Al-Sisi, dittatore da docufilm. Nuovo colpo ai diritti umani

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ossia il “Nostro uomo al Cairo”. È lui il protagonista del docufilm Our man in Cairo in onda stasera su Sky Atlantic (21,15), co-prodotto con Arte e Zdf. La storia degli ultimi 5 anni di terrore in cui è piombato l’Egitto dopo i moti rivoluzionari del 2011 e le prime elezioni libere, l’anno successivo, vinte dai Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi, oggi in prigione. La prima visione in Italia arriva dopo la sentenza emessa ieri dal tribunale del Cairo nei confronti di Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, il numero due della Commissione egiziana per i diritti e la libertà (Ecrf). La Fathy, in carcere dall’11 maggio scorso, è stata condannata a due anni di reclusione, 10 mila lire egiziane di multa e altre 20 mila per la cauzione e dunque la sospensione della pena nel cosiddetto caso Maadi. Si tratta della pubblicazione di un video sui social considerato ‘pericoloso per la pace pubblica’. Resta in piedi l’altro caso, la presunta affiliazione a un gruppo politico ormai disciolto, discusso il prossimo 14 ottobre. Un duro colpo per lei, i suoi cari e per la famiglia di Giulio Regeni che all’Ecrf si è affidata sin dai giorni successivi alla morte del ricercatore friulano. “L’Egitto deve essere ricostruito e protetto dai suoi figli, è una profezia della storia. Lunga vita all’Egitto”. Al-Sisi, un dittatore senza scrupoli capace di far rimpiangere l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, ha fatto della violenza, della repressione e della paura i suoi strumenti di potere. “Persona sgradita”, non per i i leader mondiali, disposti a dichiarare la loro stima verso un militare al comando con un Golpe su commissione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha confermato di avere “fantastiche relazioni con l’Egitto” e di “apprezzare quanto stia facendo al-Sisi”, mentre è risaputa la stretta collaborazione con il leader russo Vladimir Putin, specie sullo strategico nodo libico.

Alla fiera dell’Est: “pizzini” e fucili per zittire la stampa

Nonostante il ministro dell’Interno austriaco, Herbert Kinckl, figura di spicco della destra, abbia negato di essere l’autore dell’email inviata dal suo ufficio ai capi della polizia per consigliare loro di “limitare al massimo” il contatto con tre giornali perché “critici o parziali nei confronti del Ministero”, il messaggio testimonia l’atmosfera censoria che tenta i sovranisti di destra. Qualche giorno fa, per esempio, la tv pubblica croata (Hrt) ha licenziato uno dei giornalisti più autorevoli, Hrvoje Zovko, attualmente anche presidente della Associazione dei giornalisti croati, per “comportamento aggressivo e non professionale verso suoi superiori”. Sono però molti a sospettare che le vere ragioni siano politiche. Zovko è stato ufficialmente licenziato per aver aggredito con frasi volgari un suo superiore alcune settimane fa durante una disputa sulla linea di gestione del canale dedicato a notiziari e approfondimenti. Il giornalista è noto per essere critico del governo di centrodestra, e specie di partiti e organizzazioni di estrema destra o clericali.

Da quando la destra, tre anni fa, è arrivata al potere in Croazia, la struttura gestionale della tv pubblica è visibilmente cambiata e nella programmazione dominano trasmissioni di tono nazionalista. Molti giornalisti si sono licenziati. Anche in Polonia – governata dalla destra cattolica-nazionalista – i media soffrono. Il vicepremier Piotr Glinski ha dovuto più volte ribadire che “in Polonia c’è totale libertà di stampa”, ma secondo il rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf) “il partito Legge e Giustizia (PiS) alla guida dell’esecutivo ha trasformato i media pubblici in organi di propaganda”. Rispetto al 2017, l’indice di libertà della stampa polacca è sceso al 58° posto su 180, perdendo in un anno quattro posizioni. Lo stesso Glinski, che è anche ministro della Cultura, non è estraneo alla censura. Nel 2015 ordinò la sospensione di uno spettacolo La morte e la fanciulla tratto dall’opera del Nobel Elfriede Jelinek, giudicato “pornografico” a causa di una scena di sesso simulato. Lo spettacolo però rimase in cartellone e il ministro scaricò la propria rabbia contro uno dei volti più noti della tv di Stato (Tvp), Karolina Lewicka, che venne sospesa per alcune ore dopo un acceso scambio verbale in proposito proprio con Glinski.

Lewicka fu reintegrata dopo che il comitato etico aveva affermato che “non ha violato l’etica del giornalismo di Tvp”. Gli attacchi di Glinski non sono stati gli unici. L’ex ministro della Difesa Antoni Macierewicz nel 2017 ha denunciato il giornalista investigativo Tomasz Piatek autore di un’inchiesta sui presunti legami del ministro con i servizi militari russi, ma le accuse sono state ritirate pochi mesi fa. Dopo aver conquistato il potere, il PiS ha consegnato il controllo dei media statali al Tesoro. Fino a quel momento i direttori delle emittenti venivano nominati dal National Broadcasting Council, organo costituzionale a protezione della libertà di espressione. La mossa ha trasformato la tv di stato e l’agenzia di stampa statale PAP in organi di propaganda. Non va meglio in Repubblica Ceca, scesa di 11 punti, al 34° posto della lista. Il capo dello Stato, Milos Zeman, a inizio anno si è presentato a una conferenza stampa con un kalashnikov finto con la scritta “per i giornalisti”. Non è stato da meno l’ex primo ministro slovacco Robert Fico che l’anno scorso aveva accusato i giornalisti di essere delle “sordide e anti patriottiche prostitute”.

A marzo, il leader della destra nazionalista si era dovuto dimettere per le proteste scatenate dall’assassinio del giornalista Ján Kuciak, e della sua compagna, ucciso mentre stava per pubblicare sul sito Aktuality una inchiesta su corruzione e truffe nell’ambito dei fondi Ue. Kuciak aveva sostenuto l’esistenza di rapporti tra la ‘ndrangheta e membri del governo. Ultimo ma non ultimo, il premier ungherese Orbàn, il frontman del gruppo di Visegrad. Pochi giorni dopo la sua rielezione, sei mesi fa, uno dei due quotidiani nazionali d’opposizione, Magyar Nemzet, è stato costretto a chiudere perché in crisi finanziaria. Pur avendo una lunga storia alle spalle e si fosse guadagnato grande autorevolezza, il giornale non è più riuscito a ottenere investimenti pubblicitari.

Le aziende, secondo l’editore, hanno temuto la reazione del governo e ora si affidano ai giornali filo governativi. L’anno scorso il sito di news 888.hu aveva pubblicato una black list di giornalisti accusati di fare propaganda a favore dell’Università di Budapest del finanziere George Soros, considerato da Orbàn un sabotatore dell’identità nazionale. “Paesi che fino a 10 anni fa sembravano sul punto di diventare democrazie compiute, come Turchia, Polonia, Ungheria e Venezuela, stanno regredendo visibilmente”, ha denunciato Michael J. Abramowitz, il presidente di Freedom house.

Un venerdì nero con Mattarella: essere il capo è un lavoraccio

Se c’è una persona che non invidiamo è il povero Sergio Mattarella. Di temperamento malinconico, gli è toccato in sorte un incarico tanto prestigioso quanto sfiancante e, non bastasse, vive pure continuamente osservato da orde di quirinalisti che ne spiano i segreti moti del cuore e li spiattellano sui giornali. Ieri, per dire, abbiamo appreso che Mattarella non è sereno: colpa del Def. Il Messaggero, ad esempio, ci rivela che il tapino venerdì è stato sottoposto a “tanti report di investitori e banche d’affari che guardano con molto sospetto alla tenuta del nostro debito”. Conferma, meteorologico, il Corsera: “Una mattinata a sorvegliare il barometro di mercati e finanza che segnava tempesta già prima dell’apertura delle Borse. E poi, fino a sera, una serie di contatti per capire che tipo di prospettive anticipa lo spread schizzato a quota 280”. In mezzo a tutta questa tensione, infatti, “Mattarella passava di colloquio in colloquio”, primi fra tutti quelli con Visco e Draghi (La Stampa). E che gli hanno detto? Cose tipo “Temo che passeremo giorni anche peggiori di questo venerdì nero” (Corsera); “è solo l’inizio della burrasca” (Stampa). Noi ce lo immaginiamo il povero Mattarella: la sera ha fatto tardi al concerto di Morricone, dopo ha scoperto che Tria come argine non argina molto, e poi appena sveglio i report, il barometro, Draghi, gli uccelli del malaugurio e sempre questi quirinalisti dietro le tende e sotto le scrivanie. Fare il capo dello Stato è un lavoraccio, quando poi ti nominano pure capo dell’opposizione non si vive davvero più.

Cassese, la guerra dei burocrati contro i burocrati

La “manovra del popolo” distrae il popolo dai fatti veri, nascosti con la scusa che sono per addetti ai lavori. Per esempio: è in corso una riorganizzazione dei sistemi di potere, quelli veri, in mano a signori che il popolo non conosce e che per spadroneggiare non hanno bisogno di fare le smorfie da un balcone. Sono i burocrati, giuristi, giudici e avvocati che hanno messo al guinzaglio anche il governo gialloverde infiltrandolo con il loro uomo di fiducia, il premier Giuseppe Conte. Sintomatica a questo proposito una polemica letteralmente senza capo né coda, in cui cioè si fatica a capire da che parte stiano i contendenti (ma alla fine lo capirete).

Primo atto. Il governo pentaleghista eredita da Paolo Gentiloni la grana del presidente della Consob Mario Nava, in odore di illegittimità per incompatibilità, e lo spinge a dimettersi. La superlobby affida la protesta al suo guru e capo supremo Sabino Cassese, il quale per due volte, il 24 luglio e il 16 settembre, si scatena sul Corriere della Sera: “Nessun governo della storia italiana ha manifestato una così grande fame di posti come quello in carica”, Conte e i suoi mandanti “precarizzano e spartiscono le cariche più importanti dello Stato, trasformando l’Italia in una Repubblica di nominati”. Come se prima il presidente della Consob vincesse un concorso. L’attacco del portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino, contro i “pezzi di merda” del ministero dell’Economia è l’apoteosi per i sepolcri imbiancati. Come è noto, fin dai tempi di Camillo Cavour e Marco Minghetti i dirigenti statali fanno argine contro i politici disonesti, un secolo e mezzo senza mai piegarsi a pretese e mai, Dio ne guardi, assecondare le porcherie del politico. Un paradiso dell’onestà in purezza, messo in dubbio per la prima volta dalla star del Grande Fratello.

Secondo atto. Martedì scorso il professor Cassese – attivissimo sui media come intellettuale al servizio del Paese, mentre è attivissimo come avvocato al servizio di clienti tipo Telecom Italia – partecipa a Omnibus su La7. La conduttrice Alessandra Sardoni gli fa notare che, certo, i nuovi barbari attaccano i dirigenti statali con l’argomento fesso che non sono eletti, però, dice, “questo governo sembra anche consegnarsi a pezzi di burocrazia, come nel caso del nuovo presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, insomma non c’è anche un elemento di continuità?”. Al nome di Patroni Griffi, Cassese si illumina. E tesse l’elogio del governo che era “affamato di nomine”: “Certo che c’è l’elemento di continuità. Questo è un bene. Lo Stato deve assicurare la continuità. L’attuale governo ha assicurato meglio del precedente la continuità nei gabinetti ministeriali, riportando nei gabinetti i consiglieri di Stato”. Poi un giorno ci spiegherà perché il capo di gabinetto dev’essere consigliere di Stato e non, per dire, funzionario parlamentare come Vito Cozzoli al Mise o professore di Diritto come Gino Scaccia alle Infrastrutture. Comunque avete letto bene. Cassese esalta il governo gialloverde per aver premiato la lobby dei consiglieri di Stato e accusa i governi Renzi e Gentiloni di averla tradita. Si deduce che per Cassese i burocrati non sono tutti uguali perché alcuni a lui cari sono più uguali degli altri. È una grande lezione per Luigi Di Maio (Conte lo sa già e fa il finto tonto). La vera guerra non è politici contro burocrati, ma burocrati contro burocrati. C’è una minoranza di prepotenti, collegati tra loro e con i padri della patria. E una maggioranza di bravi e onesti tenuti in ostaggio dai prepotenti. Chi governa deve imparare a distinguere gli uni dagli altri. Oppure cambiare mestiere.

Gesù ci mette in guardia da ogni forma di estremismo religioso

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Ma Gesù disse: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel Regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. (Marco 9, 38-43.45.47-48)

Il Vangelo sollecita a riflettere su situazioni diverse. Tuttavia, in modo unitario, mette in guardia da ogni forma d’intolleranza, di estremismo religioso, da clausole e atteggiamenti ispirati da un certo zelo devoto animato più da uno spirito di gruppo, di corpo, che da uno Spirito di fede, di libertà autentica, alimentate dalla misericordia di Cristo. Gesù è categorico: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.

Autorevolmente, viene dato ai discepoli e a tutti noi il criterio che riguarda le relazioni che dobbiamo mantenere con coloro che non fanno parte della nostra comunità. Esso richiede da una parte grande comprensione, ma anche decisione coraggiosa! Bisogna tenere un convinto atteggiamento di salvaguardia della vita di coloro che non pensano o non operano come vorremmo noi. Occorre, al contempo, essere accorti nel rimuovere pregiudizi, nel togliere ciò che ostacola e impedisce a noi stessi e agli altri di vivere evangelicamente, di seguire la Comunità, la Chiesa senza incertezze, tiepidezze, ripensamenti, eccezioni e privilegi!

Questa odierna parola di Gesù non ci orienta verso un’indifferenza buonista, anzi bandisce ogni generico qualunquismo, insegna a rifuggire da ogni mediocre e conciliativo relativismo. Sollecita ad abbandonare contrapposizioni ideologiche. Ci spinge a coltivare uno sguardo benevolo e comprensivo verso tutti, a mettere in campo proposte gioiose per tutti. L’appartenenza dei discepoli alla Comunità è importante, ma va pensata e vissuta in maniera inclusiva e non esclusiva. Nessuno ha la proprietà dispotica dell’amabile Nome di Gesù né, per invocare questo Nome dolcissimo, bisogna essere o appartenere a qualcuno se non a Lui che dal di dentro tocca e muove i cuori degli uomini.

Il vero credente sa che un germe di verità, di bene, di libertà e di giustizia vive in ogni uomo, anche in quelli che giudichiamo “lontani” dalla nostra fede, ma vicini e attaccati alla stessa nostra vita. Nulla di ciò che riguarda la vita e la grazia è possesso geloso e privatizzato di qualcuno! L’essenza del servizio gratuito che la sequela del Signore comporta, deve tenerci vigili e attenti contro ogni forza egocentrica e di casta, che costruisce barriere e appartenenze non evangeliche.

Nessuna opera buona può calpestare la vita di qualcuno! Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli …, se la tua mano ti scandalizza …, con queste gravi parole Gesù ci ricorda la serietà con cui dobbiamo aver cura di non sbagliare la vita. Aiutare tutti, ultimi e fragili (anche nella fede!), a diventare amici della vita facendo di “Cristo il cuore del mondo”. Basta un gesto a portata di tutti, come dar da bere un bicchiere d’acqua nel nome del Signore Risorto.

* Amministratore Apostolico di Camerino – San Severino Marche

Tria, un’altra storia della “vittoria”

Il colloquio di Salvini e Di Maio, vicepresidenti del Consiglio, con il ministro dell’Economia Tria, è durato un po’ troppo per essere stato cordiale. Sapevamo troppe cose prima. Sapevamo che Tria aveva detto no e aveva ricordato di avere giurato sulla Costituzione di dire quel no. Sapevamo che i due “vicepremier” erano stati pesanti e avevano giurato sulla testa dei loro elettori di stroncare quel no. L’esito era scontato, eppure non un solo commentatore o economista aveva previsto che due persone decisamente incompetenti in economia avrebbero spazzato via il massimo esperto del loro stesso governo, che adesso avrà difficoltà a far credere anche solo le sue generalità quando va in Europa (o dovunque, pensate alla Cina), dicendo di rappresentare l’Italia. Le modalità della lunga conversazione, mentre scende la notte e un altro tipo di buio su Roma, ricordano altre conversazioni, anch’esse poco gentili. In tutti gli eventi duri di questo genere si tratta di far dire all’interrogato dov’è la cassaforte. E quando, dopo molta fatica, gli interroganti si convincono che non c’era una cassaforte, ottengono almeno il bancomat. Infatti in tutti questi casi, l’importante è guadagnare tempo. Qualcosa deve avvenire subito e anche in queste vicende molto diverse si assomigliano. Per esempio, spesso, l’interrogato viene ferito. In questo caso sembra che alla vittima sia stato autorevolmente suggerito di cedere, nonostante la brutalità delle circostanze, testimoniate da frasi dette in pubblico con un certo furore da uno degli interroganti di Tria.

Ha denunciato un piano di sabotaggio dei tecnici contro i politici in atto da anni. Stranamente non ha notato che questa affermazione solleva i politici che vengono prima di lui (cioè gli avversari mortali di Cinque Stelle, detti anche “assassini politici”) dalla accusa di essere responsabili di tutte le colpe elencate nell’ultima campagna elettorale, e che sono ormai la Bibbia del nostro futuro (“sta scritto, dobbiamo farlo”). Dopo “il trattamento Tria” (e senza che il ministro interrogato e sconfitto si sia più visto in pubblico) gli interroganti, benché non abbiano trovato, se non nel debito, i soldi cercati, sono apparsi al balcone del palazzo del governo e hanno salutato la folla da vincitori come in Venezuela (ricordate? Così è cominciata quella storia non lieta: per primo è sceso in piazza il governo, non l’opposizione). Nella notte del trionfo la folla erano un centinaio di persone incerte, convocate in fretta, dopo il cedimento di Tria, per festeggiare la vittoria di un governo contro se stesso. L’intera vicenda, interrogatorio, “vittoria” e festa, è troppo difficile da spiegare, visto che il ministro trattato come avverso e pericoloso resta nella compagine e, almeno all’estero, dovrà presentarsi come ministro dello stesso governo che lo ha sottomesso, come ai tempi dell’autocritica sovietica. Attrae attenzione l’evidente affinità di vicende, fra reddito di cittadinanza e vaccino. In uno si dice: “Noi ci occupiamo delle domande degli italiani, non di quelle dei burocrati d’Europa”, dimenticando certe leggi dell’economia su debiti e prestiti. Sarebbe come disprezzare il termometro o la noia di misurare la pressione, perché viene prima il paziente. Nell’altro (vaccini) si dice: “Sono i cittadini a decidere, l’obbligo è assurdo”. Come se fosse assurdo l’obbligo di non attraversare i binari. La frase “prima i cittadini” (ovvero lo slogan razzista “prima gli italiani”) fa un salto di auto-affermazione e auto-celebrazione quando diventa l’annuncio “stiamo abolendo la povertà”.

È un salto pericoloso, specialmente se lo si unisce a tutte le altre abolizioni previste, abolizione delle informazioni, che ciascuno adesso si forma da solo in Rete, guidati dalla Casaleggio associati, abolizione della rappresentanza, sostituita dalla democrazia diretta, abolizione degli esperti, che sono parte di una casta pericolosa, abolizione di chiunque abbia fatto politica “prima di noi perché sono sicuramente indegni”. La elezione, dunque, viene allo stesso tempo demonizzata (è una casta) ed esaltata (al giudice si dice che non lo ha eletto nessuno). Colpisce che tutte queste frasi del “cambiamento” italiano siano identiche a frasi di Bannon e Trump. Alcune si trovano nel discorso di pochi giorni fa alle Nazioni Unite, E certo c’è una quasi identità fra Di Maio (25 settembre ) “Stiamo facendo un gran bene all’Italia e agli italiani” e Trump (24 settembre): “Nessuno ha fatto meglio di noi per gli americani”. E tutti ripetono lo stesso credo: “Bisogna liberarsi del controllo e della dominazione di una governance globale mai eletta, che non rende conto a nessuno”. Ah, e anche la parola d’ordine “Nessuno può contraddire il popolo” (Bannon, Trump, Di Maio, Conte). Chi sta copiando chi? Da dove viene e dove va questa storia? E chi è il vero autore?

Mail box

 

Sono i giornalisti che fanno i giornali o viceversa?

L’editoriale di Travaglio e l’articolo di Claudio Fava su Ciancio mettono il punto sulla libertà dei giornalisti. L’autocensura non riguarda solo i giornalisti de La Sicilia, anche se quello è un caso eclatante che riguarda la mafia. Forse bisognerebbe concedere un’attenuante a chi si autocensura perché “tiene famiglia”, sicuramente più che a ai professionisti autorevoli che potrebbero fare scelte diverse. Mi chiedo se sia il giornalista che fa il giornale o il contrario. Mi sono tornati in mente tutti i giornali che sono entrati in casa mia. Quello della mia infanzia è proprio La Sicilia: è quello che ho preso per la prima volta in mano. Dopo il trasferimento a Torino, La Stampa mi è servito a stabilire un rapporto con una città ancora estranea e Repubblica e l’Espresso mi hanno accompagnata negli anni della maturità. Un caso a parte è stato il mensile I Siciliani fondato da Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia. Poi, delusa dai vecchi amici di carta, mi sono abbonata al Fatto che finora mi ha fatto solo arrabbiare ogni tanto. Ma succede nelle migliori famiglie.

Enza Ferro

 

Noi giornalisti risultati idonei al concorsone Rai 2015 vorremmo replicare all’articolo pubblicato sul Fatto del 27 settembre a firma di Ilaria Proietti. La collega estrapola una parte della risposta della Rai a un’interrogazione parlamentare presentata dall’On. Mirella Liuzzi (M5S) e lascia intendere che non abbiamo ragione di chiedere l’assunzione in Rai perché “non idonei”. Mancherebbe pertanto il “presupposto indispensabile per le assunzioni del nuovo contratto di servizio”. Una conclusione in realtà non presente nella risposta di Viale Mazzini a Liuzzi. In nessuno dei documenti pubblici sul concorso si dice che non siamo risultati idonei alla selezione. Nella risposta contraddittoria all’interrogazione, la Rai riferisce che, su 392 classificati, inizialmente – come previsto dal bando – sono stati chiamati i primi cento (così da garantire “un livello qualitativo adeguato dei partecipanti”). Poi però la Rai ha cambiato idea, scorrendo la classifica fino al numero 201. Anche nella seconda parte della graduatoria, evidentemente, il livello qualitativo era adeguato (idoneo). La stessa Rai, quando le abbiamo chiesto di poter accedere agli atti del concorso, ha respinto per due volte la nostra istanza, dimostrando una mancanza di trasparenza che ci ha dato da pensare. Ora questa vicenda è nelle mani del Tar del Lazio. Da veri outsider abbiamo portato a termine una dura selezione: a esaminarci è stata una commissione prestigiosa guidata da Ferruccio De Bortoli. Chiediamo che venga rispettato il diritto che abbiamo maturato e che la Rai non torni a criteri di selezione opachi.

Firmata da 21 giornalisti idonei al concorso

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo “Riprendiamoci le autostrade” a firma Dario Ballotta e Giorgio Ragazzi, pubblicato il 28 settembre, va sottolineata una grave inesattezza: Anas dal 2012 non è più la concedente della rete autostradale.

A partire dall’ottobre del 2012, sono state trasferite al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tutte le attività di controllo della gestione delle autostrade e vigilanza sull’esecuzione dei lavori di costruzione delle opere date in concessione. Va inoltre evidenziato che appare del tutto gratuita la valutazione degli autori secondo cui Anas “mal si presta a gestire autostrade in house per conto dello stato”.

L’azienda, infatti, gestisce circa 30.000 km di rete viaria, nell’ambito dei quali oltre 1.700 km di autostrade a pedaggio e non (anche tramite partecipate).

Ricordiamo tra quelle gratuite il Grande Raccordo Anulare di Roma (che ha una media di 166 mila veicoli al giorno, con un traffico 5 volte superiore alla media delle autostrade a pedaggio), l’autostrada Roma-Aeroporto di Fiumicino e le autostrade siciliane A19, A29 (sulle quali sono in corso importanti piani di riqualificazione) e la Catania-Siracusa e, tra quelle a pedaggio, il Passante di Mestre in Veneto e l’Autostrada A32 Torino-Bardonecchia e il Traforo autostradale del Frejus in Piemonte.

Infine, gestisce autostrade all’estero come ad esempio la tratta dell’Autostrada M4 (227 km) tra Rostov e Krasnodar in Russia.

Ufficio Stampa Anas

 

È ben vero che a partire dal 2012 sono state trasferite dall’Anas al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tutte le attività di controllo della gestione delle autostrade.

Il fatto però che l’Anas continui a percepire buona parte dei canoni di concessione pagati dai concessionari, e anche le rate per la concessione dell’Autostrada dei Parchi, può indurre a far confusione sui relativi ruoli.

Che il concedente sia direttamente il ministero giustifica l’eventuale decisione di riassumere la gestione delle autostrade “in house”, senza bisogno di porle in gara, anche se potrebbe essere utile costituire un ente pubblico ad hoc per evitare il coinvolgimento diretto del ministero. Non abbiamo espresso alcun giudizio negativo sulle capacità dell’Anas di gestire la manutenzione delle autostrade che tornassero a gestione diretta dello Stato, ma riteniamo che sarebbe preferibile farne oggetto di gare aperte anche a imprese private.

G. R.

Foa e il ravvedimento operoso (mica per la cena di Arcore…)

“Il senso del discorso di Mattarella. Io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Ma nella Costituzione non c’è scritto. Disgusto”.

27 maggio 2018. Il tweet che costa a Marcello Foa la presidenza Rai

“Stimo il presidente Sergio Mattarella, per il ruolo di servitore dello Stato e per il tributo pagato dalla sua famiglia nella lotta alla mafia. Spero di avere l’occasione di ribadirglielo di persona”.

27 settembre 2018. Intervista al Corriere della Sera di Marcello Foa, appena eletto presidente Rai

Ravvedimento operoso. Sono sufficienti due parole per fissare sulla carta, meglio ancora nel marmo, la regola politica, professionale, comportamentale e anche etica destinata a forgiare la nuova Rai. Nell’esclusivo servizio del popolo sovrano, s’intende. L’espressione non è nostra ma del parlamentare di Forza Italia (già direttore di Panorama) Giorgio Mulè, che l’ha felicemente mutuata dal diritto tributario dove il RO è finalizzato al ripristino della legalità violata (tasse non pagate). Lo scorso 29 luglio, infatti, alla vigilia della bocciatura in Vigilanza di Foa, candidatissimo di Matteo Salvini, il navigato collega dichiarò che, al momento, il suo partito diceva no ma che c’era spazio per un “ravvedimento operoso”. Se esso si fosse manifestato con “atti di pacificazione, di massimo rispetto per il presidente della Repubblica, di non interferenza con le decisioni dell’ad Salini, di garanzia per tutte le forze politiche, allora vedremo”, concluse magnanimo Mulè. Diciamo subito ai soliti gufi e rosiconi che nel concetto di ravvedimento non v’è nulla che possa essere minimamente accostato ai sistemi di “rieducazione” tristemente noti ai tempi del socialismo reale. E neppure può esservi nesso alcuno (ci mancherebbe) con la cena di Arcore, giusto un paio di settimane fa, quando Silvio Berlusconi ottenne dal medesimo Salvini un patto elettorale per le prossime Regionali. Che poi in cambio l’ex Cavaliere abbia trasformato il no a Foa in un felice sì, è probabilmente una fake news. Perché non pensare invece positivo? Per esempio, che i due mesi di ravvedimento l’ex ad del Corriere del Ticino li abbia operosamente trascorsi sprofondato nella lettura della vita e delle opere di Sergio Mattarella? Dedicandosi nel contempo alla eliminazione, in un falò nel giardino di casa, dei perniciosi trattati sul grande complotto internazionale di Soros, sulla invasione degli immigrati e degli ultracorpi, sui vaccini come arma di distruzione di massa? Adesso il nuovo presidente ravveduto della Rai potrà operosamente estendere il premiato metodo RO ai dipendenti di un servizio pubblico che, come ha già detto, necessita di “aria fresca”. Non dovrà faticare più di tanto trattandosi di un’azienda abituata a ravvedersi continuamente, fino dalla sua fondazione. Come ebbe a sperimentare il camerata Francesco Storace quando, nominato presidente della Vigilanza sotto il governo Berlusconi, dovette transennare l’ufficio assediato da chi voleva mostrargli di averla sempre pensata in quel modo, esibendo distintivi, gagliardetti e busti del Duce riesumati dalla cassapanca di famiglia. Foa ne stia pur certo, Viale Mazzini già pullula di sovranisti, con in una tasca il Corriere del Ticino e nell’altra una foto autografata della Isoardi.

Arsenale dei clan e guerre per lo spaccio In cella 2 pregiudicati

Due fermi per detenzione di un’arsenale di armi con l’aggravante mafiosa sono stati eseguiti dalla polizia nei confronti di altrettanti pluripregiudicati del quartiere Japigia di Bari. In carcere sono finiti il 32enne Michele Ruggieri e il 38enne Domenico Milella, ritenuti vicini al clan Palermiti. Ai due è contestato di essere i proprietari di un arsenale scoperto a Japigia un anno fa i cui custodi furono all’epoca arrestati in flagranza. Si trattava di una decina di armi clandestine, tra cui una mitraglietta, proiettili e giubbotti antiproiettile. Quel ritrovamento di armi avvenne nell’ambito delle indagini della Dda di Bari dopo i tre omicidi compiuti nel rione in poco più di un mese e che sarebbero legati alla guerra tra clan per il controllo dello spaccio di droga. Il provvedimento di fermo è firmato dai pm Ettore Cardinali, Federico Perrone Capano e Isabella Ginefra. A quanto si apprende, sarebbe motivato dall’accertata pericolosità dei due indagati sulla base di recenti annotazioni di polizia relative a fatti di sangue compiuti in città. La misura dovrà essere convalidata dal gip. L’udienza è fissata per lunedì nel carcere di Bari.

“Ma quale favore alla mafia, il depistaggio fu per lo Stato”

“Perché per il depistaggio di via D’Amelio tutti i Tg parlano di favoreggiamento dei tre poliziotti a Cosa Nostra? Credono davvero che chi ha depistato le indagini lo ha fatto per fare un favore alla mafia?’’. Ha parlato dei rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra, testimone oculare non smentito di un passaggio di denaro tra Stefano Bontate e l’imprenditore di Arcore negli anni della Milano da bere, ma Franco Di Carlo è stato anche il primo tra i collaboratori di giustizia a puntare sulle complicità occulte di Cosa Nostra nella stagione delle stragi, raccontando quasi 20 anni fa al pm Luca Tescaroli gli incontri nel carcere inglese di Full Sutton con uomini dei Servizi inglesi, americani e italiani due anni prima in previsione della strage di Capaci. E oggi che è fuori da anni dal servizio di protezione, ma continua a collaborare con le Procure, rivela: “Ho detto tutto ai pm di Caltanissetta che indagano sui mandanti occulti delle stragi, ma si continua a puntare sui livelli bassi”.

Le autorità britanniche risposero picche al pm Tescaroli che cercava di approfondire quelle visite nel carcere inglese, oggi lei ha deciso di raccontare altri dettagli di quello che ha definito un complotto…

L’ho già detto nel processo Trattativa e l’ho ripetuto nel Borsellino quater. E un anno fa ai pm nisseni ho tracciato in quattro ore un quadro lucido e completo delle due stragi e delle strategie precedenti di Totò Riina, che non si fermano certo alle azioni di tre poliziotti chiamati a eseguire ordini di altri, ma le mie dichiarazioni non mi sembrano, fino a questo momento, valorizzate. Pensavo che si andasse oltre le responsabilità di tre poliziotti chiamati a indottrinare un falso collaboratore. A Caltanissetta hanno tutte le carte per procedere, ma non mi sembra che la verità stia a cuore a molti.

Che cosa glielo fa pensare?

Otto giorni dopo avere deposto a Caltanissetta, dal Viminale mi è arrivata una diffida a rilasciare interviste e a scrivere libri. Evidentemente c’è chi ha paura della verità.

Lei ha riconosciuto Arnaldo La Barbera tra le persone che la vennero a trovare in Inghilterra – era il 1989 –, la sentenza del Borsellino quater lo indica chiaramente tra i depistatori per il suo ruolo negazionista sull’esistenza dell’agenda rossa con i familiari del giudice ucciso in via D’Amelio… La Barbera peraltro sembra avere un ruolo in un altro depistaggio, quello dell’omicidio dell’agente di polizia Nino Agostino, vicenda in cui lei è stato interrogato recentemente dal pg di Palermo Nico Gozzo.

Si è scoperto dopo che alla fine degli anni Ottanta La Barbera era stipendiato dai ‘servizi’, ma anche lui era un anello intermedio. Ventisei anni fa c’è stato un complotto anche alle spalle di Cosa Nostra, c’è stato chi ha promesso a Riina che i processi, il maxi-processo in testa, sarebbero andati bene. Ma questo non è accaduto. Altro che poliziotti indottrinatori, il favoreggiamento doveva nascondere una verità più “alta”.

Lei si è indignato guardando i notiziari tv che rilanciavano la pista mafiosa, sostenendo che il depistaggio di via D’Amelio fu compiuto per favorire Cosa Nostra. Ma giornali e tv danno conto dell’aggravante mafiosa contestata dai pm ai tre poliziotti…

Mi verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quei tre poliziotti non avevano alcun potere e hanno solo eseguito gli ordini di chi voleva distruggere il sistema riducendo il potere dei magistrati.