Viganò ritorna a parlare e Bergoglio chiede di pregare

Un rosario al giorno”per proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio, e tra di noi”. Questo il messaggio che il Pontefice ha fatto arrivare al convegno dell’Associazione internazionale esorcisti, tenutosi ieri a Roma. Un’invocazione alla preghiera per reagire alle “ferite causate dal maligno” sempre presente, e correre in aiuto della Chiesa, “per renderla più consapevole delle colpe e degli abusi commessi nel presente e nel passato”. E, proprio a proposito di pedofilia del clero, è tornato a parlare Monsignor Carlo Maria Viganò, che dopo la pubblicazione del suo dossier, ha scritto una lettera pubblicata ieri dal quotidiano La Verità. “Qui tacet consentit”: chi tace acconsente, sottolinea Viganò. Le mancate risposte del Pontefice sarebbero, per l’ex nunzio apostolico negli Usa, una conferma delle coperture del Vaticano sugli abusi, coperture “evidenti, e non errori isolati”. Tornando sul caso McCarrick, Viganò questa volta prende di mira il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, invitandolo “a rendere testimonianza alla verità”. Proprio il discusso McCarrick ieri si è trasferito in un monastero in Kansas. Ne ha dato notizia l’arcidiocesi di Washington.

“Peppona” grida al miracolo, don Camillo no

Se a Napoli San Gennaro scioglie il sangue, ad Agira, paesino della Sicilia agricola in provincia di Enna, la statua di San Filippo suda. E il “miracolo”, ripreso in video dai fedeli e spedito su WhatsApp, oltre a scatenare la “corsa al prodigio” divide sindaco e curia, ribaltando gli schemi di Guareschi: qui è don Camillo, il vescovo di Nicosia Salvatore Muratore, a frenare gli entusiasmi, manifestando scetticismo e chiudendo la statua in sacrestia vietandola alle masse di fedeli giunte anche dalle province di Catania e Messina per venerare il “santo nero” migrante, protettore del paese che arrivò dall’Africa per combattere il paganesimo nel Primo secolo dopo Cristo. Ma il sindaco Pd Maria Gaetana Greco, già deputato alla Camera, non ci sta, e vuole denunciare il vescovo al Pontefice: “Scriverò al Vaticano – dice indignata – non penso che papa Francesco sia d’accordo con la scelta della diocesi che vieta ai fedeli di pregare davanti a San Filippo”. Per lei, già vicina a Mirello Crisafulli convertita oggi ad Articolo 1, e capace di votare alla Camera a favore dell’arresto di Francantonio Genovese contravvenendo la disciplina di partito, nessun dubbio: “San Filippo ha riportato la speranza in questa terra martoriata. Miracolo o meno, che male c’è nel far vedere la statua a tutti?”, rilancia, specie se, come aggiunge il primo cittadino, come tanti in Sicilia promotori in chiave turistica dei “paesi albergo’’, “anche solo due autobus di pellegrini al giorno potrebbero essere una grande occasione per la nostra comunità’’.

Intanto sono centinaia le persone che si accalcano ogni giorno davanti le reliquie del santo, che sostituiscono nella venerazione dei fedeli la statua chiusa in sacrestia dal parroco della Reale Abbazia, don Giuseppe La Giusa, in attesa che la commissione nominata dal vescovo concluda gli accertamenti iniziati sul liquido che sembra colare dalle guance del santo. La prima lacrimazione risale al 20 settembre, ma la stessa sindaca ha raccolto le confidenze dei fedeli che hanno visto scendere lacrime anche alla fine di luglio e agli inizi di settembre, suscitando l’interesse della chiesa ortodossa, che divide con i cattolici la venerazione dello stesso santo, e provocando un primo appello, disatteso, alla riservatezza.

Con il video su WhatsApp la notizia della lacrimazione si è diffusa rapidamente nonostante le cautele e lo scetticismo del vescovo attestato sulla linea del Vaticano, molto cauta di fronte alle lacrime delle statue sacre e altri fenomeni analoghi, al punto da considerare ancora oggi un “prodigio’’ e non un “miracolo’’ lo scioglimento a Napoli del sangue di San Gennaro. Per contribuire alla soluzione del mistero è stata lo stesso sindaco Maria Greco a proporre al vescovo l’intervento di un esperto dei carabinieri del Ris, il reparto scientifico di eccellenza dell’Arma, ma in questo caso l’offerta è stata rifiutata. Poteva essere utile a chiarire ciò che ha scritto Rosanna Chiaramonte sulla pagina Facebook del sindaco: “Oggi ho visto in Tv che nell’orecchio di San Filippo c’era un apparecchietto, non credo (che il santo, ndr) fosse sordo’’.

Il Papa ricevette la lettera di Julieta: ecco la prova

La lettera è scritta a mano. Riporta la data del 3 dicembre 2013. Julieta Añazco – la donna di La Plata, Buenos Aires, che ieri col Fatto Quotidiano ha ricordato drammaticamente lo stupro subito, a soli sette anni, dal prete argentino Ricardo Giménez più di trent’anni fa, e il silenzio che Papa Bergoglio avrebbe tenuto sulla vicenda – ha la prova di come in Vaticano non potessero non sapere.

Il Fatto è venuto in possesso del testo originale della lettera, di cui Julieta aveva conservato copia, ma soprattutto della ricevuta di ritorno della posta prioritaria con cui il documento venne spedito dalla donna, il 23 dicembre 2013. Bergoglio era stato eletto Pontefice qualche mese prima. E di fronte a quel Papa che “veniva quasi dalla fine del mondo”, che veniva dalla sua stessa Argentina, Julieta, insieme ad altre donne vittime di Giménez, prende carta e penna.

“Oggi abbiamo tutte tra i 35 e i 55 anni – si legge nella lettera, indirizzata direttamente a Papa Francesco –, ma eravamo bimbe tra i 4 e i 10 anni quando il sacerdote della Chiesa Cattolica Héctor Ricardo Giménez abusò sessualmente di noi. Alcune sono state picchiate. Molte di noi sono oggi in cura psicologica e psichiatrica. Molte hanno cercato di suicidarsi perché per noi el Padre Ricardo era quasi un Dio, e nella testolina di noi bambine, come eravamo al tempo, Dio non poteva fare certe cose. Eppure questo uomo abusava sessualmente di noi nel nome di Dio. Questo uomo, che oggi indossa ancora l’abito talare e ha 80 anni, è un pericolo per la società”. Poi la donna rivolge la sua richiesta: “Chiediamo un processo ecclesiastico per tutti i sacerdoti che abusano di un minore. Aspettiamo presto una risposta da Lei, Sua Santità, perché sappiamo della sua lotta contro i casi di pedofilia nella Chiesa”.

Il timbro di ricezione dell’ufficio postale della Città del Vaticano porta la data del 14 gennaio 2014, quindi poche settimane dopo l’invio da parte di Julieta. Ma che la lettera sia giunta a destinazione lo prova anche un altro timbro: quello degli Affari generali della Segreteria di Stato vaticano. Quindi, parliamo del cardinale Giovanni Angelo Becciu, Sostituto alla Segreteria di Stato fino a pochi mesi fa, quando Bergoglio ha nominato per questo ruolo il Monsignor Edgar Peña Parra.

Becciu proprio due giorni fa, in un’intervista a Tv 2000, si è scagliato nuovamente contro i preti pedofili, arrivando a proporre test psicologici a cui sottoporre i seminaristi. “Era inimmaginabile pensare che questa sporcizia fosse così diffusa”, ha detto. “È un tale flagello che ci ha messo anche in crisi sul tipo di Chiesa che finora abbiamo concepito: non possiamo essere tolleranti e non vederne la mostruosità”.

Ma intanto Julieta, come anche le altre donne, aspetta. Da anni. Fino a quando ancora?

 

Aggrediti militanti di sinistra: arrestati quattro skinheads

È di quattro arresti il primo bilancio della rissa avvenuta nella notte tra venerdì e sabato a Brescia nel quartiere Carmine, zona multietnica della città. I quattro arrestati, tra i 25 e i 35 anni, secondo quanto precisato dalla polizia, sono skinhead legati ad un gruppo di estrema destra presente nella Curva Nord del Brescia calcio, che sono venuti alle mani con persone legate al mondo antagonista di Brescia. Esclusa però al momento la presenza di esponenti di Forza Nuova, anche se le indagini della Questura per identificare tutti i partecipanti sono ancora in corso. I quattro provvedimenti d’arresto sono ora al vaglio della magistratura. La rissa sarebbe scattata per uno scambio di insulti con gli attivisti di estrema sinistra per motivi politici, al passaggio del gruppo di skinhead, una decina, davanti agli antagonisti.

“Preoccupazione” per la “ripresa di campagne neofasciste che diffondono odio”, è stato espresso da Francesco Catalano, presidente del consiglio di quartiere Centro storico nord di Brescia.

Etruria, altra archiviazione per papà Boschi

Nuova archiviazione per Pier Luigi Boschi. L’ex vicepresidente di Popolare d’Etruria ha quasi chiuso le sue vicende giudiziarie. Ne resta solo una: bancarotta fraudolenta. Degli oltre dieci fascicoli in cui è stato indagato per reati vari, la sua posizione viene ora archiviata anche dall’inchiesta relativa alle obbligazioni subordinate nel quale a lui e altri membri del vecchio consiglio di amministrazione, erano contestati due pesanti capi di imputazione: falso in prospetto e accesso abusivo al credito.

Il sostituto Julia Maggiore e il procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi, hanno firmato il decreto di chiusura indagini sulla vendita dei titoli obbligazionari, contestandone la responsabilità all’ex direttore generale, Luca Bronchi, all’ex presidente, Giuseppe Fornasari e a David Canestri, ex responsabile della direzione risk compliance.

L’indagine era stata innescata dalle conclusioni e dalle sanzioni per 2,7 milioni comminate lo scorso settembre dalla Consob (Commissione nazionale di vigilanza per le società e la Borsa) a 23 tra dirigenti ed ex amministratori per i subprime spazzatura.

La sanzione a carico di Boschi era di 120 mila euro e si scoprì che l’illustre genitore si era nel frattempo spogliato delle proprietà e fatto trovare nulla tenente tanto da risultare insolvente. Va detto che la sua esperienza in Banca Etruria gli è costata cara in sanzioni. Prima di Consob è passata per la casa di Laterina Banca d’Italia. Per ben due volte. Una prima nel 2014 con una sanzione da 144 mila euro per “violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza”. Poi nel marzo 2016, sempre Palazzo Koch, altri 130 mila euro per “carenze nel governo, nella gestione e nel controllo dei rischi e connessi riflessi sulla situazione patrimoniale”. Infine la Consob nel settembre 2017.

Dopo un anno di indagini i magistrati aretini concludono che invece la responsabilità della carenza informativa ai clienti sull’effettivo alto rischio delle obbligazioni subordinate è da attribuire solamente a Bronchi, Fornasari e Canestri. I tre, si legge nell’avviso di conclusioni indagini, “in concorso tra loro hanno agito allo scopo di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nel prospetto base depositato ai fini dell’offerta al pubblico dei prestiti obbligazionari” e con “l’intenzione di ingannare i destinatari (…) concorrevano a esporre false informazioni rappresentando fattori di rischio non adeguati alla natura del prodotto finanziario offerto”, “occultavano dati e notizie sulla situazione patrimoniale e finanziaria” di banca Etruria “omettendo di rappresentare le criticità, in particolare in merito alla posizione di liquidità” dell’istituto di credito così “da indurre in errore i destinatari” delle obbligazioni. Non pochi, migliaia di risparmiatori hanno visto andare in fumo ben 110 milioni investiti in subordinate.

Ma se per Consob tutti sono da ritenere responsabili proprio in veste di amministratori, la magistratura è tenuta a individuare riscontri oggettivi di un diretto coinvolgimento degli indagati e, secondo gli inquirenti, i responsabili sono tre. Il papà dell’ex sottosegretario Maria Elena, è dunque a un passo dal dormire sonni tranquilli e dal poter dimenticare la lunga esperienza avuta in banca, dal 2011 come consigliere e dal 2014 in veste di vicepresidente. Rimane l’ultimo fascicolo: quello relativo alla buona uscita da 1,2 milioni attribuita all’ex dg Bronchi. Per questo Boschi è indagato per bancarotta fraudolenta.

Primo mese di flop. La nuova Rete 4 fatica a decollare

Doveva essere il rilancio in grande stile di una televisione di qualità. Puntando tutto sull’informazione alta, sul modello La7. La trasformazione di Rete4 da canale populista – che secondo Silvio Berlusconi ha favorito il successo elettorale di Lega e 5Stelle – a tv di approfondimento finalmente sobria: serietà ma senza annoiare.

E invece finora è un flop. Via Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e, in un primo momento, anche Mario Giordano, dentro Gerardo Greco, Nicola Porro, Barbara Palombelli e Roberto Giacobbo. Più Gianluigi Nuzzi e Piero Chiambretti. In zona Cesarini (forse per non farlo andare via), ripescato anche Mario Giordano, con una nuova trasmissione, Fuori dal coro, che ha debuttato (male) proprio questa settimana. Le grandi sfide, però, sono il Tg4 di Greco e la sua nuova trasmissione il giovedì sera (W l’Italia), il programma di Nicola Porro il lunedì (Quarta Repubblica) e, soprattutto, la sfida di Barbara Palombelli (con Stasera Italia) a Lilli Gruber (8 e mezzo) in quello che gli addetti ai lavori chiamano “access prime time”. Tutte sfide finora perse. Prendiamo, ad esempio, l’ultima settimana. Lunedì 24 settembre, 8 e mezzo della Gruber su La7 fa il 6,9%, Stasera Italia di Palombelli il 4,6%. Prima, alle 19.35 debutta Fuori dal coro di Giordano, con un modesto 3,5%, appena 651 mila telespettatori. Poi, in prime time, arriva Porro con Quarta Repubblica e fa il 4,3%. Martedì 25, Fuori dal coro arretra al 3,3%, mentre Gruber (6,8) batte di nuovo Palombelli (4,1). Il giorno seguente, mercoledì 26, Fuori dal coro riprende quota al 3,8%, Palombelli (5%) soccombe ancora con Gruber (6,3%). Ma la serata da dimenticare è quella di giovedì: Giordano sempre al 3,5%, Gruber al 7,2% con Palombelli al 5,5, Greco sconfitto nettamente da Formigli: Piazza Pulita fa il 6,4% (oltre 1 milione e 100 telespettatori) mentre W l’Italia si ferma al 3,5% (626.000). Sfida che aveva perso anche il giovedì precedente, con il 3,5% contro il 5,3. Infine, venerdì 28, Gruber straccia Palombelli con l’8,4% contro il 5,1%, Fuori dal coro sale al 4%, Quarto grado di Nuzzi raggiunge un dignitoso 6,9%. Pure il Tg4 di Greco è al palo: l’edizione delle 18.55 si barcamena tra il 3 e il 4%, più o meno come la precedente gestione Giordano. “Dateci tempo, non giudicateci dai primi risultati. Abbiamo cambiato molto e sarà necessario un po’ di rodaggio”, aveva avvertito Mauro Crippa, numero uno dell’informazione Mediaset, alla presentazione dei palinsesti.

Vero, un mese è poco, ma i risultati sono assai deludenti. Anche perché l’effetto novità non si è visto. Giusto le prime puntate di Stasera Italia non sono andate male. Come la prima, lunedì 10, quando Palombelli ha sconfitto Gruber (5,2 contro 4,9). Ma poi, nelle settimane successive, 8 e mezzo ha sempre vinto la sfida, con punte oltre il 7%. E dire che, per la nuova Rete 4, in estate Mediaset ha fatto grande campagna acquisti, strappando fior di autori agli altri canali, soprattutto a La7. Ne sa qualcosa Massimo Giletti, che ha visto fare le valigie al suo capo autore. “Ci stanno portando via i migliori perché li pagano di più”, si lamentavano nella tv di Urbano Cairo a metà agosto. Ora, però, da quelle parti si ricomincia a sorridere.

A 14 anni difende la madre e accoltella il compagno di lei

Un 14enne di Sassari è stato arrestato dalla Polizia per aver accoltellato il compagno della madre. Il minorenne ha aggredito l’uomo con due coltellate, una al collo e una all’addome, per difendere la donna dall’ennesimo episodio di violenza domestica. Secondo la ricostruzione fornita dagli agenti, la madre del ragazzo si era chiusa in bagno per sfuggire alla violenta lite e il suo compagno, un 28enne del luogo, ha frantumato il vetro per colpirla. Il ragazzo si è allora scagliato contro l’uomo brandendo un coltello da cucina e dopo averlo ferito è scappato in preda al panico, per poi nascondersi nel sottoscala del condominio. Il fatto è avvenuto due giorni fa non lontano da via Napoli, in centro. Immediato l’intervento della squadra Volanti della Questura di Sassari e del 118. Il ferito si trova ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Santissima Annunziata dove è stato trasportato, ma non sembra essere in pericolo di vita. Le indagini sono condotte dal capo della Squadra Mobile di Sassari Dario Mongiovì. Il ragazzo, arrestato con l’accusa di tentato omicidio, è stato accompagnato ieri mattina in una Comunità terapeutica per adolescenti, su disposizione della Procura di Sassari.

Sarà legale, ma resta un ecomostro

Le sentenze si rispettano e se ne aspettano le motivazioni, per decidere come fare appello. È quanto stanno facendo la Procura di Salerno e le parti civili (Italia Nostra e il Comitato No Crescent) di fronte all’assoluzione in primo grado di Vincenzo De Luca e dei suoi da un cospicuo numero di capi di imputazione legati al Crescent, l’ecomostro che sfigura il lungomare di Salerno e minaccia la sicurezza della città. Ma una cosa è chiara: la sentenza non sposta di una virgola il giudizio su questa mostruosa speculazione edilizia, semplicemente afferma (finché non sia riformata da una sentenza opposta) che per realizzarlo non è stata violata la legge. Afferma, cioè, che il Crescent sarebbe legale (cosa della quale, personalmente, dubito profondamente), non già che esso sia giusto.

I fatti sono noti: De Luca e quindi i vassalli ai quali ha lasciato il controllo di Salerno, hanno deciso che fosse di interesse pubblico un immenso edificio privato destinato a ospitare appartamenti di lusso: un colosso alto circa 30 metri e lungo 300, accompagnato da una piazza pubblica di circa 35.000 metri quadri.

Una delle più grandi cementificazioni dell’Italia di oggi: una sorta di riedizione della Palazzata con cui il costruttore Mario Ottieri devastò piazza del Mercato a Napoli nel 1958, simbolo di quella terribile età di Achille Lauro che Raffaele La Capria e Francesco Rosi descrissero ne Le mani sulla città (1963). Comunque finisca la vicenda giudiziaria non c’è alcun dubbio che il giudizio storico sul Crescent sarà di condanna: se i nostri figli o nipoti saranno appena più civili di noi, l’ecomostro di Salerno sarà prima o poi abbattuto. C’è davvero da augurarselo, per tutto ciò rappresenta.

Il Crescent riesce, infatti, a calpestare tutti i significati del secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Un sindaco e un’amministrazione sono parte della Repubblica: e qua invece di tutelare hanno distrutto. Una volta in più, i vandali sono in casa – come scriveva Antonio Cederna. E poi il “paesaggio”: che, come ha chiarito una coerente giurisprudenza costituzionale, non è solo la superficie, la pelle “bella” di ciò che ci circonda, ma è anche la carne viva, e cioè l’“ambiente”.

Ebbene: il Crescent riesce a distruggere insieme la bellezza e la sicurezza dell’ambiente. La sua mole cancella per sempre l’immagine secolare del Lungomare di Salerno e dello stesso centro storico, colpendo al cuore la forma della città, la linea di costa, il rapporto con un golfo tra i più belli del mondo. Uno slogan tragicamente geniale dei promotori che ne vendono gli appartamenti recita infatti così: “Comprate una casa al Crescent: è l’unico posto di Salerno da cui non si vede il Crescent!”.

E poi l’ambiente: una materia non toccata dal processo in corso, che verte sulle procedure urbanistiche e paesaggistiche. Il Crescent sorge sul letto del torrente Fusandola, tutelato da svariati vincoli apposti dopo la drammatica alluvione di Salerno del 1954. Quali conseguenze avrà la sua deviazione? È saggio aspettare che ce le faccia scoprire un uragano mediterraneo, come quelli che ormai si moltiplicano? Quanti milioni di danni, quante vite umane vale il Crescent? Il clima, il dissesto idrogeologico e il caso saranno clementi quanto i giudici?

I comitati ambientalisti denunciano da anni le violazioni della legislazione ambientale e del demanio marittimo, tre mesi fa si sono rivolti al ministro dell’Ambiente Costa ricordandogli che “l’ecomostro Crescent è da tempo questione nazionale, espressione di una discutibile pratica amministrativa e di una cattiva gestione del territorio. La devastazione ambientale va immediatamente fermata, perché le pratiche speculative non vincano sulla legalità e sui valori costituzionali”. Parole durissime: che questa sentenza lascia intatte, nella loro cristallina verità.

Il Sistema Salerno si blinda. De Luca punta al De Luca2

Obiettivo: De Luca 2. La ricandidatura in Campania. Il secondo mandato per il governatore Pd che parla come Salvini, fa multare i mendicanti di colore e deride i dirigenti dem: “Sembrano venire da Marte”. Il processo Crescent dal quale Vincenzo De Luca è uscito assolto dalle accuse più gravi di abuso d’ufficio e la prescrizione di un falso (l’attestazione di completa urbanizzazione di un’area che non lo era del tutto) era un processo al sistema Salerno: il sindaco De Luca capocantiere di decine di opere pubbliche faraoniche, delle quali si premurava di suggerire le rifiniture e i materiali, con la imprenditoria subalterna alla politica e la “sburocratizzazione” estrema degli organismi di controllo – uffici tecnici, Soprintendenza – fino a consentire un palazzone fronte mare di quasi 30 metri di altezza e 73.000 metri cubi sul waterfront più grande d’Europa, davanti al lungomare di Santa Teresa.

La mezzaluna di appartamenti firmata da Ricardo Bofill, con l’archistar il cemento è più facile da digerire. E ora che la seconda sezione penale del Tribunale di Salerno ha sentenziato l’assoluzione dei 22 imputati del sistema Salerno, grazie al quale De Luca si è catapultato alla guida della Regione Campania come modello di presunta efficienza e concretezza amministrativa, può rimettersi in moto la macchina della ricandidatura per il 2020. Con il Pd o senza il Pd oppure oltre il Pd. Aggregando liste civiche da accogliere in Campania Libera, il suo partito personale. E cercando sponde a destra: sui temi della sicurezza urbana e degli immigrati De Luca parla il loro stesso linguaggio, la Lega lo ha invitato alla festa regionale che dovrebbe svolgersi in ottobre a Campagna, già nel 2015 l’ex sindaco raccolse candidature di sostegno tra ex cosentiniani e demitiani alleati con Forza Italia fino al giorno prima. “Io sono già in campagna elettorale, non ho mai smesso. E non farò promesse, dirò di votarmi per le cose che ho fatto”, disse il 7 agosto il governatore a margine di una conferenza sui trasporti, 42 giorni prima della sentenza. Più chiaro di così.

Schivata anche stavolta come tre anni fa la legge Severino – in caso di condanna per abuso d’ufficio sarebbe stato sospeso dalla carica –, De Luca punta a succedere a se stesso. Ma basta farsi un giro sui social per intuire che nel Pd non tutti fanno festa per l’assoluzione. Ritenendo l’uomo un problema, piuttosto che un’opportunità.

Una capofila del malpancismo verso il governatore, l’europarlamentare Pina Picierno, qualche giorno prima del verdetto di Salerno, ha esternato: “De Luca? È scomposto e inadeguato, sbaglia a inseguire la destra. Il Pd deve decidere se ricandidare gli uscenti o allargare il ragionamento con delle primarie”.

Marco Plutino, docente di Diritto costituzionale a Cassino e già frontman dei comitati per il Sì, sintetizza così un sentimento diffuso tra i dem napoletani: “Sono contento per l’assoluzione di De Luca. Possiamo meglio concentrarci sulle ragioni politiche per cui in molti troviamo inopportuna una sua ricandidatura alla Regione che sarebbe quasi certamente soccombente”.

Ma De Luca incassa i complimenti di Matteo Orfini – “sta governando bene e credo che debba continuare a farlo”, ha detto ieri il presidente del Pd – e ride dell’opposizione interna, sicuro che ne farà un solo boccone. “La segreteria? I candidati? Mi sono rotto le scatole. Ma chi sono Cuperlo e Orlando”? E vi ricordate le polemiche per la candidatura blindata del figlio Piero alla Camera? Sui panel della festa regionale dell’Unità finita ieri a Pontecagnano con Orfini, il nome di Piero era presente tre volte. Il prezzemolino del Pd campano. Dove comanda il padre, e la politica è morta.

Lite per il parcheggio, 57enne uccide tre vicini di casa

“Lo facevano apposta a parcheggiare le loro auto davanti a casa mia. Ho sbagliato, non voglio essere difeso, pagherò, ma dovevo mettere fine a questa storia”. Roberto Pappadà, operaio 57enne ora disoccupato con una sorella disabile a cui badare, dopo l’arresto ha confessato subito di essere autore della strage di Cursi, paesino di 4.000 anime del Basso Salento. È accusato di aver ucciso Franco e Andrea Marti, padre e figlio di 63 e 36 anni, e Maria Assunta Quarta, 52 anni, zia di Andrea, e di aver ferito in modo non grave Fernanda Quarta, 60, mamma di Andrea e moglie di Franco Marti. Nell’interrogatorio davanti al pm di Lecce ha ricostruito in maniera lucida la sua folle vendetta. Pappadà ha raccontato di essersi procurato illegalmente un revolver e di aver attesto fino a tarda ora l’arrivo di Andrea Marti, giunto in auto con la fidanzata. Dopo aver intimato alla giovane donna di allontanarsi, ha sparato due colpi colpendo il giovane alla testa e al petto. Poco dopo è arrivata l’auto con a bordo il padre del giovane insieme alla moglie e alla sorella di lei, ha fatto nuovamente fuoco.