Il rischio aumento delle false partite Iva

È bella ma non balla o perlomeno zoppica. Il vecchio adagio popolare circola in questi giorni tra tecnici e commercialisti che si stanno esercitando per prevedere i possibili effetti della cosiddetta “flat tax” (non si sa se a due aliquote), che il governo vorrebbe applicare alle partite Iva con la legge di Bilancio.

La stradaindicata dagli spin doctor fiscali di Palazzo Chigi è di allargare la platea dei beneficiari del regime forfettario oggi in vigore. Lo scopo proclamato è di alleviare la pressione fiscale sul lavoro autonomo, alzando le soglie dei ricavi ammessi alle agevolazioni. In base alle prime simulazioni emerge che i contribuenti ammessi avranno consistenti benefici fiscali al crescere del reddito. Ma pare che lo stress esercitato sulla vecchia normativa, nata con lo scopo di semplificare gli adempimenti dei piccoli imprenditori e professionisti, crei non pochi rischi sistemici e qualche effetto indesiderato. Per accedere all’attuale regime forfettario si devono dichiarare tetti di ricavi o compensi fino a 25 mila e a 50 mila euro, secondo la tipologia di attività. Inoltre non si deve aver sostenuto spese per avere prestazioni di lavoro superiori a 5 mila euro e il valore dei beni strumentali al netto degli ammortamenti non deve essere superiore a 20 mila euro. Sul reddito così determinato si applica l’aliquota del 15% o del 5% nel caso di una nuova partita Iva, per cinque anni. Ad avvalersi della forfettizzazione, circa un milione di soggetti che sono fuori dall’applicazione dell’Iva e dall’Irap, degli studi di settore, dei futuri indici sintetici di affidabilità e della fatturazione elettronica in vigore dal prossimo 1° gennaio 2019. Devono solamente numerare e conservare le fatture di acquisto.

Un possibile aumento della soglia di ricavi a 65 mila euro e a 100 mila euro, tassati con due aliquote al 15 e al 20% farebbe aumentare la platea del regime forfetario, rispettivamente di 1,7 milioni e di 1,95 milioni di soggetti. Il dipartimento per le politiche fiscali della Cna ha provato a fare qualche simulazione. La prima osservazione è che il nuovo regime creerebbe un’ulteriore iniquità a scapito delle imprese più strutturate che non godono degli stessi sconti fiscali e quindi concorrenza sleale.

Può accadere, poi, che per entrare nel regime forfettario si preferisca attivare collaborazioni professionali a scapito del lavoro dipendente e delle collaborazioni a progetto. Così, il nuovo regime incentiverebbe la moltiplicazione delle false partite Iva. Lo stesso per gli investimenti. Molti si porranno il problema se investire oppure no. E arriviamo agli effetti “indesiderati”. Chi entra nel forfetario, in assenza di altri redditi soggetti a Irpef, perderà tutte le detrazioni fiscali previste: familiari a carico, spese mediche, ristrutturazione. Sui ricavi oggi previsti per l’accesso ai benefici, diversificati per attività, si calcolano poi diversi coefficienti di redditività previsti per stimare il reddito.

Prevedere un aumento del volume dei ricavi appiattiti sui 65 mila euro o i 100 mila euro per tutte le attività, senza modificare i coefficienti di redditività, potrebbe far tassare redditi inesistenti o consentire la deduzione forfettaria di troppi costi. Inoltre, ogni categoria avrà diversi scaglioni di tassazione a parità di reddito.

“Così il reddito di cittadinanza verrà speso con il bancomat”

Con l’avvicinarsi della legge di Stabilità si vanno sempre più delineando i tratti del reddito di cittadinanza. Per ora c’è una certezza: sarà erogato sotto forma di carta acquisti che i beneficiari potranno spendere per i beni necessari a una vita dignitosa, come per esempio alimenti e medicinali. Per ricevere l’aiuto bisognerà stare sotto una certa soglia di reddito e patrimonio (ma dal calcolo sarà esclusa la prima casa) e bisognerà attivarsi nella ricerca di un lavoro con l’aiuto dei centri per l’impiego che saranno proprio a tal proposito rinforzati.

Insomma, il cavallo di battaglia elettorale ora è atteso alla prova dei fatti. Se ne sta occupando un gruppo ristretto con al suo interno tecnici e politici. Al reddito di cittadinanza “tecnologico” sta lavorando anche il viceministro all’Economia dei 5Stelle, Laura Castelli, che premette: “Il progetto lo stiamo definendo assieme al team per la trasformazione digitale di Diego Piacentini e alla Banca mondiale”. Ed è lei a spiegare nel dettaglio come funzionerà: “Ogni cittadino che ha diritto al reddito potrà adoperare la propria tessera bancomat, e recarsi in un negozio. Poniamo che debba comprare del pane: gli basterà dare il bancomat al fornaio, che riconoscerà il codice della tesserina tramite un apposito software, e scalerà la cifra dell’acquisto. Non ci sarà alcuno scambio di denaro: il negoziante riavrà dallo Stato in giornata la cifra spesa dal singolo cittadino, come già avviene ora con i normali acquisti.

E le banche di acquirente e venditore non avranno visionato nulla”. Invece, per i pagamenti che necessitano di bonifico bancario (ad esempio, il versamento dell’affitto di un immobile) si potranno utilizzare sistemi di pagamento tramite app (come lo smart payment). Insomma, sarà tutto telematico. E le ragioni di questa scelta, continua Castelli, sono molteplici: “Innanzitutto, in questo modo potremo far sì che il reddito venga tutto destinato al consumo, e controllare il modo in cui viene speso. E così potremo anche garantire il pagamento dell’Iva”. Non solo: “Prevediamo di escludere alcuni circuiti da questo processo. Per capirci, nessuno potrà usare il bancomat per scommettere”. E la tempistica? “Le tecnologie per i pagamenti sono già tutte disponibili. Mentre ci vorranno alcune settimane per incrociare le banche dati di Inps, centri per l’impiego, Comuni e centri di formazione”. Viene alla mente la social card per gli anziani. Ma Castelli ribatte: “Questo è un metodo diverso: nessuno avrà paura di sentirsi ghettizzato usando una carta riconoscibile, perché potrà adoperare il suo consueto tesserino bancomat”.

Il disegno è chiaro: il reddito di cittadinanza non sarà un bonifico elargito dallo Stato in favore dei beneficiari; sarà un ticket da spendere. Un sistema che dovrebbe far sì che questa cifra torni immediatamente nell’economia reale. Per essere ancora più certi che questa misura spinga i consumi, il governo sta valutando meccanismi che premino chi più spende (o penalizzino chi spende di meno). L’idea è far crescere del 4% il reddito di cittadinanza ogni qualvolta il beneficiario ne utilizzi – per acquisti tracciabili – almeno il 75 o l’80%. Oppure decurtare del 4% la somma erogata a chi ne spenda meno del 75%. I fruitori di questa misura saranno selezionati con l’Isee (l’indicatore della situazione economica): massimo 9.360 euro. La dotazione dovrebbe essere di 10 miliardi di euro e la platea potenziale si aggira intorno ai 6 milioni di italiani. A chi faceva notare che questa divisione porta a calcolare 128 euro al mese a testa, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha risposto dicendo che il sussidio pieno (780 euro, come confermato nella nota di aggiornamento al Def) andrà solo a chi parte da reddito zero. Per gli altri ci sarà solo un’integrazione.

Resta il capitolo spinoso dei servizi per il lavoro, che dovranno assicurare che la misura aiuti i disoccupati nella ricerca di un posto e non finisca per essere mero assistenzialismo. L’obiettivo è potenziare già da gennaio i centri per l’impiego, per far partire con le erogazioni da marzo. Alcuni giorni fa il governo ha ricevuto dall’Anpal (agenzia per le politiche attive del lavoro) un documento sullo stato di salute dei centri per l’impiego. L’operazione per risistemarli, assumendo nuovo personale e rinnovando l’infrastruttura tecnologica, non semplice: bisognerà mettere d’accordo tutte le Regioni (che, secondo la Costituzione, hanno la competenza in materia di politiche attive del lavoro).

Tre uomini in barca

Non so voi, ma io sono seriamente preoccupato per le condizioni di Giovanni Tria, Vincenzo Boccia e Carlo Calenda. Di Tria sappiamo che è nato a Roma, ha appena compiuto 70 anni, insegna a Tor Vergata, e fin qui tutto bene. Ma ha pure lavorato con Brunetta, siede nella Fondazione Craxi, scriveva sul Foglio, e non si sa quale delle tre cose sia peggio. Nella sua prima e unica intervista, concessa a Federico Fubini del Corriere appena insediato al Mef, apprendemmo dall’intervistatore che “Tria è un professore dal sorriso ironico dietro il quale s’intuisce la capacità di irrigidirsi per le cose in cui crede”. E dall’intervistato che la manovra “sarà del tutto coerente con l’obiettivo di proseguire sulla strada della riduzione del rapporto debito-Pil… Non devono esserci dubbi… L’attenzione a far scendere il debito non è opportuna perché ce lo dice l’Europa, ma perché non è il caso di incrinare la fiducia sulla nostra stabilità finanziaria… Confermo l’obiettivo di un calo del debito nel 2018 e nel 2019… Per quest’anno è già tutto determinato e presidierò perché nulla cambi. L’obiettivo del 2019 è di proseguire”.

Invece poi è cambiato tutto: deficit-Pil al 2,4% per tre anni e più debito. A suggerire Tria come ministro dell’Economia era stato Paolo Savona, respinto da Mattarella perché sospettato di volersi far esplodere come i kamikaze alla prima riunione a Bruxelles, poi fatto brillare dagli artificieri del Colle nel deserto del Nevada e dirottato agli Affari europei (sic). Eppure, inspiegabilmente, Tria era subito divenuto il beniamino di opposizioni e giornaloni al seguito, che lo incensavano come uno di loro (o di Mattarella, o dell’ignaro Draghi): “Garante”, “argine”, “baluardo”, “diga” contro gli scavezzacollo “populisti” che l’avevano scelto. Ora che li ha così amaramente delusi, i suoi fan inventano scuse: bullizzato e brutalizzato da quegli energumeni di Salvini e Di Maio, anche con l’uso delle armi, poi rinchiuso per ore a pane e acqua nelle segrete di Palazzo Chigi per costringerlo alla resa e infine liberato in cambio della firma sul Def, l’Uomo Diga aveva dato le dimissioni. Ma una straziante telefonata di Mattarella l’aveva poi bloccato sulla soglia, costringendolo a restare ostaggio di quella gang di bruti. E lui s’è immolato. Non per la poltrona, ma per il bene supremo della Nazione. Ma tu guarda come deve ridursi un professore dal sorriso ironico dietro il quale s’intuisce la capacità di irrigidirsi per le cose in cui crede. L’altroieri, per dire, gli è toccato “partecipare a riunioni al mattino e al pomeriggio nonostante fosse il giorno del suo 70° compleanno” (Corriere).

Una vita d’inferno. “E chissà se il break per il brindisi di auguri e il regalo ricevuto dai suoi collaboratori (tutta la squadra scelta da Padoan e astutamente confermata da Tria, ndr) lo avranno aiutato a riprendersi”. Ah saperlo. Ciò che conta è che è “rimasto per non aggravare la corsa dello spread”. Perché si sa com’è fatto, questo spread: se non c’è Tria galoppa, se c’è Tria rallenta. E così, pur “provato”, “Tria continuerà a osservare la reazione dei mercati”. Compleanni, onomastici e feste comandate inclusi. La piccola vedetta romana non è la sola, del resto, a vigilare. Alle sue spalle – informa sempre il Corriere – altri due occhi han trascorso “una mattinata a sorvegliare il barometro di mercati e finanza”: quelli di Mattarella, a cui imprecisati “interlocutori” ripetono, per fargli coraggio, che “passeremo giorni anche peggiori”. Lui però è “preoccupato anche della ‘tenuta’ del ministro Tria”, che è un po’ come certi rubinetti un po’ vecchiotti: alla lunga, non tengono e sgocciolano. Figurarsi che “giovedì era stato spregiudicatamente minacciato da Di Maio e Salvini” e alla fine aveva dovuto “arrendersi”, perché ci tiene alla pelle, “per carità di patria e sensibilità nei confronti di Mattarella”. Fortuna che il presidente “nella sua storia politica ne ha viste tante”, tipo i suoi vari partiti (Dc, Ppi, Margherita e Pd) che moltiplicavano i pani e i pesci del debito predicando rigore e austerità. Lui comunque “già si prepara a un supplemento di sorveglianza”. E sono soddisfazioni.

Poi c’è Boccia, presidente di Confindustria. A raccomandare questo oscuro tipografo salernitano, nel 2016, era stato Renzi, allora padrone d’Italia, che sognava – scrisse il Foglio – “la Confindustria della Nazione”. Boccia lo ripagò spalmando la corporazione su di lui e facendo l’uomo-sandwich del Sì al referendum e delle altre “riforme” renziane (quasi tutte copiate da quelle confindustriali). Diramò una presunta ricerca dell’Ufficio studi che vaticinava la bancarotta dell’Italia in caso di vittoria del No, infatti il 2017 fu l’anno migliore degli ultimi 10. La Lega, con Calderoli, lo definì “il nuovo portavoce del governo Renzi”, senza offesa per Filippo Sensi. Un anno fa si parlava di lui come ministro dello Sviluppo nell’auspicato governo Renzusconi, senza offesa per Carlo Calenda (sempre presente e tonitruante alle assemblee di Confindustria, da cui del resto proveniva e non riusciva a staccarsene). Poi il 4 marzo le cose andarono come andarono. Boccia, sul governo giallo-verde, partì critico, e minacciò addirittura di scendere in piazza. Ieri, sorpresa: “Confindustria crede fortemente nella Lega”. Ohibò: dev’essergli bastata la parolina magica “condono”. Ora Calenda, l’amante tradito, è affranto: “Vergogna, mai un presidente aveva fatto un endorsement a un partito (fuorché al Pd, ndr)”. E Boccia: “Zitto tu che non riesci nemmeno a organizzare una cena”. Che Confindustria sarebbe diventata governativa, non avevamo dubbi. Ma che avrebbe seppellito Calenda questo no, proprio non potevamo immaginarlo. Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.

Juve, è finito il calendario tappetino

La febbre del sabato, il titolo è questo. Prima il derby della Capitale, poi la partitissima dello Stadium. Fuoco alle polveri.

Roma-Lazio. La squadra di Di Francesco era a pezzi; il 4-0 al Frosinone, unica “franchigia” della nostra sgangherata Nba a non aver ancora segnato, le ha incollato il morale. Riecco Dzeko, con capitan De Rossi, 35 anni di trincee, sempre lì. Il popolo della Sud frigge: urge cambiare marcia. Gli avversari, loro, erano partiti con due sconfitte (Napoli, Juventus), salvo infilare quattro successi, l’ultimo a Udine. Inzaghino ha scoperto i gol di Correa, fermo restando Immobile. Mi aspetto un’ordalia che i calcoli potrebbero orientare e gli episodi sabotare. In casi del genere, la tripla è d’obbligo. Come a Torino.

Juventus-Napoli. Sei su sei, la tiranna. Ma anche un calendario-tappetino. E allora: diciotto punti e a capo. Comincia il bello. I rivali, in compenso, hanno perso solo a Marassi con la Sampdoria. Allegri dovrà scegliere tra Dybala e Mandzukic: la poesia dei chierichetti mancini o il peso della stazza. E Cristiano? Fin qui ha molto tirato e poco realizzato. Sono proprio queste le sfide che dovrebbero stimolarne il tritolo e l’orgoglio. Ancelotti, da parte sua, si è inventato Insigne centravanti, ha recuperato Milik, coinvolto la rosa, affidato la regia del “fu” Jorginho a una cooperativa (Hamsik, Diawara, persino Allan).

Ad aprile decise una schiacciata di Koulibaly. C’era Sarri, feticista del possesso palla. Allegri e Ancelotti sono uomini di mondo. Siamo appena alla settima, ma il richiamo della foresta agita le pance. Nessuno firma per il pari: gatta ci cova.

Totti e veleni: basta la sua autobiografia e si scatena l’inferno

Totti è sempre Totti. Esce la sua biografia e uno storico dirigente si dimette. Risponde a una domanda sul futuro (“Potrei fare il presidente”) e l’intero assetto societario viene messo in discussione. Racconta un paio di aneddoti e personaggi presenti e passati del mondo del pallone sono di nuovo nell’occhio del ciclone. Ripercorrere la sua carriera significa rivivere anni della Capitale: “Roma è la mia storia”. Ma non tutti i ricordi sono piacevoli: oltre ai sorrisi e alle battute in romanesco, ci sono pure i veleni. Per il suo 42esimo compleanno Francesco Totti si è regalato il Colosseo, e un libro (Un capitano, scritto con Paolo Condò, edito Rizzoli). È un grande evento editoriale, un’iniziativa benefica (il ricavato sarà devoluto all’ospedale pediatrico Bambino Gesù), l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Alla presentazione (super esclusiva: un centinaio di posti a sedere, si entra con invito personale) c’è spazio solo per chi gli ha voluto bene. I nemici, o falsi amici, restano fuori. Come Luciano Spalletti, l’allenatore che gli ha rovinato l’addio, ovviamente non invitato: l’allontanamento da Trigoria, gli insulti, la quasi rissa nello spogliatoio, tutte le anticipazioni più succulente lo riguardano.

Dal suo ritiro è passato più di un anno ma i tifosi sono ancora assiepati davanti al monumento per cantare i suoi cori. Il clima è conciliante, non c’è nulla di rancoroso eppure basta una sua mezza frase per far tremare l’ambiente. Franco Baldini, braccio destro del patron James Pallotta (assente), se n’è andato perché accusato nel libro di essere stato tra i principali responsabili del suo addio. “È parola di capitano, non vedo come possa discuterla”. Nello stesso giorno ha lasciato anche l’amministratore delegato Umberto Gandini (ma questa pare una coincidenza). “Pensa se parlassi per davvero”, scherza lui. Non è cambiato nulla, insomma. O quasi. La serata-evento è una via di mezzo fra il gladiatore e la grande bellezza. Sul palco c’è Luca Ward, voce di Massimo Decimo Meridio e narratore della serata. Come Jep Gambardella, invece, c’è l’imbarazzo della scelta, fra i tanti signori dei salotti romani seduti in platea. Al suo fianco Ilary in abito lungo verde acceso, non proprio sobrio. Lui in gessato e un po’ ingessato, nel ruolo di dirigente e ospite d’onore che gli sta stretto come la giacca sul petto di ex atleta. Da campione l’hanno trasformato in icona: gli invitati si mettono in coda per fargli auguri, salutarlo personalmente, farsi autografare una copia. La fila è lunga: il governatore Zingaretti e la sindaca Raggi (l’evento è anche passerella politica), l’immancabile Walter Veltroni, Giovanni Malagò che arriva a serata finita (era anche all’Auditorium per la festa di Morricone), la presidentessa Rossella Sensi, direttori, scrittori e giornalisti, il ct della Nazionale del 2006 Marcello Lippi, poi tanti ex compagni di squadra, “capitan futuro” De Rossi, Cassano, Candela, Materazzi. È la sua festa.

Quanta voglia abbia di festeggiare non è chiaro: gli manca il pallone e chi gliel’ha tolto non lo perdona. Ma pian piano ci sta facendo l’abitudine, e la serata scorre via piacevole tra aneddoti e battute. Il gran rifiuto al Real Madrid, gli esordi con Mazzone, le scappatelle dal ritiro, le notti mondiali, le botte a Balotelli, il lungo addio: tutto più o meno noto, già vissuto, solo da ricordare. Alla fine la frase più vera la dice Eusebio Di Francesco, allenatore (chissà per quanto ancora) della Roma: “Secondo me Francesco non ha ancora capito cosa vuole fare da grande”. Oggi c’è il derby e Totti non gioca più: il problema, in fondo, è sempre quello.

“Così ho inventato Internet e la porterò su altri pianeti”

Dopo una conversazione Vint Cerf, sempre impeccabile in un completo a tre pezzi, con il fazzoletto nel taschino e la spilla sulla cravatta, porge al suo interlocutore il proprio biglietto da visita: “Vicepresidente di Google e Sommo Evangelista di Internet”.

La comunità informatica definisce Cerf il “padre di Internet”, l’ha premiato con il premio Turing nel 2004 e gli ha conferito una trentina di lauree honoris causa in tutto il mondo. Al meeting dei premi Turing di Heildelberg, da dove Cerf si trasferirà direttamente al Wired Festival di Firenze, ci siamo fatti raccontare il passato e il futuro della sua creatura.

Com’è diventato il “padre di Internet”?

Dietro alle cose complesse non c’è mai solo una persona. Nel 1969 era già stata costruita la rete di computer del Dipartimento della Difesa americano chiamata Arpanet. Nel 1972 Bob Kahn entrò nel loro gruppo e notò che per essere usata militarmente, la rete avrebbe dovuto collegare non soltanto le comunicazioni via cavo dei computer, ma anche quelle via radio delle navi e via satellite degli aerei.

Alle origini c’era dunque un problema tecnico?

Esattamente. Esistevano tre diversi protocolli di comunicazione, ciascuno con le proprie caratteristiche, la propria velocità di trasmissione e la propria frequenza di errori. E sorse il problema di farli parlare tutti fra loro, in maniera intercambiabile, mantenendo le varie reti di comunicazione intatte. La soluzione fu di scrivere un programma che dicesse ai computer quando e come collegarsi all’uno o all’altro sistema, e permettesse di passare in maniera indolore dall’una all’altra rete.

E qui lei entrò in scena?

Sì. Nel 1973 Kahn e io decidemmo di usare una specie di sistema postale, in cui le lettere contenevano le comunicazioni dei vari sistemi, e sulle buste stavano gli indirizzi delle varie reti a cui esse erano destinate. Nessuna di queste reti sapeva di essere stata connessa a una rete globale interconnessa, che divenne appunto Internet.

In che anno il sistema iniziò a funzionare?

Il nostro Protocollo per il Controllo delle Trasmissioni (tcp/ip) fu pubblicato nel 1974 e standardizzato nel 1978. Il 1º gennaio 1983 nacque ufficialmente Internet. Agli inizi connetteva solo gli Stati Uniti e alcuni Stati europei (Inghilterra, Germania, Italia), ed era limitato all’uso governativo.

Poco dopo iniziammo a usarlo in università.

La National Science Foundation capì subito che si potevano collegare fra loro migliaia di istituzioni accademiche. Poi entrarono in gioco altre istituzioni, dal Dipartimento per l’Energia alla Nasa. Agli inizi il governo non permetteva di trasmettere comunicazioni commerciali, ma nel 1989 io riuscii a ottenere il permesso di connettere a Internet il primo sistema privato di posta elettronica. E la rete si aprì al mercato e al mondo.

Ma l’email non era ancora il World Wide Web.

No, quello lo fece Tim Berners-Lee nel 1991, quando lavorava al Cern in Svizzera. Ma agli inizi nessuno se ne accorse, a parte due persone al Centro nazionale per le applicazioni dei supercomputer di Urbana-Champaign, che costruirono il primo browser: si chiamava Mosaic, mutò Internet in un rotocalco, e stimolò la diffusione della rete. Poi, quando la quantità di informazioni divenne difficile da gestire, arrivarono i motori di ricerca. Insomma, Internet non ha avuto un solo padre…

Ma grazie agli smart phone ha molti figli degeneri, che spesso sembrano solo dumb phonies.

Però gli smart phone sono stati un’idea geniale! È stato Steve Jobs a pensare di integrare i cellulari con le macchine fotografiche e con la rete. Il tutto è diventato maggiore della somma delle parti. Sono passati solo undici anni dall’arrivo degli smart phone nel 2007, ma sembra un’era geologica.

Ma l’integrazione delle funzioni era già stata prevista nel 1995 da Bill Gates, nel libro La strada che porta al domani. E risaliva comunque ad Alan Turing, più di mezzo secolo prima.

Ma c’è una bella differenza tra il dire e il fare. E Jobs non solo l’ha fatto, ma ha prodotto qualcosa che nessuno sapeva di volere. La Nokia aveva già ampliato il concetto di cellulare, ma Jobs ne ha prodotto una versione integrata e facile da usare, con schermi tattili e le icone.

Dove sta andando Internet?

Verso l’“Internet delle cose”: cioè, la connessione non solo fra i computer, ma fra gli oggetti più disparati, dagli elettrodomestici alle auto. E verso un “Internet planetario”: l’estensione delle connessioni dalla Terra ai pianeti del sistema solare.

Si tratta soltanto di dire, per ora, o già di fare?

Molto è già stato fatto. A partire dal 2004 abbiamo messo i prototipi dei protocolli interplanetari sui Rover che esplorano Marte. Nel 2005 abbiamo connesso la sonda Deep Impact che ha visitato la cometa Tempel 1. E nel 2010 abbiamo installato l’ultima versione sulla Stazione spaziale internazionale, addestrando gli astronauti a usarla.

Quali sono gli ostacoli tecnici da superare?

Uno è il ritardo nelle comunicazioni, che diventa significativo a distanze cosmiche. Stiamo sperimentando trasmissioni laser ad alta velocità, e abbiamo fatto test consonde che orbitano attorno alla Luna e a Marte. Purtroppo non possiamo usare i Voyager, arrivati a una ventina di ore luce dalla Terra, perché la loro tecnologia è obsoleta per queste cose. Un altro problema è il fatto che i pianeti si muovono attorno al Sole, e le loro distanze relative cambiano continuamente. Il ritardo nelle comunicazioni è dunque variabile: tra la Terra e Marte va da tre minuti e mezzo alla minima distanza a venti minuti alla massima. I pianeti ruotano attorno a sé stessi, e questo provoca problemi se si trasmettono segnali da postazioni poste sulla loro superficie.

Succedeva anche nelle prime missioni lunari, quando la navicella passava dietro alla Luna.

Esatto. Sulla Terra abbiamo tre grandi ricevitori, in Spagna, in California e in Australia. Su Marte abbiamo invece riprogrammato i due satelliti in orbita, che in origine mappavano il terreno, per ricevere le comunicazioni dai Rover e ritrasmetterle al momento opportuno. Faremo lo stesso anche su altri pianeti.

Vedo che lei non è solo un evangelista di Internet, ma anche il suo profeta. Ha mai sentito parlare del gesuita Teilhard de Chardin, e della sua nozione di “noosfera”?

No. Ma il prefisso mi suona pericolosamente simile a quello della “noetica”, pseudoscienza propagandata da Edgar Mitchell, uno degli astronauti che misero piede sulla Luna. Io però preferisco rimanere con i piedi ben saldi nella scienza.

“Le mie comparse non mi ascoltavano ma ballavano solo”

“Mi ha insegnato tanto, anche a immaginare gli spazi per la musica in sceneggiatura: perché su un bombardamento è inutile mettercela”. A tenere insieme due mostri sacri quali Giuliano Montaldo, nato a Genova il 22 febbraio 1930, ed Ennio Morricone, nato a Roma il 10 novembre 1928, non sono solo le sedici colonne sonore composte dal secondo per i film, i documentari e gli sceneggiati diretti dal primo, ma anche “una lunga amicizia, e una profonda, reciproca lealtà”.

Montaldo, da maestro a maestro: come si lavora con Morricone?

Legge il copione, senza mai entrare nel merito della sua qualità, e già palesa qualche intuizione. A film montato prende i tempi per mettere la musica, quindi a casa esegue al pianoforte i motivi che ha immaginato: tre, quattro, perfino cinque diversi. Ma…

Ma?

Ci ho collaborato per tanta roba, solo Marco Polo erano otto puntate, e ogni volta mi accorgevo dell’impegno che metteva su un pezzo più che sugli altri; non capisco di musica, eppure se sceglievo quel motivo “impegnato” Ennio diventava raggiante: era quel che voleva.

Iniziaste a collaborare nel 1967 su Ad ogni costo.

I produttori Colombo e Papi avevano sentito parlare di questo Ennio da Sergio Leone, con grande entusiasmo: andai sul set a curiosare, pallottole e cavalli diventavano musica, il rumore degli zoccoli si trasformava in note. Lo volli anch’io, ma mi combinò un guaio.

Quale guaio?

Per la lunga sequenza della rapina al Carnevale di Rio compose della musica brasiliana: così appassionante e coinvolgente che le comparse non s’arrestavano ai miei “stop”, continuavano imperterrite a ballare, fino a farmi perdere la testa. Ti frega anche il talento, a volte.

E la lealtà?

Al montaggio, non ricordo se di Giordano Bruno o Gli Intoccabili, gli tolsi un pezzo; Ennio non fece una piega: ‘Hai fatto bene, nessun problema’, e diceva sul serio. Ha sempre avuto grande disponibilità nei confronti della regia.

Giuseppe Tornatore minaccia il suo primato di sedici colonne sonore.

Mannaggia, temo proprio che subirò il sorpasso… Ma è un bravo regista, pazienza. Di certo a 88 anni non mi rimetto a fare film.

Ne scelga una.

Sacco e Vanzetti, ha fatto il giro del mondo. A una manifestazione a Berlino, i poliziotti mi bloccarono mettendomi le mani sulla pancia, ma io ricordo altro: i giovani che venivano avanti cantando Here’s to You.

Pezzo che chiude il film, per la voce di Joan Baez.

Era il periodo delle ballate, Ennio la scrive e mi fa: ‘La canti tu?’. ‘Porca miseria – replicai – ci vorrebbe Joan Baez’. Di lì a pochi giorni partii per New York, sul tavolo la possibilità di una coproduzione americana poi sfumata, e davanti al mio hotel incrociai Furio Colombo. A differenza della quasi totalità degli italiani, lui Sacco e Vanzetti sapeva bene chi fossero, gliene parlai, e spuntò fuori il nome di Joan: “Ma viene stasera a cena da me!”. Trasecolai. Era un film assai complicato, quasi impossibile, scovare le ambientazioni in Irlanda si rivelò ostico quasi come trovare i produttori. Ma quello fu un colpo – dovrei dire di culo, ma non lo farò – di fortuna incredibile: diedi il copione in inglese a Furio, il giorno dopo Joan mi chiamò per dirmi che accettava. Ennio non ci voleva credere: ‘Dai, Giuliano, non raccontarmi balle’.

Di Morricone qualcuno lamenta la tirchieria.

Scherziamo? Dà una mano ai figli, più volte ha invitato me e Vera (Pescarolo, la moglie, ndr) a cena, e sempre s’è mostrato brillantissimo. Ho conosciuto tanti tirchi del cinema, lui non lo è.

Chi è Morricone?

Ha grinta da vendere, e un talentaccio raro. Poi, non disdegna gli scherzi, uno bello lo tirò a Pontecorvo quando gli si presentò a casa fischiettando un motivetto per La battaglia di Algeri: Ennio corse a scriverne la musica, lo eseguì al piano e a Gillo cadde la mascella, ‘ma, ma… è proprio quello che volevo!’. Quel paravento di Elio Petri, viceversa, ne fece una vittima: gli mise nel primo rullo la musica di un altro film, in proiezione Ennio si accartocciò nella poltroncina, abbozzando un ‘se ti piace così, tienila’. Una cosa incredibile, poi sciolta tra baci e abbracci.

Che vuole augurargli per i 90 anni?

Di non mollare, mai. Anche dovesse fare un solo altro film, per Tornatore. Ma l’anagrafe non è il problema principale: chi in Italia può ancora permettersi un’orchestra, giusto Peppuccio, Virzì e sparuti altri. Perché costa, e allora si opta per batteria e poco altro, mandando in soffitta il compositore e direttore d’orchestra. Che brutto.

Tutte le note di Morricone, un concerto lungo 90 anni

Il destino del genio è di essere incompreso. Invece Ennio Morricone non ha avuto bisogno di morire perché il suo talento, davvero fuori dall’ordinario, venisse riconosciuto e onorato. Non è già più uomo ma quasi statua, e vedere giovedì sera al Parco della Musica la fila delle autorità, iniziando dal presidente della Repubblica, rendere omaggio ai suoi novant’anni, portati così naturalmente bene, fa ritenere che la trasfigurazione sia completata.

Nicola Piovani gli ha acceso una candelina sonora di rara intensità e di grandissimo affetto e sono state selezionati i pezzi che più intimamente rappresentano la forza anche evocativa del mondo di Morricone.

Un Oscar alla carriera, tre Grammy, quattro Golden Globe, dieci David di Donatello, undici Nastri d’Argento, un Leone d’oro e centinaia di altri ricordi, onori, statuette che qui non registriamo.

Morricone, sotterrato dai premi e dai riconoscimenti mondiali, è l’unico italiano che possa permettersi ogni giorno di fantasticare sul numero delle persone che nel mondo in contemporanea stiano ascoltando la sua musica, le sue colonne sonore, gli arrangiamenti delle sue canzoni. L’unico a non parlarne mai, a resistere a ogni alito di popolarità, a perseverare nella sua quotidiana, infaticabile vita di compositore e marito di Maria, “l’unica che abbia accesso nella mia stanza”.

Avrà di sicuro una scuderia di cromosomi che l’aiutano a comporre da mattina a sera, avendo ormai eguagliato e forse superato i cinquecento film, essendo riuscito in un anno ad accettare e portare a termine 25 (venticinque!) colonne sonore. Morricone è il compagno di vita e di arte di Sergio Leone; è la tromba del western all’italiana e anche la stella di Hollywood, il musicista preferito da Quentin Tarantino, il nome di Oliver Stone, di Barry Levinson.

Ma è sempre Morricone, nel continuo saliscendi dei suoi contratti, ad aver arrangiato Abbronzatissima, Guarda come dondolo, Hully Gully. Il pop da spiaggia di Edoardo Vianello nell’Italia della ricostruzione e del boom economico. E di Morricone è lo spartito con il quale i Metallica, a cui la musica sinfonica sta come il mare a un esquimese, per anni hanno aperto i loro concerti. Morricone è dunque uno, nessuno e centomila. È così poliedrico, così enormemente infatuato delle note, non le sette che conosciamo ma le dodici, la cosiddetta dodecafonia, tecnica alla quale si rivolge per organizzare il suo cielo e il suo mare, le trombe, i tamburi e i violini.

E poi il silenzio, che sono spazi di vita, luoghi di sosta e di pensiero delle sue musiche. “Purtroppo la società del rumore ha vinto su quella del silenzio”, ha ammesso. Morricone è un italiano speciale in quanto a disciplina, autogoverno del corpo e autocontrollo delle emozioni. Da cinquant’anni nel suo studio riceve solo Maria, la donna che gli ha dato quattro figli e che attende alla sua musica con l’apposizione del si stampi. “Faccio sempre sentire prima a lei”. Non amando la piazza, il Maestro ha comprato casa nei pressi dell’Ara Coeli, dalle dimensioni di una piazza. Mille metri quadrati, in modo che al mattino, appena dopo le quattro, quando il suo orologio biologico lo sveglia, possa fare jogging senza la scocciatura di scendere per strada. “Attraverso tutte le camere, anche più di una volta”, ha spiegato. Spirito calvinista ma convinzioni molto patriottiche, Morricone ha scelto, fin quando ha potuto, di votare Democrazia cristiana, esattamente al centro del centro. “Ma ho stimato Craxi e anche Andreotti. Però non ho mai espresso pareri sulla politica, perché non mi compete”, ha spiegato quando qualcuno avanzava una domanda. Una foto lo ritrasse vicino a Beppe Grillo, e il Maestro subito spiegò che lo stimava nella sua arte di comico.

Devoto a Padre Pio (e compositore delle musiche della relativa fiction) Morricone ha conosciuto il fascismo e il dopoguerra, il dolore e la povertà. Ma si è tenuto sempre in mezzo, oppure di lato, a seconda dei punti di vista. Suona la tromba (discepolo del grande Petrassi) per gli occupanti tedeschi, quando Roma ha il collo nel cappio del nazifascismo, e suona la tromba per i liberatori americani.

Bada al sodo, a portare a casa la pagnotta: “Servivano dodici sacchi di truciolato per avere un chilo di pane dal fornaio e io correvo con la bicicletta, avanti e indietro, per conquistarmi il pane e portarlo a casa”. Fa anche il pianista al Florida, un night club dove “sotto i tavoli succedevano cose sconce”. Morricone suonava, non vedeva, non gli interessava. Quando fece irruzione la polizia, e una bella donna, temendo l’arresto, ha l’idea di avvinghiare Morricone in un bacio, al Maestro prende un mezzo colpo. “Era la prima volta che succedeva”. Classe 1928, sposa nel 1956 Maria Travia e due anni dopo il primo figlio arriva. Lui gira, soprattutto negli States, fino a quando non gli prende l’ansia dell’aereo e rallenta le frequentazioni hollywoodiane. Inflessibile nel suo rigore, Morricone ha deciso che da direttore d’orchestra non avrebbe potuto e saputo dirigere che se medesimo. E infatti così sarà. Gli servono almeno 97 elementi, almeno cinque trombe e un grande coro. “Io lo dissi agli amici di Lecce che tanto gentilmente mi avevano chiesto di dirigere la loro Orchestra”. Inflessibile, infaticabile, calvinista.

I suoi ritmi di lavoro sono ineguagliati, Quando la Rai lo assunse (era il 1958) come assistente musicale spiegandogli che, da interno, non avrebbe potuto produrre musica, si dimise. Spieghiamo meglio: presentò la lettera di dimissioni il giorno in cui venne assunto, appena seppe. Morricone pare statua, uomo senza vizi, e per questo antitaliano. Il suo genio è fiore nella selva di erbacce, e sembra che sia l’ultimo.

Ok con riserva a Kavanaugh, i senatori chiedono indagine dell’Fbi sugli “stupri”

Mentre il destino del candidato alla Corte Suprema americana Brett Kavanaugh resta sospeso, la linea americana di aiuto alle vittime di aggressioni sessuali National Sexual Assault Hotline ha registrato un picco di richieste d’aiuto, a seguito della drammatica testimonianza al Senato della docente universitaria Christine Blasey Ford, che ha accusato il giudice scelto da Trump per il posto mancante della Suprema corte di aver tentato di violentarla oltre tre fa. La commissione del Senato che doveva decidere se far proseguire o bloccare l’iter per la nomina ha votato per far arrivare Kavanaugh davanti al Senato riunito, ma ha anche chiesto una settimana di tempo affinché l’Fbi possa compiere indagini dopo le testimonianze delle donne sulle violenze che avrebbero subito in gioventù da parte del magistrato che potrebbe spostare definitivamente il supremo organo giudicante degli Stati Uniti a destra.

Il voto, sofferto e interrotto da proteste da parte dei democratici, è stato ottenuto proprio grazie alla proposta del senatore repubblicano Flake di ulteriori indagini, giudicata da più parti compromesso ragionevole per superare le riserve anche di alcuni senatori Gop.

Il rocker di Maidan, onda della nuova Ucraina

Forse il rock può salvare l’Ucraina e le rime possono fermare la guerra. Forse, pensano i ragazzi di Kiev, può salvare il Paese il cantante Sviatoslav Vakarchuk e l’“Oceano di Elza”, Okean Elzy, il suo gruppo musicale.

Se scrivi il nome del cantautore in Internet in cirillico, il primo suggerimento del server slavo da qualche mese è prezident: è Vakarchuk uno dei possibili candidati favoriti alla presidenza per le prossime elezioni ucraine 2019.

Si candiderà sul serio? Questa domanda è semplice quanto il suo silenzio di risposta, che allude, ma non conferma: sta valutando.

Le conclusioni però le traggono gli ultimi sondaggi del Socis, istituto sociologico internazionale: più del 7 per cento della popolazione sarebbe pronto a votarlo, una percentuale di poco inferiore a quella di Yulia Timoshenko. Il primo concerto dell’anno Vakarchuk ha deciso di farlo proprio il 24 agosto, data non ufficiale di inizio della campagna elettorale, e 80 mila fan allo stadio olimpico di Kiev che potrebbero diventare elettori.

“Non mi arrenderò senza combattere!”. La sua canzone, Bez boyu, senza lotta, la cantavano i ragazzi sulle barricate di Maidan nel 2013 prima che arrivasse lui a intonarla sul palco per sostenere la rivoluzione della piazza gialloblù che mise in fuga l’ex presidente Viktor Yanukovich.

“Se sarà necessario lo farò”, ha detto in passato a chi gli chiedeva di candidarsi, ma adesso potrebbe davvero sfidare la vecchia zarina Yulia Timoshenko e il presidente in carica Poroshenko – che ha appena querelato la Bbc per aver diffuso la notizia secondo cui avrebbe pagato 400 mila dollari a Michael Cohen per assicurarsi un incontro con Trump nel 2017 –.

Nato al confine coi Carpazi più occidentale del Paese, bastione delle forze nazionaliste, Vakarchuk è cresciuto in quella Lviv – Lvov per i russi – che ha appena dichiarato illegale l’uso scritto e parlato della “lingua dell’invasore” nella regione.

Per 24 anni e dieci album, i suoi versi hanno accompagnato alcuni ragazzi all’altare, altri in trincea contro le repubbliche del Donbass.

Fisico come tutti nella sua famiglia, politico come quasi nessuno nell’industria musicale ma come suo padre, ex ministro dell’Educazione, Vakarchuk nel 2007, eletto con il partito Blocco di auto-difesa, entra al Parlamento ma non resiste, non riesce a respirare quella che chiama “atmosfera di corruzione” e dopo un anno abbandona gli scranni.

“Un esercito, una polizia muscolare” sarebbero la sua risposta efficace all’immorale classe politica d’Ucraina. Nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, ha rinunciato a cantare nel paese dove in milioni lo ascoltano, la Russia, e le arene erano piene da Mosca a Vladivostok nonostante cantasse in ucraino.

Non solo l’aedo della rivoluzione: anche il comico più famoso del Paese, Volodomyr Zelensky, potrebbe scegliere di percorrere la strada che porta alla Verkhovna Rada, Parlamento di Kiev.

In quell’Ucraina dove il 6 per cento della popolazione sarebbe pronto a votarlo, è diventato famoso per la serie “servitore del popolo”: recita la parte di un professore di Storia che diventa presidente del Paese per sbaglio.