Il calcio, Tafazzi e Storie maledette

Franca Leosini ci sta pensando. Il programma potrebbe intitolarsi “Storie maledette del pallone made in Italy”, racconti perfetti per dimostrare quanto incompetente, scalcagnato e cialtrone sia diventato oggi il carrozzone del calcio di casa nostra. Per cominciare non c’è che l’imbarazzo della scelta: da Salah ad André Silva, da Insigne a Modric, le storie tafazziane sono lì, ancora attuali, srotolatesi sotto gli occhi dell’intero mondo e legate da un unico fil rouge, quello dell’asineria italica. Come quella di Mohamed Salah, il bomber che a Liverpool è divenuto grande al punto da ricevere un milione di voti alle ultime elezioni presidenziali svoltesi nel suo paese, l’Egitto; il bomber messo ko da Sergio Ramos al pronti-via dell’ultima finale-Champions.

Avesse potuto giocarla, quella finale, e presentarsi sano ai mondiali di Russia, il 2° posto al “Fifa Best Player” e il 3° all’ “Uefa Best Player” avrebbero forse potuto diventare qualcosa di più. Salah si è consolato col premio del gol più bello della stagione, ma il discorso che ci interessa qui è che Salah l’avevamo noi: nel febbraio 2015, a 22 anni, arrivò alla Fiorentina nell’ambito dell’affare Cuadrado al Chelsea; e pochi mesi dopo se ne andò alla Roma mettendosi a disposizione prima di Garcia e poi di Spalletti, con i tifosi a brontolare non vedendo poi ‘sta gran differenza tra Momo e Gervinho, Iturbe o Iago Falque. Risultato: ceduto al Liverpool per 42 milioni, dopo una stagione in Premier agli ordini di Jurgen Klopp, Salah vale oggi 171,3 milioni ed è il quinto giocatore più quotato al mondo dopo Harry Kane (201,2 milioni), Neymar (195,7), Mbappè (186,5) e Messi (184,2) secondo le stime dell’Osservatorio del Cies. Era un fenomeno, ma se ne sono accorti gli altri. Chi non è (e forse non sarà mai) un fenomeno è invece André Silva: l’attaccante portoghese che il Milan acquistò comunque a caro prezzo due estati fa dal Porto (38 milioni) a soli 21 anni. Zero gol agli ordini di Montella, 2 agli ordini di Gattuso, Silva è stato sbolognato in fretta e furia al Siviglia dove nelle prime 7 partite, a 22 anni, è diventato capocannoniere della Liga segnando 7 gol due dei quali al Real Madrid battuto 3-0. Domanda: chi era scarso, André Silva o i suoi allenatori Montella e Gattuso? La verità è che siamo fatti così: masochisti nati. Anche con la mercanzia di casa nostra, se è vero che l’ex presidente federale Tavecchio ci ha appena raccontato, sia pure a buoi scappati, che Lorenzo Insigne, gioiello assoluto del nostro calcio, non giocò la famigerata partita Italia-Svezia (quella che decretò l’esclusione dell’Italia dal mondiale) perchè il blocco dei giocatori della Juventus mise il veto alla sua entrata in campo, col risultato che tristemente ricordiamo. E insomma non capiscono niente gli allenatori, non capiscono niente i calciatori che giocano a fare gli allenatori: figuriamoci gli ex giocatori reinventatisi opinionisti in tv. Uno, Massimo Mauro, che pure di campioni dovrebbe intendersene avendo giocato a fianco di Maradona, Zico e Platini, ha passato gli anni a Sky a sostenere che Luka Modric era un giocatore come tanti (“preferisco Lemina”, arrivò a dire). Ebbene: dopo 4 Champions vinte col Real, Luka Modric conquisterà probabilmente, dopo “Best Player Uefa” e “Best Player Fifa”, anche il Pallone d’Oro 2018. Massimo Mauro gli avrebbe preferito Sturaro.

La paralisi degli appalti spiegata dai bidelli veneti

Primo giorno di lezione. Arrivo la mattina in università e trovo le portinerie vuote, e i lavoratori del servizio di guardiania e di pulizia in agitazione perché da dieci giorni lo stipendio non arriva, dopo analoghi ritardi il mese prima, e quello prima ancora. Uno stipendio esiguo, che per quei lavoratori – non “statali” come noi o come i loro colleghi degli uffici, bensì dipendenti di ditte o cooperative esterne – è soggetto ai mutamenti delle aziende che si avvicendano.

I portieri della mia università oggi sono in assemblea perché la loro ditta, la campana Esperia spa., da metà luglio è in amministrazione controllata per via di un’interdittiva antimafia. Dopo essere subentrata tramite affitto di ramo d’azienda (e dunque aver ereditato le attività e i dipendenti) alla Kuadra srl, già sua controllante e già finita nel 2016 in una brutta inchiesta di camorra per gli appalti dell’ospedale Santobono di Napoli, l’Esperia ha corredato il proprio sito di ogni sorta di certificazione di qualità, trasparenza, responsabilità sociale e onestà; ciononostante, pochi mesi fa si è nuovamente trovata sotto i riflettori della Dda e della Prefettura di Napoli, che ne hanno sospettato la stretta pertinenza al clan napoletano dei Lo Russo, lo stesso che co-gestiva la Kuadra di cui sopra, ovvero l’azienda che in certe gare Consip si era consociata in una Rete temporanea d’impresa con la romana Marco Polo spa. E così tutte le molteplici attività di fornitura servizi di Esperia, dagli ospedali di Trapani all’azienda idrica dell’Alto Vicentino, dalla Provincia alla Corte dei Conti di Venezia, dall’Università di Trento alla Commissione tributaria di Treviso, sono state travolte.

Né si può sperare ristoro a breve da un nuovo bando di gara. Come tutte le commesse pubbliche, anche questi appalti passano per i grandi appalti Consip: ma nella fattispecie sia il bando per le pulizie nelle scuole sia quello per ospedali atenei e amministrazioni pubbliche sono stati di fatto invalidati dall’Anac, su parere anche dell’Autorità antitrust, per sospetto di cartello tra le imprese coinvolte (Romeo Gestioni, Manutencoop, Manital ecc.). Il lotto che riguarda i miei colleghi dall’altra parte della guardiola o con il secchio in mano, quelli che si svegliano alle 5 per rendere vivibile il posto dove studenti e docenti operano ogni giorno, ebbene il loro lotto è il numero 5 del maxiappalto Facility Management 4, bandito nel 2014 per un ammontare di 2,7 miliardi di euro: è proprio il celebre maxiappalto assurto l’anno scorso agli onori delle cronache per via dei sospetti di corruzione e malversazione che avevano sfiorato perfino l’entourage dell’allora presidente del Consiglio.

Gravi le conseguenze dell’attuale paralisi nell’assegnazione di quell’appalto, prima forse prorogato ad arte, secondo l’Anac, per consentire la messa in regola di imprese inguaiate, quindi appunto bloccato per una serie di presunte irregolarità e per il sospetto che le imprese più grandi avessero fatto “cartello” spartendosi la torta a priori, un lotto a me e uno a te. Tale paralisi ha obbligato le amministrazioni periferiche a prorogare i contratti in essere dall’appalto precedente, al fine di evitare la sospensione del servizio: chi, come il mio Ateneo, ha voluto alla fine bandire localmente un’altra gara, dovrà poi comunque aderire all’esito del bando Facility Management 4 se e quando mai si scioglieranno i nodi giudiziari. E la proroga ha interessato anche i casi, come quello della Esperia (subentrata alla Kuadra, già prorogata in Veneto per una serie di inghippi regionali addirittura sin dal bando Facility Management 2 del 2010!), in cui nel frattempo le imprese siano finite sotto indagine per mafia (correnti bloccati, amministrazioni straordinarie, ritardi e intoppi nei bonifici ai dipendenti…).

Ecco dunque come la “grande storia” della tv (le cimici di Marroni e il traffico di influenze, le intercettazioni telefoniche e le pressioni dei politici, le infiltrazioni mafiose e il Nord che traligna) si ripercuote sulla carne viva del Paese, per di più in un momento così sensibile come l’avvio dell’anno scolastico e accademico. Qualche settimana fa il deputato cinquestelle Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera, ottimo conoscitore dei problemi dell’istruzione, ha palesato l’intenzione di trovare nella legge di stabilità le risorse per assumere 12.000 bidelli (e, s’immagina in prospettiva, altrettanti lavoratori per il servizio di guardiania e pulizia nelle università, e magari – perché no? – nelle altre amministrazioni pubbliche), così da riportare sotto diretto controllo pubblico i servizi per troppo tempo esternalizzati tramite mostruosi appalti “omnibus”.

Un provvedimento che, per quanto indigesto a certi settori della Lega (forse anche al ministro?), porterebbe nel medio periodo evidenti risparmi, darebbe ai lavoratori un vero e inequivocabile segnale di recuperata dignità professionale, e soprattutto metterebbe un definitivo punto fermo all’indegno circo di appalti, indagini, ricorsi e cartelli che ha solcato gli ultimi anni della nostra storia. Sarebbe un cambiamento forse meno pirotecnico della nazionalizzazione di Autostrade, ma forse più realizzabile e – non solo sul piano simbolico – altrettanto significativo.

L’uomo nero fra spie e Fiat che uccise i fratelli Rosselli

Accadeva sessant’anni fa, nell’ottobre 1958, al Tribunale di Pinerolo. Ventun anni dopo l’assassinio dei fratelli antifascisti Carlo e Nello Rosselli, avvenuto in Francia, a Bagnoles-de-l’Orne, il 9 giugno del 1937, il nome dell’ex maggiore dei carabinieri e agente del Sim (il servizio segreto militare) Roberto Navale riecheggiò nuovamente in un’aula di un palazzo di giustizia. Fu il Tribunale di Pinerolo, città a 38 chilometri da Torino, a riesumarlo. Il 7 ottobre 1958 i giudici inflissero 13 mesi di reclusione, per il reato di ricettazione fallimentare, all’uomo che per l’organizzazione degli omicidi dei Rosselli, eseguiti da alcuni fascisti francesi del gruppo della Cagoule, era stato prima condannato all’ergastolo, il 12 marzo 1945, poi a 7 anni, e quindi assolto a Perugia nel 1949 per insufficienza di prove, con una sentenza che Piero Calamandrei definì “un’idea da pazzi”.

L’assoluzione di Navale, del colonnello dei carabinieri (e suo superiore nel Sim) Santo Emanuele, oltre che di Filippo Anfuso, stretto collaboratore di Galeazzo Ciano, pose “una pietra tombale”, scriverà lo storico Mimmo Franzinelli, sull’individuazione dei mandanti e degli organizzatori dell’assassinio del fondatore di Giustizia e libertà e del fratello Nello. La condanna di Navale in quel processo per una bancarotta, il fallimento del commerciante di petroli Pietro Flogna, rammentò per qualche settimana, sui giornali, il ruolo che l’ex capo del centro Sim di Torino aveva avuto nell’affaire Rosselli. Nemmeno il processo di Pinerolo, oltre che la vicenda dei Rosselli e il collocamento del maggiore nella riserva dell’Arma nel 1942 dopo un’inchiesta inchiesta militare sui suoi affari più che spregiudicati, compresa l’apertura di una casa di tolleranza a San Remo, riuscirono a intaccare la sua figura.

E non impedirono che il 20 maggio 1965, ai suoi funerali, gli venissero resi gli onori militari. Solo l’Unità lo scrisse: “È morto ieri all’ospedale Mauriziano – ricordò il quotidiano del Partito comunista – dove era stato ricoverato d’urgenza per un collasso cardiocircolatorio, l’ex maggiore Roberto Navale, di anni 54 (in realtà ne aveva 68, ndr), già capo a Torino, durante il fascismo, del famigerato Sim (controspionaggio militare). I funerali si sono svolti questa mattina, partendo dall’ospedale. Ciò che ha destato un senso di grande sorpresa, dato il passato del Navale, è stata la presenza di numerosi ufficiali dell’Arma e di una rappresentanza armata che ha reso gli onori militari”.

Non è l’unica sorpresa a emergere scavando tra i fascicoli di polizia dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Tra le carte riguardanti l’ufficiale dei carabinieri reali, che nel giugno del 1941 era stato assunto alla Fiat guidata da Vittorio Valletta come capo dei servizi di sicurezza, spicca una nota che il Servizio informazioni speciali (Sis) della polizia italiana, il 3 luglio 1950, trasmette alla Divisione affari riservati del ministero dell’Interno: “Il noto ex-maggiore dell’Arma Navale Roberto, già appartenente ai servizi informativi militari, che tanto fece parlare di sè per l’uccisione dei fuorusciti italiani Rosselli avvenuta in Francia durante il fascismo, comincia a far riparlare di sè per una sua attività che egli svolgerebbe a Torino e in Milano a favore di servizi stranieri”. Lo si sospettava di essere al soldo dei francesi, ma pure degli americani della Cia. Certo è che in quegli anni, mentre a Roma si condannava Navale all’ergastolo, a Torino, dopo la Liberazione, la Fiat avallava un passato nella Resistenza della spia che aveva contattato i cagoulards francesi per eliminare i Rosselli per conto del Sim e dei vertici del fascismo.

L’ 8 settembre, in una lettera inviata da Torino all’avvocato Giovanni Bovetti, che assisteva Navale, Valletta scrisse: “Egregio Avvocato, Sono ben lieto di poterLe dichiarare che Magg. Navale da noi assunto alla Fiat come capo dei sorveglianti nel 1941, ha svolto i compiti affidatagli nel migliore modo. Dopo l’8 settembre ’43 fu da me incaricato di provvedere ad assumere nel personale di sorveglianza, ex militari di sicura fede patriottica e partigiana, per facilitare operazioni di prelievo e di aiuto in materiali Fiat e vari al movimento patriottico”.

La brigata con cui Navale avrebbe collaborato era legata al’Oss (il servizio segreto Usa), e aveva come comandante Walter Navarra. Un uomo così descritto dai giornali nel 1985, durante il processo per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli: “Sulla scena del processo Ambrosoli, ecco un altro degno personaggio della brulicante e insidiosa combriccola che per anni si accampò alla corte di don Michele Sindona. Si chiama Walter Navarra”. Ex comandante “di una formazione Matteotti”, è “accusato di violenza privata e tentata estorsione ai danni di Enrico Cuccia di Mediobanca, e di favoreggiamento di Sindona durante il falso rapimento del ’79”.

Piotta: “Ecco chi sono davvero io tra Fossati, Caparezza e la sinistra”

Piotta, dopo Nemici, l’album di 7 vizi Capitale, colonna sonora della serie tv Suburra, ritorna con un disco che spiazza, insapettato. Più intimista, malinconico? Più Tommaso che Piotta forse?

È così. È il disco che voglio pensare di aver regalato al Tommaso quattordicenne, timidone e malinconico nella sua cameretta tra Ivano Fossati, Francesco De Gregori e Guccini.

Quanta acqua è passata sotto i ponti dai primi successi Supercafone e La mossa del giaguaro?

Eh, a livello anagrafico tanto, ho 45 anni… A livello stilistico anche: esecuzione, scrittura, arrangiamenti… ma credo anche che un artista debba crescere insieme con i propri dischi; sarei ridicolo, non simpatico, se facessi le cose che facevo nel 1998. Poi è chiaro: con questo disco rischio molto, chi si aspetta di divertirsi o di indignarsi in Interno 7 trova tutt’altro.

Il Piotta cresce e non si segnala mai alle cronache per risse nei locali, scandaletti o cose di questo tipo.

(sorride) Ma non solo io, la mia generazione musicale non è rissosa: Frankie hi-nrg o Caparezza, per fare due nomi, sono lontani dalle colonne di cronaca nera quanto me. Siamo ragazzi tranquilli. Ci rifugiamo nei nostri eremi. Poi, appunto, c’è un percorso di crescita umana e musicale: il Piotta ventenne era più sarcastico e autoironico forse, il trentenne più politico e sociale, oggi sono anche quello che si trova nel nuovo album, Interno 7.

È stato un artista anche politico, impegnato, non lo sarà più, non lo vuole essere più? Cosa devono aspettarsi i suoi fan dal disco che verrà dopo Interno 7?

Ah non lo so, non sapevo neppure che avrei fatto questo disco in questo modo. La mia vita condiziona molto i testi delle mie canzoni; detto questo “impegnato” è sempre una bella parola, per quanto fuori moda. Lo stato delle cose ci fa essere impegnati… no questo disco non è un passo indietro, ma la tappa di un percorso.

Disilluso dalla politica?

Non sono disilluso però come quelli del ritornello “che i politici sono tutti uguali”. Sono emotivamente concentrato su altri aspetti della vita, più asociale e meno proiettato a prendere posizione. Ma dico anche che non si può far finta di niente di fronte a certe cose intollerabili.

Come ad esemio?

Le politiche sui migranti del governo in carica. E non solo quelle. Lo spostamento a destra del Paese, anche dell’elettorato, è preoccupante.

Per chi ha votato?

L’ultima volta ho votato alle Politiche del 2013, quelle della non-vittoria di Pier Luigi Bersani. Ho votato Pd, poi è arrivato Matteo Renzi e non sono più andato alle urne. Non ho mai votato per il Movimento cinque stelle, mi sembra che ora rischi di farsi fagocitare dalla Lega e dalle politiche di destra di Matteo Salvini. Ma il vero dramma è che ho difficoltà a riconoscere una controparte. A sinistra ci sono solo macerie e anche troppo piccole per poter far sperare in qualcosa di decente in tempi brevi…

Torniamo al nuovo album, che cos’è per lei l’Interno 7? Cosa significa?

Ognuno ha il suo Interno 7, il mio è la casa di Roma, zona Conca d’Oro, dove sono arrivato a un anno e dove sono rimasto con i miei fino al 2000. Poi ho comprato casa con i soldi di Supercafone… Ma quello era l’appartamento in cui ero re tra le 13,30 e le 17 dopo la scuola, prima che papà e mamma ritornassero da lavoro. E la casa in cui si torna quando poi papà e mamma non ci sono più e bisogna svuotarla prima di venderla. E allora si riaprono i cassetti: fotografie, filmini in vhs, super8, telecamere di tutti i tipi, enormi e piccole, una storia familiare fissata in immagini che di colpo ritornano tutte davanti agli occhi. Dopo i cassetti tocca agli armadi… Ricordi e pezzi di vita si affastellano, mia madre se ne è andata nel 2004, poco dopo la mia partecipazione al Festival di Sanremo. Il 5 luglio scorso abbiamo salutato mio padre. Ma ognuno ha il suo Interno 7, raccontare il mio è un espediente per far emergere quello di chi ascolta.

Nella versione digitale l’album è diviso in lato A e lato B… come le vecchie musicassette, nostalgismo…

Sì, in questo caso però anche con un motivo più pratico: secondo me l’ascolto in streaming è più da playlist che salta da palo in frasca. Quindi spezzare il disco ha un senso, invece il cd è pensato come un concept, te lo bevi dall’inizio alla fine.

Resta il nostalgismo: il videoclip del brano Solo per noi s’inserisce in un filone ora fortunato, basti pensare alla serie tv statunitense Stranger Things… è voluto?

No, ma effettivamente un gruppo di ragazzi in giro con le biciclette, senza cellulari, con quei vestiti… ed è subito I Goonies, ed è subito E.T. Invece sono solo ragazzini nel mese delle ferie dei genitori, impiegati negli anni 80, anni fa a Tortoreto Lido, la mia seconda patria, il rifugio abruzzese in cui scappo ancora oggi quando ho voglia di isolarmi o anche per far festa con gli amici a Capodanno.

E Roma quanto è stata ed è importante per lei e per le sue canzoni?

Credo che non potrei stare da un altra parte e rimanere, anche artisticamente, chi sono e chi voglio continuare a essere. Roma è imponente e monumentale quanto disperata. Irrinunciabile. E lo dico senza intenti di campanilismo: amo Milano, c’è anche un brano in quest’album, Piazza Lagosta, dedicata proprio alla città di mia madre.

Nel suo campo quale artista butta giù dalla torre del rap oggi?

Fedez. Musicalmente non lo capisco, non mi restituisce nulla. Ne riconosco la grandezza dal punto di vista imprenditoriale: straordinario. Tutto a tavolino, però: come costruire un personaggio sovraesposto e ottenere il massimo dal mercato. Una menzione anche per Sfera Ebbasta: non si sale con due rolex sul palco del Primo Maggio, è fuori luogo e poco rispettoso, non è una provocazione ma solo una scemenza.

E chi vince tra i suoi colleghi nella classifica personale del Piotta, invece?

Caparezza. Michele senza dubbio. Premio alla carriera a Jovanotti, Lorenzo ha aiutato molto a introdurre il rap in Italia, è cresciuto con le sue canzoni e noi con lui, gli dobbiamo molto.

 

La réclame della banca

Napoli, multiculturale da sempre perché “nata da mille sangui” (così, nel Seicento, Giulio Cesare Capaccio), è una città carica di futuro: capace di mostrarcelo, il futuro, di anticiparlo. Di aiutarci a costruirlo. Nel gran ventre della città, tra abissi di abbandono e contraddizioni laceranti, tante comunità (associazioni, comitati, quartieri, gruppi…) sentono in modo nuovo e radicale l’importanza dei beni comuni: è “un altro modo di possedere” (per usare il titolo di un celebre libro di Paolo Grossi), l’opposto della “sacralità” della proprietà privata di cui farnetica il capo della Lega, bestemmiando spirito e lettera della Costituzione.

L’amministrazione di Luigi de Magistris, pur tra tanti limiti, ha saputo interpretare e alimentare questo spirito che soffia dal basso: uno spirito felicemente ribelle. E c’è una storia, tra tante, che permette di raccontarlo.

Il pomeriggio del 9 giugno scorso Francisco Bosoletti si faceva largo nella folla che pulsa senza riposo in via Toledo. In tutto pensava di potersi imbattere, questo giovane artista argentino, tranne che nella sua Parthenope: il bellissimo murale alto quindici metri che egli stesso aveva realizzato esattamente quattro anni prima, in una zona di Napoli assai meno fortunata, Materdei. Eppure, la sua fascinosa sirena, la mitica genitrice della città, era proprio lì, davanti ai suoi occhi: stampata su un grande banner pubblicitario di una mostra nella sfarzosa sede di Banca Intesa. Contrariamente a quanto avrebbe probabilmente pensato la maggioranza dei suoi colleghi, Bosoletti non fu contento di quella inaspettata e gratuita pubblicità. Perché a Napoli aveva imparato “un altro modo di pensare”: e si domandò se fosse giusto che un’opera ideata dall’associazione “il Fazzoletto di Perle” e realizzata attraverso una sottoscrizione popolare organizzata dal comitato “Materdei R_esiste” (che riunisce associazioni e cittadini del quartiere) servisse ora a legittimare l’immagine, e dunque a promuovere tutti gli affari di un impero finanziario.

Così, come nelle favole, il piccolo Bosoletti prese carta e penna, e scrisse alla grande banca: “Notando i cartelloni pubblicitari all’ingresso del palazzo, sono entrato per chiedere una spiegazione di quello che stava accadendo. Né il curatore della mostra né i responsabili della galleria di Palazzo Zevallos mi hanno dato una risposta pertinente, declinando invece le loro responsabilità sui diritti di utilizzo della mia opera, che mai ho chiesto, e rimarcando la popolarità e il prestigio dell’evento come valorizzazione del mio lavoro e incremento di visibilità per le mie opere. Parthenope non porta solo la mia firma, ma quella di un’intera città che l’ha commissionata dal basso, con un’azione di mecenatismo popolare. La sirena sulla cui tomba è nata Napoli tornava a produrre cittadinanza con l’esercizio di una prerogativa tipica dei sovrani di antico regime, e cioè la commissione di opere d’arte: cittadini non certo ricchi che si tassavano per avere più arte e bellezza. Avrei immaginato che chi professa la divulgazione dell’arte come un motore dell’educazione e del progresso sociale contemplasse il rispetto degli artisti come un suo prioritario dovere. Ma utilizzare senza neanche dirmelo la Parthenope come immagine promozionale di una mostra, per la quale è anche richiesto un biglietto d’ingresso, a mio parere non è solo un mancato riguardo nei confronti di chi l’ha dipinta. È anche un insulto a quel popolo sovrano che Parthenope incarna”.

A fronte di questa pacatissima e dura chiarezza di idee colpisce, per incapacità di ascolto e “modalità predefinita”, la risposta della banca: che, rivolgendosi direttamente dal quartier generale di Milano alla presidente del “Fazzoletto di perle” (la quale nel frattempo aveva espresso tutto il suo sdegno), ha scritto: “La mostra alle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano, come le precedenti, rappresenta un evento culturale per la città, per promuoverne la storia e il ricco patrimonio artistico… Il Gruppo Intesa Sanpaolo, attraverso il progetto Gallerie d’Italia, nelle tre sedi museali di Milano, Napoli e Vicenza, si propone infatti di valorizzare l’arte e la cultura dei territori di riferimento attraverso l’esposizione al pubblico di opere di proprietà e l’organizzazione di ricorrenti iniziative espositive… Dal canto nostro riteniamo di aver dato lustro al murale dell’artista proprio perché inserito in questo contesto di pregio accanto a collezioni di importanti opere appartenenti a epoche diverse, tutte testimonianza della più alta arte napoletana”.

Uno scambio davvero eloquente: perché dimostra che il problema non è giuridico (i diritti), né formale (il mancato coinvolgimento dell’artista). Il problema è più profondo, antropologico: una irriconciliabile lontananza di linguaggi, cioè di visione del mondo. Da una parte si parla la lingua della democrazia, della cittadinanza, dell’arte pubblica come bene comune non commerciabile: dall’altra si pensa e si parla secondo il vangelo del marketing e della “valorizzazione”, ossequiando il dogma della proprietà dell’arte “di pregio”. Da un lato si crede che ciò che è comune sia di tutti, e dunque non possa avere padroni senza snaturarsi: dall’altra si pensa che le cose comuni sono di nessuno, e che dunque sia normale impadronirsene.

Non si tratta di una particolare “cattiveria”: ma dell’impossibilità anche solo di immaginare un modo diverso di guardare il mondo.

Un altro modo di possedere, e dunque di “vedere” un futuro diverso si oppone allo stato delle cose, con i suoi eterni rapporti di forza. Qualcosa, nel senso comune, sta cambiando: partendo da Napoli. E dalla sua eterna sirena, Partenope.

Il bestiario della scuola: ridere per non piangere

È in libreria “Nuove perle a nuovi porci” di Gianmarco Perboni (pseudonimo di deamicisiana memoria): ce n’è per tutti, soprattutto per una certa retorica assolutoria sui mali della scuola. Ne pubblichiamo un estratto.

Sono passati nove anni dal precedente bestseller Perle ai porci, che nel 2009 aveva suscitato non poche polemiche. D’altra parte un “insegnante-carogna” come quello che si cela dietro lo pseudonimo Gianmarco Perboni sa bene a cosa va incontro quando decide di portare la satira in classe e soprattutto nei corridoi e nei consigli scolastici. Di sicuro l’autore non conosce i tabù, vuole parlare liberamente. Il risultato? Fa ridere a crepapelle, pur con amarezza, perché le vivide e realistiche scenette raccontate svelano in quali condizioni di colpevole trascuratezza versi il sistema educativo del nostro Paese.

È severamente vietato menare gli alunni

“Professore, mi scusi. Se non le è di disturbo, vorrei chiedere il permesso di uscire”. Detta da chiunque altro, una frase simile mi suonerebbe come una presa per i fondelli. Invece proviene da Smutkovic Dragan, da poco arrivato da un Paese che forse è l’Uzbekistan o magari l’Azerbaigian o vattelappesca, e so che è autentica. In una cosa ho ormai acquisito una certa esperienza. Quando arriva un nuovo extracomunitario (e ne arrivano a pioggia; di questo avrò occasione di riparlare, ci scommetto) so giudicare con buona approssimazione se e quanto abbia già frequentato scuole italiane. Il neofita tace, ascolta l’insegnante, non lo interrompe, parla solo se interrogato, chiede le cose per favore e addirittura (incredibile dictu) ringrazia. Occorrono dai tre ai cinque mesi perché si omologhi agli studenti italiani: chiassoso, disattento, invadente, maleducato e cafone. Il ruolo dell’insegnante potrebbe assomigliare a quello di un pastore che badi un gregge di pecore belanti, ma non è così. Il pastore ha il vantaggio del cane, che si occupa degli ovini recalcitranti. L’insegnante ne è privo, perché non può operare come il fortunato insegnante di un Paese balcanico. Al termine della lezione costui si metteva sulla porta e gli studenti uscivano uno a uno. Chi si era ben comportato poteva andarsene indenne, agli altri toccava di incassare una sonora sberla. In Italia la legge, incomprensibilmente, lo proibisce.

Non svegliare il cane che dorme

Meacci Sara mi segnala a gesti che il suo compagno di banco, Meca Valerio, dorme sonni beati con la testa appoggiata sul banco. Urgono provvedimenti. Mi reco all’armadietto di classe, dove so che c’è un cuscino. Lo prendo e, aiutato da Meacci, lo faccio scivolare sotto la testa di Meca, affinché possa dormire più comodamente. Quando è sveglio, Meca rompe costantemente i coglioni. Meglio, molto meglio lasciarlo dormire in pace.

Le chat dei genitori su WhatsApp

Leggo a caso dei messaggi sulla chat dei genitori della classe della figlia di una mia amica.

Aly Brocca: “Ho pesato ora quello di mio figlio 15 kg e 75!!!!!! (seguono 7 faccine con espressioni accigliate).

Ory Gullani: “Poverino!!!!!! Ma come si fa????? (seguono quattordici – dicansi 14 – faccine con varie espressioni disgustate) Al mio ho fatto togliere due libri dopo che ho scoperto che pesava 16 kg e 40. Eccheccazzo!!!! Quella rincoglionita di italiano si è messa in testa di farli leggere anche altri libri in più a quelli di scuola. Ma che si crede???? Che io vadi a lavorare per comprarci i libri???? (faccine con la linguaccia, quante non so, perché rinuncio a contarle).

“Scusa, ma cosa fanno? Pesano gli zaini scolastici?”, chiedo un po’ sorpreso alla mia amica. “Sì, è una delle ultime trovate. D’altra parte qualcosa dovremo pur fare per occupare il tempo”. “Magari un corso di italiano… Ma litigi? Ce ne sono?”, chiedo alla mia amica. “Scherzi? È una rissa continua. Ci trovi quelle che non vogliono altro. Aggiungici la difficoltà per molte di loro a esprimersi per iscritto, che spesso le mamme straniere scrivono meglio di quelle italiane, e la cosa è fatta”.

Giusy Brea (ce ne fosse una il cui nome non finisce con Y): “Cosa vorresti dire Patry?”.

Patry D.: “Niente. Qualmente quello che ho detto”.

Ory Gullani: “Secondo me Patry voleva dire che non cè bisogno di stare a preoccupassi”.

Giusy Brea: “Te fatti i cazzi tua. Fallo dire a Patry quello che intendesse dire”.

Patry D.: “No adesso basta. Io questo lignaggio morale non lo accetto più. Adesso esco dal gruppo”.

Giusy Brea: “Pure me”. “Poi però il giorno dopo sono amiche, si fa per dire, come prima. Esattamente identiche ai bambini piccoli”, conclude la mia amica.

Le perle d’esame
e quelle nei corridoi:

“Sei mai stata in un museo?”. “Sì, a Palazzo Pitti”. “E cosa hai visto?”. “I Malavoglia!”. Sconcerto della commissione. Tramite caute domande si giunge a scoprire che la studentessa intendeva riferirsi ai Macchiaioli.

Riferisce la collega di geografia che uno studente le ha appena parlato del muro di Dublino.

Grande indecisione nel campo dell’arte. Vince la pittura: “Van Gogh dipinse questo quadro mentre era ancora in vita”, oppure la musica: “Il grande musicista Debussy visse fino alla sua morte?”.

“Prof, prof, c’è una parola inglese che non capisco”. “Ah sì? E quale sarebbe?”. “Shakespeare”.

“Sul soffitto o si trovano alcuni nei”. Affermazione criptica. Si capirà che non si sta parlando di dermatologia quando apprendiamo che lo studente intendeva scrivere il plurale di neon.

“Giusto chiudere il tempio di papà, con zio non parlo”

“Dedico il mio tempo a contrastare la fascinazione, il culto del mito, nessuno deve imitare quella vita, non è meritevole di imitazione”. Parola di Juan Pablo Escobar, figlio di Pablo, il narcotrafficante più famoso del mondo. A oltre 24 anni dall’uccisione la Colombia non si è liberata da quella presenza. Nei giorni scorsi, a Medellin, è stato chiuso un museo dedicato al narcotrafficante. Nel paese dove il boss della cocaina è diventato il re si celebra il culto con il narcos tour, ma il sindaco Federico Gutiérrez vuole interrompere questo viaggio nei luoghi della morte e del regno di Escobar. Un museo tenuto da Roberto, fratello di Pablo, per giunta abusivo, meta di curiosi, appassionati ancor di più dopo il successo di film e fiction sul narcotrafficante, ucciso nel 1993. All’arrivo della polizia c’erano sette visitatori, il museo era privo di licenza turistica. “Abbiamo chiuso momentaneamente questa attività – ha spiegato il capo della polizia – perché esalta la figura di uno dei peggiori banditi, uno di quelli che ha creato più danni alla città”.

Hanno chiuso il museo dedicato a suo padre. Cosa pensa del mito che circonda la figura di Pablo Escobar?

Con il fratello di mio padre, che è stato anni fa narcotrafficante, non parlo da 25 anni. Io ho cambiato nome a diciassette anni, mi chiamo Sebastian Marroquin, perché non era possibile scappare dalla violenza, da quello che ha lasciato mio padre. Ho scritto un libro, uno spettacolo teatrale e giro il mondo per raccontare e sfatare il mito. Parlo con i giovani e dico loro che quella di mio padre non è una vita degna di essere imitata. Per me è una missione pubblica, la storia non si deve ripetere.

Perché?

I giovani devono capire: se fanno le cose che ha fatto mio padre vanno verso la distruzione della loro libertà e del loro futuro. Se hai metà dell’intelligenza che serve per diventare narcotrafficante devi sfruttarla in altro modo, puoi avere una vita stupenda senza mai vendere un grammo di droga.

Suo padre è stato ucciso, che fine hanno fatto i complici?

Il 98% degli amici di mio padre è morto, l’altro 2% è in carcere. Politici e collusi, però non hanno pagato. Il narcotraffico si infiltra nelle istituzioni, nella politica perché ha tanti soldi per corrompere, gli Stati non vogliono affrontare la questione nell’unico modo possibile.

Quale?

Dopo l’uccisione di mio padre ci sono stati altre decine, centinaia di narcotrafficanti. È un mercato enorme. Gli Stati devono decidere se lasciare in mano alle mafie questo immenso guadagno. Mio padre, senza proibizionismo, avrebbe fatto un altro lavoro. La brutta notizia per chi non vuole la legalizzazione è che il mercato è già legalizzato, la droga ormai te la portano a casa, solo che lo fa la criminalità. La domanda è in che mani vuoi che resti questo denaro, dei delinquenti o dello Stato?

Rinnega suo padre?

No. Sono nato in una cultura che chiede di onorare il padre e la madre. Mio padre era molto amato dalla sua gente, mi ha dimostrato quanto può arrivare lontano un uomo in termini di amore e violenza. Io continuo a parlare della storia di mio padre, per me è un modo per chiedere perdono per quello che ha fatto.

C’è un momento nella storia di morte, sangue e violenza di suo padre che ricorda di più?

Quando ha fatto uccidere il ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla. È stato l’inizio della fine. Guardava con interesse a Totò Riina perché condivideva con lui l’idea di sovvertire lo Stato. Follia.

Il sindaco anti-Escobar cala il sipario su Pablo

“Benvenuti nel museo dedicato a Pablo Escobar”. Fino a dieci giorni fa si poteva iniziare con questo saluto la visita a un palazzo di Medellin dedicato al più famoso e più ricco boss della cocaina colombiana. Una scritta con la vernice ormai consumata dal sole ricorda che l’edificio Mónaco, sei piani più attico e superattico di 1600 mq, in uno dei quartieri più esclusivi a un tiro di schioppo da un campo da golf, era stato abitato dal criminale responsabile – direttamente o indirettamente – di decine di migliaia di vittime e da suoi accoliti e killer del Cartello di Medellin.

Nel 1993 Escobar è stato abbattuto a Medellin dal fuoco di una squadra speciale colombiana “assistita” da agenti americani della Dea. Per qualche tempo il Patrón era giustamente precipitato nell’oblio della cronaca. Almeno fino a quando è stato resuscitato dalle serie di Netflix e da altre pellicole dedicate ai narcos. Il sinistro fascino della violenza e del male non è certo una novità. Basti pensare alla sagra del Padrino dei Corleone. E anche di Escobar veniva descritta, e sfruttata, una sorta di doppia personalità: criminale, assassino e torturatore, che amava circondarsi di costosissimi beni e gadgets, ma anche un (feroce) Robin Hood che donava ai poveri. Borse di studio, case popolari, cliniche. E, perché no, discrete e sontuose donazioni anche alla Chiesa.

L’edificio Mónaco è così diventato meta di un crescente flusso di turisti che volevano scattare una loro foto con vista al palazzo delle orge e delle torture da mettere poi in rete. Fino a quando Roberto – detto Osito, orsacchiotto – fratello del Patrón Pablo ha pensato bene di utilizzare una dependance per creare una sorta di museo. “Qui troverete una parte della storia del mitico Pablo Escobar. Potrete vedere oggetti che gli appartevano, come la moto che James Bond utilizzava nel film La spia che mi amava. Sempre sarete ricevuti da un membro della famiglia” recitava il messaggio promozionale su TripAdvisor.

Famiglia allargata ovviamente, perché del business faceva parte anche John Jairo Vasquez, alias Popeye, feroce assassino del Cartello che era uscito dal carcere nel 2006 e che ha prodotto una serie di dvd nei quali racconta le sue gesta. Come in Tumbas famosas, dedicato ai luoghi – che potevano essere visitati – dove giacevano le sue vittime più illustri, con relativo racconto di come le aveva assassinate. Alla faccia del “mi sono pentito” col quale Popeye titolava il suo sito.

La visita al museo – solo per stranieri – costava 30 dollari. Un pacchetto che comprendeva anche una sorta di narcotour a tombe e altri ameni luoghi veniva a costare 750 dollari.

Federico Gutiérrez, 43enne sindaco di Medellin – oggi una città prospera dove i più famosi architetti competono per costruire moderni progetti per imprese emergenti di tecnologia – ha deciso però di farla finita. Lo scorso aprile si è presentato di fronte al Mónaco armato di una mazza e ha dato il via un processo di demolizione dell’edificio che dovrebbe concludersi all’inizio del prossimo anno, quando lascerà il posto a un parco dedicato alla memoria delle vittime dei narcos.

“Vogliamo dimostrare che la città è rinata. E che la legge ha trionfato”, ha affermato il sindaco inviando la polizia a pattugliare il Mónaco. Così il Museo di Escobar è stato (momentaneamente) chiuso nientemeno perché Osito non aveva una licenza per attività turistiche. Il fratello dell’ex boss si è beccato anche una sostanziosa multa, mentre Popeye è ritornato in galera per estorsione. Gutierrez ha ricevuto il plauso di imprenditori e benestanti, insomma dei “cittadini onesti” che magari avevano utilizzato i fondi della droga per costruire i moderni palazzi della città. Ma ha anche raccolto malumori nei quartieri ancora marginali dove accampano ritratti di Pablo, il “benefattore”.

Riguardo al “trionfo della legge” i dubbi sono ben maggiori. Dopo quasi venti anni di guerra ai cartelli della droga di Medellin e Cali – con 10,5 miliardi di dollari di aiuti degli Usa dati dal 2000 nell’ambito del Plan Colombia – e migliaia di morti, il Paese continua ad essere il principale produttore di cocaina del mondo. Un business da 2,7 miliardi di dollari l’anno. Nel 2017 gli ettari messi a produzione di coca sono passati da 146.000 a 171.000, con un incremento del 17%. Non solo, la “produttività” dei raccolti è triplicata rispetto al 2012 (dati dell’Ufficio dell’Onu contro la droga). Sono cifre che provocano una “preoccupazione immensa”, ha affermato il ministro della Difesa colombiano Guillermo Botero. “È una curva –ha aggiunto – che sale continuamente senza che sia arrivato il punto di flessione in basso”.

Questa situazione mette sotto pressione il presidente Iván Duque, in carica dallo scorso agosto. Tanto più che il presidente Donald Trump visiterà la Colombia in dicembre. E da buon businessman pretenderà risultati per i verdoni spesi a piene mani per impedire che una marea di coca arrivi negli Usa.

Uomo della destra, Duque ha annunciato che riprenderà la fumigazione intensiva delle coltivazioni con pesticidi, i quali, diffusi dagli aerei, bruciano tutto, la coca come pure le coltivazioni lecite. E lasciano senza cibo i contadini. È il metodo migliore perchè i coltivatori riprendano ad allearsi con la guerriglia, vecchia (Esercito di liberazione nazionale, Eln) e “nuova”, gruppi dissidenti dele Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Farc. Il presidente Duque si è sempre detto contrario agli accordi di pace firmati nel 2016 dall’allora presidente Santos con le Farc. E ha messo in chiaro che intende cambiare quanto pattuito negli accordi.

In questo quadro – secondo un’inchiesta del New York Times – tremila ex guerriglieri hanno ripreso le armi e per ricominciare la lotta armata contro il governo hanno fatto capire che sono disposti a un’alleanza con il potente Cartello del Golfo, i narcos che hanno sostituito Escobar e soci.

Pessimista la previsione dell’ong Paz y Reconciliación: “La Colombia rischia di restare senza pace e con la produzione della coca alle stelle”.

“Aiuto, qui crolla tutto”. Gli appelli inascoltati

Roma, L’Aquila, Genova. La Puglia, la Calabria, l’Emilia. Nella mappa delle tragedie italiane degli ultimi dieci anni ci sono ponti che crollano, case distrutte, torrenti che esondano e che provocano decine di morti e feriti. Con un filo conduttore: il giorno dopo il dramma troppo spesso si sente parlare di disastri annunciati, di segnalazioni a lungo inascoltate da parte dei residenti o dei tecnici. Il Ponte Morandi di Genova è l’ultimo di questi casi, ma la lista – pur parziale per ovvie ragioni di spazio – è lunga e va da Nord a Sud, senza risparmiare grandi città e paesini di provincia.

La Casa dello studente a L’Aquila – 6 aprile 2009

Nella Casa dello studente de L’Aquila, in Abruzzo, morirono otto giovani nella notte del 6 aprile 2009, tutti schiacciati dal crollo della palazzina che non resse la scossa di magnitudo 6.3. Eppure tutti, da tempo, sapevano che l’edificio era pericolante. Lo sapevano i tecnici della Collabora Engineering che nel 2006 avevano completato una ricognizione delle strutture a rischio in Abruzzo, esortando la messa in sicurezza proprio della Casa dello Studente. Lo sapevano, o lo avrebbero dovuto sapere, anche in Regione, dove il rapporto della Collabora Engineering arrivò, dodici anni prima del crollo, nel 1997, senza però che si prendessero provvedimenti. Ma a saperlo erano anche gli stessi residenti della Casa, che una settimana prima del fatale 6 aprile 2009 erano stati evacuati per circa tre ore a seguito di una scossa più piccola. La società proprietaria dell’immobile aveva svolto un sopralluogo e rassicurato i ragazzi. Maria Elena Faragasso, una dei sopravvissuti, ha raccontato però come da quella notte molti studenti preferirono dormire fuori piuttosto che tornare là dentro, impauriti dallo stato dell’edificio. Sette giorni dopo si sono salvati così, almeno loro.

Capannone Haemotronic a Modena – 29 maggio 2012

Nei giorni successivi a un forte terremoto capita spesso che si avvertano nuove scosse nella stessa zona. Accadde così anche in Emilia, nella primavera del 2012. Ma nonostante la prima forte scossa, quella del 20 maggio, avesse già provocato sette morti e 50 feriti, al capannone industriale della Haemotronic di Medolla (Modena) si tornò a lavorare appena due giorni dopo. Il titolare aveva in mano la perizia di un ingegnere privato, ma gli operai, ricordano i parenti, temevano che l’edificio non fosse sicuro. E infatti, appena una settimana più tardi, con la scossa delle 9 di mattina di martedì 29 maggio 2012, morirono in quattro sul posto di lavoro. La Procura ha archiviato tutti e dieci gli indagati, ma Patrizia Micai, legale dei parenti delle vittime, ha da poco presentato un esposto per riaprire le indagini. Stefano Serra, fratello di Matteo, una delle quattro persone morte alla Haemotronic, ricorda: “In quei giorni Matteo mi raccontava che dopo il terremoto c’erano crepe nell’edificio e alcune colonne interne erano tutte sgretolate”. Non abbastanza per fermare l’attività, neanche in pieno sciame sismico.

Statale 106 a Bova Marina – 4 febbraio 2017

La Statale 106 collega Reggio Calabria a Taranto percorrendo tutta la costa jonica. Il 4 febbraio 2017 un muro di sostegno che costeggia la fiancheggiata al chilometro 44 (all’altezza di Bova Marina, in provincia di Reggio) è crollato proprio sulla strada, nonostante da anni cittadini e comitati scrivessero ad Anas, alla Regione, al sindaco e a tutte le autorità interessate. Soltanto per puro caso non ci furono morti né feriti, ma se qualche macchina fosse passata in quel tratto di strada nel momento del crollo il bilancio sarebbe stato ben peggiore. Nell’anno e mezzo prima del cedimento, Vincenzo Crea (responsabile dell’Ancadic, un’associazione che promuove e tutela il patrimonio paesaggistico) e Gaetano Pace (presidente dell’associazione amici di Raffaele Caserta) avevano inviato quattro lettere alle istituzioni e alla società che gestisce il tratto. Il 7 gennaio 2016 scrivevano: “Il fenomeno si sta aggravando sempre di più e ai nostri occhi, quali semplici cittadini osservatori, non tarderà a determinare il crollo del muro. Lungo la parete, si sono registrati ulteriori profonde lesioni verticali e distacchi di cemento”. Anas ha sempre risposto che non vi fosse alcun pericolo di crollo. “E adesso – dice Vincenzo Crea – stiamo segnalando un pericolo simile per la Rupe di Capo d’Armi, nella stessa statale 106”. Magari questa volta saranno ascoltati.

La voragine alla Balduina (Roma) – 14 febbraio 2018

Una decina di metri di voragine, apertasi all’improvviso in pieno pomeriggio in una strada di Roma. È successo lo scorso 14 febbraio nel quartiere della Balduina, dove tre macchine sono cadute nel grosso cratere causato dal cedimento della strada. Nessuna vittima, soltanto perché nessuno si trovava dentro una delle auto precipitate nel vuoto in quel momento. Ma tutti i residenti, fin da subito, hanno parlato di crollo annunciato. Colpa di un cantiere costruito nella zona che già da tempo aveva reso pericolanti gli alberi e danneggiato le condutture dell’acqua. Nando Ceccaglia, uno dei residenti, da mesi postava su Facebook materiale per documentare la situazione, perché sicuro che quel cantiere, dove erano state demolite una scuola e una chiese, stesse provocando uno smottamento del terreno. A sette mesi dal crollo, del caso si sta ancora occupando la Procura di Roma che sta indagando su eventuali responsabilità del crollo.

Alluvione a Carrara – 5 novembre 2014

Per fortuna non ha causato vittime, ma l’alluvione che ha colpito Carrara nel novembre del 2014 ha comunque danneggiato oltre 1.600 abitazioni, causando disagi enormi anche alle aziende. Colpa delle forti piogge, certo, ma anche dell’incuria, tanto è vero che diversi cittadini avevano segnalato il pericolo. Un imprenditore del marmo, per esempio, aveva scritto al sindaco e alla provincia più di un anno prima della tragedia: “Siamo preoccupati, il perdurare di questa situazione potrebbe arrecare gravi danni per il cedimento del muro dell’argine del fiume”. Il fiume in questione è il Carrione, quello che sarebbe esondato proprio a causa del crollo dell’argine. Inutili anche le segnalazioni dei Vigili del fuoco, che nel gennaio 2013 avevano scritto a Comune, provincia e enti regionali che quel muro era realizzato con calcestruzzo non armato, eventualità che rendeva “consistente e grave il pericolo di crolli in occasione di future piene”. Nessuno è intervenuto e Carrara si è ritrovata con quasi 500 sfollati e oltre 30 milioni di euro di danni.

La palazzina di Barletta – 3 ottobre 2011

La sentenza della Corte d’Appello di Bari sulla tragedia di Barletta è arrivata nel maggio scorso: otto condannati tra ingegneri, architetti e tecnici. I fatti risalgono al 3 ottobre 2011, quando cinque giovani operaie di un maglificio morirono (e altre cinque persone rimasero ferite) a Barletta, a causa del crollo di una palazzina in via Roma dovuto, almeno in parte, a lavori di demolizione mal effettuati in un cantiere vicino. Non certo un evento imprevisto, perché il pericolo era evidente già da diverse settimane. Ruggero Vitrani, uno dei residenti salvo per miracolo, raccontò allora come si vedessero “crepe sui muri allargarsi a dismisura”. Ma nonostante le segnalazioni, “la risposta era sempre la stessa: non c’è pericolo, state tranquilli”.

Il Duomo di Catanzaro – 14 marzo 2017

Se il soffitto del Duomo di Catanzaro, eretta nel 1121, non fosse crollato di martedì notte, ma durante una messa o qualche altra cerimonia religiosa, si sarebbe parlato di una tragedia. La cattedrale a quell’ora era vuota, ma non per questo l’episodio è meno grave, soprattutto perché erano chiari i segni di cedimento della struttura. Il crollo di una parte del soffitto di una delle cappelle laterali è avvenuto il 14 marzo 2017, ma l’arcivescovo Vincenzo Bertolone aveva già denunciato da mesi infiltrazioni d’acqua, crepe nei muri e lesioni alle colonne. “Cade a pezzi il Duomo di Catanzaro, intervenite prima che sia troppo tardi”, aveva detto in tv il sacerdote, che poi aveva anche scritto una lettera al governatore della Calabria, Mario Oliverio. La Regione si era attivata, rassicurando l’arcivescovo e contattando il ministero dei Beni culturali per sollecitare la messa in sicurezza. Tutto troppo lento, tra i meandri della burocrazia. E così si è sfiorato il peggio. Intanto, a seguito di ulteriori distacchi di cornici marmoree e infiltrazioni, da gennaio la Cattedrale è stata chiusa per l’inizio dei lavori di restauro.

Asia: “Mi han detto ‘pedofila’ Adesso restituitemi X Factor”

“Voglio tornare a X Factor”. La notizia arriva sui titolo di coda di Non è l’Arena. “Il lavoro mi ha tenuto in vita, i miei figi sono fieri di me, l’Italia mi vuole e non ho fatto nulla di ciò di cui sono accusata”. Asia Argento si sta asciugando le lacrime dopo un colloquio con Massimo Giletti durato due ore. È tornata in tv per raccontare la sua verità, una settimana dopo Jimmy Bennett, che l’ha accusata di violenza sessuale. Ha ripercorso, passo dopo passo, il suo annus horribilis: dall’intervista al New York Times, in cui ha rivelato lo “stupro” subìto dallo “stalker” Harvey Weinstein, al suicidio del suo compagno, Anthony Bourdain.

“Assassina”, l’hanno chiamata dopo la diffusione delle sue foto in compagnia di un giovane cronista francese. Ma quell’accusa, se possibile, non è stata la peggiore. Il primo agosto scorso Asia ha deciso di sospendere il pagamento dei 350 mila dollari pattuiti da Bourdain con Bennett; il 19 agosto sempre il NYT ha pubblicato la notizia del suo rapporto sessuale con un minorenne. Coincidenze temporali? Asia ha ribadito a Giletti di essere stata lei a subire un “assalto” da parte di quel suo “figlio perduto” cui era legata da dieci anni. E ha portato una prova in più, una mail mandata a Jimmy prima dell’incontro: “Mio adorato figlio, fammi sapere a che ora vieni. Porta la sceneggiatura di cui abbiamo parlato. Sarò felice di aiutarti”. “Quanto è durato quel rapporto?”, le ha chiesto il conduttore. “Massimo due minuti”, ha sentenziato lei. Poi Giletti ha mandato in onda un’intervista a Rain Dove, la compagna di Rose McGowan, alla quale Asia aveva scritto dell’esperienza con Jimmy. “Non ho venduto gli sms – ha raccontato la modella – li ho mostrati ad alcuni amici che pensavo potessero aiutarmi legalmente. La verità doveva uscire, anche perché io potevo essere accusata di favoreggiamento”. “Menzogne – ha ribadito Asia –. Hanno addirittura detto che avevo foto di Jimmy nudo da quando aveva 12 anni. Per colpa loro mi hanno dato della pedofila”. Due ore intense, al termine delle quali è giunto l’appello, anche di Giletti, a rientrare a X Factor. Chissà se i vertici di Fremantle e di Sky prenderanno oggi la decisione che tutti, in Italia, aspettano.