Fondi per la sanità: i conti non tornano

Da una parte il ministro Giulia Grillo assicura un miliardo di euro in più per il fondo sanitario nazionale del 2019 (rispetto al finanziamento del 2018 di circa 114 miliardi), confermando la cifra già prevista dal precedente governo nella legge di Bilancio 2017; dall’altro, nell’indifferenza quasi generale le Regioni chiedono più o meno altri 2,5 miliardi. Devono assumere personale e rinnovare i contratti bloccati dal 2010 e non sanno come fare. “La spesa per il personale oggi non può essere superiore a quella del 2004 ridotta dell’1,4%: questa soglia va tolta, ma poi va finanziata la maggiore spesa per assumere”, ha detto in questi giorni il coordinatore degli assessori alla Sanità Antonio Saitta, proponendo di “vincolare il fondo alle assunzioni” visto che liste di attesa e intasamento dei pronto soccorso dipendono dalla carenza di medici e infermieri. Poi c’è un punto del contratto Lega-5S che tormenta l’opposizione, sollevato dalla dem Elena Carnevali: “Scrivono che il finanziamento del Ssn sarà ‘prevalentemente pubblico’, quindi non sarà più garantito interamente dalla fiscalità collettiva? L’ho chiesto due mesi fa al ministro ma non mi ha ancora risposto”.

Tariffe, la guerra dei low cost passa per i rincari e l’asta 5G

Tariffe, si salvi chi può. La metafora marinaresca è quella che in queste settimane gira tra gli gestori telefonici che stanno per affrontare uno degli autunni più caldi dell’ultimo decennio. Tutta colpa delle pressioni competitive innescate dal nuovo ingresso sul mercato italiano di Iliad che sta mettendo in seria difficoltà gli altri operatori, nonostante quest’ultimi lo continuino a negare. Oltre alle continue oscillazioni in Borsa delle società quotate e al report diffuso a metà luglio da Moody’s in cui già si stimavano in calo tra il 4 e il 6% i ricavi all’anno di Wind Tre, Tim e Vodafone durante i prossimi due anni, ora a raggelare il settore ci penseranno i numeri reali delle trimestrali pesantemente condizionate dal crollo dei prezzi registrato dall’inizio dell’estate. Tanto che, secondo SosTariffe.it, le offerte mobili dei principali operatori hanno subito una sforbiciata di oltre il 20% in un mercato, quello italiano, in cui prezzi sono già fra i più bassi. Per capire meglio, il costo medio mensile dei pacchetti ricaricabili è passato da 12,41 dello scorso anno agli attuali 9,11 euro, mentre i giga sono aumentati del 58%.

Iliad, non ha però nessuno intenzione di fermarsi: per festeggiare il traguardo di due milioni di clienti raggiunti in poco più di tre mesi dalla data di esordio – il gruppo francese fondato da Xavier Iliad ha conquistato 1,3 milioni di clienti con la tariffa da 5,99 euro e altri 200mila con quella da 6,99 euro – ha da pochi giorni lanciato una nuova offerta che prevede 50 giga con minuti e sms illimitati a soli 7,99 euro al mese (con il pagamento di 9,99 euro una tantum all’attivazione). “Numeri oltre le aspettative”, come vengono definiti dagli analisti del settore e che rappresentano solo l’inizio dei problemi per il business delle altre compagnie. In quella che, infatti, appare sempre più come una guerra senza esclusione di colpi, per la gioia dei clienti che – archiviato il tristissimo capitolo della bolletta a 28 giorni – mai come oggi possono godere di tutti i benefici della concorrenza, è certo che questo paese dei balocchi non possa durare a lungo. Le perdite che segneranno gli operatori dovranno essere recuperate in qualche modo, ma il mercato è già saturo e i clienti già cannibalizzati. Come ha sottolineato l’Agcom, a fine 2017 c’erano 83,9 milioni di sim, vale a dire più della popolazione. Inoltre, durante l’estate, oltre a Iliad, sono sbarcate anche i second brand low cost di Vodafone “Ho.” e quello di Tim “Kena”. Ma soprattutto il panorama si è affollato di offerte winback (che sono comunque temporanee e scadono dopo poche settimane) per recuperare i clienti andati via. Offerte sempre più nutrite di giga e minuti voce che non sono tecnicamente sostenibili alla lunga per i conti delle compagnie senza che ci siano anche adeguate remunerazioni. Discorso che vale in primis per Iliad: questa concorrenza spietata gli farà chiudere il bilancio dei primi due anni in perdita, mentre il gruppo deve già registrare in Francia un’emorragia di clienti nel secondo trimestre dell’anno.

“La gara al ribasso sul medio termine rischia di impoverire tutta l’industria”, spiegano Time e Vodafone. “Prezzi più bassi portano a minori investimenti (si tagliano costi per recuperare margini, nda) che distruggono salari e occupazione”, è l’allarme che lanciano proprio mentre è in corsa la gara più importante per il settore delle telecomunicazioni: l’asta per le frequenze 5G, la tecnologia del futuro, la nuova autostrada su cui viaggeranno smartphone sempre più veloci e potenti, che sta però diventando un incubo per gli operatori: venerdì scorso, nella dodicesima giornata, sono stati sfiorati i 6 miliardi di euro di incasso per lo Stato. Un tesoretto ben oltre le aspettative del governo che stimava un minimo di 2,5 miliardi. Continui rilanci da parte dei big telefonici costretti a non arretrare per evitare di lasciare così spazio agli altri perché, una volta che si esaurirà la guerra delle tariffe low cost, sanno bene che la battaglia si sposterà sul campo della tecnologia e dell’innovazione, dove le offerte avranno prezzi più alti per i clienti e, di conseguenza, saranno maggiori gli introiti per loro. Ma anche sul fronte dell’asta 5G resta viva la polemica: mentre Tim, Vodafone, Wind 3, Fastweb, Linkem e Open Fiber si stanno aggiudicando i lotti in base alle offerte più alte, Iliad – come nuovo entrante – ha lotti riservati a un prezzo più basso.

Nel frattempo che succederà ai clienti? Mentre i nuovi continueranno a sfruttare le mega offerte che gli vengono proposte, quelli vecchi devono fare attenzione ai continui ritocchini: dopo i rincari di massa imposti da Vodafone in estate, ora arrivano quelli di Wind e Tim sulla rete fissa: fino a 2,5 euro in più al mese. Le rimodulazioni di Wind partiranno dal 5 ottobre, mentre quelle Tim dal 1° novembre, salvo sfruttare il diritto di recesso gratuito dandone comunicazione al gestore entro 30 giorni dalla ricezione della variazione del contratto.

Gli “sgub” di Biscardi

“Aranciata-birra-coca-menevado”: il bibitaro dello stadio lo dice come se ci fosse anche una bibita chiamata “Me ne vado”. La cosa non poteva sfuggire a me e, soprattutto, a Manolita che subito scherzando – tanto per fare una battuta – gli ha detto: “Scusa ci dai due lattine di Me ne vado?”. E giù a ridere come due matte, noi. Lui no. Serissimo e con un’aria diffidente se ne è va senza neanche rispondere, forse perché troppo preso dal suo lavoro che gli concede pochi minuti per vendere bibite tra un urlo e un altro della folla di tifosi. L’ambiente dello stadio non permette di essere spiritosi e di fare dell’umorismo. Lo sport non vuole risate, vuole solo polemiche, discussioni, esaltazioni, imprecazioni, solo al Processo del lunedì di Biscardi è permesso, tra uno “sgub” vero o falso si fa del puro cabaret. Ma allo stadio chiunque provi a fare una battuta viene messo a tacere. Malgrado ciò, io e Manolita incuranti della freddezza non solo del bibitaro, ma anche dei nostri amici presi solo dalla partita e dai loro chiassosi sbalzi di umore, non abbiamo rinunciato al nostro divertimento preferito, fare battute su tutto e su tutti. Così, quando la squadra avversaria ha segnato un gol, nella tristezza generale, noi pensando di essere spiritosissime abbiamo esultato: “Braviii che gol stupendo, hai visto che bel tiro!”. Intorno a noi il gelo, un misto di odio, risentimento e disprezzo. I numerosi tifosi hanno iniziato a insultarci pregandoci in coro di lasciare al più presto lo stadio, tanto per adoperare un eufemismo! Gol. La nostra squadra finalmente ha segnato e noi via con un’altra battuta: “Guarda quei due giocatori! Non la finiscono più di abbracciarsi, ma che carini, secondo me si stanno dicendo ‘basta non possiamo più continuare a vederci così!’” Siamo dovute scappare a gambe levate per evitare il peggio.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

La cittadinanza e i diritti umani nell’antica Roma

Su un aspetto il governo gialloverde ha messo tutti d’accordo: dalle opposizioni alla Chiesa cattolica, dalle organizzazioni sindacali al volontariato e ai professori che hanno guidato il fronte contrario alla sciagurata riforma costituzionale perseguita da Renzi, forte e univoca è stata la voce che si è levata contro il decreto sicurezza Salvini. Oltre a essere un maleodorante pentolone dove i migranti si mescolano con terroristi e mafiosi, in una sorta di Milleproroghe della paura e dell’odio, quel decreto contiene una misura odiosa, anzi aberrante, cioè la revoca della cittadinanza a coloro che, avendola ottenuta, commettono certi reati. Un arretramento spaventoso sul piano del principio di uguaglianza e, pertanto, di un fondamentale della civiltà giuridica in assoluto, che ne profila una sicura incostituzionalità. Persino nell’antica Roma dinanzi al civis si usava una estrema prudenza. Il cittadino poteva perdere la cittadinanza perché caduto in prigionia bellica; ma qualora fosse riuscito a rientrare in patria la riacquistava. Poteva, poi, anche perderla per quei crimini per i quali era comminata la pena capitale. Tuttavia, non solo ciò valeva per ogni civis e non soltanto per quelli di cittadinanza più recente, ma si riconosceva comunque al cittadino la possibilità di sottrarsi anche alla pena di morte con la facoltà di scegliere, sia pure un attimo prima della pronuncia della sentenza da parte dei comizi popolari, di andare in volontario exilium. L’Italia si trova in un tornante insidioso, e tutto occorre salvo continuare ad alzare la tensione o segnare il passo sul piano dei diritti della persona.

L’esperimento del mondo condotta dal visionario Mauri

È una strana esperienza aprire e cominciare a leggere L’esperimento del mondo. Mistica e filosofia nell’arte di Fabio Mauri. Lo è persino per chi è stato a lungo vicino a Mauri e ha frequentazione con Marramao. Pensi di essere esperto della indagine che stai per leggere. Ma dalla prima pagina il libro fugge in avanti con un impeto narrativo che non riesci a fermare. Così che l’esperienza del libro assomiglia in modo sorprendente al modo di essere artista di Mauri. All’improvviso Mauri è là, altrove, molto più avanti mentre stavate insieme. E ti tocca inseguirlo per stare al passo, vedere, capire, ascoltare. Ecco dunque un primo dato su questo libro. Il filosofo Marramao scrive pagine su un uomo al quale, nella vita, è stato a lungo accanto. E gli succede che le sue pagine di riflessione saggistica diventino narrative (tutto era narrazione in Fabio Mauri) e che quella narrazione dia vita a una presenza di Mauri con modalità quasi da medium, come accadeva per Mauri in vita, quando gli giravamo intorno ascoltandolo e osservandolo lavorare, e per farlo dovevamo sempre rincorrere l’autore-personaggio che era altrove. Qui, noi lettori, cerchiamo di stare al passo con Marramao, seguendo le pagine del libro come in grandi tavole illustrate di Tin Tin. La narrazione assume una struttura liquida che penetra in tutti gli spazi di una vita da artista di Mauri. Fabio non assomiglia ad altri artisti della sua epoca, perché è molto occupato nella visione filosofica (che è religiosa) di quello che sta facendo, ha fatto (e benevolmente ti spiega), oppure farà, cogliendoti di sorpresa. Ascolta le voci, che gli svelano molto, ma non si lascia incantare e non giace, da guru, annunciando il mondo. Ma sa evocare il mondo, prendendo e spingendo avanti con eleganza ciò che forse è il passato e forse ciò che sta per venire. È un visionario, mistico, meditativo, ci ricorda Marramao. Ma passa in laboratorio a fabbricare (fino al dettaglio artigiano) le sue mostre-eventi , che un po’ sono quadro, un po’ sono schermo, un po’ sono memoria, un po’ è l’apparizione vera e umana della figura come se tornasse (torna), un po’ è happening, ed è sempre teatro, autore incluso. Quando ti orienti, la rivelazione ti fa trasalire tanto è diversa dal punto in cui credevi di essere giunto, seguendo passo per passo l’artista. Questo racconta Marramao filosofo, che qui è narratore denso e intenso che vede, per ragioni di affinità ma anche di contiguità nella vita, i modi e i momenti in cui “l’esperimento” si è svolto. E ciò che sa ci dice un di più che è importante sapere.

L’impegno pro-legalità dei genitori del sindaco: pronti a fare gli spazzini

“Da un pero non può nascere una mela”. Attinge ai proverbi contadini Nicola Leoni, giovane sindaco di Gazoldo degli Ippoliti. Gli ho appena accennato alle virtù dei suoi genitori e lui se ne è inorgoglito, spiegando di avere ereditato da loro questa passione per la moralità che lo porta, con Avviso Pubblico, a organizzare in un comune di tremila anime nel mantovano un festival speciale, diventato in quattro anni un appuntamento nazionale, “Raccontiamoci le mafie”.

Ha il ciuffo sottile e lo sguardo mansueto, il sindaco Nicola, giunta civica e cuore a sinistra. Suo padre Mario lo ha preceduto in quel ruolo a fine Novecento, per due volte consecutive. Ha fatto anche il vicesindaco in un altro paese, Redondesco, “perché ce n’era bisogno ed era il paese in cui eravamo cresciuti io e mia moglie”. Ma qui non voglio parlarvi né di Nicola né di questo festival di nove giorni, dedicato nel 2018 all’economia criminale.Voglio parlarvi invece proprio di Mario e Maria Rosa, padre e madre del sindaco giovane e combattivo. Da anni li conosco, infatti, e da anni li vedo spremersi silenziosamente per quel festival che unisce scrittori, politici, giornalisti e magistrati. Ci sono genitori che col figlio politico ci marciano alla grande, lo sappiamo… Ci sono però anche genitori che si sacrificano per aiutarlo, mettendoci fatica e pure quattrini. Ecco, è il caso di queste due persone colte e gentili, appassionate di politica, lui dirigente della logistica alla Marcegaglia, uno dei simboli dell’industria mantovana, di idee socialiste (“ma non craxiano” puntualizza il figlio), lei professoressa delle superiori in pensione. Mantova è lontana, incistata in un angolo della Lombardia. E gli ospiti sono spesso in difficoltà a fare avanti e indietro in mezza giornata. I transfer costano. Le casse del Comune languono e occorrono dei volontari. Così ecco spuntare i genitori del sindaco. In coppia naturalmente.

“Lo faccio per mio marito”, sussurra lei, “non si sa mai con la stanchezza. Così io sto qui, faccio finta di niente. E ogni tanto lo tocco sul braccio: Mario, gli dico”.“Perché lo facciamo? Ma noi abbiamo sempre inteso così l’idea di amministrare. Quando mio marito è stato vicesindaco di Redondesco ha pagato di tasca propria gli spettacoli musicali da portare in piazza. Orchestre giovanili che venivano dal nord Europa, bravissime. E le sedie per sedersi in piazza le ha comprate lui con i suoi soldi. Vero Mario? E quando c’erano le manifestazioni, spesso mi mettevo a pulire la piazza. Non si sapeva a chi chiederlo e lo facevo io. Con la scopa e i cestini. E allora passava qualcuno e mi faceva la battuta: ‘Ma che bella carriera che ha fatto, da professoressa a spazzina”.

Sembra una gioia, la politica, in queste memorie che arrivano come coriandoli preziosi. “Ma mi è rimasta anche un po’ di amarezza”, precisa lui guidando, “la gente non ti è sempre grata, pensa troppe volte al suo interesse personale, una cosa le va bene solo se ne trae vantaggi diretti. Per questo l’Italia va così”. La signora Maria Rosa annuisce, ricorda quelli che chiedevano assunzioni alla Marcegaglia invece che di migliorare qui o lì lo stato del paese. Ma racconta anche la sua, di passione, la scuola. Che nostalgia dopo la pensione. Insegnava matematica, e già solo a pronunciare la parola le si accende il volto come evocasse un sogno. “Sa, da ragazza dovetti fare ragioneria per avere subito un lavoro. E ai miei tempi da ragioneria si poteva andare solo a Economia e commercio. Lì mi sono innamorata delle matematiche. Ma davvero lei pensa di studiare la mafia usando un modello matematico?”. Devo averla conquistata con quell’idea. Perciò è un parlare di funzioni, di variabili, di minimi quadrati, con l’entusiasmo di una novizia.

“Non posso farne a meno. E ancora la insegno privatamente a qualche studente di Gazoldo. Gratis. Certo, vuole che la madre di un sindaco che predica la legalità prenda soldi in nero? Non ho la partita Iva, e quindi è gratis. Quando hanno compiti in classe o esami, faccio ripetizione, e spesso mi accorgo che devo dar loro i fondamentali”. Parlando di matematica il viaggio finisce. “Tornate a Gazoldo a quest’ora?”. “Magari c’è bisogno. Sa, noi dobbiamo stare nelle retrovie, meglio che non ci facciamo vedere. Ma ogni tanto devo fare la tappabuchi”. Beato il sindaco, la “pera nata dal pero”. E beata Gazoldo, dove i genitori del sindaco invece di prendersi gli onori fanno i tappabuchi nelle retrovie. Averne.

Errori fatali in amore “Ho sbagliato a lasciare mia moglie per l’amante”

Cara Selvaggia, ho lasciato la mia ex moglie un anno fa dopo un matrimonio di 13 anni e due figli piccoli e bellissimi che continuo a vedere regolarmente. Nessuna tragedia, anche se l’ho lasciata per quella che era la mia amante da due anni. Una donna più giovane, conosciuta al circolo sportivo dietro casa. La mia ex moglie scoprì che la tradivo per il solito, banale messaggino sul telefono arrivato mentre ero in doccia. Ma la mia ex moglie non è mai stata una donna comune, quindi non fece scenate, anzi. Disse che l’avevo ingannata, l’avevo delusa, ma capiva che dopo tanti anni ci si può innamorare di qualcun altro. Insieme, senza urla, abbiamo deciso di separarsi. A dire il vero l’ha voluto più lei perché comunque, mi disse, “possiamo ricucire ma i fili si vedranno sempre”. Io ho iniziato una convivenza con quella che era la mia amante e oggi è la mia compagna. La mia ex moglie, con mio stupore, dopo due mesi ha iniziato una relazione col suo capo in azienda. Veniamo al dunque: io mi sono pentito quasi subito. Mi manca mia moglie. La donna con cui vivo era un risveglio erotico, più che l’amore della vita e come tutte le passioni erotiche dopo un po’ mi ha stancato anche perché è caduta la molla sensuale della clandestinità. Rivorrei mia moglie e i nostri rituali di vita, lei che cucina e l’odore di fritto che sale fino allo studio, i bambini da portare in campagna, le sue 200 creme antirughe sul ripiano del bagno, le sue corse mattutine. Ho provato a parlarle ma lei dice che non si torna indietro, che ora sta bene come sta, che la mia compagna mi ama e sono fortunato. Io non mi sento fortunato. Mi sento un coglione che ha sbagliato tutto e si chiede perché una moglie che fino a un anno fa mi amava, non ha voglia di concedermi una seconda possibilità.

Così, a fiuto, mi sa che ai tempi avresti fatto bene a guardare il suo telefono mentre lei faceva la doccia. Ho la sensazione che facesse gli straordinari col suo capo da un po’, e che la tua relazione clandestina le abbia concesso la fortunata opportunità di uscire come quella saggia, comprensiva, e matura dal vostro matrimonio. Sveglia!

 

Il dramma di un genitore: la figlia è troppo superficiale 

A proposito di Miss Italia. Mia figlia ha partecipato alle selezioni ed è uscita alle ultime (quelle locali però ormai illusa di arrivare in finale e di diventare la più bella del paese. Ci aveva creduto tantissimo e ci crede da sempre, ha aspettato di compiere 18 anni perché le avevo chiesto solo questa condizione qui, di aspettare almeno di essere maggiorenne. Per la delusione ha lasciato il fidanzato, ha iniziato l’ultimo anno di liceo con due giorni di ritardo perché si sentiva avvilita, ha aumentato le sedute in palestra perché ritiene di essere stata scartata visto che quella selezionata al posto suo era più tonica, più sportiva. Io e il padre stiamo cercando di farle capire che i concorsi di bellezza sono un gioco, siamo due avvocati, l’abbiamo tirata su in un ambiente sano, le abbiamo fatto imparare due lingue, l’abbiamo fatta viaggiare, ma nostra figlia pensa solo alle opportunità di vita che le arriveranno in virtù del suo metro e settantacinque e degli occhi verdi. Le abbiamo detto che la manderemo all’università a Edimburgo, dove studia il fratello, ma lei pretende Londra, perché a Londra ci sono agenzie di moda e casting. Nel frattempo ha mandato tutte le sue foto alle agenzie di moda milanesi, ma nessuna risposta. Solo una convocazione per un colloquio finita con un “mi spiace, non ha le caratteristiche che cerchiamo”. Non voglio neanche dirti la gestione del suo Instagram che il padre le ha fatto chiudere due volte con minacce varie, visto che lì era in costume pure a dicembre. E non ti dico i risultati mediocri a scuola. Che dobbiamo fare Selvaggia? Ma proprio una figlia così superficiale ci doveva toccare? Cosa farà nella vita? Sono molto preoccupata anche perché, detta tra noi, è una ragazza carina, ma temo che esteticamente parlando, si sopravvaluti. E che nella convinzione di essere Naomi Campbell, non studi, non combini nulla e si ritrovi un domani con un pugno di mosche in mano. Sono davvero in pena.

Linda

 

Figurati io che con le mie tasse dovrò pagarle il reddito di cittadinanza.

 

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È l’ipertesto che ha ispirato la Rete, ma solo ora il Talmud va su Internet

All’inizio di questo millennio, nel 2001, uscì per Einaudi un originale volumetto sul parallelo tra il Talmud e Internet, scritto dall’americano Jonathan Rosen. “Quando guardo le pagine del Talmud – si legge – e vedo tutti questi testi uno vicino all’altro, intimi e invadenti come bambini di immigrati che devono dormire nello stesso letto, mi viene comunque in mente la cultura frammentaria e caleidoscopica di Internet”.

Il Talmud è uno dei due pilastri dell’ebraismo – l’altro è la Bibbia, la Torah – ed è l’ipertesto più antico di sempre, compilato entro il V secolo. Di qui intrecci, rimandi, collegamenti che ne fanno una rete di link ante litteram. Per questo, l’acuto parallelo con Internet fatto da Rosen nel 2001. Solo che finora, paradosso notevole, del Talmud non v’era traccia nella Rete dei nostri tempi proprio a causa della sua sterminata redazione: migliaia di pagine che formano una sorta di enciclopedia di trenta volumi, unendo il Talmud di Gerusalemme e quello Babilonese.

In pratica, è una raccolta vastissima, il cosiddetto “mare del Talmud”, che comprende gli insegnamenti del maestri dell’ebraismo, con domande e risposte, sul significato e l’applicazione dei precetti biblici. Una casistica immensa che affronta tutti gli argomenti possibili.

Portare quindi questo “mare” su Internet era considerata un’impresa proibitiva, finché non ci ha provato Joshua Foer, fratello di Jonathan Safrar Foer, lo scrittore di Ogni cosa è illuminata. Fondatore del sito Atlas Obscura, Foer insieme con un ex ingegnere di Google ha realizzato un sito non profit, Sefaria, dove il Talmud è finalmente accessibile dalla Rete.

Secondo Linkiesta.it, che ha pubblicato la notizia in Italia, il lavoro è stato faticoso non solo per la mole dei volumi pubblicati (con la traduzione in inglese dall’aramaico e dall’ebraico) ma anche per le trattative sostenute per i diritti delle fonti interpretative più rilevanti. E così oggi il Talmud e Internet diventano due mondi che s’incontrano, non più paralleli.

Il Sud è disperato e quei politici se la prendono con i più poveri

Caro Coen lo “spirito del tempo” è feroce, impietoso, egoista. Citi il reddito di cittadinanza. Io non so fare di conto, non mi intendo di sforamenti e vincoli europei, non so calcolare quanto tempo ci separi dall’Argentina, ma una cosa la so bene: servivano misure urgenti contro la povertà. Soprattutto al Sud. Certo, la misura da sola non basta, è un tampone, so bene che ci vorrebbe altro (politiche attive per il lavoro, piani per una formazione moderna), so più che bene (ho seguito anch’io la scena del balcone: pietosa) che siamo di fronte ad un atto di propaganda che serviva ai 5 stelle per contenere le campagne di Salvini sull’immigrazione. Lo so, lo capisco e senza aver bisogno degli strenui difensori dei vincoli e dei mercati che ogni sera ci sbomballano a reti unificate.

Nelle ultime ore hanno chiesto un parere finanche a Flavio Briatore: “Il reddito di cittadinanza è una follia perché paghi la gente che sta sul divano. Sul divano ci sono già gratis, poi addirittura li paghi. Prenderanno il divano a due piazze”. Lo vedi? I ricchi non piangono. Giudicano i poveri, e quelli del Sud sono i soliti Pulcinella, sfaticati, brillantina e mangiaspaghetti. Il filosofo a bordo piscina Briatore, sa a chi dare i soldi: “La flat tax è da fare subito, subitissimo. Se premia i ricchi va bene perché vuol dire che se uno risparmia con la flat tax, investe più nell’azienda, crea più posti di lavoro”. Odiano i poveri, perché sanno che per battere la povertà un giorno sarà necessario limitare i privilegi nei quali, crisi o non crisi, continuano a sguazzare. E allora è guerra. A Roma sfrattano una anziana pensionata sociale di settant’anni da una casa occupata, con la Mobile e lo spray al peperoncino. A Salerno Vincenzo De Luca, il presidente della Regione, fa lo sceriffo abusivo e si accanisce contro un ragazzo nigeriano che chiedeva l’elemosina davanti a un supermarket. Li odiano i poveri, ma se hanno la pelle nera, li odiano ancora di più.

Le due facce di Milano: bella e progressista ma anche brutta

Forse ci sfugge lo Zeitgest, caro Fierro, “lo spirito del tempo”: ogni generazione pretende che sia “il nostro tempo” (rubacchio remoti ricordi da Ortega y Gasset). Certe cose smettono di piacere o di interessare, declinano e soccombono. Inspiegabilmente. Metti, per esempio, la manifestazione di ieri a Milano contro razzismo, intolleranza, derive xenofobe ed antieuropee. Un tempo, era fondamentale il lavorìo progressivo di sensibilizzazione e preparazione (militanti, partiti, sindacati, studenti, operai) che precedeva l’appuntamento in piazza. Una sfida assolutamente politica. Oggi, i consensi fluviali della Rete hanno eliminato tutto ciò. È lì che soffia lo Zeitgeist dei nostri giorni. E, tuttavia, qualcosa sta mutando.

La gente che scende in piazza è reale, non virtuale come quella che agita il web. Milano – laboratorio politico del Paese – ha captato questa tendenza. Questa ribellione al Grande Fratello: è la città più “aperta” e globalizzata d’Italia. Fibrilla d’orgoglio: il Wall Street Journal dice che è la città più trendy del mondo, per molti è una “piccola America”, perché “non ti chiede chi sei, ma che cosa sai fare” (Giangiacomo Schiavi, Corriere della Sera del 27 settembre). I milanesi, tanto per capirci, storcono il naso sul reddito di cittadinanza: “Dissipazione. Un incentivo a non far nulla”, è il commento generale, preferirebbero investimenti in ricerca e cultura. Il che non vuol dire che a Milano tutto è rosa e fiori. Ogni volta che piove, il Seveso esonda ed allaga. Danni e polemiche, litigi fra Comuni, ricorsi. Tutto resta come prima. “Si trascura la periferia per salvare il centro dall’acqua”, accusano i pm che indagano sulle responsabilità. E lo strombazzato “piano aria pulita”? Dal 2012 al 2016 lo smog non è diminuito. Anzi. I livelli di polveri sottili e biossido d’azoto superano di gran lunga le soglie massime previste dall’Ue. Dietro lo sfavillìo dei grattacieli, del Quadrilatero d’oro, delle sfilate e del danée, resiste “la brutta città” cantata da Dario Fo.