Macedonia, nuovo nome Flop del referendum

Appare lontano il quorum in Macedonia per il referendum sul nuovo nome che dovrà adottare l’ex repubblica jugoslava sulla base di un accordo raggiunto a giugno con la Grecia. Erano circa 900mila gli elettori chiamati a rispondere al quesito: “Siete in favore di un’adesione all’Ue e alla Nato accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Repubblica di Grecia?”. Secondo l’accordo l’ex repubblica jugoslava di Macedonia si sarebbe dovuta chiamare d’ora in poi Repubblica di Macedonia del Nord.

Montante, Schifani & C. Chiesto il processo

I pm di Caltanissetta hanno chiesto il rinvio a giudizio di 24 persone coinvolte nell’inchiesta che lo scorso 14 maggio ha portato in carcere l’ex presidente degli industriali siciliani, Antonello Montante, accusato di associazione a delinquere in concorso con esponenti delle forze dell’ordine che avrebbero costituito una rete per spiare l’operato dei pm di Caltanissetta. Stessa richiesta per l’ex presidente del Senato Renato Schifani e per l’ex capo dei Servizi segreti, il generale Arturo Esposito.

“Marzabotto, dolore e profonda vergogna”

Una ferita che è ancora lì quella della strage nazifascista di marzabotto. Ieri in occasione della 74ª commemorazione dell’eccidio del ‘44 che costò la vita a 770 persone, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha detto: “Con profondo dolore e grande vergogna che mi inchino davanti alle vittime e ai loro familiari. Si tratta di crimini commessi da tedeschi che ancora oggi ci lasciano senza fiato per la loro efferatezza e crudeltà: 770 persone uccise che non dimenticheremo mai”.

Aquarius, sbarco a Malta. I 58 migranti in 4 Paesi

Dopo essere stati trasferiti a bordo di una nave militare maltese in acque internazionali, sono sbarcati a Malta i 58 migranti della nave Aquarius. Lo rende noto il governo maltese. L’Aquarius, gestita dalle ong Sos Mediterranée e Medici senza frontiere, aveva preso a bordo la maggior parte di queste persone il 23 settembre. Tutti, fa sapere La Valletta, saranno trasferiti “nei prossimi giorni” in altri quattro Paesi europei, Francia, Germania, Spagna e Portogallo, in base all’accordo del 25 settembre.

Da Mora a Casaleggio, il portavoce-fiction: “Io? Manipolo bene”

Per contratto i portavoce nascondono le notizie. Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio, le dà. La più importante – al netto degli strilli di cronaca e dei coltelli che fanno curriculum – è che la sua vita è un serial televisivo travestito da reality. Procede per colpi di scena, litigi, agnizioni. Rocco viene dal nulla. Fa il suo ingresso a inizio secolo dalla porta sbagliata della storia, la casa del Grande Fratello, anno 2000, dove apprende l’arte del naufragio in pubblico. Ne esce quasi vivo dopo 92 giorni e 92 notti. Si affida a Lele Mora, trafficante di anime. Poi addirittura a Emilio Fede, trafficante di refusi. Un labirinto che d’abitudine condurrebbe alla brutta morte dell’eroe sull’Hamburger Hill della celebrità mancata. Invece nel 2011 incontra l’oscuro Gianroberto Casaleggio che gli illumina la vita. Seguendo quella luce impara le qualità dell’ombra. E si persuade che la politica sia una forma più sofisticata dello spettacolo. Recita la sua nuova parte a meraviglia dentro al Movimento 5 Stelle che studia “come fosse il motore di un aereo”. Valvola dopo valvola arriva alla porta giusta. Non proprio al centro della scena. Ma subito dietro, dove sta parcheggiato il banco di regia, che poi sarebbe la famosa stanza dei bottoni. E la riconosciamo già alla prima inquadratura, perché stavolta si chiama Palazzo Chigi. Segua una sua personale apoteosi nei giardini del Quirinale, con fidanzato cubano, musica da lieto fine, o almeno sembra.

Invece ecco che all’ultima puntata della prima serie, arriva il gancio narrativo per lanciare la seconda. Un audio del protagonista che ha l’effetto di una sparatoria nel saloon. Dice più o meno: “Se quei pezzi di merda del Tesoro non trovano i 10 miliardi del cazzo, organizzeremo una mega vendetta. Abbiamo capito che là dentro ci sono burocrati che non ti fanno capire le cose apposta. Faremo una cosa fino ai coltelli”. E sulle parole “merde”, “cazzo” e “coltelli” riparte trionfale l’intreccio della seconda serie che ha appassionato il pubblico e tutte le sue succursali: giornali, politici, circo televisivo, cagnara web. Cioè tutti noi burattini che intasiamo le tubature dell’informazione, credendo di regolarne il flusso, compreso quello dello scoop che ci era stato appena dettato via WhatsApp, come si fa con i segreti da rivelare con le trombe in prima pagina.

La verità è che Rocco Casalino, il flusso se lo beve la mattina a colazione. E dopo i cento addominali quotidiani, “purtroppo tendo alla pancetta”, lo versa nei cellulari di tutta la compagnia di giro, compreso quello di Giuseppe Conte, il gentilissimo premier, diventato da tempo il suo grande fardello. A lui e a noi voleva far sapere che per i “corpi intermedi” del Mef, il ministero di Economia e Finanza, erano pronte le mine antiuomo. E ha trovato il modo più rumoroso e meno educato per comunicarcelo, ora che le molte addizioni vanno allineandosi sulle indebitate colonne della Finanziaria, l’unico dettaglio non-fiction di questa storia.

Rocco Casalino nasce povero e triste tra le porcellane di Frankenthal, paesone della Renania, Germania Occidentale, anno 1972. Cresce a Ceglie Messapica, tra gli uliveti del Salento. Madre casalinga. Padre operaio, ma soprattutto alcolista. A dispetto del destino, viene su dritto, atletico e pure studioso, visto che impara quattro lingue e si laurea a Bologna in Ingegneria Elettronica. Sogna i cristalli dell’Ibm.

Ma siccome i turbamenti dell’infanzia lasciano il segno, eccolo precipitarsi nel suo contrario, la blanda falegnameria umana del trash televisivo immaginandola una scorciatoia e non un labirinto. Ne esce marchiato a vita, con il solo vantaggio di essersi addestrato alla lotta in pubblico, a maneggiare monologhi e a giocare con i segreti da rivelare misurandoli con il sismografo delle reazioni: “Mio padre ci picchiava”. “Sono stato infelice”. “Sembro buono, ma sono anche malvagio”. “So esattamente perché sono stato scelto dal Grande Fratello: perché sono bisessuale. E se devo fare la checca isterica, faccio anche quello. È lavoro”. “Ho imparato a manipolare le persone e lo faccio bene”. “Cosa voglio fare nella vita? Il salto sociale”.

I suoi anni nella scuderia di Lele Mora passano come acqua sul vetro: guadagna, ma non gli resta nulla. Dirà: “Mi sentivo vuoto”. Il vuoto lo riempie cambiando scena. Emilio Fede, che lui ammira “perché non nasconde le proprie idee”, gli consiglia di usare la televisione in un altro modo. Si iscrive alla scuola di giornalismo a Milano. Il primo ingaggio è a Telelombardia. Il secondo a Telenorba, scelto da Lamberto Sposini. Impiega dieci anni a capire che la televisione e la politica, hanno una luce e una superficie equivalenti. Basta conoscere i tempi delle battute e scegliersi l’inquadratura giusta. Nel suo caso quella dei Cinque Stelle e di un video massaggio di 180 secondi destinato a Casaleggio e Grillo per candidarsi alle Regionali del 2012: “Vi chiedo di giudicarmi per quello che sono e di evitare i pregiudizi che mi accompagnano da molto tempo”. È il tono giusto per scatenare le ire della Rete, isolarlo, illuminarlo come vittima. E dunque fare breccia nel cuore introverso di Casaleggio che lo convoca come un fratello, addestrandolo a diventare un guerriero per la battaglia più importante, la comunicazione. L’anno dopo sbarca al Senato come vice capo dell’ufficio stampa del Movimento. Abolisce il gel dai capelli, poi abolisce i capelli rasandoli, infine abolisce il suo capo, diventando lui il numero uno. Si studia i dossier dei senatori e quelli dei giornalisti parlamentari, tagliando fuori gli indisciplinati. Ripassa a memoria le regole dei talk show, promette ospiti, oppure li cancella. E quando si sente pronto, fa quello che sa fare meglio: dare ordini, cominciando dal capogruppo dei senatori, tale Maurizio Santangelo, che non deve più andare in tv “perché troppo brutto”. In compenso ne manda una dozzina dal dentista a farsi sbiancare i denti. Poi organizza corsi di dizione. Dà consigli sul guardaroba, mentre per sé sceglie lo stile Tecnocasa, abito funereo con camicia bianca e cravatta sottile. In stile con i malumori che diffonde. “Mi sento come Atlante, porto il mondo sulle spalle. Ma ho cento vite e ricomincio”.

Alla decima puntata della sua avventura – sgomberato il campo da tutti i suoi competitori – eccolo davanti all’ultimo ascensore della sua carriera, quello di Palazzo Chigi, in compagnia del nuovissimo Giuseppe Conte, il premier, che si guarda spaesato e lo segue con lieta fiducia. Qualche volta non abbastanza in fretta, come alla prima uscita internazionale, il G7 in Canada, quando si era attardato davanti ai microfoni non previsti per dire: “Ho un mandato politico forte, sono il portavoce di tutti gli italiani…”, e Rocco, il portavoce vero del portavoce finto, lo aveva preso per un braccio trascinandolo via, suscitando scandalo (“Maleducato!”) ma anche una malevola ammirazione.

La stessa che aleggia in queste ore in cui tutti i giornali, per lo più massacrandolo, stanno edificando il suo nuovo monumento: “È un manipolatore!”, “Un violento!”, “Un bullo da quattro soldi!”. Tutto plausibile, almeno quanto il suo contrario. E se Rocco Casalino fosse davvero “il portavoce del cambiamento”? Il produttore di fumo che nasconde l’arrosto? Il volontario che detta ordini per conto del governo, distraendoci dal suo clamoroso disordine?

Tutte buone domande per mandare avanti l’intreccio della nuova fiction. In attesa che l’Ordine dei giornalisti si interroghi se evocare coltelli in privato sia o non sia una pubblica mancanza di deontologia. E forse di una Procura della Repubblica che sulle larghe spalle di Rocco, l’Atlante, prefiguri l’inchiostro di un reato da prima pagina: minaccia a corpo dello Stato, misfatto che sa di trame, di complotto e di spread. Magari appena prima che il reddito di cittadinanza atterri tra di noi e tra gli spot.

Litt, la “voce” di Obama: “Ma non dettavo la linea”

“Uno spin doctor che fa politica? Noi negli anni di Barack Obama alla Casa Bianca abbiamo avuto Ben Rhodes, l’uomo che scriveva i discorsi presidenziali di politica estera, che ebbe un ruolo nei negoziati con l’Iran. Ma è essenziale che sia chiaro per conto di chi agiscono: hanno un mandato o si muovono da soli?”. David Litt vede così la vicenda che ha toccato Rocco Casalino, lo spin doctor del governo Conte. Litt ha 31 anni e già un grande avvenire dietro le spalle, come diceva Vittorio Gassman. Gli studi a Yale, a 24 anni l’arrivo a Washington come speechwriter fino a guadagnarsi il soprannome di “musa comica di Obama”. Oggi è al timone del sito Funny or die. Nei giorni scorsi era a Cortina, a “Una Montagna di Libri”, per presentare il suo Grazie, Obama (Harper Collins). Litt, ebreo newyorkese come Woody Allen, nel sorriso sottile sempre pronto ad affiorare unisce l’ironia di un ventenne che scherza di se stesso e la serietà di chi ha visto il mondo dallo Studio Ovale: “Per Trump non lavorerei”.

A 22 anni alla Casa Bianca. Possibile solo in America?

Questa è stata l’avventura di Obama. E non è un caso: quando è diventato presidente non aveva legami con la vecchia classe dirigente e allora si è scelto dei giovani, gente come me che era appena uscita dall’università.


Yes we can

Quando Obama vinse ero in auto con Amy, eravamo attivisti della campagna elettorale. Mi piaceva da matti. Le dissi: “Torniamo a casa guidando nudi?”. Lei disse di sì, viaggiammo così per centinaia di chilometri fino a New Haven. Sembrava tutto possibile.

Poi invece…

Ho sposato Jaqui, è la mia vita. Ma con lei non mi sognerei mai di viaggiare nudo.

È la parabola della disillusione della politica?

No. L’elezione di Obama è stata il trionfo della speranza. Ma la sua presidenza è stata il trionfo della costanza. Ricordo che in un momento di delusione una volta dissi a Jaqui: “Il problema è che nella politica non c’è abbastanza amore”. Mi sbagliavo, quella era infatuazione. Come quando vidi Obama per la prima volta e pensai: quest’uomo non ha difetti. L’amore vero, anche quello politico, è più complesso: è lottare per qualcosa e qualcuno anche quando vedi che ha dei difetti.

Obama è stato un buon presidente?

Me lo sono chiesto anch’io. Ma vi racconto la storia di Zoe Lihn. Quando aveva tre anni era malata al cuore, i suoi genitori erano poveri. L’alternativa per lei, nella vecchia America, era morire oppure curarsi mandando in miseria la famiglia. Grazie all’Obamacare si è curata gratuitamente. L’ho incontrata oggi: è una ragazza piena di vita, con centinaia di amici su Facebook. Sì, Obama è stato un buon presidente. Anche questo può essere la politica.

Il suo libro racconta di Obama. Ma soprattutto rivela l’importanza degli spin doctor (in Francia ci hanno dedicato la splendida serie televisiva Spin), come rivela anche la polemica italiana su Rocco Casalino. Chi comanda davvero?

Speechwriter e spin doctor sono come un personal trainer. Devono essere in grado di tirare fuori il meglio di te. Non devono prendere il tuo posto.

Ma i discorsi memorabili di Obama erano davvero suoi?

Il presidente degli Stati Uniti ha decine di impegni. Deve affrontare questioni enormi. Non può preparare ogni discorso. L’impronta era la sua, lui li rivedeva sempre. Li cambiava, improvvisava. Obama forse non saprebbe inventare una formula matematica, ma ha una dote unica, geniale: riesce a individuare il nodo dei problemi in pochi istanti.

A volte viene il dubbio che le parole contino più dei fatti…

Certo che no. Più a lungo dura una carriera politica e maggiore è l’importanza dei risultati. Ma il discorso di un presidente esprime la direzione in cui va un Paese.

Lei, a 22 anni, ha segnato la direzione dell’America?

Per fare il mio lavoro servono soprattutto umiltà e impegno. Sei come un artigiano. E a volte da una parola… nascono incidenti clamorosi.

Uno speechwriter con una frase può far scoppiare una guerra?

Guerra no, però… era il mio primo discorso per la cena del presidente con i giornalisti. Ho scritto una frase dedicata ai reporter americani, ho detto che rischiavano la vita in Siria e Kenya. Arrivarono applausi. Ero tutto fiero. Il giorno dopo sulla prima pagina dei giornali del Kenya esplose la polemica, non avevano gradito come avevamo descritto il loro Paese. Un incidente diplomatico!

Come fa lo speechwriter a entrare nella testa di Barak Obama?

Bisogna conoscere il suo modo di pensare, gli ideali, il progetto politico. Barack Obama ha un’identità precisa, ben riconoscibile. Poi occorre studiare come parla, i vocaboli che usa, perfino le pause, gli sguardi.

Quali sono i più grandi discorsi della storia statunitense?

Penso all’ultimo discorso di Martin Luther King a Memphis. Alle parole di Robert Kennedy in mindless menace of violence, l’insensata minaccia della violenza, pronunciato dopo la morte di King. Ma anche a quello che disse Ronald Reagan per il disastro dello Space Shuttle. E poi Obama dopo la strage degli studenti di Newtown. Ma anche Michelle ha pronunciato grandi discorsi.

Lei o meglio il suo spechwriter. Si possono scrivere discorsi per chiunque?

Non è possibile essere d’accordo in tutto con la persona per cui scrivi. Ma devi credere a quello che fa.

E Donald Trump, i suoi discorsi e quei tweet sono farina del suo sacco?

Vengono dal suo cellulare. E poi sono così imprevedibili, non c’è un filo conduttore, una logica. Sì, credo che molti li scriva proprio lui.

Che differenza c’è tra Obama e Trump?

Obama sapeva ridere. Ricordo le sue risate. E ha sempre mantenuto il senso dell’assurdo. Come quando si spostava e intorno a lui si muovevano l’Air Force One e due elicotteri pieni di agenti speciali armati fino ai denti. Tutto per una persona. Lui guardava la scena e capivi che gli sembrava un po’ folle.

E Donald?

Trump è un intrattenitore. Convincere la gente era il suo lavoro. Ma anche quando vuol essere spiritoso Trump non ride mai. Non è ironico, è sarcastico. Se la prende sempre con qualcuno, di solito con i più deboli.

Scriverebbe per Trump?

No, bisogna crederci.

Cosa consiglierebbe allo speechwriter di Trump?

Quit. Vattene.

L’altra sinistra con l’Anpi a Milano contro il razzismo

Le magliette rosse e le note di “Bella Ciao”, i migranti africani che si alternano sul palco con il presidente dell’Associazione partigiani (Anpi) Roberto Cenati, don Massimo Biancalani che accoglie gli stranieri nella sua parrocchia di Pistoia nonostante Forza Nuova e Matteo Salvini e le vittime delle più recenti aggressioni dell’estrema destra, le parole dell’ex pfresidente della Camera Laura Boldrini e quelle, lette dagli organizzatori, della senatrice a vita ed ex deportata Liliana Segre.

C’erano migliaia di persone, addirittura 25 mila secondo le stime un po’ ottimistiche dei promotori, alla manifestazione di ieri in piazza Duomo, a Milano, che voleva dire “stop all’intolleranza, alla xenofobia, al razzismo e ai rigurgiti neofascisti”. A prendere l’iniziativa sono stati l’Anpi, l’Aned e “I Sentinelli” di Milano, con l’adesione di decine di associazioni e gruppi appartenenti al mondo dell’accoglienza e della sinistra. “Intolleranza zero. Un segno rosso contro il razzismo”. E Cenati dell’Anpi ha sottolineato con preoccupazione il “riaffacciarsi di pulsioni razziste e xenofobe” e denunciato che “Salvini ha adottato lo slogan di CasaPound ‘prima gli italiani’” e “si vanta di aver ridotto le domande per il diritto d’asilo previsto dalla Costituzione”.

Era una piazza molto diversa da quella del Pd a Roma, quasi contrapposta anche se Boldrini non la vede così: “Sono ambiti diversi”, ha detto. Lì un partito con le bandiere, i pullman, i treni speciali da tutta Italia che manifesta contro il governo, qui un pezzo di società civile che si ribella all’intolleranza, accompagnato da forze minori come Liberi e Uguali i cui esponenti, tuttavia, sono rimasti giù dal palco.

Il test del Nazareno: “Diteci chi siamo” Il partito chiede la linea ai militanti

Centocinquanta iPad e una serie di fogli. “Il Pd è in ascolto” si chiama la campagna. E così a piazza del Popolo ieri a un certo punto è apparso il questionario, distribuito dai volontari tra la folla. Artefice dell’iniziativa, Tommaso Nannicini, economista, ora responsabile del progetto Pd in segreteria, ormai da anni alla ricerca di una formula programmatica e organizzativa vincente e adeguata a un partito che appare in caduta continua.

Le domande vanno dall’Italia alla forma partito, ma per adesso sono top secret. C’è un motivo: lo stesso Nannicini ieri ha fatto un test per capire quale sarà la griglia da sottoporre a militanti ed elettori dal 4 ottobre in poi. Le risposte di ieri andranno rielaborate a questo scopo. Insomma, l’idea è un po’ “diteci voi cosa dobbiamo essere”.

D’altra parte, in un ottobre in cui il Pd pare essersi ripromesso di occupare ogni week end (il 13 e 14 c’è l’iniziativa di Zingaretti a Roma, dal 19 al 21 la Leopolda) è in programma anche il Forum programmatico di Milano (il 27 e 28). Anche questo, molto voluto da Martina. Va detto, che più aumentano i problemi, più aumentano i seminari, le iniziative, i “momenti di confronto”: l’anno scorso a Napoli il Pd s’inventò la Conferenza programmatica. Del programma elaborato non s’è vista traccia. Ma chissà, non è mai troppo tardi.

Crescita e investimenti, le tre manovre diverse di Tria, Conte e Savona

Non è finita, anzi, è appena cominciata. Per cogliere la tensione dentro al governo sulla legge di Bilancio basta incrociare l’intervista del ministro dell’Economia Giovanni Tria (Sole 24 Ore), quella del premier Giuseppe Conte (Corriere) e l’intervento del ministro degli Affari europei Paolo Savona (Fatto). I numeri che presentano sono diversi e tradiscono la divergenza di vedute sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza di cui conosciamo soltanto l’obiettivo di deficit, 2,4 per cento del Pil per tre anni, visto che i tecnici del Tesoro stanno ancora lavorando sulle simulazioni dopo che il Consiglio dei ministri giovedì ha approvato numeri diversi da quelli portati da Tria.

Tria, come Savona, osserva che il deficit lasciato in eredità dal governo Gentiloni per il 2019 non è lo 0,8 per cento concordato con la Commissione ma, per effetto della bassa crescita, 1,2. A questo però vanno aggiunti i 12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva, che il governo Conte ha deciso di spendere in deficit, come gli esecutivi precedenti. Il vero deficit, quindi, partiva da 2 per cento. Il messaggio di Tria è chiaro: ho ceduto soltanto sullo 0,4, cioè 6 miliardi (una posizione che contraddice però il suo impegno precedente a pretende un deficit 2019 all’1,6 per cento).

Le differenze sono sull’impatto della manovra, tra reddito di cittadinanza, investimenti e riforma delle pensioni. Savona scrive che l’insieme di queste misure “può portare a una crescita nel 2019 di circa il 2 per cento e crescere ancora di mezzo punto percentuale all’ anno, raggiungendo (…) il 3 per cento”. Tria, ma anche Conte, danno una stima più bassa: 1,6 nel 2019 e 1,7, abbastanza – dice Tria – per far scendere il debito di un punto percentuale nel triennio (messaggio a Bruxelles).

Tria annuncia poi un dettaglio cruciale che nessuno degli altri ministri del governo ha mai citato: “Una clausola che prevede la revisione della spesa in modo che l’obiettivo di deficit per i prossimi anni non sia superato rispetto al limite posto”. Una frase che conferma il sospetto di molti: che le misure annunciate non siano compatibili con quel livello di deficit ma ne richiedano uno più alto, forse sopra il 3 per cento. Per questo ci saranno clausole di salvaguardia che fanno scattare tagli automatici di spesa (quella per le detrazioni fiscali?) se l’impatto sulla crescita del misure non è tale da finanziarle con un aumento di gettito. É l’ultima carta rimasta a Tria da giocare nella trattativa con Bruxelles, ma chissà se Cinque Stelle e Lega sono d’accordo. L’ultima volta che un governo ha lasciato una clausola di quel tipo era il 2011, con il ministro del Tesoro Giulio Tremonti che aveva previsto tagli lineari di 20 miliardi alle detrazioni fiscali in assenza di una riforma delle pensioni o di altri interventi di pari entità. Tre mesi dopo quella manovra l’Italia sfiorava il default.

Anche sugli investimenti i numeri non tornano. Conte parla di “38 miliardi nei prossimi 15 anni e altri 15 nel prossimo triennio”. I primi sono stati deliberati dai governi Renzi-Gentiloni, i 15 da questo esecutivo. Tria chiarisce che gli investimenti valgono “circa due decimali di Pil aggiuntivi per il 2019, per poi arrivare a quattro decimali (6,5 miliardi) aggiuntivi nel 2021”. Quindi il grosso dell’intervento non parte subito, ma fra due anni, con effetti che quindi si vedranno ancora più avanti. Savona parla di “un aumento degli investimenti nell’ordine di almeno l’1 per cento di Pil, di cui la metà su iniziativa dei grossi centri produttivi di diritto privato dove lo Stato ha importanti partecipazioni”. Quindi in quel conto ci sarebbero pure gli investimenti di Enel, Leonardo, Eni, che di solito non vengono conteggiati.

Per capire come queste diverse versioni della stessa manovra si concilieranno bisognerà il testo ufficiale della Nota di aggiornamento al Def.