“Non si aiuta chi è in difficoltà con il condono”

“Sono entrate una tantum, si demoralizza l’amministrazione, la compliance dei contribuenti precipita a zero: se le tasse sono un optional tanto meglio chiuderla, l’Agenzia delle entrate”. Il giudizio dell’ex ministro del Tesoro e delle Finanze, Vincenzo Visco sulla “pace fiscale” che si sta delineando nello scontro 5Stelle e Lega può sembrare ironico. Ma la preoccupazione che traspare è evidente.

“Il condono di sanzioni, interessi e adesso anche dell’imposta è inaccettabile – scuote la testa Visco – se poi lo si estende anche ai contenziosi in atto si da il messaggio che l’attività dell’amministrazione è inutile, tutto per dare il segnale che il Fisco non è il momento in cui lo Stato moderno esercita la sua autorità ma una cosa discutibile e opinabile”.

Si pensa anche di allargare il raggio d’azione del concordato con adesione. “C’è già possibilità di confronto con l’Agenzia delle entrate su tutto quello che riguarda l’interpretazione giuridica e la base imponibile, ma nessuna discrezionalità ci può essere sul quantum – ribatte l’economista – perché così si apre una strada pericolosissima di abusi, corruzione e pressioni politiche: i Cinquestelle ci devono spiegare se il loro impegno per la legalità si ferma quando si tratta di tasse”. “Quando vedo condoni in giro mi girano le balle” mette subito in chiaro il dottore commercialista Gian Gaetano Bellavia. “Il vero problema sono la complessità degli adempimenti che comporta un dispendio di energie mostruoso e la pressione fiscale che è elevatissima – rileva Bellavia – fare un altro condono per esigenze di ottenere consenso da chi evade invece è inaccettabile: come la voluntary disclosure, che ha permesso a un sacco di gente di regolarizzare proventi da reato infiniti”. La Lega vuole un provvedimento che dia una mano a chi non ce la fa a pagare le tasse. “Se non ce la fa a pagare gli fai le dilazioni, se vuoi aiutare qualcuno fai cose selettive non generalizzate – ribatte Bellavia – chi ha cartelle da un milione è in difficoltà? Magari quello da 10 mila euro lo è, ma non ho mai visto un povero con una cartella da un milione o da 500 mila euro”. Forti preoccupazioni vengono anche dal dottoressa commercialista Laura Del Santo, sommersa anche lei dagli adempimenti di fine d’anno e della coda della rottamazione precedente.

“Intanto in questo periodo di limbo da qui alla legge di stabilità c’è il rischio che nessuno aderisca agli accertamenti con adesione e che si smetta di pagare le ultime rate, ne mancano tre fino a febbraio sulle cinque previste, dell’ultima rottamazione” osserva Del Santo. Il motivo è evidente: “Si aspetta la pace fiscale che è molto più conveniente, visto che abbatti anche l’imposta”.

Un nuovo ricorso a un condono la convince? “In generale non è giusto perché vedo gente che si indebita per pagare le imposte e invece quelli che non pagano si ritrovano pure a chiudere la partita con il fisco versandone un quarto, certo contro un monte di debiti inesigibili per lo Stato è meglio di niente, ma poi la cuccagna finisce”.

Blitz concessione: Toninelli chiede i danni alle Ferrovie

Non è proprio un’esplicita richiesta di danni, ma le somiglia parecchio l’avviso che il ministero dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli ha inviato alle Fs per il matrimonio con l’Anas. Con una lettera di appena una pagina il Dipartimento per le infrastrutture diretto da Maria Lucia Conti, ha ricordato all’amministratore delle Ferrovie, Gianfranco Battisti, che le eventuali conseguenze negative dell’unione tra l’azienda dei binari e quella delle strade “sia in termini civilistici che finanziari non potrà che ricadere interamente su codesta Società”. E ovviamente anche sui suoi amministratori e rappresentanti. Oltre che alle Ferrovie la lettera ministeriale è indirizzata al magistrato della Corte dei conti, al ministro delle Finanze, Giovanni Tria, e infine all’Anas di Gianni Armani, il manager che aveva concordato fin nei minimi dettagli il processo di incorporazione dell’Anas stessa nelle Fs con l’allora amministratore di quest’ultima società, Renato Mazzoncini. Nel frattempo, Mazzoncini è stato giubilato dal nuovo governo giallo-verde che non condivide per niente il processo di unificazione; Armani, invece, è rimasto al suo posto come se la faccenda non lo riguardasse.

Di più: Armani è riuscito a fare approvare lunedì 10 settembre il bilancio 2017 dell’Anas dal suo azionista Ferrovie dello Stato nonostante fosse chiaro l’orientamento contrario di Toninelli, cioè il ministro che ha il compito di indirizzo e vigilanza su Fs e Anas. Nella lettera il ministero contesta sia gli aspetti formali relativi al bilancio Anas sia quelli sostanziali. Dal punto di vista formale le Fs sono accusate di aver convocato alla chetichella l’assemblea degli azionisti senza comunicare ufficialmente la data della riunione. Il 25 luglio il ministero aveva ricevuto dal collegio sindacale dell’Anas una nota in cui venivano manifestate perplessità sui contenuti del bilancio. Il collegio esprimeva dubbi sul presupposto alla base del documento contabile, cioè l’allungamento della concessione ad Anas di 20 anni, dal 2032 al 2052. Allungamento assai improbabile anche se necessario da un punto di vista contabile per tamponare il buco di 2 miliardi di euro causato dalla mancata svalutazione del patrimonio Anas più volte denunciata dal Fatto Quotidiano. Il ministero ha atteso per mesi che Armani si facesse avanti con la richiesta di chiarimenti a livello istituzionale e si è trovato spiazzato quando invece dei chiarimenti è arrivata la notizia a sorpresa dell’approvazione del bilancio Anas. Ora reagisce inviando una sorta di richiesta di danni anticipata.

Approvando il bilancio Anas, le Fs hanno in pratica dato per certa la decisione dell’allungamento ventennale della concessione Anas che invece sicura non è. Al momento è solo l’Anas che ha deciso di autoprolungarsi i termini senza peraltro aver alcun titolo per farlo. Chi invece ha il potere di assumere una scelta del genere, ministero dei Trasporti in prima fila, ha più volte espresso opinioni opposte. Il sì al bilancio è stato quindi fornito dalle Fs senza che ci fossero elementi di certezza. E non è finita perché emergono altre incongruenze contabili che riguardano il contenzioso relativo alla partecipazione del 51 per cento dell’Anas al capitale della Sitaf, la società concessionaria dell’autostrada A32 Torino-Bardonecchia e del traforo del Frejus.

Anche in questo caso Armani ha dato per scontato ciò che scontato non è affatto considerando ai fini patrimoniali che la partecipazione rimanga in capo all’Anas addirittura fino alla scadenza della concessione nel 2052. Mentre è vero il contrario.

C’è un atto giudiziario che taglia la testa al toro: un pronunciamento della Procura generale della Corte suprema di Cassazione chiamata a esprimersi proprio sulla vicenda della partecipazione Anas in Sitaf. Quell’atto firmato dall’avvocato generale Renato Finocchi Ghersi impone di fatto all’azienda delle strade di cedere il suo 51 per cento al mercato ed è datato 9 luglio 2018, cioè prima che il bilancio Anas fosse preparato. Armani conosceva perfettamente l’esistenza di questo atto, ma evidentemente ha preferito ignorarlo.

Nasce commissione d’inchiesta sul “Salva-Banche”

Verrà istituita la prossima settimana una Commissione d’inchiesta sulle banche “anzi sul Salva-Banche”, precisa il senatore della Lega Alberto Bagnai. L’annuncio arriva dalla festa della Lega di Ascoli Piceno e riguarderà ovviamente anche l’istituto marchigiano Banca Marche. L’obiettivo, spiega ancora Bagnai, è “capire dove sono stati fatti gli errori che stanno distruggendo i nostri territori”. “Errori – ha proseguito Bagnai riferendosi al decreto varato dal governo Gentiloni – che ormai riconosce anche qualche testa pensante del Pd, capendo che bisognava dire no all’Europa e salvare le banche con i soldi del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Poi si sarebbe dovuto aspettare serenamente la procedura d’infrazione che avremo pagato – ha aggiunto ironicamente – con la nota procedura del Marchese del Grillo ad Aronne Piperno: io i soldi non li caccio e tu non li pigli”. Infine, Bagnai ha raccontato le cose su cui sta lavorando: “Mi sto occupando del sistema bancario e dell’Unione bancaria che è un progetto europeo che conosciamo poco, ma ci riguarda molto”.

La borsa e quelli del ditino alzato

Habemus Pap(p)am! Di Maio e Salvini ottengono il deficit al 2,4% del Pil per 3 anni, per realizzare la “Manovra del Popolo” promessa agli elettori, e subito apriti cielo: con il ditino alzato, i sapientoni dei mercati, dello spread, dell’“io l’avevo detto”, dell’“e adesso in Europa?”, si sono scatenati. Ed è solo l’inizio.

La situazione è a dir poco surreale: da un lato la sinistra che cavalca la finanza (ma un bel ripasso dei fondamentali?), dall’altro il presidente di Confindustria Boccia che invita alla prudenza: “Eccessivo nervosismo sui mercati, meglio analizzare l’impatto che la manovra avrà sull’economia reale” (oibò, economia reale, chi era costei?).

Ora, non dico che non si debba essere preoccupati, per carità: abbiamo il secondo debito pubblico d’Europa ed è inutile alzare il deficit se poi i soldi ce li rimangiamo in interessi. Ma: com’è che abbiamo questo debito, e la terza disoccupazione (dopo Grecia e Spagna), nonostante il rispetto scrupoloso di parametri e diktat Ue per anni? Non c’erano quelli del ditino alzato al potere? Quante manovre sono state fatte in deficit senza che nessuno si stracciasse le vesti? Quanta flessibilità sui conti pubblici abbiamo ottenuto in passato? Ci verrà negata adesso?

Forse è davvero arrivato il momento di cambiare, di spostare lo sguardo dalla Borsa alle borse degli italiani, di guardare al merito della manovra che il governo gialloverde vuole varare. Già solo il fatto che si intendano mantenere le promesse fatte agli italiani in campagna elettorale e contenute nel contratto di governo, dopo anni di impegni solenni assunti e poi smaltiti nell’umido è – comunque la si pensi – apprezzabile. Dopodichè, cosa sarebbe successo se avessero rispettato la soglia di deficit dell’1,6%, come voleva il ministro Tria? Praticamente avrebbero avuto quattrini solo per pagare i conti dei governi precedenti, primo fra tutti l’aumento Iva, il cui blocco ci costa ora 12,5 miliardi.

Ecco: non solo adesso è possibile disinnescare definitivamente le clausole di salvaguardia, ma pure avviare le pensioni di cittadinanza (da gennaio), il reddito di cittadinanza (da aprile, si spera), la flat tax al 15 e 20% per le partite Iva, il superamento della legge Fornero con quota 100 (e un’età anagrafica minima per andare in pensione di 62 anni). Più altre misure (di cui si parla poco perché è difficile cannoneggiarle): 1,5 miliardi per i risparmiatori truffati dalle banche; 1 miliardo in più alla Sanità; più fondi a scuola e ricerca; attivazione di 118 miliardi di investimenti, più che in Grandi Opere tipo Tav (che subiranno un “riesame”), in Piccole Opere, che sappiamo (tragicamente) essere necessarie e urgenti, di manutenzione e messa in sicurezza di strade, ponti, gallerie. Confidiamo che tutto questo ci sia davvero in manovra.

Punctum dolens, la “pace fiscale”: di fatto un condono di cui non si sentiva il bisogno in un paese che ha già un’evasione record. Vediamo se prevarrà la linea 5S, con un tetto ridotto al debito e un aiuto solo per piccoli contribuenti in gravissima difficoltà economica, che hanno fatto dichiarazioni corrette e poi non sono riusciti a pagare. Anche perché, per i grandi evasori, da contratto di governo, è previsto il “carcere vero”. Su questo sì, se non si farà, varrà la pena alzare il ditino.

“Questo Def è giusto. La sinistra non può tifare per lo spread”

“Io detesto con tutte le mie forze questo governo, ma opporsi a esso in nome del fiscal compact è inquietante”. Il politologo Marco Revelli studia da sempre la sinistra ma conosce bene anche il populismo, a cui ha dedicato anche un libro (Populismo 2.0). E non si capacita: “L’opposizione attuale non si può neanche chiamare tale”.

Portare il rapporto tra debito e Pil al 2,4 per cento può sembrare comunque un azzardo, professore. La reazione dei mercati e della Borsa è stata molto negativa, e non si può ignorare.

Non si può tifare per lo spread sperando che si porti via Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Io mi oppongo a un governo che aggredisce i diritti fondamentali, limitando i permessi umanitari e perseguitando le Ong che salvano vite umane. Spero che Salvini cada domani. Ma non ci si può opporre a un governo di destra spostandosi ancora più a destra.

Sostenere il rigore nei conti è di destra?

L’errore è già qui. Le politiche dell’austerità e questi assurdi vincoli europei hanno fatto sprofondare buona parte del Paese nella povertà. E così hanno alimentato il populismo. Sostenere ancora queste idee significa gonfiare le vele del consenso per questo governo.

Quindi toccare il 2,4 per cento per realizzare il reddito di cittadinanza è giusto, per capirci?

Una qualche forma di contrasto alla povertà è indispensabile, e decidere misure d’urgenza per realizzarla è sacrosanto. Anche facendo la voce grossa con i commissari europei. Io sono stato per tre anni presidente della Commissione di indagine sull’Esclusione sociale, dal 2007 al 2010, e ogni anno nella nostra relazione che mandavamo al ministro del Lavoro chiedevamo di istituire una misura universalistica contro la povertà, comunque la si voglia chiamare. E ogni volta ci rispondevano che non bisognava creare forme di assistenza, e ma posti di lavoro.

Una risposta che può avere un senso.

È la stessa che danno ora. Solo che di posti di lavoro non se ne vedono, se non quelli senza garanzie del Jobs Act, che non hanno certo sanato la piaga. E ricordo che una forma di reddito esiste in quasi tutti i Paesi d’Europa.

Quindi è d’accordo con il governatore della Puglia, il dem Michele Emiliano, secondo cui un Def così lo dovrebbe aver fatto il Pd?

Lo avrebbe dovuto fare la sinistra, certo. E guardi, questo reddito per come lo hanno pensato i 5Stelle non mi sembra neanche sufficiente, perché lega la percezione della misura all’accettare offerte di lavoro. Ma contrastarlo dicendo che così la gente sarà incentivata a starsene sul divano è un triste luogo comune.

È un rischio che in parte esiste.

Nessuna forza di sinistra può fare il partito dell’austerità. Il voto del 4 marzo andrebbe letto e capito. I cittadini hanno votato in un certo modo perché stufi di determinate politiche.

Lei prima ha definito questo governo di destra. Ma lo sono anche i 5Stelle, o rappresentano un’anima di sinistra?

(Sorride, ndr) Diciamo che è difficile essere di destra nella misura in cui lo è Salvini. I Cinque Stelle sono variegati e confusi, talvolta incompetenti come nel caso del ministro delle Infrastrutture Toninelli, che ha appoggiato la chiusura dei porti. Anche se va detto che nella vicenda del ponte di Genova ha ragione nell’opporsi ad Autostrade.

Quindi il responso è…?

Il M5S ha una connotazione più sociale, anche in considerazione dei territori dove ha fatto il pieno di voti (le regioni del Sud, ndr). Ma il mio giudizio complessivo sul governo non cambia.

Però da sinistra…

Non possono sostenere che “i conti uber alles”. E devono tornare ad ascoltare il Paese. Altrimenti faranno sempre e solo il gioco di Salvini.

L’endorsement pro Lega di Confindustria Calenda: “Vergogna”

Un duro bottae risposta fra il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia e l’ex ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. A innescarlo è Boccia. “Di questo governo crediamo fortemente nella Lega, è una componente importante, qui non si tratta di regionalità ma di risposte vere ai cittadini”, ha detto il leader degli imprenditori. Nel commentare la nota al Def aveva detto: “Si può fare più debito pubblico purché questo abbia una attenzione a crescita economica, occupazione e meno debito” e aveva parlato di “nervosismo eccessivo” dei mercati. Un endorsement alla Lega di cui non si trovano molti precedenti. Immediato è arrivato il commento di Calenda. Confindustria “è ufficialmente leghista – ha detto –. Chissà se le imprese credono anche nel piano B, nel trasformare l’Italia in una democrazia illiberale, nello spread fuori controllo etc. Mai un presidente aveva fatto un endorsement così a un partito politico. Vergognoso”. “Lui ha parlato di una Confindustria appiattita e non ha avuto parole tenere nei nostri confronti – ha risposto Boccia –. In realtà Calenda non è neanche in grado di organizzare una cena a casa sua con i compagni di partito”.

“Il legame perverso tra banche e titoli di Stato”

“Se nel sistema americano qualcuno si fosse alzato e avesse detto: ‘Ho inventato un sistema bancario e funziona così: le banche in Illinois detengono i bond statali dell’Illinois come liquidità priva di rischio e, se si trovano nei guai, i depositi saranno garantiti dalla compagnia assicurativa statale dell’Illinois’, lo avrebbero preso per pazzo, perché avrebbe creato un rischio correlato”. E cioè uno dei peggiori mali del sistema finanziario, soprattutto italiano. Almeno secondo Adair Turner, presidente dell’Institute for New Economic Thinking ed esperto di crisi sistemiche cui il governo britannico affidò la guida della Consob inglese (la Fsa) negli anni del crac Lehman Brothers. Nei giorni in cui la nota di aggiornamento del Def era ancora in gestazione, Turner ha preconizzato l’acuirsi del rischio sistemico in Italia, avvenuto in questi giorni.

Alla base di tanta preoccupazione, l’effetto perverso generato da legami troppo stretti tra il debito del Paese e il sistema finanziario nazionale. In parole povere è un po’ come tenere insieme bancomat e pin. L’intera questione traslata in Europa e a Roma è ancora più inquietante, visto che, secondo Turner, i titoli italiani o francesi non sono paragonabili a quelli statunitensi o giapponesi, ma, al massimo a quelli dell’Illinois o della California. Questo perché l’Unione non e completa, ma assomiglia piuttosto a una federazione. Dove i singoli Stati non hanno totale autonomia.

Turner parla di una sorta di difetto di fabbrica che è stato fatto “nel valutare le conseguenze del passaggio all’euro”, giacché “il debito sovrano è diventato non più così sovrano”. Ma i sistemi finanziari nazionali sono rimasti legati ai titoli del debito pubblico creando un sistema di rischio correlato che oggi spaventa gli investitori internazionali. “La logica dell’euro è che le banche italiane non dovrebbero avere nessun titolo pubblico italiano. Dovrebbero avere un portafoglio diversificato di altri titoli di Stato, preferibilmente della zona euro, ma non italiani. Dovrebbero avere titoli non correlati con la propria attività – sostiene Turner –. È un problema fondamentale ed è parte della questione che sta sullo sfondo: nel creare l’euro non si è ragionato abbastanza sulle relazioni tra la valuta federale a livello europeo e il sistema bancario”.

Eppure, in passato, proprio negli Usa è stato dimostrato che il meccanismo così non funziona. “Negli States, fino a quando le banche sono rimaste al livello dei singoli Stati e non a livello federale, il sistema era profondamente instabile – prosegue –. Ha prodotto le crisi bancarie catastrofiche degli anni 20 e 30 del 900. Oggi le più importanti banche degli Usa sono federali e il loro portafoglio titoli si basa su titoli di debito del governo federale”. Tradotto in lingua europea, questo significa che “fino a che non saranno creati gli Eurobonds, i titoli condivisi dell’Unione europea, avremo un sistema instabile”. E intanto non esistono stress test per le banche sui titoli di Stato. “Non abbiamo voluto ammettere che il debito sovrano avrebbe potuto trovarsi sotto stress – riconosce Turner – se avessimo ammesso, ad esempio, che le banche spagnole avevano bisogno di essere ricapitalizzate, se ne sarebbe dovuto far carico il governo spagnolo, emettendo più debito. Il che sarebbe stato ancora più rischioso, creando un cortocircuito tra il rischio sovrano e quello bancario. La sola risposta possibile sarebbe stata spostare la risoluzione della banche a livello di eurozona, per creare fondi a quel livello, così che la banca centrale europea potesse emettere moneta e ricapitalizzare le banche spagnole”.

Per Turner infatti la questione è semplice: “Non è possibile che l’ultima garanzia del sistema bancario sia uno Stato che non emette valuta propria e i cui titoli di Stato perciò hanno una probabilità di default che non è pari a zero. È un sistema instabile”. Il punto è che però in Europa nessuno ha intenzione di sollevare la questione. Le banche sono infarcite di titoli di Stato e il rischio correlato resta un argomento di cui nessuno vuole parlare.

Mattarella allo scoperto chiede i conti in ordine

Dietro le quinte, ha convinto a non lasciare il ministro del Tesoro Tria, schiacciato da Lega e Cinque Stelle che gli hanno imposto il rapporto tra debito e Pil al 2,4 per cento. Poi per due giorni ha osservato la Borsa scendere e lo spread salire, e nella serata di giovedì ha sentito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (che ha raccomandato ai giornalisti di non dipingere il capo dello Stato come un “contraltare” del governo). Infine, ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di mandare un segnale che suona come un monito al governo gialloverde e al suo Def che sfida l’Europa.

Durante un’iniziativa pubblica, il Capo dello Stato ha ricordato innanzitutto a Matteo Salvini e Luigi Di Maio che la “Costituzione chiede equilibrio di bilancio”. E ha fatto dei numeri della manovra una questione costituzionale. “La Carta – ha detto – rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia e all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico”. Una necessità, sostiene Mattarella. Che insiste sullo stesso concetto: “Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro”.

Parole che non potevano lasciare indifferenti i partiti di governo. E infatti a stretto giro è arrivata la replica del vicepremier della Lega, Salvini, abbastanza piccata: “Stia tranquillo il presidente, dopo anni di manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico finalmente si cambia rotta e si scommette sul futuro e sulla crescita”. Ma la parte davvero polemica arriva a ruota, assieme all’elenco degli obiettivi di governo: “La Costituzione impedisce forse di cambiare la legge Fornero, di ridurre le tasse alle partite Iva e alle imprese, di aumentare le pensioni di invalidità, di assumere migliaia di poliziotti, carabinieri e pompieri, di aiutare i giovani a trovare un lavoro? Non mi pare”. E chiosa sul rischio di entrare in contrasto con l’Europa: “Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare, me ne frego e lo faccio lo stesso”. Una frase che evoca vecchie espressioni, di regimi passati.

In serata arriva anche la risposta del Movimento Cinque Stelle attraverso le rassicurazioni di Di Maio, molto meno bellicoso dell’alleato di governo: “Mattarella non deve preoccuparsi. Questa ‘manovra del popolo’ ha proprio la finalità di creare le condizioni per poi poter ridurre questo debito”. E il vicepremier del M5S spinge in silenzio perché anche la Lega abbassi i toni. Perché in questa delicatissima fase non vuole affatto alimentare uno scontro con il Colle, già più che preoccupato per la situazione di Tria. E non a caso, in serata Salvini pronuncia parole molto più concilianti da un comizio a Latina: “Condivido il richiamo di Mattarella, ma tra cinque anni vogliamo finire con i conti pubblici a posto. Il debito pubblico diminuirà”. E su Bruxelles? “Non ne saremo servi”. Cauto, ovviamente, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. “Non si possono dare valutazioni adesso che sono tecniche e non politiche perchè non conosciamo ancora abbastanza – dice – non mancheremo di farlo nelle sedi istituzionali”. Ha poi comunque ribadito quanto già sostenuto recentemente: “L’Italia ha bisogno di favorire l’investimento pubblico e privato e di contenere e ridurre il debito pubblico. Non si può non avere una traiettoria di sua riduzione”.

“Manovra, il debito scenderà grazie al Pil in crescita del 3%”

Per una valutazione corretta delle scelte effettuate dal Consiglio dei ministri si deve partire dai provvedimenti approvati con la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza 2018. Va innanzitutto ricordato che il programma di politica economica e finanziaria del governo è coerente con il contratto di governo e con la risoluzione parlamentare approvata il 19 giugno scorso, che hanno trovato espressione: 1) nella cancellazione degli aumenti dell’Iva previsti per il 2019; 2) nell’introduzione del reddito di cittadinanza, con la contestuale riforma e il potenziamento dei Centri per l’impiego; 3) nell’introduzione della pensione di cittadinanza; 4) nell’introduzione di modalità di pensionamento anticipato per favorire l’assunzione di lavoratori giovani (superamento della legge Fornero); 5) nella prima fase dell’introduzione della flat tax tramite l’innalzamento delle soglie minime per il regime semplificato di imposizione su piccole imprese, professionisti e artigiani; 6) nel taglio dell’imposta sugli utili d’impresa (Ires) per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi; 7) nel rilancio degli investimenti pubblici attraverso l’incremento delle risorse finanziarie, il rafforzamento delle capacità tecniche delle amministrazioni centrali e locali nella fase di progettazione e valutazione dei progetti, nonché una maggiore efficienza dei processi decisionali a tutti i livelli della pubblica amministrazione, delle modifiche al Codice degli appalti e la standardizzazione dei contratti di partenariato pubblico-privato; 8) in un programma di manutenzione straordinaria della rete viaria e di collegamenti italiana a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova, per il quale, in considerazione delle caratteristiche di eccezionalità e urgenza degli interventi programmati, si intende chiedere alla Commissione europea il riconoscimento della flessibilità di bilancio per condurre politiche di rilancio dei settori chiave dell’economia, in primis il manifatturiero avanzato, le infrastrutture e le costruzioni; 9) nello stanziamento di risorse per il ristoro dei risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie.

Questi strumenti perseguono lo scopo di colmare il gap di crescita reale del Pil rispetto al resto d’Europa senza danni per la stabilità dei prezzi, anzi contribuendovi caricando sui conti pubblici l’onere dell’aumento dell’Iva necessario per colmare il deficit tendenziale del precedente governo stimato dal ministero dell’Economia e delle finanze in 1,24 per cento, ossia abbondantemente al di sopra di quello concordato con la Commissione.

Il governo ha ereditato 5 milioni di poveri i cui bisogni di sopravvivenza sono impellenti già da ieri; tra questi vi sono parte del 10 per cento dei lavoratori disoccupati, di cui un numero socialmente inaccettabile di giovani. Il reddito e la pensione di cittadinanza, nonché il pensionamento anticipato perseguono l’obiettivo di attenuare le difficoltà di questa parte della popolazione, come impongono le regole della convivenza di una nazione civile.

La situazione della crescita reale volge al peggio a causa dei mutamenti nelle condizioni del commercio internazionale da cui dipendono le sorti delle nostre esportazioni, tuttora il punto di forza della nostra economia. L’anno in corso dovrebbe registrare una crescita reale dell’1,5 per cento e le previsioni di consenso per il 2019 sono nell’ordine dell’1 per cento. Se non si vuole un peggioramento dell’economia e un aumento delle condizioni di povertà e di disoccupazione occorre attivare nuovi interventi di politica fiscale.

L’ideale sarebbe quello di attivare massicci investimenti, nell’ordine dei risparmi in eccesso degli italiani, pari a circa 50 miliardi di euro, presenti da alcuni anni nella nostra economia. Occorre riavviare il secondo motore della nostra economia, quello delle costruzioni, il cui spegnimento ha largamente contribuito alla crisi. Le condizioni di realizzazione di questi investimenti sono state trascurate, ponendo vincoli interni ed esterni alla loro realizzazione. È ragionevole pensare che nel solo 2019 si possa raggiungere un aumento degli investimenti nell’ordine di almeno l’1 per cento di Pil, di cui la metà su iniziativa dei grossi centri produttivi di diritto privato dove lo Stato ha importanti partecipazioni. Se così fosse, l’incidenza sul disavanzo sarebbe nell’ordine di 0,5 per cento, senza tenere conto del gettito fiscale che questa nuova spesa garantirebbe. A tal fine, oltre ai provvedimenti già indicati nella Nota di aggiornamento (rafforzamento delle capacità tecniche delle amministrazioni centrali e locali, maggiore efficienza dei processi decisionali a tutti i livelli della pubblica amministrazione, modifiche al Codice degli appalti e standardizzazione dei contratti di partenariato pubblico-privato), opererà costantemente una Cabina di regia a Palazzo Chigi per intervenire sui punti di blocco o di ritardo.

L’attuazione di questi stimoli alla domanda aggregata, tenuto conto dei moltiplicatori della spesa, può portare a una crescita nel 2019 di circa il 2 per cento e crescere ancora di mezzo punto percentuale all’anno, raggiungendo quella soglia minima del 3 per cento necessario per guardare al futuro dell’occupazione e della stabilità finanziaria del Paese che una crescita intorno all’1 per cento annuo non garantirebbe.

Se la sostenibilità del debito pubblico italiano viene giudicata sulla base del rapporto tra debito pubblico e Pil, va constatato che esso si ridurrà nel corso dell’intero triennio, dato che la crescita del Pil nominale resterà in modo permanente al di sopra del 2,4 per cento del deficit di bilancio. Ciò vale nella peggiore delle ipotesi, quella di una mancata crescita, ma ancor più in quella di un successo della combinazione di spesa come quella indicata nella Nota di aggiornamento.

Poiché il governo è composto da persone che capiscono i rischi finanziari, ma anche avvertono i gravi pericoli dovuti a un peggioramento della crescita, l’attuazione del programma di governo sarà oggetto di un costante monitoraggio per verificare se gli andamenti dell’economia e della finanza restano coerenti con gli strumenti attivati; tutto ciò a cominciare dal 31 dicembre 2018, ancor prima dell’avvio del programma. Sono certo che il mercato valuterà in positivo le scelte fatte riconoscendo al governo il beneficio della razionalità che alimenta la speranza del mantenimento di una stabilità politica non meno preziosa della stabilità di bilancio.

* ministro per gli Affari europei

L’attacco di Grillo: “Lo spread non preoccupa la gente”

“Come è possibile che termini come spread possano effettivamente preoccupare la gente? La gente è depressa per la disoccupazione reale, per l’annichilimento della speranza e non per via di qualche disappunto dei Benetton o degli altri amici dei governanti che ci hanno preceduto”: a dirlo, ieri, Beppe Grillo in un post pubblicato sul suo blog. “Eppure è evidente come sia diffusa la convinzione che i cittadini identifichino le mattane dei banchieri con le loro stesse vite, e i rischi per il capitalismo speculativo con quelli della loro esistenza. Questa confusione è l’unica speranza di chi pretende il popolo italiano, e coloro lo rappresentano, sottomessi a delle percentuali astratte: quasi di soppiatto il 3%, la percentuale istituzionale di anni, si è trasformata in 0,8 e poi in 1,6”. Grillo attacca poi “gli esperti” che fanno di tutto “perché i timori degli speculatori diventino quelli dei cittadini. C’è da chiedersi cosa potrebbe portare la gente comune a identificarsi con gli speculatori. Per quanti sforzi vengano fatti dai media, è difficile che milioni di persone in difficoltà si percepiscano come ‘risparmiatori’ che investono in Borsa”.