Razzismo della busta paga: il colore della pelle costa caro

“Pensa che l’Nhs sia razzista?”. “Sì”. C’è dell’ironia nel fatto che tocchi al dottor Chaand Nagpaul – il primo presidente non bianco nei 186 anni di storia della British Medical Association, l’associazione dei categoria dei medici britannici – commentare gli sconfortanti dati di un approfondito studio sulle discriminazioni salariali nel servizio sanitario britannico. Verdetto senza possibilità di equivoci: perfino per il servizio pubblico non conta il merito, conta il colore della pelle.

Lo studio di Nhs Digital ha incrociato salari e appartenenza etnica di 750 mila dipendenti della Sanità pubblica, dagli inservienti ai primari: in qualsiasi mansione, i lavoratori di colore – britannici, africani, Caraibici – guadagnano meno dei bianchi con identiche responsabilità.

Fra i medici più esperti, i neri guadagnano fino a 10 mila sterline in meno all’anno rispetto ai colleghi bianchi.

Gli infermieri neri in media 1.870 sterline meno di quelli bianchi. Per le infermiere il gap è di 2.700 sterline. E la discriminazione non si ferma a questo.

Fra i 100 mila medici impiegati dall’Nhs, circa un terzo appartiene a minoranze etniche, principalmente nere o asiatiche. Ma solo 7 su 100 occupano posizioni manageriali o di vertice. E i dati dimostrano che i medici bianchi sono anche meno soggetti a sanzioni disciplinari, mentre i colleghi di minoranze etniche vengono deferiti più spesso agli organi di vigilanza e gli errori puniti più duramente.

Fra gli specialisti, i bianchi guadagnano in media il 3,5% in più dei neri, quasi il 5% più degli asiatici e oltre il 6 più di quelli di etnia mista. Differenze che la maggior anzianità media dei dottori bianchi non basta a giustificare.

Se di questo fenomeno servisse un testimonial, il sessantenne dottor Nagpaul sarebbe il candidato perfetto.

Arrivato nel Regno Unito dal Kenya a 7 anni, figlio di immigrati indiani, sostiene che la sua domanda per diventare medico di famiglia sia stata respinta nove volte a causa del suo cognome.

“In ogni fase della mia carriera ho dovuto lavorare molto più duramente del normale per andare avanti. Ho dovuto accettarlo, ma non ci sono dubbi sulla mancanza di eguali opportunità nell’Nhs”.

Il sottosegretario alla Salute, Stephen Barclay, promette: “Stiamo lavorando a un piano per affrontare le disuguaglianze. Abbiamo pubblicato questi dati proprio perché siamo determinati a fare dell’Nhs un luogo di lavoro più inclusivo ed egualitario”. E ci sono progressi, almeno in Inghilterra, dove il numero di medici di minoranze etniche in posizioni senior, secondo Nhs England, è aumentato del 18% in due anni.

Una parte della società britannica, principalmente nel settore pubblico, tenta di fare i conti con le proprie storture: raccoglie segnalazioni, commissiona analisi, lancia sondaggi e, di fronte alle costanti evidenze di un’integrazione ancora mal riuscita, avvia meticolose politiche di inclusione.

Ma quello della discriminazione delle minoranze etniche è uno fenomeno così pervasivo che ha smesso di stupire, mentre aumentano il risentimento e la disillusione di intere comunità.

“Migranti schiavi delle milizie in guerra”

Migranti usati come manovalanza dalle milizie durante la guerriglia per le strade di Tripoli. Nuove storie di schiavismo, di coercizione e di vergogna dalla Libia. La denuncia arriva dai diretti interessati e da quanto raccolto dalle organizzazioni umanitarie. Un gruppo di profughi del Corno d’Africa, almeno 200 persone tra cui una sessantina di bambini e minori, recluso nel centro denominato ‘Semaforo 70’, sopravvive in condizioni drammatiche. Siamo a Faruja, periferia sud della città, epicentro di combattimenti tra gruppi armati che in un mese (26 agosto-26 settembre) hanno fatto 117 morti ufficiali e circa 600 feriti. Uno dei 25 campi dove le organizzazioni internazionali entrano in supporto di profughi, Unhcr in particolare. O meglio entravano, visto che ciò, per motivi di sicurezza, non accade da quasi due mesi. Una fonte confidenziale a Tripoli ha raccolto il racconto di uno dei migranti: “Il centro è sotto il controllo di una milizia. Molti di noi vengono presi di forza, portati nella zona degli scontri e usati per trasportare armi e munizioni in prima linea, col rischio di essere uccisi. Altri vengono sfruttati per fare le pulizie negli uffici e nelle caserme dei capi, anche se stremati e in pessime condizioni di salute. Siamo gli schiavi moderni in mezzo ad una guerra civile. I miliziani ci vedono come merce di scambio e la vita nel centro è un inferno. Non abbiamo ricevuto acqua e cibo per quasi una settimana. Assetati, alcuni hanno bevuto acqua da pozzi e rubinetti insicuri e soffrono di violenti attacchi di dissenteria. La gente sta male e non viene curata, siamo allo stremo”.

Una situazione analoga è stata registrata in un altro centro lontano dal cuore della capitale, a Qasr Ben Gashir. L’allarme è stato raccolto dall’Unhcr, dall’Oim (l’agenzia Onu per i migranti) e da altre organizzazioni operative sul territorio. L’unica speranza per migliaia di profughi rinchiusi e veri e propri lager. A causa dell’instabilità. Tripoli è diventato un campo di battaglia e per il settore umanitario è difficile raggiungere i quartieri in conflitto. Ci sono strutture dove Unhcr e Oim non riescono a operare da mesi, difficile dunque capire la portata della tragedia, lontana dai radar della cooperazione.

Il cessate-il-fuoco siglato mercoledì sembra reggere, per ora, e ciò ha permesso quanto meno di tappare alcune falle. Come garantire cibo e accesso ad acqua potabile, coperte, prodotti per l’igiene e cure mediche di primo soccorso. Tra i migranti numerosi i casi di tubercolosi, scabbia e altre malattie trasmissibili, ma anche infezioni purulente, ferite non trattate e ustioni gravi. Tanti avrebbero bisogno di trattamenti sanitari e interventi chirurgici.

Un pezzo di Libia di cui il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, dovrà tener conto in Senato quando martedì riferirà a proposito di ciò che sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo. Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha diffuso le statistiche esatte sulle vittime degli scontri dell’ultimo mese: 108 maschi e 9 femmine, 8 minorenni e 3 bambini sotto i 5 anni. In tutto 79 giovani tra i 18 e i 35 anni. I morti libici sono 106, 11 non libici: tra loro 1 turco, 2 del Niger, 1 siriano, 1 egiziano, 2 ivoriani, 1 burkinabè, 1 nigeriano; 2 sono rimasti sconosciuti.

Dundar rompe le uova nel paniere del Sultano

Lo scontro sui diritti umani che ha rischiato di esplodere sul caso del reporter turco Can Dundar, disturba rumorosamente i tentativi di riavvicinamento fra Berlino e Ankara, ma è chiaro che, sia pur con grandi difficoltà, il dialogo è stato riavviato ieri nella Capitale tedesca. E con questo, è ripartita la cooperazione economica. Angela Merkel non ha potuto tacere “profonde differenze” con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, nella conferenza stampa con il presidente turco, ospite in cancelleria. Ma ha anche sottolineato la “necessità del dialogo per risolvere le divergenze, senza non si possono trovare posizioni comuni”. La visita ufficiale del presidente è costellata di provocazioni. Erdogan ha minacciato di disdire la conferenza stampa, se vi avesse preso parte anche l’ex direttore di Cumhuriyet, giornalista accusato di terrorismo in Turchia e in esilio in Germania dal 2016.

I diplomatici hanno lavorato per superare l’ostacolo, fino a quando Dundar ha rinunciato personalmente a prendere parte all’incontro con la stampa. Nelle stesse ore si è saputo che la Turchia chiede alla Germania l’estradizione dell’ex direttore – un tempo firma molto nota nel suo Paese – ed Erdogan ha presentato una lista di 69 nomi di persone che vivrebbero in Germania, accusate di terrorismo dal suo regime. “È un agente e ha violato il segreto di Stato”, ha tuonato il presidente, interpellato sul caso dai giornalisti tedeschi. Merkel ha replicato di non esser d’accordo: “È noto che su questo caso vi siano delle controversie. E che io non sia della stessa opinione lo confermo”. Lo stesso Dundar ha preso la parola nel pomeriggio: “Erdogan ha mentito 4 volte in 4 risposte”, ha attaccato.

“È un classico metodo degli autocrati dire che gli oppositori sono agenti o terroristi. Io ho reso noto un traffico di armi illegale all’estero da parte dei servizi segreti”. “Noi abbiamo pubblicato le foto. E lui sa molto bene che ha commesso un reato internazionale”.

In una città blindata da 4.200 agenti (il livello di sicurezza 1, cui la città è sottoposta per tre giorni, è quello dell’ultima visita di Obama) e fra molte manifestazioni di protesta, in 10mila hanno sfilato allo slogan “Erdogan not Welcome”, la visita segna comunque una svolta. Merkel ha annunciato la missione in ottobre del suo ministro dell’Economia in Turchia, ribadendo che “la Germania non ha interesse a una destabilizzazione economica” sul Bosforo. “Trovo molto importante collaborare con la Germania in ambito economico in una situazione win-win”, ha ammesso il sultano, a Berlino per chiedere aiuto nella crisi finanziaria turca, che preoccupa anche l’Europa. I due leader hanno sottolineato l’importanza di una maggiore collaborazione anche sul fronte del terrorismo e Merkel ha annunciato una riunione a 4 in ottobre, con i presidenti di Francia e Russia, sulla Siria. “In Germania ci sono migliaia di attivisti del Pkk e centinaia del movimento di Gulen”, ha provocato Erdogan. Merkel ha sottolineato che il Pkk è illegale in Germania, affermando invece che sul movimento di Gulen, Berlino aspetta di avere “più informazioni”: al momento “l’assimilazione” ai terroristi curdi non è confermata.

Iniziata nella dimora presidenziale, dove è stato accolto da un freddissimo Frank Walter Steinmeier e gli onori di Stato, la giornata di Erdogan si chiuderà al banchetto di Stato, di nuovo a Bellevue.

Domani il sultano inaugurerà la moschea di Colonia. Ma le polemiche sulle sue politiche e sulla sua presenza continueranno: la sindaca della città renana ha già fatto sapere che boicotterà l’evento.

 

Hackerati 50 milioni di account Facebook. “Falla subito riparata”

Nuovi guai per Zuckerberg. Facebook ha ammesso di aver scoperto all’inizio della settimana un attacco hacker che ha preso di mira circa 50 milioni di account, mettendo a rischio le informazioni personali degli utenti coinvolti. Una tegola per il colosso dei social media, già nell’occhio del ciclone per lo scandalo della Cambridge Analytica. Gli hacker, la cui identità e provenienza restano al momento sconosciute, avrebbero sfruttato la falla nella funzione di un codice Facebook. Falla che ha permesso di entrare nei profili di una larghissima fetta di utenti. In particolare la funzione ‘bucata’ si chiama ‘View As’ ed è quella che permette agli utenti di vedere come il proprio profilo appare agli altri utenti. L’intrusione ha permesso agli hacker di avere accesso ai ‘token’, quelle chiavi digitali usate per restare sempre collegati alla piattaforma senza dover ogni volta digitare la password e che possono essere utilizzate anche per controllare gli account di altre persone. La falla comunque, assicura Menlo Park, è stata riparata e i token dei 50 milioni di utenti colpiti sono stati resettati. Come precauzione l’azienda ha resettato anche i token di altri 40 milioni di utenti che hanno usato la funzione ‘View As’ nell’ultimo anno.

Da “uomo dei sogni” a incubo della Borsa: parabola Elon Musk

Se ci fosse un premio per l’imprenditore più abile nell’agitare le acque, giocare coi mercati, confondere le idee e provocare, Elon Musk non solo lo avrebbe già vinto, ma probabilmente ne sarebbe l’ideatore. Ieri il titolo di Tesla, la casa automobilistica americana guidata dal visionario – nonché creatore del servizio di pagamento virtuale Paypal – Musk, è crollato in Borsa e ha perso il 12 per cento dopo l’annuncio da parte della Sec, l’organo di vigilanza sulla borsa americana, di una indagine per frode.

Elon Musk è colpevole di aver pubblicato un tweet, il 7 agosto, in cui annunciava l’intenzione di ritirare l’azienda, che produce auto elettriche di lusso e ad altissima tecnologia, dalla Borsa a 420 dollari per azione, assicurando che i fondi per la transazione erano disponibili. Oggi la Sec definisce quelle affermazioni “false” e “ingannevoli”, crede che la scelta della cifra “420” sia riconducibile al simbolismo dei fumatori di marijuana e che si sia trattato dell’ennesimo scherzo per provocare i mercati (come pesce d’aprile aveva annunciato bancarotta) e soprattutto per sfidare le pressioni a cui è sottoposta l’azienda, dalle fluttuazioni dei titoli alle scommesse negative degli short seller, passando per il vincolo dei risultati trimestrali che rischiano di boicottare l’innovazione tecnologica, che ha bisogno di tempo e concentrazione.

L’idea del delisting sembrava dover prendere corpo, con tanto di comunicazioni ai dipendenti e note del consiglio di amministrazione. A fine agosto, però, c’era stata la marcia indietro: “È chiaro che la maggior parte degli attuali azionisti di Tesla ritiene che sia meglio se restiamo in Borsa – aveva detto – sapevo che il processo sarebbe stato difficile, ma è chiaro che sarebbe ancora più lungo e faticoso di quanto anticipato inizialmente”. Musk, insomma, non aveva discusso con nessuno della possibilità di ricomprare Tesla, neanche con i dirigenti (che rappresentano gli interessi degli altri azionisti, visto che Musk non ha la maggioranza delle azioni).

Sregolatezza negli affari e nella vita vanno però di pari passo: al New York Times ha raccontato di aver lavorato in media 120 ore alla settimana (17 ore al giorno) negli ultimi anni e che per dormire fa sistematicamente ricorso all’Ambien, un forte medicinale contro l’insonnia con controindicazioni come stanchezza, perdita di coordinamento motorio e carenza di concentrazione. Non pago, durante un’intervista radiofonica trasmessa in diretta video ha bevuto whisky e fumato marijuana (legale in California, dove aveva sede). Ha spiegato di non essere “un consumatore abituale”, perché crede che “non sia positivo per la produttività” ma ha comunque suscitato molte polemiche. Ancora prima, a luglio, aveva proposto un mini sommergibile per contribuire a liberare la squadra giovanile di calcio intrappolata in una grotta in Thailandia. Vern Unsworth, uno dei sommozzatori responsabili del recupero aveva dichiarato che l’arrivo di Musk sul posto e la sua insistenza erano stati inutili e Musk aveva reagito dando a Unsworth del “pedofilo”. Una parabola, insomma, per l’uomo che sogna di portare i turisti sulla Luna entro il 2023 grazie alla sua SpaceX, di cambiare il mondo grazie all’energia rinnovabile e alla sapiente applicazione dell’intelligenza artificiale e che a gennaio 2018, con un patrimonio di 20,9 miliardi di dollari, era al 53esimo posto della lista dei più ricchi del mondo secondo Forbes.

Non resta che aspettare il 2019 per capire come abbiano influito sul suo patrimonio questo anno delirante e i limiti nella produzione degli ultimi modelli di Tesla che non hanno sempre soddisfatto le aspettative degli investitori. L’anno scorso, infatti, nonostante le perdite record (675 milioni di dollari a fine 2017) e l’urgente bisogno di liquidità (a maggio Moody’s sosteneva che Tesla avesse bisogno di raccogliere circa 2 miliardi per compensare la perdita di liquidità), aveva comunque raccolto la fiducia degli investitori. Ora, l’incognita. “Le dichiarazioni, diffuse via Twitter, indicavano falsamente che se avesse voluto, sarebbe stato virtualmente in grado di operare un delisting di Tesla a un prezzo di acquisto che rifletteva un premio sostanziale rispetto ai livelli di Tesla, che i fondi per la transazione multimiliardaria erano assicurati e che l’unica mossa da attendere era il voto degli azionisti”, ha spiegato la Sec nella denuncia depositata giovedì. Poi la richiesta: che il capo del gruppo automobilistico non gestisca più una società quotata a Wall Street. Difficile interpretare la reazione dei mercati: sono arrivati al limite della loro pazienza o temono che la perdita della leadership di Musk possa innescare il declino di Tesla?

Una condanna per Asia e un premio per Lory

Che il mondo vada alla rovescia lo sospettiamo ogni giorno di più, che i media stanno rotolando alla rovescia, beh, di questo abbiamo le prove. Prendete Asia Argento, anzi, l’affaire Asia Argento; le supposte violenze perpetrate, o ricevute, o trattate, con l’ignoto (fino a un istante prima) Jimmy Bennett… di tutto ciò il video si sta pascendo alla grande, venghino venghino, se non ci sono i diretti interessati si può disquisire in contumacia dei dettagli più piccanti con opinionisti tirati a sorte. Nessun timore di violare privacy e buon gusto, anzi, chi più ne ha più ne metta. Ma l’ipotetica malafemmina è anche giudice di X Factor, dove sta dando prova del proprio talento vagamente psicolabile. In un mondo decente sarebbe l’unica Argento pienamente legittimata ad apparire in Tv; e invece ecco calare la mannaia del politically correct, al cui confronto Torquemada è un facilone.

Poi c’è una certa Lory Del Santo che in Tv vive notte e giorno, e non ha tolto la brandina nemmeno di fronte alla morte del figlio. Più soffre e più si offre; dichiara (in televisione) di voler partecipare al Grande Fratello Vip come terapia – strana terapia, visto che da sempre il suo unico scopo di vita è stare sotto i riflettori. Qui un’interdizione poteva starci, forse era doverosa di fronte a una madre che vuole elaborare il lutto via reality. Macché: porte chiuse al giudice Asia Argento, porte spalancate alla degente Lory Del Santo. Povera Tv, è nata elettrodomestico, morirà discarica.

Se si vuole togliere l’Ordine ai giornalisti

“Non è mai una buona cosa mettersi contro la stampa” (da “Luci nella notte” di Georges Simenon – Adelphi, 2005 – pag. 164)

Èvero che gli Ordini professionali derivano dalle corporazioni e che fu il fascismo a introdurli per alcune categorie, con la legge n. 897 del 1938. Ed è anche vero, come ha già ricordato nei giorni scorsi il direttore Marco Travaglio, che la loro abolizione è stata sostenuta da un grande liberale come Luigi Einaudi, oltre che dai radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino. Ma ciò non toglie che “stralciare” l’Ordine dei giornalisti, istituito nel 1963, rappresenta – anche al di là delle intenzioni – un segnale preoccupante contro il diritto all’informazione che riguarda tutti i cittadini. Un avvertimento, una ritorsione o una rappresaglia, nei confronti di quel corpo intermedio o “quarto potere” a cui in ogni democrazia spetta il compito di controllare i poteri costituiti: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.

Il sistema editoriale italiano, come abbiamo scritto più volte in passato, non è esente nel suo complesso da vizi, limiti e difetti: a cominciare dalla progressiva estinzione del cosiddetto “editore puro”, cioè l’editore per mestiere e passione civile che non ha interessi estranei da tutelare, né industriali né economici o finanziari. E la stampa, per dire i giornali, le televisioni, le radio e ora anche i siti online, non è certamente immune da peccati, colpe e omissioni. Ma resta il fatto che nessun Paese democratico può farne a meno né può fare a meno dei giornalisti, buoni o cattivi che siano.

Cominciare proprio dall’abolizione del loro Ordine professionale, dunque, equivale a intimidire un’intera categoria, a soffocarne l’autonomia e l’indipendenza, esponendola ancor più alla pressione degli editori. Significa smantellare una funzione fondamentale per la difesa della democrazia. Al di fuori di una riforma organica di tutti gli Ordini – quello dei medici, degli avvocati, degli ingegneri, degli architetti e così via – diventa un attacco alla libertà d’informazione, d’opinione e anche di critica, garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Lo stesso Einaudi, pur essendo favorevole all’abolizione, diceva: “Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata l’obbligatorietà dell’iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”. Ed è proprio questo il punto. Un conto è abolire l’iscrizione obbligatoria, come ipotizzava Einaudi, un altro conto è abolire un organo di autodisciplina che regola il comportamento dei suoi iscritti nell’esercizio delle loro funzioni, a tutela dei cittadini lettori e telespettatori, titolari del diritto all’informazione. E in quanto tale, funziona anche da deterrente in forza delle sue carte deontologiche, sulla privacy, sui diritti dei minori e dei malati.

Chi ormai ha quasi cinquant’anni di mestiere alle spalle può dire onestamente che il nostro giornalismo non sarebbe migliore senza l’Ordine professionale. Tanto più nell’era delle fake news, diffuse dalla comunicazione digitale all’insegna della post-verità: un genere di notizie false, propalate deliberatamente a fini di disinformazione, che non hanno nulla a che vedere con quelle inesatte, imprecise o scorrette dei giornali o delle televisioni. Tutto ciò non esclude che, insieme agli altri Ordini professionali, anche il nostro venga riformato o abolito, senza intenti intimidatori o persecutori. Se si indebolisce la libertà di stampa, si mettono a rischio tutte le altre libertà.

Vilipendio, doppio stipendio e codice rocco

La notizia che Umberto Bossi è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al capo dello Stato poiché in un comizio del 29 dicembre 2011 aveva dato del “terrone” a Giorgio Napolitano aggiungendovi il gesto delle corna, era passata quasi sotto silenzio.

Ma ieri, su Libero, scende in campo da par suo Renato Farina, il noto “Betulla”, che quando era vicedirettore di quel giornale collaborava per denaro con i Servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie false (che i nostri Servizi si siano serviti di una nullità come Farina la dice lunga sulla loro efficienza).

Giuliano Ferrara, anch’egli giornalista e anch’egli al soldo dei Servizi segreti, questa volta americani, la Cia, lo difese così: “Farina ha preso due stipendi? Che male c’è? Se uno fa due lavori è ovvio che prenda anche due stipendi”.

Che sarebbe come dire che è giusto che un poliziotto prenda uno stipendio dallo Stato e che un altro stipendio lo ricavi dalla refurtiva che requisisce a suo uso e consumo.

Naturalmente Farina non affronta il nocciolo della questione ma prende slancio da questa sentenza per attaccare la magistratura (e che altro potrebbe fare uno che agisce nell’orbita del “delinquente naturale”?) e per somministrarci una dotta disquisizione sul termine “terrone” dandosela da uno che la vita la conosce bene mentre in realtà ha frequentato solo oratori e le scuole delle “figlie di Maria”.

La magistratura applica le leggi. E le leggi le fa o le convalida il Parlamento.

Ciò che si dovrebbe fare oggi non è impetrare una grazia per Bossi, come fa Farina, ma chiedere e ottenere dal Parlamento, non a favore di Bossi ma di tutti i cittadini di questo Paese, l’abrogazione di tutti i reati di opinione di cui è zeppo il nostro Codice penale, eredità del Codice Rocco vigente durante il regime fascista, fra cui c’è anche il vilipendio: della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali, delle Forze Armate, alla bandiera o altro emblema dello Stato, alla Nazione italiana, alla religione dello Stato. Per non farci mancar nulla a queste leggi liberticide ne abbiamo aggiunta un’altra, ancora più aberrante, la legge Mancino del 1993 che punisce l’odio razziale, etnico, religioso, nazionale.

Per la prima volta nella storia, credo, si sono volute mettere le manette anche ai sentimenti. Perché l’odio è un sentimento, come l’amore, la gelosia, l’ira. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e di aderire alle ideologie, anche quelle che appaiono più aberranti, quelle naziste e fasciste, che più sento vicine.

L’unico discrimine in Democrazia è che nessun sentimento o idea, giusta o sbagliata che sia, può essere fatta valere con la violenza.

È il prezzo che la Democrazia, ammesso che un sistema del genere esista, paga a se stessa. Altrimenti si trasforma in una sorta di teocrazia laica.

Ma uno dei problemi della cosiddetta democrazia italiana non sono solo i partiti che, debordando dalle disposizioni costituzionali, ammesso che la Costituzione abbia un senso, hanno occupato tutte le Istituzioni, tutte le aziende di Stato e del parastato, di cui la Rai è solo l’esempio più evidente, ma sono proprio i giornalisti, quasi tutti i giornalisti che, senza arrivare agli estremi di Renato Farina o di Giuliano Ferrara, prendono due stipendi, uno dalle case editrici per cui lavorano, l’altro attraverso i vantaggi che ottengono dai partiti o dalle lobby cui si sono affiliati.

Costituzione, errori da non ripetere

Malgrado la vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016 sulle modifiche della Costituzione volute da Renzi, la nuova maggioranza Lega-M5S prova a sua volta a modificare la Costituzione con varie proposte. Da decenni si susseguono tentativi di scaricare sulla Carta costituzionale le difficoltà di governare. Certo, maggioranza e governo attuali non hanno dimenticato le intemerate di Alessandro Pace e altri costituzionalisti contro i pacchetti che hanno affastellato modifiche incoerenti della Costituzione e hanno presentato proposte singole. Tuttavia il valore delle modifiche della Costituzione proposte ora va oltre la somma delle singole proposte. Tanto più che queste proposte sono presentate da governo e maggioranza senza un confronto pubblico preventivo. E chi prima ha partecipato allo schieramento per il No nel referendum del 4 dicembre ora ne ripropone alcuni punti bocciati.

Partiamo dal Cnel, proprio perché la sua abolizione viene considerata una battaglia vinta in partenza. Ammesso che sia da abolire, manca qualunque proposta di cosa potrebbe prenderne il posto. Il “dialogo sociale” istituito nel 1993 dall’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi può essere il riferimento.

Sulla riduzione del numero dei parlamentari: è in corso un attacco al ruolo del Parlamento, descritto come scarsamente produttivo, in prospettiva perfino da superare, peccato sia un architrave della Costituzione della nostra Repubblica. La ragione per ridurre i parlamentari sembra stare nei risparmi e conferma la sottovalutazione del problema. Il nuovo governo ha imparato in fretta difetti di quelli precedenti, usa a piene mani i decreti legge e ora pure i voti di fiducia. Tutti strumenti che sviliscono il ruolo del Parlamento, lo rendono subalterno al governo. Dai Cinque Stelle ci si poteva attendere più attenzione al ruolo del Parlamento, basta ricordare le parole di Roberto Fico all’insediamento da presidente della Camera.

Il problema è piuttosto mettere in sicurezza il nostro assetto costituzionale da tentazioni presidenzialiste e accentratrici della destra e della Lega. Per questo sarebbe preferibile riprendere la storica proposta di Stefano Rodotà e Gianni Ferrara di puntare su una sola Camera legando questa modifica a un sistema elettorale proporzionale e dando la certezza agli elettori di poter scegliere tutti i parlamentari.

Rivedere il numero dei parlamentari ha senso se insieme si rilancia il ruolo del Parlamento come fondamento della democrazia costituzionale e rappresentante effettivo degli elettori. Per questo il numero dei parlamentari è in stretto rapporto con la funzione e la composizione del Parlamento che dovrebbe avvenire sulla base di due criteri di fondo: gli elettori scelgono i parlamentari e la rappresentanza è proporzionale. Altrimenti la riduzione dei parlamentari può essere l’occasione per un colpo decisivo al ruolo del Parlamento e quindi alla Costituzione.

Per i referendum ci sono proposte interessanti. Il quorum per la validità dei referendum è da rivedere in modo da incentivare la partecipazione al voto anziché l’opportunismo astensionista, ma azzerare il quorum porta all’eccesso opposto e quindi va individuato un punto di equilibrio tra quorum attuale e azzeramento, tanto più se oltre a quello abrogativo verrà introdotto anche il referendum propositivo.

Non va poi dimenticato che i referendum debbono essere esigibili, quindi occorre intervenire sul numero e modalità di raccolta delle firme, sugli alti costi, e fin dall’inizio del percorso occorre la certezza della validità del quesito. Quindi semplificazione, informatizzazione della raccolta delle firme, eliminazione dei certificati inutili, costi accessibili, sono tutti problemi da risolvere, anche per le proposte di legge di iniziativa popolare. Ci sono proposte che potrebbero essere raccolte dai lavori parlamentari.

Risolvere i problemi di incompatibilità e ineleggibilità dei parlamentari affidandoli alla Corte costituzionale, o a un organo giurisdizionale ad hoc, è un’idea interessante. C’è un vuoto preoccupante nelle iniziative costituzionali del governo sull’autonomia delle Regioni. L’attuale versione dell’articolo 116 viene interpretata dal governo e da una parte delle Regioni in chiave di sostanziale rottura dell’unità nazionale, di diversificazione dei diritti effettivi dei cittadini. Il governo non può rinunciare al suo ruolo nazionale e costituzionale e il giudizio sulle proposte di modifica della Costituzione inevitabilmente verrà influenzato dalla soluzione di questo problema.

La Costituzione non è monopolio della sola maggioranza ma garanzia per tutti.

 

Mail box

 

Chi ha governato finora non ha il diritto di criticare

Ora l’accusa è quella di distribuire soldi alla gente facendo debiti. Nel contempo, c’è chi irride il governo perché darebbe solo pochi spiccioli ai 6,5 milioni di poveri. È davvero surreale che a dire queste cose siano quelli che hanno governato finora, lasciando una voragine di debiti e di ingiustizie e facendo dell’Italia uno degli Stati più indebitati tra i paesi sviluppati. È sotto gli occhi di tutti che il malgoverno dei Partiti di Destra e Sinistra al potere per decenni ha creato un deficit mostruoso, usato per finanziare i privilegi, gli sperperi, per regalare soldi alle banche o sovvenzionare Onlus e l’affare migranti, creando i problemi enormi che conosciamo. Come dei Robin Hood alla rovescia, hanno tolto agli italiani poveri per donare ai ricchi. Questo governo, per restituire un po’ di speranza e dignità alle persone alle quali erano state tolte, non aveva molte alternative. Lo ha fatto entro margini di rischio ritenuti sostenibili, già concessi in misura anche maggiore ad altri Stati. Ora vedremo quali saranno le conseguenze dei prevedibili attacchi dei ‘poteri forti’, che controllano Borse e mercati. La censura degli ultimi scherani di Mr. B. era scontata. Però, che la critica più dura venga da quella autentica gang che si è addensata attorno al Pd di Renzi, è davvero inaccettabile. Al di là di fini disquisizioni ideologiche, qualcuno diceva che la differenza tra una politica di Destra e di Sinistra è semplice: se quando servono soldi metti le mani nelle tasche dei poveri fai una politica di Destra; se le metti nelle tasche dei ricchi, fai una politica di Sinistra. Anche queste ultime reazioni rendono evidente anche a un cieco, che Pd e soci non hanno più nulla di Sinistra.

Mario Frattarelli

 

Una proposta per chi ha la laurea triennale

A 56 anni a novembre, con un appello per la triennale di Scienze Politiche, sono contento che si parli della possibilità che basti la laurea per insegnare. Ovvio, le materie inerenti al tuo corso di studi, di cui hai superato gli appelli. Posso avanzare una proposta?

Chi ha la triennale può, facendo domanda nelle scuole superiori e medie, svolgere attività di insegnamento in caso di sostituzione per malattia. Potrà presentare la domanda in un massimo di 6 scuole, ovunque si trovino. Unico possibile limite, la sua possibilità di raggiungerle.

Michele Schiavino

 

Csm, Mattarella avrebbe dovuto ostacolare l’elezione di Ermini

Mentre i dioscuri Salvini e Di Maio vincono la battaglia con il ministro Tria, fissando il tetto del rapporto deficit-Pil al 2,4% anziché all’1,6%, su cui insistevano, invece, lo stesso ministro e l’Ue, il governo Lega-5S riceve una sonora sberla dalla elezione del renziano Ermini alla vicepresidenza del Csm. La cosa è grave perché – come dice Di Maio – è evidente che “il sistema”, e cioè l’establishment, non intende arretrare nella lotta soprattutto contro i 5S, e l’avere messo il renziano Ermini come vicepresidente la dice lunga sulla prossima politica del CSM nella gestione amministrativa e giudiziaria della magistratura. Mi chiedo come mai l’attento difensore degli equilibri fra i poteri della Repubblica, e cioè il presidente Mattarella, non sia intervenuto ostacolando l’elezione di Ermini (per nulla indipendente), come ha fatto per es. quando ha impedito che Savona diventasse ministro dell’Economia. Quanto, poi, al gesto dell’eletto Ermini di volersi cancellare subito dal Pd e di dimettersi dagli organi politici da lui occupati, si tratta evidentemente solo di un gesto ipocrita.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento alla rubrica “Lo dico al Fatto” del 27 settembre, dal titolo “Scuola. Altro che troppe docenti donne, si cerchi la vera ragione dei maschi somari”, gli autori dell’articolo citato, Peter Birch e David Crosier, ci tengono a precisare che l’interpretazione data alle loro parole dal Sig. Angelo Fratini, e in seguito dalla giornalista Daniela Ranieri, è totalmente errata e non basata sull’articolo originale. Il titolo e i ragionamenti sviluppati propongono infatti una tesi fuorviante rispetto a quella avanzata nel pezzo Eurydice. Quanto pubblicato sul sito di Eurydice non afferma in alcun modo che ci siano “troppe insegnanti donne” e che ciò sia la causa di una peggiore performance maschile tra i banchi di scuola, bensì sottolinea che la letteratura scientifica a disposizione dimostra l’assenza di una correlazione tra sesso degli insegnanti e risultati scolastici (ragionamento di cui si è appropriata la giornalista rispondendo al lettore). L’articolo originale contesta quindi la visione, espressa in alcuni studi, secondo la quale mancherebbero agli studenti i ruoli maschili. Cito testualmente (traduzione in italiano): “L’impatto sul rendimento degli studenti è tuttavia discutibile, e vi è una considerevole evidenza empirica che le interazioni di genere non sembrano essere correlate alle prestazioni degli studenti. E quando richiesto, gli studenti sembrano essere più interessati alle competenze, agli atteggiamenti e alle prestazioni degli insegnanti piuttosto che al loro genere)”. Inoltre, preme evidenziare che il pezzo originale non è uno “studio europeo”, ma un articolo che raccoglie e commenta vari studi svolti sulla questione.

Anna Maria Volpe, Communication Adviser, European Commission