Funerale. “Zanza” e l’ipocrisia cattolica sul sesso, nonostante papa Francesco

La famiglia di Maurizio “Zanza” Zanfanti, il celebre playboy romagnolo, ha fatto sapere che il parroco don Raffaele Masi si è rifiutato di celebrare le esequie, che si terranno comunque con rito cattolico. Il diniego del parroco non è in controtendenza rispetto alle ultime aperture della Chiesa in tema di sessualità? Qualche giorno fa, Papa Francesco ai giovani della diocesi di Grenoble-Vienne ha detto che il sesso è un dono di Dio e non bisogna avere tabù.

Arturo Piacentini

 

Gentile Piacentini, quelli di Zanza – morto “nell’adempimento del dovere” come scritto da Antonio Padellaro – sono funerali cattolici negati a metà. Il parroco da lei citato non voleva “clamore mediatico” e alla fine la diocesi di Rimini ha precisato di assicurare “preghiere al defunto” e ha ribadito che il rito religioso si svolgerà oggi pomeriggio nella chiesa del cimitero riminese. Fin qui la cronaca. Poi ci sono le sue domande intorno all’interpretazione di quel “clamore mediatico” addotto per chiudere le porte della parrocchia di Zanza. C’entrano il sesso e la sessuofobia millenaria della Chiesa? Certo che sì. Forse le parole che lei ricorda di Bergoglio non sono proprio adattabili al modello di vita incarnato dal famoso playboy romagnolo, ovviamente dal punto di vista cristiano – e in ogni caso questo non giustificherebbe il rifiuto del parroco – ma la sostanza è chiara. Per un semplice motivo: mai come oggi le lacerazioni della Chiesa rivoluzionaria di papa Francesco si giocano soprattutto sul sesso. Da un lato ci sono i numerosi scandali di pedofilia nel clero, cui s’aggiunge l’eterna questione dell’omosessualità “nascosta” di centinaia di sacerdoti. Dall’altro c’è invece l’opposizione a Bergoglio della destra farisea e tradizionalista che impugna la bandiera della sessuofobia, in nome della Dottrina e non della misericordia. È accaduto sulle aperture a separati e divorziati nell’Amoris Laetitia oppure quando è esploso il caso dei Cavalieri di Malta, con l’estromissione di un nobile tedesco (poi riabilitato da Bergoglio) accusato di aver distribuito preservativi nei Paesi martoriati dall’Aids. Come vede le resistenze al riformismo di questo pontefice sono notevoli. Sono ancora in tanti nella Chiesa a temere il sesso più di ogni altra cosa, più della povertà o della corruzione. Quest’anno cadono pure i 50 anni della Humanae Vitae di Paolo VI sul matrimonio. All’epoca ci fu un cardinale che disse che il sì alla pillola avrebbe aperto la strada alle “intemperanze della libidine”. Capito?

Fabrizio d’Esposito

Fatture inesistenti. Yacht Force Blue: Briatore assolto

Condanna annullata. Ci sarà un nuovo processo d’appello per Flavio Briatore e altri tre coimputati accusati di reati fiscali relativi al megayacht Force Blue. La Cassazione ha annullato la condanna a 18 mesi emessa dalla Corte d’appello di Genova nel febbraio scorso. Per una parte delle imputazioni, il concorso in fatture inesistenti, la terza sezione penale della Cassazione ha disposto un annullamento senza rinvio perché il fatto non sussiste. Mentre un nuovo processo, davanti alla Corte d’appello di Genova, dovrà esaminare le imputazioni relative all’omessa Iva all’importazione. La Corte genovese dovrà anche riesaminare la connessa questione della confisca dello yacht, che fu sequestrato dalla Guardia di Finanza nel maggio 2010 al largo della Spezia. Secondo l’imputazione originaria, Briatore e gli altri avrebbero usato la nave per uso diportistico senza versare la dovuta Iva all’importazione per 3,6 milioni. L’avvocato Franco Coppi, tra i difensori di Briatore, aveva chiesto un annullamento senza rinvio per prescrizione relativamente a questa imputazione. La Cassazione invece ha disposto un nuovo processo.

Gran Sasso, così hanno contaminato l’acqua

Le acque del Gran Sasso sono inquinate. Sì, quelle falde che danno da bere a 700 mila persone. Lo dicono i carabinieri del Noe e la Procura di Teramo. E puntano il dito, parlando di “potenziali fonti di contaminazione”, verso uno dei fiori all’occhiello della ricerca mondiale: l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), con sede nella montagna più alta dell’Appennino.

Ieri i pm abruzzesi hanno depositato l’atto di conclusione delle indagini preliminari con 10 indagati. Tra questi il presidente dell’Infn, Fernando Ferroni; il direttore dei Laboratori, Stefano Ragazzi; il responsabile del servizio ambiente dei Laboratori, Raffaele Adinolfi Falcone; il responsabile della divisione tecnica dei Laboratori, Dino Franciotti. Indagati anche i vertici della società Strada dei Parchi e dell’acquedotto Ruzzo.

Scrivono i pm: “Gli indagati… con condotte colpose abusivamente cagionavano o non impedivano e, in ogni caso, contribuivano a cagionare o a non impedire un permanente pericolo di inquinamento ambientale e, segnatamente, il pericolo di compromissione o deterioramento significativo e misurabile delle acque sotterranee del Gran Sasso”.

L’istituto avrebbe mantenuto in esercizio i laboratori senza aver verificato se vi fosse “un adeguato isolamento idraulico delle opere di captazione e convogliamento delle acque destinate a uso idropotabile ricadenti nella struttura rispetto alle limitrofe, potenziali fonti di contaminazione”. Non sarebbero stati presi adeguati provvedimenti per “scongiurare il rischio di contaminazione delle acque sotterranee”. Sarebbero state omesse le “misure necessarie per l’allontanamento dalla zona di rispetto delle sostanze pericolose utilizzate”.

Racconta Augusto De Santis, attivista del Forum H2O, che ha presentato diversi esposti: “Nell’agosto 2016 si era verificato un incidente per una fuga di diclorometano che era finito nell’acqua facendo scattare l’allarme. Ma soltanto nel dicembre seguente la Regione Abruzzo aveva fatto scattare l’emergenza idrica e si era scoperto quello che era successo”. Partono così i primi esposti degli ambientalisti: “Intanto nel maggio 2017 – prosegue De Santis – ci fu un’altra contaminazione, con il divieto di bere l’acqua. Difficile dire, in questo caso, quale fosse la causa”. Gli ambientalisti puntano il dito soprattutto su due esperimenti: “Anche oggi nel laboratorio sono stoccate 2.292 tonnellate di sostanze pericolose – 1.292 di trimetilbenzene e 1.000 di acquaragia – vicino alle zone di captazione dell’acquedotto”. De Santis sostiene: “Questi sono impianti classificati come ‘a rischio di incidente rilevante’, ma il piano di emergenza per la popolazione ci risulta scaduto”. Nelle 70 pagine con cui il gip dispone i sequestri delle opere di captazione interne ai laboratori (dove viene prelevata l’acqua da bere) si dice che “l’insufficiente livello di sicurezza, sotto il profilo delle acque sotterranee… comporta il pericolo, concreto e attuale, di nuovi episodi di contaminazione dell’acqua… con particolare riferimento alle attività dei laboratori”. Ancora: “Appare necessario – finché non sarà completata l’impermeabilizzazione delle superfici dei laboratori con la messa in sicurezza degli scarichi – limitare quanto più possibile, l’utilizzo… di sostanze contaminanti”.

Il magistrato conclude parlando di un “ormai improcrastinabile adeguamento” e di un “monitoraggio continuo delle acque”. Gli inquirenti specificano che non c’è rischio di “contaminazione nucleare”. L’Istituto assicura “massima collaborazione con le autorità, come fatto finora, con la consapevolezza e l’assicurazione di aver sempre agito con onestà e correttezza”.

Tutti assolti in Cassazione. Bussi si è inquinata da sola

La storia dell’inquinamento del sito industriale di Bussi sul Tirino (Pescara) si chiude intorno alle 21. E si chiude così: l’inquinamento c’è. Quel che manca è il colpevole. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione. Le dieci condanne in appello per disastro ambientale si trasformano in altrettante assoluzioni. Con formule diverse. Quattro imputati assolti per non aver commesso il fatto. Altri sei perché la Corte dichiara prescritto il reato di disastro ambientale. Nel pomeriggio il sostituto procuratore generale della Cassazione, Simone Perelli, durante la sua requisitoria davanti alla quarta sezione penale, chiede di confermare la sentenza della Corte d’Assise d’appello de L’Aquila. Una sentenza che aveva modificato il primo grado di giudizio. E che – era il 17 febbraio 2017 – aveva disposto 10 condanne per disastro colposo, per l’inquinamento dell’ex sito industriale Montedison, riconoscendo anche l’avvelenamento.

Il sostituto procuratore generale, però, chiede quindi di confermare la condanna. Richiesta rigettata. Assoluzione senza rinvio. Per l’accusa, l’avvocatura dello Stato, le 27 parti civili, non c’è più nulla da fare. Con la prescrizione cadono anche i danni e risarcimenti che, con la sentenza di appello, erano stati quantificati in 3,7 milioni di euro. La bonifica del sito, con questa sentenza, passa interamente a carico dello Stato. E non si tratta di una sfumatura. Anzi. Quello di Bussi è considerato il più grave disastro ambientale che si sia mai verificato in Italia. Quella di Bussi è stata considerata la discarica più grande d’Europa. Che vanti o meno questo record, poco importa, quel che sembra certo dopo anni di indagini, è che siamo dinanzi a ben 25 ettari di rifiuti tossici. L’Istituto superiore di sanità (Iss), interpellato dall’Avvocatura dello Stato, nell’aprile 2014 ha certificato che la discarica non ha inquinato soltanto il suolo. Ma anche i pozzi della val Pescara. “L’acqua contaminata – si legge nello studio dell’Iss – è stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700 mila persone senza controllo e persino a ospedali e scuole”. E ancora: la discarica “ha pregiudicato tutti gli elementi che presiedono e garantiscono la sicurezza delle acque, determinando così un pericolo reale e concreto per la salute degli utilizzatori e consumatori delle acque cui è anche mancata ogni informazione rispetto ai potenziali rischi per la salute associati al consumo di tali acque e cui, pertanto, era preclusa la possibilità di adottare misure specifiche di prevenzione e mitigazione dei rischi”. La sentenza della Cassazione stabilisce però che il colpevole non c’è. Anni di indagini e processi non sono riusciti, a questo punto, nel compito individuare un responsabile. Già

in primo grado, la Corte d’Assise di Chieti – la sentenza è del il 19 dicembre 2014 – aveva assolto gli imputati dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere. Il disastro ambientale era stato invece derubricato da doloso in colposo. E così dichiarato prescritto. Una sentenza che ha visto protrarsi i suoi strascichi in sede disciplinare, dove il presidente della corte d’Assise, Camillo Romandini, soltanto pochi giorni fa, è stato condannato alla perdita di due mesi di anzianità anche per aver tenuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti delle giudici popolari alle quali, durante una cena, aveva dichiarato che avrebbero potuto risarcire gli imputati, con i propri beni, se dopo una condanna in primo grado fossero stati assolti in appello. L’assoluzione è arrivata, e in via definitiva, con la sentenza pronunciata ieri dalla Cassazione. “Provo una grande amarezza”, ha commentato l’avvocato dello Stato Cristina Gerardis. “Quello che era emerso dal giudizio di merito – ha aggiunto – pareva chiarissimo. Ora è stato completamente ribaltato. E la conseguenza più immediata e diretta è che la bonifica e gli interventi ambientali, adesso, saranno a carico dello Stato. I metalli pesanti e solventi clorurati ci sono. Il colpevole no”.

70º Prix Italia 2018, Rai Radio3 vince il premio Radio Doc

Rai Radio 3 vince il 70° Prix Italia 2018 nella categoria Radio Documentary e Reportage con Il Sottosopra di Gianluca Stazi e Giuseppe Casu, un viaggio sonoro nelle miniere della Sardegna, accompagnato da chi ha vissuto quei luoghi. La Rai non vinceva questo premio da dieci anni (l’ultima è stata con Musica nascosta, sempre Rai Radio3) e nella categoria Documentari almeno dal 1964 – secondo altri dal 1958 (Clausura di Sergio Zavoli). Al giapponese Tv for the sake of living: #on the night of August 31 il Premio Speciale Presidente della Repubblica e quello per la Categoria Web Factual. Il portoghese Appdate vince nella sezione Web Enterteinment. Al francese Mon prince viendra il Radio drama. Al finlandese Queen of the cold land la categoria Radio Music. Doppietta olandese con Etgar Keret, based on a true story (Performing Arts) e Alicia Tv Drama a Three Girls della Bbc. Riconoscimenti all’Italia anche per Cronache di un sequestro del gruppo Repubblica (menzione speciale sezione Cross Plattform) e Un unico destino. Tre padri e il naufragio che ha cambiato la nostra storia (Premio speciale Signis e Daphne. Chi era Daphne Caruana Galizia e perché è stata uccisa? (Menzione speciale).

Il Ris: “Serena Mollicone fu uccisa nella caserma dei Carabinieri”

La perizia dei Ris ha forse risolto dopo 17 anni il cold case di Arce: Serena Mollicone è stata uccisa all’interno della caserma dei carabinieri del comune in provincia di Frosinone. I Ris nelle scorse ore, confermando il principale sospetto dei magistrati di Cassino, hanno ultimato l’analisi sui frammenti di legno provenienti dal nastro adesivo con cui erano stati bloccati mani e piedi della diciottenne. Serena Mollicone, il 1 giugno 2001, era uscita di casa per recarsi all’ospedale di Isola del Liri.

Il suo corpo era stato ritrovato due giorni dopo in un boschetto di Anitrella, frazione di Monte San Giovanni Campano, da alcuni volontari della Protezione civile. Aveva un sacco di plastica sulla testa e le mani e i piedi legati. Il primo indagato, poi prosciolto in via definitiva, fu Carmine Belli, carrozziere con il quale si ipotizzò che la ragazza avesse un appuntamento. Nel 2008 il misterioso suicidio di Santino Tuzi, uno dei carabinieri presenti nella caserma il giorno della scomparsa della ragazza, contribuì alla riapertura delle indagini. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la ragazza fu picchiata a morte dopo una lite violenta nei locali della caserma di Arce dove si era recata per denunciare, stando alla ricostruzione dei familiari, traffici illeciti di droga. Fu poi soffocata nel boschetto vicino. All’omicidio hanno fatto seguito una serie di presunti depistaggi.

Il luogo del ritrovamento del corpo della ragazza era già stato perlustrato, invano, dai carabinieri. Anche il cellulare di Serena fu ritrovato in un cassetto che era già stato ispezionato. E le modalità del suicidio di Tuzi da subito sono sembrate singolari. Nei mesi scorsi la consulente medico-legale della Procura di Cassino, Cristina Cattaneo, ha sostenuto che la ragazza oppose una strenua resistenza. Sono emersi infatti ematomi risalenti a poco prima della morte. Serena fu colpita con calci, pugni, fu strattonata e sbattuta con la testa contro la porta dell’alloggio della caserma, porta alla quale, come confermato dai Ris, appartengono i frammenti rinvenuti nel corso dell’autopsia. Gli autori dei colpi sferrati a mani nude sulla porta, secondo la dottoressa Cattaneo, sono con molta probabilità i due uomini ora indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere: il maresciallo Franco Mottola, ex comandante della stazione di Arce, e suo figlio Marco. Si procede anche nei confronti della moglie di Mottola, del luogotenente Vincenzo Quatrale, accusato di concorso morale nell’omicidio e di istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi, oltre che nei confronti dell’appuntato Francesco Suprano per favoreggiamento. Quest’ultimo, secondo il procuratore capo Luciano D’Emmanuele, avrebbe saputo della presenza di Serena in caserma il giorno della scomparsa e avrebbe taciuto.

L’Unicef non querela: la legge dem salva il cognato di Renzi

Unicef New York ha deciso di non querelare i fratelli Conticini, indagati dalla Procura di Firenze con l’accusa di aver utilizzato a fini personali parte dei fondi versati alla loro Play Therapy Africa da associazioni umanitarie. Gli inquirenti ritengono che di 10 milioni ricevuti ben 6,6 siano stati trasferiti su loro conti personali. Di questi 3,8 erano arrivati da Unicef.

Ieri, il presidente in Italia, Paolo Rozera, ha comunicato e spiegato la decisione raggiunta: “Nelle ultime settimane abbiamo accertato che i contratti in essere tra noi e la Play Therapy erano stati rispettati e al momento possiamo dire che non un euro è stato oggetto di furto”. Ma ha anche aggiunto che a distanza di ormai quasi due mesi, Unicef non ha ricevuto la rogatoria inviata il 3 agosto scorso dai magistrati fiorentini. “Fino a ieri ancora nulla”. Quindi, se quando arriverà “scopriremo che la comunicazione contiene elementi circostanziati a noi sfuggiti, rivaluteremo la nostra decisione che però al momento è chiara: nessuna querela”.

Decisione che rischia di minare l’inchiesta condotta dai pm della Procura di Firenze, Giuseppina Mione e Luca Turco. Questo perché la riforma dell’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha escluso dalla procedibilità d’ufficio alcuni reati fiscali, perseguibili solo su denuncia presentata dalla presunta parte lesa. In questo caso, quindi, Unicef. Il decreto approvato dal governo Gentiloni ormai in uscita da Palazzo Chigi, è apparso in Gazzetta ufficiale il 24 aprile 2018 ed è stato ribattezzato “lex ad cognatum” perché tra i tre fratelli Conticini coinvolti nel fascicolo c’è anche Andrea, marito di Matilde Renzi, sorella dell’ex premier e segretario del Pd, Matteo Renzi.

Andrea, Alessandro e Luca Conticini sono tutti indagati dal 2016 per riciclaggio, mentre ad Alessandro e Luca è contestata anche l’appropriazione indebita aggravata. Ad agosto scorso i magistrati hanno concluso la fase investigativa del fascicolo e trasmesso la richiesta di rogatoria alle possibili parti lese: Unicef New York, Fondazione Pulitzer, Action Usa in particolare.

L’iter è oggettivamente complesso: la Procura ha inviato il 3 agosto il documento al ministero degli Esteri che a sua volta lo deve trasmettere all’ufficio legale delle Nazioni Unite e da qui poi alla sede centrale dell’Unicef di New York dove però “non è mai arrivato”, dice Rozera. “Noi abbiamo sin da subito, cioè dal 2016, collaborato con i magistrati ma a quanto ci risulta non sono stati acquisiti neppure i contratti che fino al 2013 legavano noi a Play Therapy”.

Unicef, infatti, nel 2013 ha interrotto i rapporti con la società dei Conticini, spiega Rozera, “perché lo standard dei servizi offerti non rispondeva più alla qualità richiesta e fino a quel momento osservata”.

Senza querela viene quindi meno la procedibilità d’ufficio per il reato di appropriazione indebita. Anche la fondazione Pulitzer ha annunciato alcune settimane fa di non avere alcuna intenzione di sporgere denuncia nei confronti dei Conticini.

I magistrati fiorentini, a quanto si apprende, attendono l’esito della rogatoria, seppure non si sappia bene dove sia oggi la richiesta tra ministero degli Esteri o alle Nazioni Unite.

Le indagini delineano un quadro ben preciso. Secondo l’accusa i fratelli Conticini avrebbero dirottato 6,6 milioni di circa 10 complessivi ricevuti per aiutare i bambini in Africa, su conti correnti personali usandoli per investimenti immobiliari all’estero e altre operazioni finanziarie. Un milione 965 mila euro sarebbero finiti su un conto in Portogallo. Qui nel gennaio 2017, secondo quanto rivelato dal quotidiano La Verità ad agosto, è stata creata la società immobiliare Cosmikocean Ltd di cui gestore è stato Alessandro Conticini. Ora il testimone è passato ad Alessandro Radici, dirigente della Safilo a Lisbona.

Andrea, inoltre, avrebbe prelevato soldi dai conti destinandoli a tre società strettamente legate all’universo renziano: alla Eventi6 dei suoceri (133.900 euro), la Quality Press Italia (129.900 euro) e la Dot Media (4 mila euro), che organizzava la Leopolda del fu rottamatore. Tra questi il trasferimento più velenoso è quello diretto alla Eventi6 di cui Matteo Renzi è stato dirigente in aspettativa fino al 2014. La società è stata fondata dal padre Tiziano Renzi e ha come socie la mamma, Laura Bovoli, ed entrambe le sorelle, Matilde e Benedetta. All’azienda di famiglia nel 2011 arrivano 133 mila euro. I genitori dell’ex premier sono ora già a processo a Firenze per fatture false che coinvolgono la stessa società, Eventi6. La prima udienza è fissata per il 4 marzo, un anno esatto dalla sconfitta elettorale del fu rottamatore.

Il Papa sceglie Russo monsignor-architetto per la segreteria Cei

È un architetto e un custode dell’arte il nuovo segretario dei vescovi italiani. Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica, ha preso il posto di Nunzio Galantino diventato presidente dell’Apsa, l’organismo di gestione economica che si occupa dell’amministrazione del patrimonio della Santa Sede. Laureato in Architettura, è l’attuale vice-presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana e presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto. “È una nomina che accogliamo con gioia e fiducia”, commenta Gualtiero Bassetti, Presidente della Cei e arcivescovo metropolita di Perugia. “Nei giorni scorsi, come Consiglio Episcopale Permanente, abbiamo espresso a Nunzio Galantino la nostra riconoscenza per quanto con intelligenza e zelo ha fatto negli anni del suo mandato. “Ora, la decisione del Santo Padre è motivo di viva gratitudine: anche questa nomina è segno della prossimità e della cura con cui Papa Francesco accompagna il cammino della nostra Chiesa”.

Caporali al Nord: colpevoli ma non troppo

Sfruttati, sottopagati e senza neanche un risarcimento. Alcuni, poi, processati aver protestato contro i loro datori di lavoro. Sono le storie di molti braccianti marocchini impiegati nella raccolta di frutta e patate in provincia di Alessandria nelle campagne tra Tortona e Voghera (Pavia), una delle tante Rosarno del Nord. Qui negli ultimi mesi il tribunale di Alessandria ha permesso ad alcuni imprenditori agricoli a processo per lo sfruttamento dei lavoratori di patteggiare pene – tutte sospese – senza risarcire le vittime. L’ultimo caso risale al 20 settembre, quando Francesco Angeleri, imprenditore di Castelnuovo Scrivia, è finito davanti al giudice. Dopo un controllo dei carabinieri dell’ispettorato del lavoro fatto nell’agosto 2015, la Procura lo accusava di occupare nei campi di patate e nel magazzino per il confezionamento dei prodotti per la grande distribuzione cinque maghrebini assenza permesso di soggiorno, facendoli lavorare più di dieci ore al giorno, anche di notte, senza ferie o malattia, e senza attrezzatura antinfortunistica. Il tutto “al fine di trarre ingiusto profitto”.

Sei mesi di reclusione, pena sospesa, e 10 mila euro di multa. Nessun indennizzo alle persone offese: “Speriamo che il pg impugni il patteggiamento”, affermano gli avvocati Gianluca Vitale e Laura Martinelli. Alcuni mesi fa, il 5 maggio, hanno patteggiato Bruno Piero Lazzaro e Mauro Lazzaro, titolare e gestore di un’azienda di Castelnuovo Scrivia, insieme a Iliana Battistuta, incaricata della sorveglianza dei braccianti.

La Procura li ha accusati di estorsione aggravata perché – tra il 2006 e il 2012 – minacciavano di non rinnovare il contratto nel caso in cui i lavoratori non avessero accettato paghe da fame tra i 300 e i 400 euro al mese, o versato tra i 2.500 e i 3 mila euro. Per “trarne ingiusto profitto dalla condizione di illegalità”, i tre imputati favorivano la permanenza irregolare di alcuni marocchini. Infine erano accusati di maltrattamento per le paghe misere, gli orari estenuanti (dalle 6 alle 22) senza riposi, servizi igienici e pasti. Alla fine, però, hanno patteggiato soltanto per maltrattamenti: un anno e sette mesi per i Lazzaro, un anno e tre mesi l’addetta alla sorveglianza. Pene sospese.

I quaranta braccianti hanno ottenuto soltanto il pagamento delle spese legali e nessun altro tipo di risarcimento. Molti fronti restano aperti. Dopo la bocciatura del tribunale civile di Alessandria, la Corte d’appello ha riconosciuto a venti di loro 400mila euro di compensazioni salariali. A luglio, però, i Lazzaro hanno citato in giudizio 29 fra braccianti e sindacalisti chiedendo 1,5 milioni di euro di danno per aver perso la commessa di una catena di supermercati e per un presunto danno d’immagine.

Non solo. Otto braccianti e un sindacalista, Antonio Olivieri, sono sotto processo per le proteste che nel 2012 hanno portato il loro caso all’attenzione di media e investigatori: la Procura li accusa di violenza privata e violazione di domicilio dopo la denuncia dei Lazzaro. Alcuni, nel frattempo, si sono visti riconoscere il permesso umanitario, dato a chi denuncia lo sfruttamento lavorativo, mentre ai braccianti del caso “Angeleri” non è stato concesso questo diritto.

Via D’Amelio: 3 agenti a processo per depistaggio

A26 anni dalla strage che costò la vita a Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, dopo due decenni di indagini, un pentito farlocco e “ammaestrato” (Scarantino), e un nuovo collaboratore (Gaspare Spatuzza) che autoaccusandosi del furto della 126 redistribuisce le responsabilità degli esecutori, il primo dibattimento per il depistaggio di via D’Amelio ribalta gli schemi dei processi di mafia: la prima udienza fissata per il prossimo 5 novembre vedrà alla sbarra tre uomini dello Stato con i mafiosi ad interpretare l’inedito ruolo di parti civili con tanto di richieste di risarcimenti per decine di milioni di euro.

A fissare la data è stata il gup nisseno Gabriella Luparello che ieri ha rinviato a giudizio i tre che nel ’92 facevano parte del gruppo Falcone-Borsellino, creato ad hoc per indagare sulle stragi. Sono il funzionario Mario Bo, che prese il posto di Arnaldo La Barbera (poi deceduto per un tumore nel 2002) a capo della squadra investigativa, e due sottufficiali: gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Sono tutti sono accusati di concorso in calunnia con l’aggravante di aver agevolato con la loro condotta Cosa nostra.

Nella inedita veste di parte civile si costituiranno i mafiosi, o presunti tali, ritenuti vicini alla famiglia della Guadagna, Gaetano Scotto (attualmente indagato per l’omicidio dell’agente Nino Agostino e di sua moglie), Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Giuseppe Urso e Gaetano Murana. Sei imputati che a partire dal ’94 furono accusati ingiustamente della strage Borsellino dal falso teste Vincenzo Scarantino e dopo aver subito una condanna penale sono stati recentemente assolti dalla orte d’Appello di Catania chiamata a “rimediare” al più clamoroso depistaggio della giustizia italiana, così come fu definito lo sviamento delle indagini su via D’Amelio dall’ex procuratore nisseno Sergio Lari. Oggi i sei sono “parte offesa” del reato di calunnia commesso dai poliziotti e chiedono 50 milioni di euro di risarcimento al ministero dell’Interno e alla Presidenza del consiglio dei ministri, chiamati in causa in questo procedimento come “responsabile civile”. Nel processo si sono costituiti parte civile anche i tre figli di Borsellino, il fratello Salvatore e i figli della sorella Adele, deceduta qualche tempo fa. Ieri in udienza, anche il Comune di Palermo e i figli di Rita Borsellino avevano chiesto di costituirsi parte civile contro i poliziotti, ma il giudice ha ritenuto “tardive” le istanze, che potranno comunque essere ribadite alla prima udienza del processo. L’ennesimo appello agli imputati è stato lanciato ieri da Fiammetta Borsellino, la figlia minore del giudice assassinato: “La verità verrà fuori solo se loro parlano e rompono questo muro di omertà.

Questo è un inizio, nella consapevolezza che ci sono grossi pezzi dello Stato implicati in questa vicenda. E lo stesso Pm Stefano Luciani, riferendosi ai poliziotti imputati, si è chiesto ‘’come mai queste persone ricoprano ancora incarichi e non siano state sospese dal servizio. Gli illeciti sono evidenti. Come e’ possibile che i magistrati non si siano accorti – ha concluso Fiammetta Borsellino – di quello che stava accadendo?”

Concentrandosi in larga parte sulle responsabilità dei tre poliziotti nella fase dell’indottrinamento di Scarantino (e solo per Bo anche in quella della formazione del pentimento a Pianosa) il depistaggio preso in esame dal processo non esaurisce però tutti i dubbi sollevati dalla sentenza del quater, a partire dalle fasi immediatamente successive alla strage, dal ruolo del questore La Barbera, che i giudici ritengono coinvolto nel depistaggio per il suo ruolo negazionista sull’agenda rossa, alla velina del Sisde che il 13 agosto ’92, a neanche un mese dalla strage, indicando “fonti investigative”, rivelava l’esatta ubicazione (il garage di Giuseppe Orofino) del luogo in cui vennero rubate le targhe apposte all’autobomba.