Pd, “unità” in piazza e veleni nel retropalco

“La gente c’è, la manifestazione è riuscita. C’è ancora qualcosa per cui candidarsi”. Appare stupito Nicola Zingaretti, governatore del Lazio e candidato segretario dem, mentre nel retropalco di Piazza del Popolo aspetta l’inizio degli interventi. A leggerla attraverso le sue parole, la manifestazione contro il governo fortemente voluta da Maurizio Martina, in origine reggente, oggi segretario in scadenza, va avanti per binari paralleli. Davanti al palco. E dietro. La piazza è “abbastanza” piena. Non si arriva neanche lontanamente alla metà dei 70 mila che dichiarano gli organizzatori, ma comunque c’è molta più gente rispetto al corteo antifascista di febbraio, subito prima delle elezioni. E alla manifestazione per il referendum.

Dietro, i retropalchi sono due: uno aperto alla stampa, un recinto chiuso con i dirigenti. Così, ogni tanto, i big si fanno una passeggiata ad uso di telecamere. Ognuno per conto suo. Zingaretti parla del “dovere” di dialogare con una immensa base elettorale che ha colto nel M5s un approdo. Con Renzi, su posizioni opposte, si ignorano e neanche si incontrano. Calenda che ribadisce: “Non mi presento candidato a segretario di un partito che penso vada superato”. E soprattutto c’è Renzi. Tra un tweet, un post Facebook, un selfie e un comizio davanti ai cronisti, emana fiumi di parole per intestarsi l’iniziativa, ora che non è un flop. Attacca il governo: “Stanno mettendo a rischio la tenuta del Paese”; per lodare il lavoro dell’opposizione cita l’ostruzionismo. Si fa fotografare mentre abbraccia Paolo Gentiloni. E non si lascia sfuggire l’occasione, ovvero Paolo Virzi, che “invitato” a seguire con lui la giornata da Diego Bianchi, per Propaganda Live, arriva in piazza. Renzi lo abbraccia, poi gli dice: “Allora ci vediamo a cena?”. A domanda su questa presunta cena, dopo, il regista risponde: “Lo avevo conosciuto 13 anni fa a Firenze. Allora avevamo parlato di una cena”. Cosa non si fa per una photo opportunity.

Sul palco salgono i giovani. C’è Federico Romeo, il giovane assessore del Municipio di Polcevera, a Genova, che dopo il crollo del Ponte Morandi è diventato il volto da esibire. C’è Bernard Dikka, il millennial caro a Renzi, che arringa le folle in un modo che ricorda la Serracchiani degli inizi. Intanto, nel “recinto”, la situazione è slabbrata. D’altra parte, i presenti si sopportano a stento. Gentiloni si intrattiene con Franceschini e Zanda. Renzi con Bonifazi e Migliore. Martina e Delrio stanno per conto loro.

Martina chiude. “Serve un nuovo Pd per una nuova sinistra. Vi chiedo questo impegno, vi prego, insieme”. La piazza continua a intonare il coro “unità, unita”, Martina si inceppa, ogni tanto si ferma, ma arriva fino in fondo. Cita Corbyn e “quell’avidità del capitalismo che in questi anni non abbiamo capito”. Dice cose più nette di quelle declamate da Renzi. Al governo: “Se avete a cuore la sicurezza e la democrazia dimostrate di voler combattere la xenofobia e il razzismo. Noi siamo figli della Resistenza”.

Sul palco non sale nessuno dei big: il segretario non ha fatto richiesta, gli altri non avevano particolarmente voglia di fare i comprimari. A proposito di unità. Mentre Martina scende a stringere mani, Renzi dalla “gabbia” nel retropalco si sporge a fare un giro parallelo. Acclamati entrambi. Tanto che il segretario comincia a riflettere su una cosa fino a ieri esclusa: candidarsi. Tra i renziani è tutto uno smontarlo: “Ha parlato troppo”. Trattamento simile per Zingaretti: “È sparito: come fa uno a proporsi segretario, se non regge neanche una manifestazione?”. Si discute delle ballerine della Boschi: c’è chi stima prezzi astronomici. Si intrattiene con Matteo Orfini che dice: “Per il referendum c’era la stessa gente. Ci abbiamo lavorato come allora”. Sei treni speciali e 200 pullman: un impegno massiccio per riuscire a decretare la resistenza in vita dem. “L’Italia che non ha paura” (questo lo slogan, contestatissimo) se ne va sulle note – nostalgiche – di Born to run.

Spread, Salvimaio in trincea “Terroristi”, “Me lo mangio”

Bastonati dai giornali che brandiscono il contatore dello spread che pure corre meno di quanto vorrebbero, evocano se non invocano la divina punizione dei mercati e di Bruxelles, minacciano catastrofi sui risparmi e sui mutui e carestie per le generazioni future, i due “scudieri” del governo Conte ieri hanno difeso le linee guida del Def che prevedono la manovra in deficit fino al 2,4 per cento del Pil e minimizzato i rischi di contraccolpi finanziari.

Luigi Di Maio, in un post sul Blog delle Stelle, ha attaccato “i giornali di partito” che poi sarebbero Corriere, Repubblica, Stampa e Giornale: “Hanno dichiarato guerra alla Manovra del Popolo perché fissa il deficit per il prossimo anno al 2,4%. Il Pd nel 2014 ha fissato il deficit al 3%, nel 2015 al 2,6%, nel 2016 al 2,5%, nel 2017 al 2,4% e l’anno scorso al 2%. Nessuno ha mai fiatato nonostante questo deficit non sia servito a nulla perchè i governi del Pd non hanno fatto deficit per i cittadini, ma per i loro interessi e mancette elettorali”. E ha ricordato le “opere inutili mai realizzate. Air Force Renzi. 7 miliardi alle banche. Banca Etruria. F35. Pensioni d’oro. Superconsulenze. E così via” Secondo il vicepremier M5S “il Pd e Forza Italia non riescono a fare un’opposizione politica e quindi con i loro giornali creano terrorismo mediatico per far schizzare lo spread sperando in un altro colpo di stato finanziario: sono degli irresponsabili nemici dell’Italia”.

Matteo Salvini ha scelto toni in apparenza più bassi, mentre Giancarlo Giorgetti ha confermato l’apertura a “ritocchi” alla manovra: “I mercati sono preoccupati e lo spread sale? Noi abbiamo fatto una manovra per crescita e sviluppo, è una reazione iniziale poi anche i signori dello spread si tranquillizzeranno…”, ha detto il vicepremier leghista, ieri mattina, prima dell’ennesimo bagno di folla alla Festa dell’Associazione nazionale Polizia di Stato a Ostia (Roma). “I richiami alla Costituzione? Noi rispettiamo tutte le Carte”, ha aggiunto Salvini rispondendo alle preoccupazioni del capo dello Stato sul pareggio di bilancio. C’era anche Sergio Mattarella a Ostia, tra il presidente e il “capitano” leghista notoriamente non c’è feeling ma ieri si sono stretti la mano in pubblico e si sono intrattenuti in una breve conversazione. Più tardi Salvini è tornato sul tema alla ZenaFest della Lega a Genova: “Il signor Spread –ha ironizzato – lo incontrerò personalmente quando avrà visto che la manovra è limpida, coraggiosa, equilibrata, responsabile e guarda al futuro. E allora starà tranquillo”. E ancora: “Lo spread ce lo mangiamo a colazione”. Ma “terrorismo” no, non si dice, per una volta Salvini lascia i toni più forti a Di Maio: “La sola parola terrorismo a me, come ministro dell’Interno viene difficile pronunciarla”, ha detto.

Di Maio in serata era a “Non è l’Arena”, ospite di Massimo Giletti su La7, e ha parlato ancora della manovra ma anche della festa dei pentastellati sul balcone di Palazzo Chigi: “Quella scena che vedete lì è la scena sincera di ministri felici di aver mantenuto una promessa. Può essere una cosa che non tutti condividono ma parliamo dei fatti. Per tanti anni lì si sono affacciati gli aguzzini degli italiani”.

Ma mi faccia il piacere

Abolix. “Con la pensione di cittadinanza e il reddito di cittadinanza che introdurremo in questa legge di bilancio avremo abolito la povertà” (Luigi Di Maio, M5S, ministro del Lavoro e Sviluppo, Porta a Porta, Rai1, 25.9). Per l’abolizione delle cazzate, ci stiamo lavorando.

Corpo a corpo. “Senatore Renzi, un giudizio sulla manovra”, “Qualcuno paragona il Di Maio sul balconcino a Maduro”, “Si aspettava che Tria facesse maggior resistenza?”, “Salvini è pronto allo scontro con l’Europa”, “Di Maio dice che la povertà è stata abolita”, “I 5 Stelle hanno criticato l’elezione di Ermini”, “Nel frattempo è stato eletto anche Foa”, “Lega e M5S vanno alle Europee forti di questa manovra, e il Pd che fa?”, “Dica la verità: si candiderà lei contro Zingaretti?”, “Quindi non avete un candidato” (le “domande” di Maria Teresa Meli che “intervista” Matteo Renzi, Corriere della Sera, 29.9). Risposta: non faccia così, signora.

La parte giusta. “Foa è il primo presidente di parte della Rai. Io, quando ero premier, parlando con le opposizioni, anche con Berlusconi, proposi Vespa come presidente Rai” (Matteo Renzi, senatore Pd, Porta a Porta, Ra1, 20.9). E se ne vanta pure.

La Repubblica Enigmistica. “Lavoro, su Jobs Act e Cig si ritorna al passato. La sentenza, no all’indennità fissa. La riforma voluta da Renzi perde un altro pezzo. Saranno i tribunali con discrezionalità a stabilire l’entità del risarcimento ai lavoratori” (Repubblica, 27.9). La notizia è che la Consulta ha cancellato un pezzo del Jobs Act del governo Renzi perchè incostituzionale. Purtroppo, nella titolazione di Repubblica, le parole “Consulta” e “incostituzionale” non compaiono. Così i lettori pensano che le leggi di Renzi perdano i pezzi da sole, passeggiando per strada. Ma è un quotidiano o La Settimana Enigmistica?

La Prova dell’Oste. “Salvini vuole la botte piena e la moglie ubriaca” (Antonio Tajani, vicepresidente FI, 22.9). Non è che ce l’ha con la Isoardi?

Mi telefoni o no. “Toninelli non mi risponde da 113 giorni e tiene fermi i finanziamenti (di Terzo Valico e Tav, ndr)“ (Sergio Chiamparino, governatore Pd del Piemonte, La Stampa, 27.9). Per una volta la scarsa stima che nutriamo per Toninelli si trasforma non in ammirazione, ma in idolatria.

Ponti e punti. “Conte non sa nemmeno scrivere i numeri. La Ragioneria smaschera il premier: ‘Nel decreto per Genova nessuna indicazione degli oneri e delle coperture’” (Libero, 26.9). “Incapaci di tutto. Nel decreto su Ponte Morandi spazi bianchi invece delle cifre” (il Giornale, 26.9). “Promesse senza portafoglio” (Alberto Mingardi, Stampa, 26.9). “Ponte senza fondi, caos decreto. Genova, stop della Ragioneria: cifre in bianco” (Messaggero, 26.9). “Le bozze del decreto sul ponte di Genova hanno suscitato una ingiustificata ironia tra i maniaci della finanza per la mancata indicazione delle voci di spesa, sostituite dai puntini di sospensione. Ma figuriamoci se un testo scritto da personalità del calibro di Toninelli avrebbe potuto sottovalutare un aspetto così importante” (Massimo Gramellini, Corriere della sera, 27.9). Qualcuno prima o poi spiegherà a queste personalità che Toninelli è quello che è, ma gran parte dei decreti arrivano da sempre alla Ragioneria con i puntini al posto delle cifre, perchè spetta alla Ragioneria riempirli, anziché diffondere le bozze ai giornali nella speranza di trovare delle personalità che non lo sanno.

Riflessi pronti. “L’allarme di Lattanzi, presidente della Consulta: ‘Soffiano venti contro la Costituzione’” (Il Dubbio, 27.9). Sveglia, giovanotto, il referendum costituzionale era due anni fa.

Il Migliore. “Gennaro Migliore (Pd) chiede alle presidenze di assicurare che alle sedute delle Commissioni i rappresentanti del Governo non siano accompagnati da collaboratori o assistenti tecnici… Il sottosegretario Vincenzo Zoccano ritiene sia un onere ed un onore – come persona non vedente – svolgere il suo ruolo di Sottosegretario, facendo notare che per partecipare alle sedute ha la necessità di essere accompagnato da un collaboratore. Invita dunque il collega ad informarsi meglio e ad avere maggiore rispetto” (resoconto della Camera dei Deputati, 25.9). Zoccano non vede. Ma Migliore è più sfortunato di lui: non capisce.

Il pacifista. “Pace fiscale, soglia di un milione per aiutare gli evasori buoni” (Massimo Bitonci, Lega Nord, sottosegretario all’Economia, Repubblica, 24.9). A evadere meglio o a farla franca?

Il titolo della settimana. “Il piccolo Tria, argine al deficit” (Massimo Giannini, Repubblica, 20.9). Uahahahahah.

La Juve vola, ma perde Marotta Roma, un calcio (di tacco) alla crisi?

Tre a uno allo Stadium, 3-1 all’Olimpico: è stato il sabato di Juventus e Roma. E di Beppe Marotta: “Non sarò più l’amministratore delegato della Juventus. Le nostre strade si separano. Io presidente federale? Smentisco nella maniera più categorica”. Arrivò nel giugno del 2010. Organizzò la rinascita. Non sono dimissioni: sono ordini dall’alto. Detto della bomba, occupiamoci del resto. Se Di Francesco esce, ufficialmente, dal “disgustato” del presidente Pallotta, Allegri ribalta Ancelotti e vola a più sei in classifica. Sette su sette. Calcio di stampo inglese, a Torino, con il Napoli che si alza benissimo dai blocchi: palo di Zielinski, gran gol di Mertens.

Ecco: il cazzotto sveglia Madama e Cristiano, soprattutto. Il migliore. Non segna ma è sempre lì, nel cuore delle trame che titillano il destino. Calibra l’assist per l’incornata di Mandzukic, coglie il palo che introduce il bis del croato e smarca, di sponda, Bonucci. Fatti, non parole. Il Napoli non esce ridimensionato. Gli è stato fatale, al 58’, il secondo giallo di Mario Rui anche se per un po’, paradossalmente, in dieci sembrava la Juventus. Molle, sazia, distratta. È stato Szczesny a salvare il risultato (su Callejon) prima che Bonucci sigillasse la pratica. Insigne, Mertens (e poi Milik) hanno finito per sbattere contro gli armadi juventini. A molti tifosi (non tutti, per fortuna) non piace Mandzukic. Si fa un mazzo tanto e continua a distribuire gol, già quattro. È Cristiano che lo fa segnare, e non viceversa: calcio, mistero senza fine bello. E poi Matuidi, e poi Chiellini. Con Dybala sull’altalena, ma prezioso in occasione dell’azione del sorpasso. “Superficial”, così Ancelotti ha chiosato l’operato di Banti.

Resta la sentenza. Spietata. Eppure non esiste al mondo un campionato che possa già considerarsi “morto” il 29 settembre.

Il derby di Roma diventa della Roma grazie a un panchinaro, Lorenzo Pellegrini. Sostituisce Pastore, infortunato, al 37’, spacca l’equilibrio di tacco, dopo un maxi-tamponamento tra Luiz Felipe, El Shaarawy e Strakosha; procura la punizione che, alla ripresa, spalanca la porta a Kolarov; pennella la parabola, sempre su punizione, che libera la sgrullata di Fazio. E tutto da trequartista: il ruolo dell’argentino, non il suo.

Fazio, già. Proprio una sua papera aveva propiziato il pareggio di Immobile. Un Immobile lillipuziano, e comunque più tenace di Milinkovic-Savic e Luis Alberto, Parolo e Marusic. Perché sì, la Lazio si è aggiudicata il primo quarto d’ora e poi, piano piano, si è attorcigliata su se stessa. La Roma in crisi, altro non aspettava. Palla lunga (a Dzeko) e pedalare. Mentre Inzaghino era andato sul classico, Di Francesco aveva restaurato la fascia destra, con Santon terzino e Florenzi “ala”, scelta dalla quale la manovra ha ricavato più munizioni che turbolenze.

Sul piano delle occasioni, non c’è stata gara: Roma, per distacco. E la Lazio, beh, ogni volta che l’asticella sale, scende: Napoli, Juventus, Roma. Tre sconfitte. È un limite chiaro, che in un campionato di 20 squadre può essere nascosto dalle scialuppe del calendario, ma tale rimane.

Se il gol di tacco di Pellegrini è il terzo stagionale dopo i due di Pastore, Kolarov raggiunge “raggio di luna” Selmonsson, capace di marchiare un derby indifferentemente con entrambe le maglie. Questa non è cronaca: è storia.

I soldi sotto le porte: così Totò aiutava i napoletani

Dal 4 ottobre in libreria “A Napoli con Totò. Dalla Sanità alla luna”, di Loretta Cavaricci ed Elena Anticoli de Curtis, la nipote dell’intramontabile Principe della risata. Ne anticipiamo due stralci, tratti dal capitolo “Il Ritorno” e dall’intervista a Dante Ferretti.

Sarei rimasto in mutande. Mi dicevano: Totò, hê ’a campà cient’anni, chist’è ’o quartiere tujo, tu sî nato ccà. Tutta quella folla dietro, quelli che alzavano la macchina. Nemmeno per sogno potevo scendere. Se scendevo mi strappavano tutti i vestiti da dosso. Oddio, se fossi rimasto solo in mutande ci sarei anche sceso dalla macchina. Ma se mi strappavano pure quelle, che succedeva? Sai che spettacolo?!

Un cordone di vigili in giacca bianca accompagna il ritorno di Antonio de Curtis nei vicoli della sua infanzia, e scorta l’auto che procede nella simpatica calca dei volti ridenti, gente di tutte le età, tante donne con bambini in braccio, che sorridono pure loro mentre i più grandicelli spingono. Le telecamere della Rai riprendono la scena. Il suo passaggio a Napoli è costante, almeno due volte l’anno, anche dopo tanta carriera; risponde al bisogno di sentirne l’odore. Perché la città è magnifica, ma lo è soprattutto la gente. Antonio è quella gente, non lo dimentica. Pure dopo aver lasciato Napoli giovanissimo, per il militare a Pisa, e poi con la famiglia a Roma in cerca di lavoro, il rione Sanità, fra i più poveri, rimarrà il suo luogo per eccellenza, della nascita, dell’impronta primaria e delle prime osservazioni vogliose; dove con il bambino già convive l’attore, e dove l’attore esercita lo spirito critico come pane per denti che pane vero ne avranno pochissimo in quella miseria ancora senza nobiltà. Per tanti anni a venire, dentro e fuori Napoli, andrà a braccetto con la fame, Totò, di vita, di pancia e di spettacolo.

…tornare in via Santa Maria Antesaecula dove ho passato tutta la mia prima giovinezza… ero un giovanottello elegante, mi fidanzavo con tutte le ragazze del rione… è stato bello tornare, mi sarei abbracciato tutti i napoletani, uno alla volta.

E se proprio non li abbraccia fisicamente, certo è che li aiuta Antonio i suoi concittadini, lasciando buste di soldi sotto le porte delle loro case, i bassi, abitazioni poverissime con affaccio diretto sui marciapiedi. Perché salvo eccezioni e bagni di folla, preferisce arrivare di notte a Napoli, l’attore già famosissimo, senza essere inseguito, senza che nessuno me secutasse; parte pure alle tre con il suo autista fidato, mo mo, dobbiamo andare adesso, preso dal desiderio di respirare il rione mentre gli altri dormono, e così torna sui passi, sulle strade.

E mentre cammina lascia un segno per il giorno appresso: stanotte è passato Totò.

Dante Ferretti: “Il nostro è stato un rapporto di lavoro, non posso dire che ci fosse un’amicizia. Totò quando finiva di girare si rimetteva nella sua roulotte, e aspettava. Ogni volta, terminata la scena, tornava alla riservatezza. Stava spesso solo nelle pause di lavorazione. Parlava più con Pasolini, che gli spiegava delle cose. Ma c’era poco da spiegare. Totò la sceneggiatura la conosceva, e Pasolini si fidava talmente tanto, lo ammirava talmente tanto, che tutto quello che faceva lui andava bene. E credo che questo valesse anche per gli altri registi che lo hanno diretto. Perché Totò è stato unico.

Unico, in cosa?

Penso che Totò sia stato unico in quanto attore comico e poetico, comico e poetico in ogni cosa che ha fatto. Quando c’era lui, non era come andare a vedere un film con altri attori: ti prendeva così tanto che qualsiasi ruolo avesse, il film era lui, per il fatto stesso che ci fosse lui. La storia era una cosa a parte. E poi credo che parecchie situazioni le inventasse; penso che tante volte cambiava le parole come meglio gli venivano o come pensava che meglio potesse esprimersi. I registi lo accettavano, era stimatissimo. E non solo nella comicità, perché Totò rappresentava tante figure, anche drammatiche”.

Ricorda delle prove assieme?

Sul set arrivava quando era tutto pronto e la scenografia già montata. No, non si facevano prove con lui.

“I tramonti con Califano, gli zoccoli di mia madre e il povero Matt Dillon”

L’inatteso arriva dal sorriso. Dallo sdrammatizzare. Dal relativizzare. Dal leggere con lucidità la sua vita e carriera. Eppure per anni Federico Zampaglione, fondatore e leader dei Tiromancino, è apparso burbero, chiuso, quasi respingente, “e in parte è colpa della timidezza, del sentirmi inadeguato sul palco; e poi c’è il tono delle mie canzoni a non aver agevolato differenti percezioni, e a un certo punto della carriera, ho proprio mollato tutto, e a lungo, per puntare sui film horror”. Altra cupezza. “Eh, infatti…”. A 50 anni ha totalmente mutato la prospettiva; la prospettiva è l’oggi, senza tanti ghirigori sul domani, alcuna eccessiva proiezione, ma il gusto di “godere di un piatto di pasta alle vongole come se fosse l’ultimo. Così viveva anche Lucio Dalla”.

Da poco è uscito il suo ultimo lavoro, Fino a qui, quattro brani inediti, più dieci storici, riarrangiati e interpretati insieme ad altrettanti amici-musicisti, da Giuliano Sangiorgi a Calcutta, da Alessandra Amoroso a Tiziano Ferro; “con Biagio Antonacci abbiamo inciso dopo un bicchiere di vino. Oddio, più di uno, ma il risultato è fantastico”.

Insomma, nel 2008 ha mollato…

Dopo aver raggiunto il sogno di sentire i miei pezzi cantati da altri, i passaggi per radio, e l’adrenalina perenne, sono caduto in una strana catalessi nella quale mi mancavano gli obiettivi. Mi svegliavo e la prima domanda era: “Che cazzo faccio?”.

Mentre l’inizio è stato faticoso.

A volte eravamo più noi sul palco che gente sotto.

Come mai?

Negli anni Novanta risultavamo troppo melodici per chi veramente amava la musica da centro sociale e troppo strani per il pop italiano.

Ha più ascoltato i vecchissimi lavori?

Il primo album no, ma in generale non sento alcun mio disco, al massimo i pezzi quando li trasmettono le radio.

Dicevamo Antonacci.

È il maestro delle ballate d’amore, e poi ha una tonalità a sé stante, con frequenze tutte sue.

Per alcuni non ha voce…

Secondo me è il contrario, e poi interpreta molto, non è uno fissato sul bel canto; lui inventa. E mentre suonavamo il brano, pensavo: “Chissà cosa direbbe il maestro”.

Il maestro è Califano.

Quando l’ho riascoltata, la mente è andata al Califfo sulla sua Jaguar anni Settanta.

Per lei è sempre una presenza attiva…

Conoscere Franco è stata una gran botta di culo, ma al di là delle canzoni, proprio la persona; un personaggio talmente potente da aver oscurato la sua musica, e nonostante alcuni capolavori.

Le piaceva prima di conoscerlo?

Tantissimo. E non cantava neanche una sillaba se non la sentiva dentro, se non la riteneva vissuta.

Un poeta.

Un giorno siamo in macchina, viaggiamo vicino al mare. Mi dice: “Fèrmate”. Obbedisco. Scende dall’auto, si incammina, non capisco, poco dopo lo seguo. Lo raggiungo: era con gli occhi bagnati di lacrime: “Me commuovo sempre quando il sole more”.

Perla assoluta.

Dotato di grande sensibilità, poi era anche preda del suo personaggio; comunque uno di cuore.

Ci ha lavorato insieme.

Un giorno gli porto un brano: “Fra’, manca solo la frase finale”. La prende, legge, e subito: “‘Non escludo il ritorno’, altrimenti se monta la testa”. Lì ho pensato: “È un genio”, e l’ho abbracciato.

Non si offende quando le correggono i pezzi.

Il Califfo poteva buttarli anche al cesso, da lui mi sarei preso di tutto; con gli altri colleghi è normale il dialogo, non tutte le parole calzano a prescindere. Quando Franco mi ha scritto Un tempo piccolo, sono intervenuto sul testo: in origine era “dimenticai un passato folle in un tempo piccolo”. Avevo 33 anni, ma quale passato? Rischiavo il ridicolo.

Tra i presenti nel disco c’è Luca Carboni.

Amici dal 1992, quando aprivo i suoi concerti; lui mi ha sempre affascinato, alla fine l’ho inquadrato “come fotografo dell’intimità”, in grado di narrare i piccoli stati d’animo.

Dicevamo la sua presunta cupezza…

In passato avevo serie difficoltà nel propormi.

E lei ci soffriva.

Moltissimo, perché ero così anche sul palco: mi sentivo quasi inadeguato, e nei video non apparivo mai, non mi piacevo mai, ogni foto era un dolore.

Sul palco rifletteva…

Su come non ci riuscivo. E mi bloccavo, il buen retiro mentale erano solo le canzoni; in definitiva non mi sentivo niente di che.

Tutto risolto?

Il tempo mi ha permesso di accettarmi e prendermi meno sul serio. Comunque di questa vecchia situazione, e come raccontavo, anche i film horror hanno contribuito.

Ha il naso leggermente gonfio e storto.

Cazzotto sul ring.

Pratica la boxe?

Mi piace tantissimo, sono diventato uno dei massimi analisti italiani: ho una pagina web con quasi diecimila amici, molti dei quali sono professionisti del settore.

Torniamo a “ieri”: come ha gestito il successo?

Confusione totale, anche perché è arrivato tutto insieme, e forse in quel momento avrei potuto spingere ulteriormente, mentre ho preferito rinunciare a qualcosa. Però è stato difficile.

Al punto tale che…

Ho detto “basta”, e mi sono ritirato fino al 2014.

La casa discografica come la prese?

Con una bella causa.

Ecco il cinema.

La salvezza, e nonostante tutti me lo sconsigliassero. E con sacrosante ragioni.

Eppure.

Ho capito immediatamente di non poter concludere in Italia, alla sola ipotesi di un mio film horror, si sono scatenati i siti specializzati con ricche prese per il culo.

Fuga all’estero.

Il risultato? Shadow è l’horror italiano più venduto nel mondo negli ultimi vent’ani; tutto grazie a quel folle di Massimo Ferrero

La musica, nel frattempo?

In quel periodo ho perso quasi tutto il mio pubblico, la mia “statuetta” era fuori dal presepe dei musicisti…

Impressionato?

Per niente, in alcuni momenti forse soddisfatto, fino a quando hanno iniziato a definirmi in qualunque modo, compreso ex musicista.

O marito della Gerini.

Appunto.

Peggio “ex musicista” o “marito della Gerini”?

Se la giocano; dipende dai momenti. Comunque ero visto come uno che dava i numeri, mentre nel frattempo mi invitavano ai festival di tutto il mondo, dall’Asia, alla Germania, fino all’America del Nord.

Meglio Sanremo o il Festival di Venezia?

Venezia perché lì mi diverto; a Sanremo è quasi impossibile.

In un suo film c’è Remo Remotti.

Personaggio assurdo, impossibile fargli seguire il copione, andava avanti a “nun me rompete il cazzo”; alla fine il senso della scena lo portava a casa.

La musica poi è tornata.

In un periodo complicato: mia madre stava molto male, e anche la vita privata non era serena.

Pessimo, non complicato.

Peggio: di merda proprio, quando ogni sospiro si somma a quello precedente, e le mazzate giungono a raffica; quindi ho preso in mano la chitarra, e senza pensarci è uscito l’arpeggio di Liberi: non sentivo più quel senso di staticità, ma lo spirito del ventenne.

È stato il classico ragazzo da spiaggia, chitarra in mano?

A 16 anni sì, a 17 mi esibivo nei locali con Alex Britti.

Lei suonava gli altri rimorchiavano.

Questa è stata la reale fregatura. “Fai quella, fai quell’altra…” e via; poi gli altri se ne andavano e io restavo nel ruolo del menestrello.

Ha recuperato da famoso.

Eh, i primi anni tantissimo, poi non sono mai stato un bello, e quando sono arrivate, e tutte insieme, mi sono stupito. I primi tour, incredibili.

Un continuo.

Quando parlo con i giovani artisti, e me lo raccontano, rido perché mi ci rivedo.

Lei da ragazzo.

Lo spiego in un brano: se non avessi incontrato la musica, forse sarei morto.

Addirittura.

Ero molto, troppo vivace.

Quanto?

Mio padre è ammattito.

La veniva a riprendere?

Arrivava insieme a mia madre, con lei armata di zoccolo: quante ne ho prese, il dottor Scholl lo conosco molto bene.

Santa musica.

Grazie a mio padre: un giorno entra in camera con un album live di Eric Clapton: “A Federì, senti un po’? Cosa ne pensi?”. Io folgorato dalla chitarra.

Nel nuovo lavoro c’è molta chitarra.

È la mia passione. E forse prossimamente organizzeremo qualche serata con Britti.

Intanto duetta con Tiziano Ferro.

Sono un fan, è il nostro Sinatra, e poi unisce una gran voce a gran pezzi, e pure tanti. Quanto scrive…

Anche lei.

Spesso neanche me ne accorgo, mi viene l’ispirazione e lo registro sul telefonino.

Lucido o alticcio?

Oramai lucido, non tocco quasi più nulla, ho già dato, ora basta.

E quando sua figlia le domanderà come è stato da giovane?

Risponderò: vivace.

Sua figlia è nel disco.

Appassionata di musica, ne ascolta in continuazione, e so dagli altri che mi cita, mentre quando è con me evita di darmi delle soddisfazioni.

La sua voce le piace?

Più oggi con un’impostazione blues, mentre quando sento i pezzi di un tempo, con toni alti, un po’ sorrido e penso: dove mi andavo a impiccare? Pure per questo li ho voluti ricantare.

Il brano con la Amoroso è molto bello.

Alessandra è una performer, è un soldato, una seria sul lavoro, e quando la metti dietro a un microfono, si strappa il cuore.

Lei da giovane, concorrente di un talent.

Probabilmente mi avrebbero stroncato.

Da giudice?

Perché dovrei giudicare una carriera su un singolo pezzo e in una situazione complicata e inedita?

Thegiornalisti: oggi tutto quello che toccano è oro.

Sono momenti magici, molto delicati, dove devi cercare di mantenere la tua identità, non accettare le sirene, i facili complimenti; dove tutti ti cercano, dove credi di essere il centro del mondo. Lì devi evitare le mode. Le mode finiscono. Ma Tommaso (Paradiso, il leader) è veramente bravo.

La sua carriera sarebbe stata la stessa, senza “Le fate ignoranti”?

Non credo, lì è stata una bomba a orologeria. (In agenzia esce la notizia di “Dogman” per gli Oscar).

Ha visto?

Tifo Marcellino.

Lo conosce?

Una sera mi chiama Garrone: “Usciamo? Viene anche Marcellino”. Volentieri. Entriamo in un ristorante, con noi pure Matt Dillon ela fidanzata.

Non uno qualunque.

Tutta la sera c’è stata una processione di fan per chiedere un selfie a Marcellino, il povero Matt Dillon sembrava preda di una puntata di Scherzi a parte: nessuno lo filava.

Niente.

Nessuno! Ogni tanto dopo aver visto Marcellino, qualcuno chiedeva pure a me una foto, Dillon abbandonato. Se n’è andato.

La fama è un attimo.

Per questo ho cercato un mio percorso, una identità, uno stile riconoscibile; per questo prima consigliavo di evitare le mode.

E non esclude il ritorno.

Infatti sono qui. E resto.

(Cantava il Califfo: “Tanto non c’è niente di logico nell’esistenza”).

 

Golpe o corruzione?

Per la sinistra brasiliana la sfiducia a Dilma Rousseff e le accuse che hanno poi portato in carcere l’ex presidente Lula, ex leader sindacale, simbolo del Partito dei Lavoratori arrivato alla presidenza nel 2003 (e fino al 2011, al quale è succeduto appunto la Rousseff) sono da considerarsi un golpe. Il processo Lava Jato Scoperchiato lo scandalo delle mazzette della Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale (per un valore che si aggira attorno ai 2 miliardi di dollari), le accuse di corruzione si abbattono sull’ex presidente che finisce in carcere in estate e al quale – sempre secondo i difensori politici – viene impedito di poter gareggiare nelle elezioni presidenziali. Arriva il militare Tra le figure emerse in questi mesi c’è Jair Bolsonaro, ex ufficiale dell’esercito, che promette soluzioni drastiche alla crisi economica e all’emergenza sicurezza che dopo il periodo Mondiali-Olimpiadi (2014-2016) è tornata a livelli di guardia. Principale avversario Fernando Addad, ex ministro dell’Educazione dei governi Lula e Rousseff e poi sindaco di San Paolo

“Hanno fatto fuori Dilma e Lula ma Haddad vincerà la paura”

Celso Amorim non pensava di divenire un diplomatico, invece è stato ministro degli Esteri (1993-1994) nel governo di Itamar Franco e poi (2003-2010), con Inacio Lula da Silva; e anche ministro della Difesa (2011-2014) con Dilma Rousseff. È lui ad aver scritto il programma di politica estera di Fernando Haddad, candidato della sinistra alla Presidenziali del 7 ottobre. Nato a Santos, Amorim è presidente del Comitato di solidarietà a Lula per la liberazione dell’ex presidente.

In diplomazia e politica esistono coincidenze e casualità?

Voltaire ha detto: il “caso è la causa sconosciuta degli effetti conosciuti”. È difficile, possono esserci delle piccole casualità, ma nella macro tendenza, il caso non esiste.

Nella campagna elettorale di Trump, poi in quella che ha portato la Lega e M5S al potere, e oggi in quella del candidato dell’estrema destra Jair Bolsonaro si avverte la presenza del consigliere americano Steve Bannon. Dietro al movimento populista global promosso da Bannon, c’è Robert Leroy Mercer, il potente amministratore di hedge fund americano che ha patrocinato la campagna elettorale repubblicana. Pensa che la cosiddetta “Destra alternativa” americana può influenzare l’elezione brasiliana?

Potrebbe esserci un’influenza. Abbiamo Bolsonaro che cresce, ma direi che la tradizionale destra brasiliana non è molto a suo favore. Penso si tratti qualcosa di più complesso. Prima esisteva un ordine liberale del mondo rappresentato dal Partito democratico, dai Clinton. Noam Chomsky che è stato recentemente in Brasile, spiega come già da tempo il capitale finanziario considera la democrazia come fosse uno scarto, una cosa inutile. Questo vale anche per gli Usa, ma quando si tratta di un Paese in via di sviluppo è ancora più dirompente. Credo che, anche se esistono punti di contatto Trump-Salvini-Bolsonaro, l’alleanza più tradizionale dei grandi mezzi di comunicazione con il capitale finanziario sia il punto principale.

L’impeachment della Rousseff e l’inchiesta Lava Jato sui fondi neri della Petrobras iniziano un anno dopo che Edward Snowden e Julian Assange rivelano che la presidente e i suoi principali interlocutori erano spiati dall’agenzia di sicurezza statunitense Nsa.

Non possono esserci coincidenze. Spiavano tutto: la Petrobras il ministero delle Miniere ed Energia e il programma nucleare. È difficile non pensare che tutte queste cose non siano collegate. Teniamo conto della scoperta di grandi riserve petrolifere in Brasile e poi l’organizzazione economica dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ndr) alternativi a Usa ed Europa. Le persone parlano degli interessi delle multinazionali: esistono, chiaro, ma ancora più importante è l’interesse geo-strategico.

I militari sono ancora una minaccia per la democrazia brasiliana?

Credo vi sia tensione nelle forza armate, ma credo che non c’è interesse e capacità per realizzare un golpe. Ho avuto paura in passato ciò avvenisse, ora non più. Ci sono molti militari che appoggiano Bolsonaro, soprattutto della riserva. Ho trovato interessante che il generale della riserva Joaquim Silva Luna, oggi ministro della Difesa, sia andato in Venezuela per stabilire un dialogo con il governo ed evitare tensioni sui rifugiati venezuelani.

L’attacco contro i rifugiati alla frontiera nel Roraima è avvenuto dopo l’incontro di Bolsonaro con Bannon.

Credo che non sia una coincidenza. Gli Usa hanno inviato di recente il segretario della Difesa e il vicepresidente, chiedendo al governo d’indurire le relazioni contro il Venezuela. Ciò è allo stesso tempo, un avvertimento anche contro la presenza della Cina nella regione. L’avviso trova eco anche in alcuni settori militari brasiliani. Lula sostiene che finché ci sarà l’embargo economico contro il governo venezuelano il problema dei rifugiati non sarà risolto: è difficile fare qualsiasi transazione finanziaria con il Venezuela a causa dell’embargo americano. Per questo la Cina può prendersi il lusso di ricevere Maduro e offrirgli ampio credito. La Cina è un’alternativa alla dominio americano nella regione.

Come giudica l’atteggiamento della giustizia brasiliana nei confronti del Comitato dei diritti umani Onu, che conferma il diritto di Lula a partecipare alle Presidenziali?

Non solo il governo ha ignorato l’Onu, ma anche il potere giudiziario non ha rispettato l’obbligo dei trattati sui diritti umani ratificati con gli organismi internazionali.

Le forze che hanno determinato la cacciata della Rousseff sono ancora attive? E chi ne fa parte?

Sono una combinazione che include il capitale finanziario internazionale, interessi geo-strategici americani, l’élite conservatrice che non vuole la fine della povertà e infine una parte dei media.

Haddad, candidato del Pt vincerà?

Vince! Anche se ciò che è accaduto in è servito per allontanare un’opzione progressista e per farlo hanno dovuto screditare non solo la sinistra, ma tutta la politica. Per questo gli elettori che sono contro il Pt e ormai pensano che la politica sia tutta sbagliata, non voteranno Alckmin (il candidato liberal-democratico, ndr), ma Bolsonaro, perché lui la pensa come loro. Non so se la sinistra vincerà, ma una cosa è certa: le forze conservatrici che hanno tramato il golpe hanno già perso. Se vincerà Bolsonaro, sarà pessimo, perché produrrà un’instabilità che non interessa nessuno.

L’Economist ha messo in copertina Bolsonaro indicandolo come una minaccia per Brasile e Sudamerica.

È un chiaro messaggio e mostra ciò che ho detto prima, ossia il sistema che ha applaudito, o era connivente con il golpe, ora è preoccupato, perché un pazzo come Bolsonaro al potere potrebbe allearsi anche con Putin, come avrebbe voluto fare Trump.

Catalogna, scontri polizia-separatisti a un anno dal referendum cancellato

Ancora scontri a Barcellona tra polizia e separatisti. Ieri mattina i Mossos d’Esquadra – agenti della polizia regionale – sono intervenuti per fermare rappresentanti del CDR (Comidad de la defensa de la República) e altri manifestanti. Alla vigilia dell’anniversario del referendum del 1 ottobre 2017, promosso dalla Generalitat de Catalunya e poi dichiarato illegittimo dal Tribunale Costituzionale spagnolo, gli indipendentisti si sono radunati in una contro-manifestazione per contestare la marcia delle forze dell’ordine spagnole, indetta dal sindacato Jusapol per chiedere migliori condizioni salariali. Quando uno dei manifestanti ha gettato vernice colorata su un uomo che sosteneva la marcia degli agenti, è scattato l’uso dei manganelli. A un anno dallo scioglimento di quello presieduto da Carles Puigdemont, la Catalogna ha un nuovo governo con a capo Quim Torra. Anche la Spagna ha un nuovo esecutivo diretto dal socialista Pedro Sànchez. Lo scorso luglio i due si sono incontrati a Madrid ma la distanza sul diritto all’autodeterminazione della Catalogna rimane irriducibile, nonostante la decisione di riattivare le commissioni bilaterali stato-governo catalano per riprendere la comunicazione tra le due fazioni. Intanto Puigdemont, dopo aver scontato una breve reclusione in un penitenziario tedesco in esecuzione del secondo mandato di arresto europeo, ha presentato da Waterloo, insieme a Torra, una nuova coalizione indipendentista: la Crida Nacional per la República.