maschile a Cannes, un’umanità sconfinata e la faccia buona per echeggiare il nostro cinema più caro a Hollywood, quello neorealista. Critica anglosassone plaudente, riconoscibilità internazionale e cinofilia a mano armata, basterà?

Gemelli, sarai presto smascherato. Sagittario: sii paziente con i colleghi

ARIETE – Stefano Sgambati ha un problema con La bambina ovunque (Mondadori): “La misteriosità assoluta di ciò che stiamo per fare mi preme le costole, mi stritola”. Pure tu stai per impelagarti in un’avventura poco lecita, ma con una signorina più che maggiorenne.

 

TORO – Per meritarti Sette baci prima di dormire (HarperCollins), sii meno egoista, come Sara Gazzini: “Ricordati che ci sono anche gli altri: da quella sera non ho smesso di ripetermelo”. Viceversa, smettila di rimproverare senza motivo parenti e amanti.

 

GEMELLI – “A volte sembri un conte austriaco. C’è una certa nobiltà in te”. Falso, solo Lauren Groff può crederci, ma lei abita in Florida (Bompiani): non può certo conoscere i tuoi molti trasformismi in ufficio. Attenzione che sarai presto smascherato.

 

CANCRO – “Sazi per il cibo e per l’amore, senza dire niente, ci addormentammo in posizione netta e precisa: abbracciati”. Alessio Forgione si è preso una sbandata per Napoli mon amour (Nne), e tu invece? Inutile nasconderti; lo sanno persino i colleghi.

 

LEONE – Andrea Pomella è L’uomo che trema (Einaudi), ma anche tu non scherzi. Perciò, fai “molta attenzione a non coinvolgerlo nelle tue repentine cadute nell’abisso malinconico”: l’amico si sta scocciando delle infinite lamentazioni.

 

VERGINE – Ti incalza Andrés Barba (La nave di Teseo): “La perdita di fiducia assomiglia al disamore. Entrambi denunciano una ferita interiore e ci fanno sentire più vecchi di quello che siamo”. Prima di conquistare la Repubblica luminosa, riconquista la fiducia del partner ferito.

 

BILANCIA – Devo scegliere chi sognerà per me, appunta Romana Petri (Rrose Sélavy). Non darle retta: coltiva i tuoi sogni e tienili segreti. Sul lavoro sono arrivo “l’impeto della vita, la marea dell’essere, la gioia perfetta di ogni muscolo, giuntura, tendine”. Tradotto: promozioni.

 

SCORPIONE – “Delle due l’una: o è un manigoldo, oppure è un genio”: Inaam Kachachi si riferisce a uno dei tuoi amanti Dispersi (Brioschi) e da poco resuscitati. La risposta, quindi, già la conosci: valuta bene se dargli una seconda chance. Ma anche no.

 

SAGITTARIO – L’Homo Stupidus Stupidus non è così stupido: “Il più debole di noi è come noi. Il fondamento si collega alla fragilità”, spiega Vittorino Andreoli (Rizzoli). Vale anche per la tua situazione lavorativa: sii più paziente con le fragilità dei colleghi.

 

CAPRICORNO – “Molti avvertono un profondo disorientamento di fronte al mondo: troppo complesso, veloce, instabile”. Per non ricadere anche tu Oltre l’infinito, in questa perniciosa spirale, Mauro Magatti (Feltrinelli) prescrive una settimana di depurazione dai social network.

 

ACQUARIO – Bernie McGill cattura Le parole nell’aria (Bollati Boringhieri): “C’è una punta di collera nel loro rapportarsi con le persone, una sorta di antagonismo. Nasce dalla paura di essere presi in giro”. Sta parlando dei tuoi parenti serpenti: per ora evita reunion di famiglia.

 

PESCI – Quando il cielo era il mare e le nuvole balene andava tutto bene. Adesso però hai grane con “i diavoli, che vengono in casa per vedere se siamo diventati ricchi”, ricorda Guido Conti (Giunti). Inutile nascondere i soldi sotto il materasso: salda piuttosto i tuoi debiti.

“Una storia senza nome”, un romanzo da sfogliare al cinema che si fa verità

È un film da leggere Una storia senza nome. È un romanzo da sfogliare al cinema. Pagina dopo pagina – fotogramma per fotogramma – c’è il dipanarsi di un racconto fatto col “trasi e nesci”. È “l’entra ed esci” di complicità con il lettore, ops, lo spettatore, e Roberto Andò – l’autore, più che un semplice regista in questo film – conosce bene questa metafora generosamente aperta a tutte le variabili del segno.

Solo la critica cinematografica può, ovviamente, e Federico Pontiggia in questo è maestro, sentenzierà, ma qualcosa ancora può dire la letteratura quando le porti girevoli del pretesto – il furto nel 1969 a Palermo della Natività coi santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio – diventano bivi a disposizione di un esercizio di interpretazione; affollato al punto che uscendo dalla sala, con Magritte – come con la pipa – possa dirsi “Questo non è un film”. Molte cose è questa pellicola, non una sola, come è proprio di ciò che si sottrae al nome. Il fatto per come fu, c’è: la mafia se lo rubò a suo tempo, il capolavoro. E ne avvolse il feticcio in tante di quelle trame – venduto, tagliato in pezzettini sparsi, bruciato, fatto mangiare dai porci – da confermare, nei pentiti che ne parlarono, l’incredibile maestria propria degli sceneggiatori. “Tragediatori”, per dirla con la lingua di un Totò Riina, sono i pentiti. E Andò – da demiurgo dell’ermeneutica plurale – se li prende tutti i suoi personaggi per tragediarli e farne la trama di tutte le trame: uno sceneggiatore senza fantasia chiede soccorso alla gosth writer proprio quando questa incappa nel misterioso suggeritore di una storia vera e senza nome che finisce al modo di quando non finisce mai.

Non è una matrioska questo film, non un gioco a incastri e neppure c’è la dissolvenza di rimando degli specchi. C’è piuttosto il riverbero del verosimile nella limpida pozza del veritiero perché è probabile che l’imprendibile latitante – Matteo Messina Denaro? – si sia fatto la plastica facciale, per come si legge nel film, e magari sia una delle più acclamate attrici di telenovele in Sud America.

Come in Operazione San Gennaro di Dino Risi anche i mafiosi che rubano il Caravaggio si fanno il segno della croce, tanti sono i giochi di complicità con il grande cinema – il produttore cinematografico colluso è pittato al modo di un Pietro Germi – ma è la letteratura, paragrafo dopo paragrafo, scena per scena, a dominare la sceneggiatura in virtù del ragionamento sempre sostenuto dai sospetti e dalle diffidenze, dell’abilità di azione corroborata dall’immaginare quel mondo dietro il mondo acquartierato in qualsiasi comò di un qualunque albergo.

La microspia vi mostra una donna in quella stanza. E quella, penserete, è l’amante dell’imprendibile latitante. Ma con Magritte – “Quella non è un’amante” – incombe anche Jorge Luis Borges: lei è lui. L’amante di se stesso.

Facce di casta

Bocciati

Stravagante è…
Carlo Calenda ha ribadito il ritornello con cui molti esponenti democratici considerano assolto tutto il loro ruolo di oppositori: “Governo M5s-Lega? C’è un grado di incompetenza gigantesco che sta creando una grandissima confusione sul mercato del lavoro, a partire dal decreto dignità”.
Niente di nuovo sotto al sole, se non che il refrain questa volta sia da abbinare alle parole con cui l’ex ministro dello Sviluppo ha commentato la sentenza della Consulta che ha giudicato incostituzionale il criterio d’indennizzo per il licenziamento ingiustificato: “Trovo davvero stravagante l’intervento della Consulta sul Jobs act”.
Non se ne abbia a male Calenda, ma se c’è una cosa stravagante è che i membri di un governo a cui la Consulta ha bocciato una riforma del lavoro, una riforma della pubblica amministrazione, una legge elettorale, un decreto Salva-Ilva, ecc, continuino, come nulla fosse, a dare degli incompetenti agli altri.
Prima di mettersi a caccia di paglie o pagliuzze, conviene togliersi la trave dagli occhi.

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Nove settimane e un reddito
Al reddito di cittadinanza di epiteti gliene avevano già dati parecchi: misura assistenziale, stipendio per non fare nulla, panacea di tutti i mali, antidoto alla povertà, versione aggiornata del voto di scambio e chi più ne ha più ne metta.
Eppure quello di elisir d’amore non era ancora venuto in mente a nessuno.
Massimo Baroni, deputato del Movimento Cinque Stelle, a ridosso della manovra finanziaria ha deciso di perorare la causa di uno dei cavalli di battaglia del Movimento, decantandone i poteri afrodisiaci: “Siccome non si fanno più figli in Italia, dicono di compensare con gli immigrati. Metti il reddito di cittadinanza in Italia e vedi come iniziano a trombare tutti come ricci!”.
Beh, di fronte a simili premesse, vogliamo vedere con che coraggio il ministro dell’Economia Tria possa mettersi di traverso: se le cose stanno così, dire no al viagra di Stato vorrebbe dire destinare il Paese all’impotenza.
Speriamo solo che gli alleati di governo non interpretino l’incremento dell’attività sessuale come una conferma della stazionarietà sul divano.

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Promossi

La legittima difesa
Prima di premere il grilletto conviene sempre contare fino a 10, onde evitare di doversi pentire a posteriori di aver sparato.
La metafora è quantomai calzante visto che parliamo di legittima difesa: ad evitare che si faccia fuoco con una legge che rischia di modificare del tutto l’approccio alle armi eliminando la proporzionalità tra difesa e offesa, senza prima averci riflettuto abbastanza a lungo, c’ha pensato Pietro Grasso. L’ex presidente del Senato ha raccolto le firme necessarie per far sì che il testo venga esaminato sia dalla commissione che dall’assemblea, e non venga portato invece direttamente in Aula accorciando l’iter legislativo e di conseguenza i tempi di discussione. Quello di Grasso, che in molti hanno definito un blitz, un intervento a gamba tesa, non è altro che uno dei modi per fare quella strana cosa di cui tutti parlano ma che nessuno ha visto: l’opposizione.

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La settimana Incom

Bocciati

And here’s to you, Mr. Robinson
Bill Cosby, nonostante gli 81 anni suonati, è uscito dall’aula di tribunale, dopo la condanna per stupro, in manette. La sentenza decisa per l’attore da un tribunale della Pennsylvania va dai tre ai 10 anni da scontarsi in una prigione statale per un episodio del 2004. Aprendo l’udienza il giudice Steven O’Neill aveva descritto Cosby come “un violento predatore sessuale”. “Nessuno è al di sopra della legge”, ha detto il giudice negando la possibilità di cauzione e imponendo una multa di 25mila dollari. Cosby è stato accusato da oltre 60 donne, senza che sia stato possibile istruire altri processi a causa il lungo tempo trascorso dai fatti. Stando alle accuse emerse nei mesi, in tutti i casi il copione era analogo: Cosby invitava le vittime a casa con la prospettiva di aiutarle a fare carriera e offriva loro da bere un cocktail condito con sonniferi per poterle poi molestare senza che si ribellassero. “Heaven holds a place for those who pray”. Ma non per tutti.

Speranza e carità.

Emilio Fede intervistato da Radio2 ha parlato anche di Nicole Minetti: “Molte sere la trovavo ad Arcore, nelle famigerate cene del bunga bunga, che erano in realtà cose tranquillissime, che spesso si facevano di sabato. È bella, intelligente, ora si è creata una sua vita, è sparita, vive all’estero, è simpatica, gentile”. E poi: “Sono molto affezionato a Berlusconi”. E te credo!

 

Promossi

La donna della domenica
Su “Repubblica” il professor Guido Davico Bonino, letterato e grande amico di Italo Calvino, ha rilasciato una meravigliosa intervista ad Antonio Gnoli. In cui racconta anche di una memorabile sfuriata di Elsa De Giorgi, attrice dei telefoni bianchi e amante di Calvino: “Irruppe in casa editrice una biondona con lo chignon. In mano aveva una pistola. ‘Dov’è Italo, quel mascalzone, dov’è?’. Comparvero anche i due Giulio (Einaudi e Bollati): il primo se la svignò, il secondo riuscì a calmare la signora. Era ancora una bella donna appesantita nel corpo, furiosa per il tradimento del suo amante. Quando rividi Italo mi disse che da una settimana dormiva fuori casa; certe notti da Fruttero, altre da Lucentini. Scappava dall’ira della De Giorgi!”. Gli amori difficili.

Mauri is back
È tornato Crozza, tutti i venerdì su Discovery. Grazie.

Certi amori non finiscono
La settimana scorsa Romy Schneider avrebbe compiuto ottant’ anni. Alain Delon, che ne ha 83, ha voluto ricordare nella rubrica anniversari de Le Figaro il suo amore per Sissi: “Rosemarie Albach-Retty detta Romy Schneider avrebbe 80 anni oggi, domenica 23 settembre. Chi l’ha amata e l’ama ancora le rivolga un pensiero. Grazie. Alain Delon”. Questo ben cinquantacinque anni dopo la rottura della loro relazione.
Un rimpianto lungo mezzo secolo (e troppi tradimenti)…

Pet therapy, quando il rottweiler in corsia aiuta a stare meglio

Chi l’ha detto che per fare la pet therapy ci voglia per forza un biondo golden retriever o un labrador? Con il suo pelo scuro Dea, rottweiler di 5 anni, ha varcato due anni fa il reparto di Pediatria dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa, per andare dritta al letto di un bimbo affetto da una grave lipodistrofia, che comporta anche convulsioni. Ebbene, la mamma e i medici hanno notato che durante e dopo gli incontri – due volte a settimana per alcuni mesi – il bambino non manifestava alcun segnale di convulsioni, oltre a mantenere i parametri vitali stabili. Insieme ad altri cani (border collie, jack russel e in futuro forse anche un san bernardo), Dea fa parte di DobreDog, una delle più grandi Accademia di istruzione e cultura cinofila toscane, dove – tra formazione, convegni, progetti di ogni tipo con disabili e anziani – si studia per diventare operatori di Pet therapy.

“Il rapporto affettivo con un animale”, spiega il presidente onorario Francesco Fabbri, “è in grado di instaurare un circolo virtuoso in cui gli effetti fisici interagiscono con la parte psico-emotiva e a loro volta le conseguenze a livello psicologico migliorano l’equilibrio della salute corporea”. Formulata così può sembrare una cosa un po’ generica e astratta. Ma se si vanno a vedere gli studi sui progetti di pet therapy riusciti – come quello della dott. Giulia Rovini pubblicato sul sito di DobreDdog – l’immagine di questa pratica come una semplice forma di compagnia, che alcuni cuccioli fanno ad adulti e bambini giù di corda e malati, lascia spazio a quella di una vera e propria (co)terapia incisiva e persino impressionante. Bambini autistici che diventano meno aggressivi, più concentrati, empatici e motivati. Malati oncologici pediatrici che dormono meglio, si alimentano meglio, socializzano, parlano delle loro paure e bisogni, sono meno ansiosi, provano meno dolore. Pazienti oncologici adulti con maggiore ossigenazione durante la chemioterapia e che accettano più facilmente il proprio corpo, perché gli animali non giudicano. Schizofrenici più motivati e più capaci di provare piacere. Anziani che diminuiscono i farmaci, hanno un umore migliore e la cui percezione di solitudine diminuisce.

“Abbiamo avuto anche”, racconta Fabbri, “una ragazza anoressica che si alimentava esclusivamente in presenza del cane. Ha continuato a venire a trovarlo anche dopo, come fanno tanti altri una volta tornati a casa. Tra l’altro la pet therapy prevede che il bimbo che viene dimesso sia riaccompagnato a casa proprio dal cane”. Uno studio effettuato dalla dottoressa Lara Tadini Buoninsegni all’Ospedale di Careggi ha mostrato come nella manovra di svezzamento da ossigeno nei pazienti ricoverati in rianimazione la presenza del cane ha fatto sì che i parametri fossero al limite dell’inerte, come se cioè non stesse accadendo nulla. “Questo”, conclude Fabbri, “apre una profonda riflessione su come la presenza del cane vada a modificare i nostri set emotivi e su quanto questo porti benefici su aree che sono ancora davvero inesplorate”.

Dal Tower Bridge con 4 torri alla Trinità dei Monti “inglese”

Incredibile ma vero, il mondo di Shakespeare verrà clonato in Cina. Evidentemente non bastavano le repliche cafone della Torre Eiffel, del Tower Bridge e del Canal Grande. E così, nel lontano oriente l’anno prossimo verrà ricostruito il borgo inglese di Stratford-upon-Avon, nel Warwickshire, con la copia delle due case in cui il celebre commediografo William Shakespeare nacque e trascorse la propria infanzia. E non mancherà un pezzo di Roma.

L’accordo è stato siglato tra la città di Fuzhou e lo Shakespeare Birthplace Trust – che supervisiona i siti di Shakespeare nel Regno Unito – e visto il progetto decisamente astruso, sarà davvero una cifra astronomica. Difatti, quando è il momento di clonare le meraviglie architettoniche, in Cina non si va tanto per il sottile: la replica del Tower Bridge ha quattro torri anziché le due originali – per poter ospitare un’autostrada a più corsie – e la Torre Eiffel costruita vicino alla città cinese di Hangzhou, misura un terzo in più dell’originale. Ma non è tutto. Fuzhou cambierà nome in Sanweng e la via principale si chiamerà Little Stratford, ricreando l’alveo del fiume Avon. Qui si troverà la vecchia casa di Shakespeare e persino – tenetevi forte – una replica della Chiesa della Trinità dei Monti. Sì, esatto, proprio quella alle spalle di Piazza di Spagna. Cosa c’entra non è affatto chiaro ma evidentemente lo stile Tudor si sposa alla perfezione con quello rinascimentale. Nonostante lo sconcerto, la municipalità di Fuzhou, sita nella provincia meridionale dello Jiangxi, ha promesso lo stanziamento di fondi per costruire le dimore di Shakespeare con i materiali tradizionali. Ma basterà? Cosa ne penserà di questa operazione sua Maestà la Regina? E i romani andranno in pellegrinaggio sin laggiù?

Eppure non si tratta certo di un caso isolato; del resto la città di Fuyang ha costruito un Campidoglio identico a quello americano e a Guangdong stanno replicando esattamente la cittadina austriaca di Hallstatt, già patrimonio dell’umanità. Il fenomeno decisamente kitsch si chiama duplitecture – la crasi fra duplicazione e architettura – ma anziché dimostrare abilità copia-carbone, non sarebbe meglio impiegare la manifattura cinese su qualcosa che esprima la millenaria cultura orientale? Ma non vi basta? Avete sentito parlare di Tianducheng? Ovviamente no.

È stata ribattezza “la Parigi d’Oriente” e qui i residenti possono apprezzare le “proprie” versioni dell’Arco di Trionfo, degli Champs Elysées, vivendo nel tipico stile neoclassico dei palazzi parigini con vista sui Giardini di Lussemburgo. Nei dintorni di Pechino, esiste una perfetta replica di Jackson Hole, la cittadina del Wyoming, con tanto di cowboy per le strade e persino un tratto della mitica Route 66.Periodicamente, dalla città di Messina, si fanno avanti presunti esperti che sbandierano le origini siciliane di William Shakespeare fra arancini e granite, altroché pudding e tè. Ma non ditelo ai cinesi, magari copieranno lo Stretto di Messina, con tanto di ponte caro a Berlusconi, a Shanghai.

Club scambisti: corteggiate tra zazzere, tacchi e santini

Da sdraiati si fanno spesso cose stupide: rimirar le stelle, fumare; qualcosa cade, qualcos’altro va di traverso. Così ci siamo imposte, io e la mia amica Colette, attività un po’ più intelligenti – da sdraiate –, ma per dormire era ancora troppo presto.

È stata lei, l’amica geniale, a proporre: andiamo in un discopub lesbico. No, ci confondiamo. Andiamo in un bar gay. No, ci confondono. Andiamo in un locale per scambisti. No. Sì. Sì. Sì. Ci pare un giusto compromesso.

È andata così: una serata istruttiva. Riassunto, per farla svelta.

TUTTO OPEN. Come nei party migliori, c’è l’open bar, l’open dance, l’open tutto. Tutto è aperto, compreso il fumo: si può fumare ovunque, meglio se sigarette-sigarette. Quelle elettroniche impregnano l’aria di afrori dolciastri – i peggiori nemici dei feromoni e della libido –, mentre gli stupefacenti non garantiscono sempre risultati stupefacenti. Non qui, almeno. Se proprio non si può farne senza, Colette consiglia di andare già stupefatti, o sotto incantesimo, come i ragazzetti del Sogno di Shakespeare, persi nel boschetto con la fregola in corpo tanto da scambiarsi le fidanzate e accoppiarsi con gli asinelli. Disinibirsi non è mai scontato, neppure tra scambisti: per questo l’alcol è gratuito, a patto di non esagerare, creando perniciose code al bagno (usato non solo come bagno).

RISERVATEZZA RULES. A differenza dei party migliori, in cui non esiste privacy, qui la privacy è sovrana, come il debito, ma non si alza lo spread. È quasi impossibile vedere qualcuno con il telefonino in mano e del tutto impossibile vedere qualcuno che si scatta un selfie o chiede una foto in due, in tre o in gruppo: il gruppo si mette in posa per altro. Le pose non sempre sono plastiche, va detto, ma nessuno è obbligato a vederle, figurarsi a fotografarle: la penombra rossastra – una citazione del Campari; oggi si dice product placement – incombe sulle stanze. Quante siano non si sa: è davvero troppo buio.

IL BUIO OLTRE LA SIEPE. Ora si intravede una poltrona, ora spunta un’altalena (vero), ora si materializza un bancone. Ma i tavolini, no, è impossibile localizzarli: i lividi a fine serata saranno lì a ricordarcelo, ma potremmo sempre far finta che sia colpa del bondage. Sembra di stare in quel romanzetto sulle Affinità elettive – sussurra Colette – in cui i fedifraghi si accoppiano “nell’oscurità”, pensando ai reciproci amanti, e infatti “l’assente e il presente si confondono eccitati e voluttuosi”. Alla fine della fiera salterà fuori un figlio che assomiglia ai concubini, ma non ai genitori. Letteratura, peccato: qui si fa ricreazione, non riproduzione.

FRESH AND CLEAN. Il bagno è più pulito di quello di mia zia, e dotato di ogni comfort igienico. I preservativi – sparsi dappertutto ma difficili da reperire nella tenebra – sono solo di taglia extralarge e cento per cento naturali-vegetali. “Per incoraggiarti”, secondo Colette. “Perché c’è un’epidemia di finti allergici al lattice”, secondo me.

SOCIALITÉ. L’Égalité è démodé, ma non la Socialité, che non c’entra coi social, piuttosto con l’amico geniale (Goethe): per combinare “A con D e B con C” bisogna “mettere in contatto le due coppie e vedrà A volgersi a D e C a B senza che si possa dire quale abbia lasciato l’altra per prima, quale si sia di nuovo unita per prima a un’altra”. Ora, preliminare al contatto è il luogo, che sia casa, salotto o sofà. Perciò i divanetti sono confortevoli, lindi e di pelle rossa, en pendant col Campari: servono solo per sedercisi sopra, non per spegnerci le sigarette o per cospargerli di cenere. Al contrario della strada, ci sono portacenere e cestini in ogni angolo: a trovarli.

LIBERTÉ. La libertà è innanzitutto di trucco e parrucco, poi di culto: la mia amica, ad esempio, era acconciata in abiti da lavoro, elegante tipo Colazione da Zara. Oltretutto portava un vistoso orecchino d’oro con simbolo religioso pendente: non c’è stato verso di farglielo togliere, ma ha avuto ragione lei. Il pio accessorio ha attirato diversi corteggiatori e corteggiatrici, forse rassicurati o forse incuriositi. È proprio vero: l’abito non fa il monaco, figuriamoci la suora. Infatti, la signora commercialista, una bionda di un metro e ottanta, zazzera e tacchi compresi, era svestita come una pornodiva anni Ottanta: fuori tempo sì, fuori luogo pure. Il nudo, integrale o mezzobusto, non tira più.

FRATERNITÉ. Qui non è il Fight Club: si può parlare tranquillamente e non è obbligatorio combattere. L’ha detto Sade: nel boudoir si fa filosofia. E il pudore e la virtù titillano l’immaginazione. Come le chiacchiere: le Relazioni pericolose viaggiano per posta e i libertini si eccitano per corrispondenza. Oggi si dice sexting. Ci sono, tuttavia, argomenti tabù: l’amicizia su Facebook, innanzitutto.

AH, L’AMOUR. Ma di che si ciancia allora in un locale per scambisti? D’amore: tutti ne parlano, qualcuno lo fa, alternativamente, come le cameriere. Colette, per dire, ha sedotto una che non la smetteva di raccontare dell’ex marito, del trauma del divorzio, della conversione agli amplessi saffici, mentre io mi sorbivo le disavventure omoerotiche di un belloccio in giacca e cravatta. Sparlava di “patata”, boh: forse credeva di essere galante, risultando tuttavia bollito. A quel punto sia io sia Colette eravamo davvero stanche, e ce ne siamo andate.

La mattina dopo, a parte i lividi e il mal di testa, ci siamo ritrovate piene di preservativi extralarge-naturali-vegetali in borsetta. Colette dice di regalarli. Non abbiamo più l’età né il fisico per reggere un amore. Figuriamoci tre o quattro in due ore.

Progetto Dedicato, la “premurosa” offerta ai clienti delle banche venete

Anche le banche hanno un cuore. E Banca Intesa ne ha uno grande come una casa. Per questo si è preoccupata dei clienti arrivati da Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, reduci da innumerevoli patemi d’animo, tanto dal riservare loro un prodotto particolare, denominato Progetto Dedicato. Cosa dice però Laocoonte nell’Eneide di Virgilio? Timeo Danaos et dona ferentis (Libro II, 49). Temo i Greci, anche se portano doni, alludendo al cavallo di Troia. Possibile che Banca Intesa faccia un regalo ai suoi clienti?

Guardando da vicino l’offerta non viene proprio voglia di sottoscriverla. Per cominciare è una cosiddetta polizza a vita intera. Che è un tipo di assicurazione ora molto spinto da banche e sedicenti consulenti, ma priva del tutto o quasi di valenze assicurative, con una trasparenza pressoché nulla e altri gravi difetti. Nella fattispecie poi i risparmi sono bloccati per tre mesi. Riscattandoli prima di un anno si paga un 2%. Da quanto realizzato viene tolto l’1,3% annuo e a volte anche di più. Il rendimento garantito è zero, per il caso normale di chi voglia riprendersi i propri soldi prima di morire (e tenendoli fino al decesso la garanzia sale solo allo 0,5% annuo lordo). Insomma, cosa c’è di così speciale?

È grosso modo come quando una banca chiama il cliente, per proporgli un investimento il cui collocamento sta per essere chiuso. In realtà si tratta una proposta come tante altre e mettere fretta è una pura tecnica di vendita. Se una banca presenta qualcosa come un’occasione, di regola meglio rispondere di no. È il risparmiatore che deve dire cosa vuole comprare, perché le alternative convenienti di regola non vengono proposte, ma anzi ostacolate.

Purtroppo ciò rende tutto molto difficile; e nel dubbio meglio tenere i risparmi liquidi anche a lungo, che metterli in scatole nere.

Per completezza devo però fare una confessione. Anch’io nel 2017 avevo un conto non piccolo alla Banca Popolare di Vicenza, che mi corrispondeva l’1,3% di interesse. Inoltre mi guardai bene dallo svuotarlo, come invece invitava a fare la ditta Altroconsumo, il cui consiglio come al solito applicai al contrario.

Anche quel conto fu spostato a Banca Intesa-Sanpaolo, per cui rientro fra coloro cui Progetto Dedicato è rivolto. Però nessuno mi ha cercato per propormelo. Vedo in questo un apprezzamento sincero, seppure a denti stretti, da parte della banca. Evidentemente hanno intuito che non riuscirebbe a convincermi.