Discarica di Bussi: Edison si tira fuori dalla bonifica

Edison non intende bonificare i 23 ettari dell’area industriale di Bussi sul Tirino, né i 7 delle discariche “2a” e “2b”: “Non ne siamo responsabili”. I primi effetti della sentenza della Cassazione, sul processo per disastro ambientale di Bussi sul Tirino, in provincia di Pescara, che due giorni fa ha assolto i 10 imputati (ex dirigenti Montedison), si manifestano in meno di 24 ore. Per la Suprema Corte, in 4 non hanno commesso il fatto, per gli altri 6 è intervenuta la prescrizione.

“Una sentenza incubo”, hanno commentato Wwf e Legambiente, “che complica le prospettive di bonifica”. Per l’avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, la “conseguenza diretta è che bonifica e interventi ambientali ora saranno a carico dello Stato. Edison, proprietaria del sito nel momento in cui è riconosciuto il disastro ambientale, s’è dichiarata non responsabile anche dopo le condanne in appello. Con la sentenza della Cassazione, quindi, il percorso per il risarcimento del danno, in sede civile, è in salita”. Intanto il percorso non è ancora iniziato: spetta al ministero dell’Ambiente avviarlo, incaricando l’Avvocatura dello Stato di chiedere i danni alla Edison. Un appiglio c’è: ai sei imputati prescritti è stato comunque contestato il disastro colposo. “La Cassazione – continua Gerardis – salva questo piccolo ma inequivocabile aggancio di responsabilità. Il mio timore è che gli imputati assolti per non aver commesso il fatto possano trasformarsi, per Edison, in uno strumento di resistenza”.

“Il Fatto” ha chiesto alla società: “Dopo la sentenza, Edison declina ogni responsabilità per la bonifica della discarica dell’area industriale o è disponibile a bonificare? E a quali condizioni?”. Sulla sentenza la multinazionale commenta: “Per Edison assume grande valore il dictum della Suprema Corte sulla responsabilità delle persone: dopo oltre 10 anni, in cui gli imputati sono stati ostaggi processuali di un’azione penale infondata, viene loro restituita la dignità d’una vita di lavoro svolto correttamente e in linea con la normativa dell’epoca. Si tratta di persone che non hanno accumulato fortune personali perpetrando condotte ciniche contro l’ambiente, ma lavoratori onesti che hanno vissuto del loro stipendio e hanno rischiato di subire provvisionali ingiustissime comminate della Corte d’Assise d’Appello”. E sulle bonifiche? Per l’area Tre Monti Edison risponde: “La bonifica della Tre Monti – che non è ‘discarica’, ma un terreno dove vennero abbancati rifiuti quando era legittimo – è un impegno che Edison ha assunto e onorerà”. E le altre aree? Edison è responsabile, per la provincia di Pescara, delle discariche “2A” e “2B”: 5 mesi fa le è stato ha ordinato di provvedere alla bonifica. Per l’area industriale – dove la Provincia non ha individuato un responsabile della contaminazione – Edison ha già presentato un “piano di caratterizzazione”. Ma ora precisa: “Le bonifiche di altri siti dell’area industriale, discariche 2 A e 2 B, non sono nella responsabilità di Edison”.

Il sindaco all’attacco sulle case in porto del “re” degli yacht

Il sindaco di Livorno contro il re degli yacht. Il Comune guidato da Filippo Nogarin ha scritto alla Procura chiedendo che presenti appello contro il proscioglimento – per prescrizione – dei vertici del colosso Azimut Benetti. Il processo di primo grado (dopo cinque rinvii in quindici mesi) era durato mezz’ora: il tempo che ci aveva messo Enrico Marzaduri, l’avvocato di Azimut Benetti Spa, per convincere il giudice che era intervenuta la prescrizione. Quindi si estingueva il reato di lottizzazione abusiva per i 52 alloggi costruiti come foresteria per dipendenti e fornitori che, secondo i pm, sono stati venduti dalla Benetti a decine di famiglie livornesi come prime case.

Così è stato: il 10 maggio scorso il giudice Antonio Pirato ha disposto di non doversi procedere nei confronti dell’amministratore delegato di Benetti Vincenzo Poerio, del presidente Paolo Vitelli e di altri quattro tra dipendenti e agenti immobiliari. Prescrizione, un caso come tanti. Non è così. Questa è un’area che vale oro: in mezzo alle banchine, ma a pochi passi dalla Fortezza Vecchia e dal porto Mediceo. Qui sono puntati gli occhi degli operatori portuali – in primis, appunto, i cantieri Benetti – ma anche di chi vorrebbe ridisegnare l’affaccio di Livorno sul mare.

L’inchiesta era partita nel 2013 dopo la denuncia dell’ex sindaco di Livorno, Gianfranco Lamberti, la cui giunta nel 2003 aveva approvato un piano per 52 immobili e 88 posti auto nella zona dell’ex cantiere Orlando – oggi “Porta a mare” – di proprietà di Azimut Benetti (la cosiddetta “Stecca”) che avrebbero dovuto essere adibiti a foresteria e non ad abitazioni. Nacque un’indagine. Gli indagati replicarono che di foresteria si trattava, perché i residenti svolgevano attività legate ai cantieri.

Caso chiuso? Nogarin (M5S) non ci sta. Lui piombato in città dopo decenni di potere rosso, con i portuali che contavano quasi quanto il sindaco. Un potere consolidato dove la destra trovava i suoi spazi. Nogarin, però, su questa storia ha deciso di dare battaglia: giovedì la giunta ha approvato una delibera in cui chiede alla Procura di fare appello perché “l’accertamento della commissione del reato da parte degli imputati, avrebbe comunque consentito l’irrogazione almeno della confisca” delle 52 unità immobiliari. Secondo l’avvocato del Comune, Francesca Abeniacar, la prescrizione è stata calcolata dalla data della presunta ultima vendita che però non risulta dai documenti prodotti. Il pm Massimo Mannucci aveva inoltre sostenuto la tesi secondo cui questo tipo di reato non termina con la compravendita dell’immobile ma continua nel tempo e sarebbe in atto ancora oggi. Il giudice era di opinione diversa.

Ma questa è una storia complessa, che esce dalle aule. Bisogna conoscere Livorno per capire: qui dove porto e città sono uno dentro l’altra; le navi in mezzo alle case, le finestre affacciate sui pescherecci. Livorno è una Venezia operaia: le case basse con le facciate senza colore e le villette più pretenziose del ’900, dove d’estate ti basta uscire con l’asciugamano e sei in mare. Gli uni accanto agli altri, la democrazia della spiaggia.

E proprio all’incrocio di strade e moli c’è questa “penisola” che deciderà il futuro della città. Qui è nato, quando ancora regnava la sinistra, il progetto “Porto a mare”. Le simulazioni al computer degli architetti mostrano palazzi pieni di luce. Non è così semplice. Ecco i vecchi cantieri Orlando, abbandonati, ridotti a decine di colonne che sembrano un tempio. Che cosa ne sarà? Potrebbero diventare imprese o case. Ma anche l’ennesimo centro commerciale. Poi, accanto, la famigerata “stecca” oggetto del processo.

Ma la vera partita forse è un’altra: cammini ancora centinaia di metri e ti trovi davanti una darsena e i tre bacini navali. Due in disuso da anni perché la Procura li aveva messi sotto sequestro dopo un incidente mortale. Nel marzo 2017 sono stati tolti i sigilli ed è in corso la gara per aggiudicarseli. Parteciperà anche Azimut Benetti.

Anche su questo ci si divide: c’è chi sussurra che il bando, con il limite per navi di poco superiori ai cento metri, è l’ideale per i megayacht Benetti. Quella società timonata dall’imprenditore e politico Paolo Vitelli: un passato alla guida dell’Unione Nazionale dei Cantieri e delle Industrie Nautiche e un passaggio in Parlamento con Mario Monti. Un gruppo con 620 milioni di fatturato e 1.422 dipendenti sparsi per il mondo. E c’è chi ribatte che Benetti è una delle principali risorse di Livorno e bisogna tenerselo stretto. A pochi passi ecco il Fanale di Livorno, per ironia della sorte costruito dai pisani. Chissà che aiuti la città a non perdere la rotta.

Il compleanno di B. e il fuorionda del cane Harley

“Auguri a Berlusconi per i suoi meravigliosi 82. È l’ultimo gattopardo, dopo di lui solo iene di governo”. Il tweet animalista di Gianfranco Rotondi, Forza Italia, ha battuto sul tempo persino l’affetto sempiterno di Anna Maria Bernini, capogruppo di FI al Senato, Mariastella Gelmini, capogruppo FI alla Camera, e del Milan. Il “gattopardo” Silvio Berlusconi ha compiuto ieri 82 anni. Ma se per gli 81 aveva ricevuto ad Arcore la visita del presidente del Partito Popolare europeo Joseph Daul e insieme avevano passato in rassegna i “principali temi della politica europea e mondiale”, quest’anno ha invece preferito la compagnia della sola famiglia e dell’inseparabile compagna Francesca Pascale, che lo sosterrà nell’elaborare la preoccupazione per “la manovra economica che impoverisce tutti e va cambiata perché fa male all’Italia e a tutti gli italiani” . A rallegrare i prati di Villa Certosa interviene ancora un animale: nel video di ringraziamento postato su Facebook dal parco della villa in Sardegna compare la golden retriever Harley, regalo di Michela Vittoria Brambilla del 2015, che gli salta addosso all’improvviso.

Salvini, Parisi, Gelmini in fuga da Milano

Qualche anno fa diventò celebre la sfuriata dell’eurodeputato belga Marc Tarabella contro Matteo Salvini, “un fannullone”, disse il socialista, reo di essere “sempre in televisione e mai in aula o in riunione” a Bruxelles. Da allora il Capitano ha fatto strada, arrivando fino al Viminale, eppure il rischio di una strigliata del genere non è passato: da due anni Salvini è infatti consigliere comunale a Milano, pur non partecipando quasi mai ai lavori. Il motivo è semplice: il leader leghista ama girare in lungo e in largo l’Italia – senza mai disdegnare i salotti tv – e da qualche mese, essendo ministro, ha ancor meno tempo di tornare al Comune di Milano.

Ma quello di Salvini non è un caso isolato. Su 48 consiglieri del capoluogo lombardo, ben nove hanno un doppio incarico, a volte anche fuori Regione. Detto di Salvini, che in due anni ha il 3 per cento di presenze alle votazioni, ci sono anche altri due big del centrodestra: Mariastella Gelmini, eletta in Parlamento con Forza Italia, e Stefano Parisi, entrato lo scorso 4 marzo nel consiglio regionale del Lazio. Strano caso, quello di Parisi, perfetto federatore della coalizione quando si tratta di far vincere gli altri: scelto come candidato sindaco nel 2016 a Milano, ha perso contro Beppe Sala, prima di ripresentarsi due anni dopo per la guida del Lazio ed essere sconfitto anche da Nicola Zingaretti. Ma due batoste valgon bene la doppia poltrona, anche se in quella di Milano Parisi usa sedersi poco (5 per cento di presenza alle votazioni, un’ottantina su più di 1300) e quando si assenta da Roma glielo fanno notare con una certa ironia: “Non vedo il candidato presidente Parisi, – ha detto Sergio Pirozzi lo scorso 29 maggio in Aula – sarà impegnato da qualche parte per l’Italia, può capitare”.

Al gran galà del doppio incarico partecipano poi altri sei consiglieri milanesi. Si dividono tra Comune e Regione Silvia Sardone, che riesce comunque a tenere altissime percentuali di presenza, il forzista Gianluca Comazzi, Massimiliano Bastoni della Lega, la dem Elisabetta Strada e Manfredi Palmeri di Energie per l’Italia. Più lunga invece la trasferta di Alessandro Morelli, impegnato alla Camera tra i banchi del Carroccio.

Per lui, come per gli altri otto, non esiste alcuna legge che impedisca il cumulo dei ruoli: l’unica limitazione è quella sui compensi, per cui ogni consigliere deve decidere se farsi pagare lo stipendio dal Comune o dall’altro ente in cui è eletto. Per i consiglieri comunali, però, il problema neanche si pone, essendo previsto soltanto un gettone di presenza da 120 euro lordi per seduta, cifra ben inferiore a un qualsiasi altro stipendio in Regione o in Parlamento. Resta però un discorso di opportunità nel mantenere i due incarichi senza lasciare il posto a chi potrebbe svolgere il mandato a tempo pieno: “Ho lasciato il mio lavoro – ha spiegato qualche mese fa la consigliera dem Paola Bocci, l’unica a dimettersi quando è stata eletta anche in Regione – per fare il consigliere comunale, ora lascio palazzo Marino per fare bene in Regione. Non tengo il piede in due scarpe”. Nessuno, però, ha seguito il suo esempio.

Renzi-Zingaretti, c’è un altro congresso: si fa alle Europee

Èin arrivo un secondo congresso del Partito democratico e porta la data di maggio 2019: comunque vadano a finire le primarie convocate il 27 gennaio, alle elezioni europee di primavera la guerra per la supremazia nel Pd ripartirà. E come prevedibile, protagonista principale di questa storia sarà il solito Matteo Renzi. Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex segretario ha detto che non sfiderà Nicola Zingaretti nella corsa alla guida del partito. Giura che “farà altro” e a Roma, questo “altro”, lo traducono in maniera piuttosto chiara: capolista alle Europee, con l’obiettivo di fare il pieno di preferenze e tornare a battere i pugni sul tavolo dei democratici.

Fa ancora paura, l’ex presidente del Consiglio. Perché tutti sanno che – nonostante si sia fatto un discreto numero di nemici – il suo consenso tra i militanti è ancora alto. E quando dovranno trovarsi a scegliere un volto, il preferito sarà ancora quello del fu rottamatore. Così, il possibile rovescio nelle urne delle europee – perfino nelle previsioni dei pretendenti il Pd non andrà oltre il 15 o 16 per cento – rischia di avere comunque come vincitore “morale” ancora Renzi.

La partita è complessa e, oltre alle lotte intestine ai democratici, dipende anche dalle sorti dell’esecutivo gialloverde. Il Pd è convinto che prima o poi la luna di miele degli italiani con il governo Conte finirà. E Nicola Zingaretti pensa che toccherà a lui tentare l’assalto a palazzo Chigi. Ma avere alle calcagna il senatore di Scandicci, non è esattamente il massimo che si potesse augurare. Indiscrezioni ricorrenti davano addirittura per buona l’ipotesi che fosse lo stesso Zingaretti a voler traslocare in Europa, per fuggire da una situazione non più blindata dal “patto” in Regione con i Cinque Stelle. Ma nel Lazio la consiliatura targata Pd ha attinto nuova linfa da due “ingressi” (dal gruppo misto) che si sono palesati in occasione del voto sul collegato al Bilancio, martedì scorso. In più, il governatore ha bisogno dei voti dei consiglieri regionali per fare il pieno di consensi alle primarie nel Lazio, la sua roccaforte. E togliere loro le poltrone con un nuovo voto sarebbe un atto di guerra.

Soprattutto, a Zingaretti non conviene vedersela con Renzi in un confronto a distanza nelle Europee. Perché il primatista di preferenze sarebbe comunque l’ex sindaco di Firenze, e su questo sono tutti d’accordo. Però equilibri e nervi restano quanto mai precari nel Pd che oggi si ritrova a Roma in piazza del Popolo per la manifestazione nazionale contro il governo. Innanzitutto, perché quasi nulla è certo.

Non si conoscono ancora gli sfidanti di Zingaretti. E balla perfino la data delle primarie, annunciate dal segretario Maurizio Martina per il 27 gennaio. La stessa del Giorno della Memoria, in cui si ricordano le vittime dell’Olocausto. E far coincidere i due eventi non pare la migliore delle idee. Lo ammettono ufficiosamente anche in diversi dal Pd, dove hanno già dovuto spostare ad oggi la manifestazione anti-esecutivo perché la data originaria – quella di ieri – coincideva con la partita di calcio Roma-Lazio. Ma oltre a questo c’è il malumore dei provatissimi iscritti, che con primarie a fine gennaio dovrebbero sobbarcarsi tutto il lavoro preparatorio sotto Natale. E questo dopo aver lavorato ai congressi regionali, ufficialmente iniziati.

Così ora si riflette su uno spostamento delle primarie a metà febbraio. Un’ipotesi, per ora. “E comunque di questi tempi rinviare le primarie di 15 giorni non sarebbe certo il primo dei nostri problemi”, rifletteva ieri un parlamentare di peso. Sincero.

Il “ragazzo” di Piombino: “La smettano di tenerci in ostaggio: torniamo a sinistra”

Costituzione, lavoro e lotta alle diseguaglianze. Valerio Fabiani ha solo 34 anni e alle spalle una militanza nei movimenti studenteschi e nelle sezioni pisane del Partito democratico, la casa che adesso vorrebbe cambiare dall’interno, a costo di affrontare a brutto muso la classe dirigente renziana che in Toscana continua a spadroneggiare nonostante le sconfitte elettorali: “In questi anni qui il partito è stato gestito malissimo – racconta Fabiani al Fatto – c’è stata una balcanizzazione in tante piccole tribù organizzate intorno ai capibastone locali, persone che oggi vanno alla Leopolda ma che ieri andavano a cena con D’Alema e domani faranno lo stesso con il vincitore di turno. E anche oggi la situazione è sempre la stessa: il Pd toscano è gestito dalle stesse persone che hanno portato il partito alla peggior sconfitta della sua storia”. Fabiani, per questo, si è candidato al congresso regionale del Pd toscano nonostante tutto il partito stia con la candidata renziana Simona Bonafé. Nel voto dei circoli il ragazzo di Piombino sta perdendo 30 a 70% ma punta alle primarie aperte del 14 ottobre dove cercherà di recuperare quegli ex elettori di sinistra che qui in Toscana hanno votato soprattutto i 5 Stelle: “Il mio faro è la Costituzione – continua Fabiani – che ci pone continuamente il tema dell’eguaglianza e dei diritti dei lavoratori, questioni che negli ultimi anni Renzi &co. hanno completamente trascurato diventando subalterni al mondo del mercato, della finanza e dei grandi industriali. Per questo abbiamo perso tutte le elezioni possibili, in Toscana e a livello nazionale: quindi i renziani dovrebbero smettere di tenere ostaggio il Pd, farsi da parte e lasciare spazio a qualcun altro”. Fabiani, sostenuto dall’ala sinistra del Partito tra cui l’ex senatore Vannino Chiti, è affiancato da un’altra giovane promessa del Pd toscano: Alessandra Nardini. Trent’anni, cresciuta a “pane e politica”, ha fatto tutta la gavetta prima tra i Giovani Democratici, poi nei consigli comunali del Pisano e oggi nel consiglio regionale toscano dove si trova spesso in disaccordo con la posizione ufficiale del partito e per questo deve convivere con le continue minacce di espulsione: “Vivo questo clima come la conferma che non siamo più una comunità politica – dice Nardini – ma allo stesso tempo che le nostre battaglie siano giuste. Per esempio dobbiamo rimettere al centro il tema delle diseguaglianze, di un lavoro stabile e delle lotte per l’ambiente”. Non sono le stesse proposte dei 5 Stelle? “In parte sì – conclude la giovane esponente dem – infatti dopo il 4 marzo il Pd ha fatto un errore enorme: spingere il M5S nelle braccia della Lega, invece secondo me avremmo dovuto metterci al tavolo con i grillini e metterci d’accordo su alcuni punti”.

Sulle ceneri del renzismo. Comincia la rivolta degli ex

“Trent’anni fa qui veniva Berlinguer, oggi c’è il sindaco della Lega, Michele Conti”, allarga le braccia uno storico militante del Pci. Tirrenia, litorale estremo tra Pisa e Livorno. Nel 1982 qui si tenne la Festa dell’Unità nazionale: 28 ettari di macchia bonificata per l’occasione, 25 stand gestiti con l’aiuto dei Paesi dell’Urss, i concerti di Antonello Venditti e dei Genesis. Ma soprattutto il discorso finale del segretario, Enrico Berlinguer, accolto da una folla oceanica. Quest’anno, però, gli stand di salamelle e trippa toscana hanno lasciato il posto ai “nuovi barbari”: per la prima volta in settant’anni di storia, a Pisa non è stata organizzata la Festa dell’Unità comunale di Riglione e al suo posto, proprio a Tirrenia, si è tenuta la Festa provinciale della Lega dopo l’exploit alle Amministrative di giugno. “È venuta un sacco di gente, abbiamo dovuto fermare le prenotazioni perché non avevamo più spazio – esulta la sindaca di Cascina, Susanna Ceccardi, che nel 2020 proverà a conquistare la Regione –. Ormai siamo noi la nuova sinistra”.

Lo stato del Pd in Toscana, sta tutto in questa fotografia. Nell’ultimo anno il numero di iscritti è crollato da 46 a 41 mila (-10%), nelle zone della costa non si trova più un circolo aperto e dal 2014 in poi il partito è riuscito a fare peggio anche del disastroso trend nazionale: tutte le roccaforti rosse in cui si è votato sono state perse (da Livorno a Carrara, passando per Pistoia, Siena e appunto Pisa) e in molte di queste città il Pd non esiste più. A Livorno, dopo la clamorosa sconfitta nel 2014 contro i 5Stelle di Filippo Nogarin, il partito proverà a presentarsi alle Amministrative del prossimo anno con una strategia ben precisa: candidare un civico (si fa il nome della giornalista di Rai3 Eva Giovannini) nascondendo se stesso.

A Pisa e Siena, invece, i dem non si sono ancora rialzati dopo le sconfitte di giugno e, oltre alle divisioni interne e alle purghe nei confronti dei dissidenti, in queste due ex roccaforti rosse quest’anno sono saltate le rispettive Feste dell’Unità comunali. “C’è stanchezza – è stata la motivazione dei militanti dello storico circolo di Riglione (Pisa) che si è rifiutato di mettere in piedi gli stand – il carattere della Festa, attento ai problemi del territorio e dei cittadini, ha rappresentato l’esempio concreto su cosa debba essere il Pd, un partito aperto e inclusivo, partecipato e democratico, non autoreferenziale e di vertice così com’è accaduto spesso”.

Nonostante questo, in Toscana comanda ancora Matteo Renzi che, tutto preso a organizzare la Leopolda del prossimo 19-21 ottobre, ha delegato le decisioni del partito al suo plenipotenziario Luca Lotti (lo scouting per il segretario regionale e le candidature delle prossime Amministrative ed Europee).

Ed è proprio contro l’ex ministro dello Sport che nelle ultime settimane si è aperta una rivolta tutta interna al fronte renziano: “In questi anni Lotti, e quindi Renzi, hanno gestito il Partito in modo autoritario e a colpi di minacce, adesso bisogna cambiare”, dice un esponente renziano al Fatto. Proprio per questo diversi renziani della prima ora – dall’ex boschiano Marco Donati ai consiglieri regionali Francesco Gazzetti e Monia Monni – potrebbero decidere di sostenere Nicola Zingaretti al prossimo congresso nazionale, contro il candidato scelto da Renzi.

Ma in questi giorni, a chi gli chiede notizie sulla data del congresso nazionale, proprio Renzi risponde gonfiando il petto e sviando la domanda: “In Toscana il congresso è già iniziato – ha scritto mercoledì sera nella sua enews settimanale – e faccio i complimenti a Simona Bonafé che sta vincendo con il 70% dei voti. Brava Simo, avanti così!”. Le notizie per Renzi e per il Pd in realtà sono più negative di così: nella prima fase dei 712 circoli che si è chiusa ieri sera, sono andati a votare solo il 32% degli iscritti. Praticamente i parenti, i militanti irriducibili e poco altro. Dai circoli del centro di Firenze a Empoli, passando per Sesto Fiorentino e Pisa, le sezioni sono state disertate dai militanti come mai prima d’ora e in un anno la partecipazione è crollata del 50%. E nemmeno la casa del renzismo si salva: al circolo di Matteo Renzi e Francesco Bonifazi di Vie Nuove (Firenze) su 185 iscritti, sono andati a votare solo in 79 (42%). Per ora Bonafè sta vincendo 70-30% contro il giovane Valerio Fabiani ma nel partito nessuno è contento tanto che mercoledì sera al circolo “Enrico Berlinguer” di Piombino sono addirittura volati spintoni e seggiole tra renziani e antirenziani.

Nel frattempo tra un anno si vota a Firenze (Nardella rischia grosso) e tra due anni per la Regione: se dovesse vincere la Lega, la Toscana rossa sarebbe solo un lontano ricordo.

Conflitto d’interessi: Gemme può finire nel mirino Anac

Sarebbe illegittimo, perché in conflitto d’interessi: prima ancora che venga nominato Commissario straordinario per la ricostruzione del ponte di Genova, Claudio Andrea Gemme è già nel mirino del codice degli appalti. Secondo il Codacons, la sua nomina potrebbe essere annullata dall’Autorità Anticorruzione, o portare a ricorsi in tribunale da parte di aziende concorrenti a Fincantieri, l’azienda per cui Gemme lavora e che dovrebbe occuparsi dei lavori per il viadotto. Spiega l’associazione di consumatori: “La circostanza che vede Gemme ricoprire un ruolo di rilievo all’interno di Fincantieri, società a cui il vicepremier Di Maio vuole affidare la ricostruzione del ponte Morandi, potrebbe dare vita a contenziosi legali causati dal conflitto di interessi in capo al Commissario il quale, una volta concluso il suo compito istituzionale a Genova, potrebbe tornare a operare per la stessa Fincantieri”. Ieri, lo stesso Gemme ha spiegato alla tv ligure Primocanale: “Le mie dimissioni” dal management di Fincantieri “sono già sul tavolo. Così quando arriverà la nomina saranno immediatamente esecutive”.

Sisma, il commissario e l’ingegnere “vaticano”

“Al momento non posso confermare alcun incarico, tantomeno la nomina a Commissario straordinario alla Ricostruzione post-terremoto nel Centro Italia. So che sta girando il mio nome, ma nessuno mi ha cercato”. Gianfranco Ruffini, laureato in Ingegneria edile all’Università di Ancona nel 1986 e originario di Tolentino, sembra cadere dalle nuvole. Eppure secondo le indiscrezioni raccolte dal Fatto sarebbe lui il prescelto per diventare la figura di riferimento del governo nel “cratere”, a due anni dalle scosse. Ruffini è marchigiano e le Marche sono, delle quattro, la regione con la maggior percentuale di territorio colpito. Un uomo di scienza, un accademico, tuttavia molto vicino alle autorità religiose del suo territorio, già all’opera durante il sisma del ‘97. Lui stesso ha già ricoperto un incarico importante all’interno dell’attuale ricostruzione post-sisma: responsabile del patrimonio culturale e monumentale della Chiesa nell’area marchigiana. Negli ultimi due anni l’ingegner Ruffini, dotato di una straordinaria e costosa squadra di tecnici, ha rimesso in piedi il patrimonio artistico distrutto o lesionato dal terremoto, come la celebre Abbadia di Fiastra. Gianfranco Ruffini è stato consulente della Diocesi di Macerata per i Beni culturali e l’Edilizia di Culto, per i Padri Agostiniani del santuario di san Nicola, a Tolentino, e della Fondazione Giustiniani. Soprattutto, Gianfranco Ruffini ha svolto l’incarico commissionato dal ‘Comitato per il Grande Giubileo del 2000’ per redigere il Programma operativo dell’evento planetario di inizio millennio. Nel 2008 Ruffini era finito tra gli indagati per il rogo del teatro Vaccaj di Tolentino, poi ricostruito e re-inaugurato il 10 settembre scorso. Una brutta pagina da cui però è uscito pulito con un’assoluzione.

La paternità della candidatura di Gianfranco Ruffini alla guida della ricostruzione post-sisma (al posto di Paola De Micheli, scaduta ormai tre settimane fa) è della Lega e si gioca all’interno di un gioco di sottili equilibri politici con i partner di governo. A spingere Ruffini sarebbe il senatore Paolo Arrigoni, responsabile della Lega nelle Marche: “Dobbiamo fare in fretta – spiega Arrigoni dalla festa del Carroccio di Ascoli Piceno, che oggi tratterà proprio di sisma con gli amministratori leghisti del territorio -, un nome va trovato al più presto, in accordo con il Movimento 5 Stelle. Su Ruffini non posso dire nulla, non lo conosco neppure di persona. Una cosa è certa, il Commissario non sarà un politico o un amministratore di partito (esclusa dunque la candidatura del sindaco di Visso Giuliano Pazzaglini, ndr), ma un tecnico esperto della materia”. Alla festa della Lega era stato chiamato anche il sindaco di Arquata del Tronto, Aleandro Petrucci: “Mi aveva cercato proprio Arrigoni, poi non si è fatto più sentire – ammette Petrucci –. So che la nomina spetta a loro, dai 5Stelle nessun segnale. Facciano loro, basta che il Commissario arrivi in fretta e ci porti via tutte le macerie”.

Un altro tema anti Carroccio: “Accosta il dl alle leggi razziali”

Nuovo caso di un compito in classe che riguarda il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini. Dopo la scuola del Bolognese, questa volta la vicenda interessa un liceo calabrese. La denuncia è arrivata da un locale esponente leghista: “È preoccupante avere a che fare con una scuola che invece di educare impone agli studenti i canoni della dittatura del pensiero unico” dice Giancarlo Cerrelli, avvocato, segretario della Lega-Salvini Premier di Crotone, che, in un comunicato, segnala l’assegnazione agli studenti del quinto anno del liceo scientifico “Filolao” di Crotone di un tema “ideologicamente orientato che, prendendo a pretesto le leggi razziali del 1938, si è spinto fino a voler creare un presunto e infondato parallelismo con il decreto legge del governo”. La traccia: “Il 5 settembre del 1938 in Italia furono promulgate le leggi razziali. Oggi in Italia dopo 80 anni si registra un ritorno al razzismo, è un opinione diffusa che proprio il recente decreto in discussione al Parlamento, che riguarda l’immigrazione, contenga delle istanze razziste. Descrivi le leggi razziali e confronta il testo con il decreto di recente ideazione ed esprimi le tue riflessioni”.